RIALFrI

La Geste Francor, Berta da li pe grandi (ed. Scattolini)

Berta da li pe grandi, a cura di Michela Scattolini, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2009 («Gli Orsatti», 31).

Edizione digitalizzata e traduzione a cura di Michela Scattolini
Marcatura digitale a cura di Luigi Tessarolo

 

  TESTO CRITERI DI EDIZIONE TRADUZIONE  

 

l testo di Berta da li pe grandi occupa i fogli 7r-16v di V13, ed è inserito a metà di Bovo d'Antona, che risulta quindi spezzato in due tronconi. Come già abbiamo ricordato, all'interno del codice i testi si susseguono come un unico continuum narrativo, e il passaggio da una materia all'altra è segnalato solamente da versi di raccordo, del tutto analoghi a quelli che all'interno dello stesso testo segnalano un cambiamento di setting o il passaggio ad un nuovo segmento narrativo.
Il passaggio da Bovo I a Berta è sottolineato, ai versi 1160-1164, da questa sutura narrativa:

Quilois lairon de li rois de li Franc
e de Bovo lasem ensemant
qe nu li contaré asà plus ça davant.
De li rois Pepin nu diron primemant
con ten sa cort meravilosa e grant.

Anche la rubrica successiva funge da raccordo:

Oldu avés de Bovo e coment avoit fine e como
el oit Drusiane recovré en Antone.
En ceste punto de lui avion laseré
e de li rois Pepin buem est qe vu saçé
con primamant fo marié.


Analoga la transizione da Berta a Bovo II, che consiste in altri cinque versi di raccordo a fine lassa (cfr. n. 56); le due rubriche seguenti, però, sono entrambe riferite ad eventi precedenti nella vicenda di Berta, cosicché l'ultima rubrica che si può considerare parte di quest'ultima è collocata, per una serie di errori del rubricatore, dopo un'intera lassa di Bovo d'Antona («Coment la raina d'Ongarie fu repariée / en sa tere et a li rois contoit la novelle»). Si registrano numerosi errori di questo tipo: le rubriche dopo le lasse I, II e III riassumono in realtà il contenuto della lassa che le segue (anziché, com'è usuale nel testo, di quella che le precede); dopo la IV la rubrica manca, e da quella successiva la sequenza lassa-rubrica relativa è ripristinata. Dopo la lassa XXXVI di nuovo manca la rubrica, erroneamente apposta alla lassa successiva, cosicché tutte quelle seguenti risultano sfalsate in avanti, il che spiega la presenza dell'ultima rubrica di pertinenza di Berta dentro al testo proprio di Bovo d'Antona. Se le rubriche non sono sempre coerenti con le lasse cui dovrebbero riferirsi, in esse in generale il contenuto e la lingua sono più faticosi rispetto al resto dell'opera; accanto ai dati paleografici (caratteristiche del ductus, utilizzazione dello spazio), la probabilità che non solo la mano, ma anche gli autori siano diversi è suggerita anche dall'utilizzo nelle rubriche di forme lessicali e grafico-fonetiche estranee al testo delle lasse.
Il testo mantiene le coordinate formali della chanson de geste, e si compone di cinquantuno lasse rimate di lunghezza estremamente variabile. La metrica è straordinariamente irregolare, e nei versi la misura di riferimento del décasyllabe è trasgredita in maniera così frequente (secondo un arco di possibilità che va dalle sette alle quattordici sillabe) da rendere inapplicabili i concetti di ipermetria ed ipometria. La lingua di Berta da li pe grandi si presenta come un caso di Mischsprache piuttosto equilibrato, in cui l'interferenza linguistica si manifesta a tutti i livelli, fonetico, morfologico e sintattico; dal punto di vista lessicale, la quasi totalità dei termini ha matrice francese, ma è adattata graficamente al contesto linguistico dell'italiano settentrionale (si veda il caratteristico uso di <ç> per rendere i francesi <j>, <c>, <g> e <ch>; per contro, [k] è reso, davanti a vocale palatale e a volte anche ad [a], <ch> come in italiano). Le fluttuazioni grafiche sono frequentissime, e per una stessa parola si registrano spesso quattro o cinque varianti grafiche; a livello fonetico, si riscontra il caratteristico esito AU- > ol- (colsa, oldire). A livello morfologico, è completamente dissolta la distinzione cas sujet / cas régime (parzialmente conservata solo per i pronomi personali), e anche le distinzioni di genere e numero sono labili. Si ritrovano le costruzioni prefissali in a- ed e- tipiche del franco-italiano: açaminé, aderasné, adoter, esbarer, espaventée. Le forme verbali sono estremamente fluide, e spesso di difficile comprensibilità; in genere, si tratta di costruzioni modellate sulle rispettive forme francesi e/o italiane, che nel testo convivono le une mescolate alle altre (3a persona del perfetto in -a e in ; participio passato in -ato e in ; ecc.). Spessissimo, i morfemi sono condizionati dal contesto rimico, per cui ad esempio è facilissimo reperire participi passati in -er e, al contrario, infiniti in . A livello sintattico, sono frequentissime le costruzioni con soggetto alla 3a persona plurale e verbo alla 3a singolare, e in misura minore, è reperibile anche il caso inverso; è frequente l'uso dei tempi composti in luogo dei tempi semplici (passato prossimo e futuro anteriore rispettivamente al posto di presente e futuro semplice), e in generale i tempi verbali sono notevolmente discontinui: è usuale ad esempio il passaggio dal passato remoto al presente all'interno dello stesso periodo.
Date le caratteristiche di fluidità ed oscillazione della lingua, abbiamo adottato dei criteri di edizione piuttosto elastici, che ci consentissero una soluzione quasi caso per caso. In generale, abbiamo deciso di tenere presente il doppio riferimento ai sistemi linguistici francese ed italiano, adattando la resa grafica al sistema su cui la singola formazione analogica è modellata: ad esempio, non accentando -a finale nella terza persona del futuro, giacché trattasi di forma francese e quindi di per sé ossitona, ma accentando alla prima persona, perché il rimando è alla forma italiana (analogamente, le seconde persone plurali sono sempre accentate sia quando finiscono in sia quando terminano in , perché fanno riferimento alla forma tronca francese). Abbiamo regolarmente sciolto il titulus in <n>, giacché nelle forme per esteso è schiacciante la maggioranza delle forme -np-, -nb- rispetto a -mp-, -mb-.

 

 I
 
 Il re Pipino con i suoi baroni
 teneva gran corte nel suo palazzo a Parigi
 e ciò accadde a Pentecoste dopo l’Ascensione.
 C’era gente di molte regioni(1);
5Aquilone di Baviera istruiva(2) e consigliava tutti
 e con lui Bernardo di Clermont,
 il prode Rainero e il conte Grifone.
 La corte fu grande, mai nessuno ne vide una maggiore.
 Cavalcano e giostrano, regalano roba in quantità;
10l’uno dice all’altro: «Perché lo dovremmo nascondere?
 La corte del re non vale un bottone
 quando egli non ha una dama al fianco,
 dalla quale avere figliolo o ragazzo
 che dopo la sua morte e il suo decesso
15sia nostro re come dev’essere(3)
 e mantenga in pace il suo regno,
 e grazie a lui ci venga protezione».
 Grande fu la corte tutto attorno(4).
 Quando il re vuole montare in arcione
20con lui salgono più di mille baroni,
 tutti figli di cavaliere, di duca o di conte;
 ma secondo al re(5) non ci fu nessuno
 che fosse tanto importante quanto Aquilone,
 che è duca di Baviera, di quella regione:
25in tutta Alemagna non ha pari.
 E con lui ci fu Bernardo di Clermont,
 e Morando da Riviera e il duca Salamone.
 Ora state quieti, così udirete questa canzone
 su diverse cose che vi racconteremo,
30tradimenti tali che mai nessuno ne udì uno uguale:
 e a causa di una dama crebbe una tale tenzone
 che ne morirono più di mille baroni,
 e tutta la Francia fu in tal lotta
 che non fosse stato Dio a farne redenzione
35l’intera cristianità sarebbe stata distrutta:
 fino a Roma giunse la persecuzione.
 
 Come fu grande la corte del re Pipino,
 e il re e i baroni che la guidarono, e del giullare.
 
 
 II
 
 Grande fu la corte, meravigliosa e ricca,
 che il re Pipino fece riunire.
 Sono molti i baroni e i cavalieri,
40li ha mandati a chiamare da tutta la regione;
 sono venuti molti suonatori e giullari(6)
 ed altra gente(7), fanti e baccellieri,
 per vedere la corte e per i tornei;
 e per vedere ballare e danzare
45sono venuti in più di diecimila,
 e tutti hanno da bere e da mangiare.
 Non ce ne fu uno, fosse il più vile,
 cui fosse detto di tirarsi indietro.
 I cavalieri giostrarono per il giardino
50e per amore delle dame gareggiarono in tornei:
 allora avreste potuto vedere(8) in mostra molti abiti
 di diversi colori di drappi e di zendado,
 che poi furono donati ai giullari
 così da ottener fama nei paesi stranieri.
55Ma ci fu un giullare che fu il più nobile
 e che era abbigliato a mo’ di cavaliere,
 ed era più famoso nelle corti dei principi
 di chiunque altro faccia quel mestiere.
 Sapeva ben giostrare e fare tornei
60e ben parlare e ragionare molto bene.
 Non c’è corte di là o di qua dal mare
 che, se ci volesse andare e viaggiare,
 lì non abbia più onore(9) degli altri;
 così fa doni a coloro cui vuole donare(10).
65Conosce lingue di molti tipi;
 in Ungheria aveva avuto un incarico importante,
 e quel re che la governa
 a meraviglia lo amava e lo aveva caro.
 Dell’Ungheria sa chi esce e chi entra:
70così conosce i figli e i fratelli del re,
 e allo stesso modo sua moglie Belisant.
 E ha visto sua figlia che riceve grandi lodi,
 bella e cortese come un giglio di giardino;
 la sua bellezza è tanta che nessuno la può criticare.
75Ma ha una cosa che la rende famosa:
 si fa chiamare Berta dai piedi grandi,
 da quand’era piccola così la chiamò sua madre.
 E chi vorrà ascoltare questo romanzo
 e lo vorrà seguire(11) con senno
80potrà udire di chi fu madre:
 da lei nacque l’imperatore Carlo,
 che poi fu re di tutto il mondo battezzato.
 Ma prima ch’egli avesse a governare,
 da fanciulletto fu costretto a fuggire,
85non ci fu terra che osasse accoglierlo:
 a Saragozza con turchi e schiavoni(12)
 gli convenne rimanere e trattenersi;
 suo padre fu ucciso e così Berta sua madre,
 ché i suoi due fratelli li fecero avvelenare.
90Ma ci fu un valoroso cavaliere
 che mai non lo volle lasciare né abbandonare,
 e quello fu Morando da Riviera;
 e il re Galafrio lo fece allevare,
 lo faceva mangiare insieme a Marsilio.
95Non posso raccontarvi tutti i fatti,
 come se ne fuggì quietamente di nascosto:
 lo condusse via Morando da Riviera,
 per la paura di quei malvagi pagani
100che lo volevano uccidere e distruggere;
 con sortilegi(13) si riuscì a vedere e scoprire
 che avrebbe regnato su tutto l’impero
 ed essere re di tutto il mondo battezzato.
 Fino a Roma all’altare di San Pietro
 lo condusse Morando da Riviera,
105con il re che fu padre di sua madre(14)
 gli venne in soccorso con diecimila cavalieri;
 e Lanfré e Landros che erano entrambi suoi fratelli
 lo fecero scacciare dal regno,
 e perciò furono uccisi, come sentirete raccontare.
110E come(15) Dio il giudice veritiero
 mandò il suo angelo chiamato Gabriele,
 che per prima cosa incoronò Carlomagno
 con la corona del santo impero;
 perciò dovete ascoltare volentieri questa canzone(16).
 
 Come il giullare parlò al re Pipino
 e gli raccontò della bellezza di dama Berta, e di suo padre.
 
 
 III
 
115Gran meraviglia fu quel valente giullare:
 saggio e cortese e di bell’aspetto,
 e sa ben parlare in lingua romanza(17);
 sa gli affari di tutte le corti
 e conosce le basi della faccenda.
120Viene davanti al re, e gli dice ridendo:
 «Ah! Sire, re di Francia, siete molto potente,
 la vostra corte è bella e meravigliosa,
 non ce n’é una più grande in tutto il mondo battezzato;
 se anche cercassi fino a Gerusalemme
125non ne troverei una che abbia altrettanti baroni.
 Ma non la potete stimare il valore di un bisante
 quando non avete al vostro comando una dama
 dalla quale avere un figlio e un fanciullo
 che dopo la vostra morte mantenga il regno.
130E se ne aveste desiderio
 vi racconterei di una cortese ed avvenente,
 ed è figlia di re così come lo siete voi;
 in oriente non c’è dama più bella,
 né più saggia, se la madre non mi mente.
135Ha però una cosa che non stimo per nulla:
 ha i piedi molto più grandi
 di qualunque altra donna della sua condizione:
 Berta dai piedi grandi, così la chiama la gente.
 E sua madre ha nome Belisant,
140al mondo non c’è regina più nobile;
 suo padre è re della grande Ungheria».
 Il re lo ascoltò, si mise a ridere gentilmente,
 e al giullare mostrò un viso allegro;
 per questo discorso egli non perse nulla,
145gli fece donare vestiti e bardature
 e poi un palafreno che va all’ambio.
 
 Come il re Pipino ebbe gran gioia per le parole
 che gli disse il giullare, e chiamò la sua gente.
 
 
 IV
 
 Quando il re Pipino ode il discorso
 che quel giullare ha raccontato,
 a meraviglia gli piace e lo soddisfa
150e sa bene che il giullare non dice sciocchezze.
 Ha il cuore infiammato da quelle parole:
 non appena quello ha finito il discorso
 il re Pipino non lo dimentica affatto;
 si raccomanda a Dio il figlio di Maria,
155e al giullare fa fare grande cortesia
 di ricchi abiti, di palio e di sciamitto,
 gli dona un palafreno con la sella dorata.
 Il re gli ha promesso la sua fede
 che se se accadrà e si compirà(18)
160ch’egli abbia quella donna per amica
 e la prenda in moglie,
 gli donerà tanti averi e ricchezze
 che ne avrà a sufficienza per tutta la vita,
 non avrà mai più bisogno di fare giullaria;
165e il giullare lo ringrazia molto bene.
 Il re Pipino non tardò affatto
 né lasciò la cosa in oblio:
 fa chiamare i suoi baroni
 e con loro i suoi cavalieri,
170Aquilone di Baviera, di cui si fida così tanto,
 e Bernardo di Clermont dal volto ardito,
 Morando da Riviera e il conte di San Çie(18);
 ascolta più di cento baroni:
 «Signori», dice, «non mi tratterrò dal dirvelo:
175vi chiedo consiglio per ottenere la compagnia
 di una dama che viene dall’Ungheria,
 è figlia del re, saggia e rispettata.
 Se mi donate questa dama, farete cortesia;
 forse il figlio di Santa Maria vorrà
180ch’io abbia da lei un figlio o una figlia
 che governerà questo regno quando io sarò morto».
 
 
 V
 
 Il primo che parlò fu il duca Aquilone
 che teneva la terra tutta attorno
 e che fu padre del duca Namo.
185Si alzò in piedi, si appoggiò ad un bastone,
 davanti a Pipino fece un discorso:
 «Nobile re, perché ve lo dovremmo nascondere?
 Grande è il vostro regno e grande il paese,
 siete più famoso di qualunque altro re(20) del mondo,
190avete molti cavalieri e baroni;
 se voi moriste senza figliolo o fanciullo
 fra di noi sarebbe disputa e lotta:
 quelli di Maganza e quelli di Besançon,
 e quelli d’Austria con quelli di Clermont,
195ciascuno di loro chiedererebbe la corona;
 ma se alla vostra morte avrete un erede
 questo non potrà accadere per nessun motivo.
 Ora prendete il consiglio che vi do
 e non credete a parola di briccone:
200prendete una dama di qualche regione
 che sia figlia di re o di conte;
 e non ce n’è una da qui a Carfaraon(21),
 se la vorrete, che non via sia data in sposa
 con grandi ricchezze e una gran dote».
205E dice il re: «Vi ascolto bene, Aquilone;
 i vostri consigli li ho sempre trovati buoni,
 mai mi diceste nulla che fosse un tradimento
 né che facesse ad alcuno altro che bene».
 
 Come il duca Aquilone di Baviera fu il primo a consigliare Pipino(22).
 
 
 VI
 
 Bernardo de Clermont si alzò in piedi.
210Era un uomo saggio, era molto rispettato;
 fu padre di Milone, come sapete,
 e quel Milone fu padre del grande Rolando,
 ed ebbe per moglie la saggia Berta.
 Quando fu cacciato dalla corte
215da lei nacque Rolando, così come udirete
 prima che questo romanzo sia del tutto finito(23).
 E Bernardo parlò da uomo saggio e stimato:
 «Nobile re, sappiate in verità
 che non so affatto cosa mi domandiate;
220Aquilone vi ha donato un consiglio tale
 che non sarò certo io a correggerlo.
 Quello che volete fare fatelo però in breve,
 di prendere una dama saggia e rispettata.
 Ora dite se avete pensato
225a qualcuna in tutta la cristianità».
 «Sì, l’ho fatto», disse il re, «se lo gradite:
 è figlia di un re e di nobile parentela
 d’Ungheria e di quel regno.
 Se me la concede saremo felici e lieti,
230ché un giullare che è venuto qui
 per vedere questa corte e la nobiltà
 mi ha detto e raccontato tutta la sua storia:
 che la dama non ha nessun difetto,
 se non che ha i piedi un po’ grandi.
235Neppure per questo voglio che restiate
 dal domandarla, ché può ben averli».
 Il barone rise, così ne scherzava.
 Disse il re: «Non la considerate viltà;
 se Dio mi fa la grazia che non mi debba rifiutare,
240perché sono piccolo e deforme,
 sarò nobilmente maritato».
 
 Come parlò Bernardo de Clermont.
 
 
 VII
 
 Si alzò in piedi Morando,
 quello di Riviera, che ha una grande signoria:
 migliore di lui non c’è nessuno in tutta la cristianità.
245Disse al re: «Mio signore, ascoltate questo:
 vedete Aquilone che vi ha consigliato,
 non c’è uomo migliore in tutta cristianità, né mai ci sarà.
 Prendete quei messaggeri che si converrà;
 mandateli in Ugheria, chiederanno la dama
250a quel re che l’ha generata,
 che l’ha allevata e che ne ha cura.
 Se egli ve la concede, ve la porteranno;
 altrimenti, torneranno indietro».
 Disse il re: «Chi potrò(24) mandare laggiù,
255e chi mi darà consiglio su questo?»
 Disse Aquilone: «Ci ho già pensato,
 cosicché nessuno l’impedirà(25).
 Voglio essere io quello che farà la richiesta;
 Bernardo di Clermont verrà con me,
260e Morando da Riviera che ci accompagnerà,
 e Grifone d’Altafoglia che il re amò(26) tanto».
 Furono dodici quelli che Aquilone contò,
 tutti i migliori che c’erano a corte;
 non ci fu nessuno che si scusò,
265ciascuno ci andò di buon grado.
 Male incolga a chi si lasciò pregare!
 Ognuno si bardò di ricchi abiti
 e ciascuno mostrò la sua potenza.
 
 Come Morando da Riviera
 diede il consiglio.
 
 
 VIII
 
 Aquilone di Baviera e gli altri ambasciatori
270per compiacere il re che è il loro signore
 fanno fare per sé abiti di diversi(27) colori,
 per i palafreni selle dipinte a fiori
 tutte dorate dell’oro migliore.
 Mai si vide un’ambasciata simile:
275di dodici baroni quello che è il minore
 aveva da custodire un ricco castello e una torre
 e una ricca città grazie ai suoi antenati,
 che mai non chiesero altro compito(28)
 a Dio e a Pipino che è il loro signore.
280Il re disse loro dolcemente, per affetto:
 «Ascoltatemi, miei ambasciatori,
 vi voglio pregare per il Dio creatore
 e per quanto vi importa del mio amore,
 che con il re d’Ungheria non siate mentitori,
285diciate il vero, non siate bugiardi,
 sul mio aspetto e anche sul mio corpo:
 se vi dà sua figlia, sia condotta con onore;
 altrimenti, fate subito ritorno,
 ché penseremo ancora ad un’altra dama».
290Disse Aquilone: «Non vi mettete in collera,
 compiremo subito il nostro incarico».
 
 Come sono andati gli ambasciatori che devono
 andare in Ungheria per la figlia del re.
 
 
 IX
 
 I messaggeri non hanno indugiato,
 sono tornati alla loro dimora
 e hanno domandato congedo al re;
295ed egli glielo ha dato e concesso.
 Ciascuno fu ben ornato di ricchi abiti
 e i palafreni riccamente bardati;
 caricarono d’equipaggiamento più di trenta somieri,
 e quando furono preparati di tutto,
300prima che si fossero allontanati da Parigi,
 fu detta la messa e cantato l’ufficio
 e tutti e dodici furono comunicati
 del corpo di Gesù benedetto e sacro.
 E quando vennero a prendere congedo
305lo stesso re montò a cavallo
 con più di mille della sua parentela;
 con loro cavalcarono
 per più di due leghe fuori della città;
 poi se ne tornarono indietro, li raccomandarono a Dio,
310e quelli se ne andarono baldi, gioiosi e allegri.
 Non hanno viaggiato attraverso la Germania,
 come hanno fatto al ritorno;
 sono passati per la Provenza
 e la Lombardia(29) per quanto è lunga e larga,
315e sono entrati in nave a Venezia,
 così sono arrivati in Schiavonia.
 Qui scesero a terra e si incamminarono;
 proseguirono tanto a lungo che non si riposarono.
 Trovarono il re in una delle sue città,
320dov’era rimasto per lungo tempo.
 Gli ambasciatori si sono alloggiati
 al miglior albergo che ci sia nella città(30)
 e quando hanno bevuto e mangiato
 mandano l’oste perché dica al re
325che sono ambasciatori del regno di Francia:
 glieli ha mandati il re Pipino,
 portano una nobile notizia
 della quale sarà felice e lieto.
 E l’oste è saggio e rispettato,
330non ha mica dimenticato la cosa:
 va dal re, e gli racconta tutto.
 
 Come i messaggeri si prepararono con tutte quelle
 cose di cui c’era bisogno.
 
 
 X
 
 «Mio signore», dice l’oste, «non vi voglio contrariare,
 oggi sono scesi al mio albergo,
 dicono che sono venuti qui dalla Francia per parlarvi(31)
335da parte del loro re che è di gran nobiltà
 e vi portano una notizia della quale sarete lieto;
 quando vorrete, vi verranno a parlare».
 Quando il re ode l’oste
 e la notizia che egli dice a proposito dei messaggeri,
340promette a Dio, il vero giudice,
 che non manderà loro nessun messaggero,
 ma andrà lui stesso a riceverli.
 Non volle indugiare a lungo:
 dei suoi baroni, quanti ne riesce a trovare
345li fa riunire tutti assieme,
 con gli uomini più nobili della sua terra
 vanno dietro all’oste cortese.
 Quando si avvicinarono alla sua dimora,
 l’oste fu saggio e si allontanò.
350Va avanti correndo a fare l’annuncio,
 a dire e a raccontare agli ambasciatori
 che vengono a vederli e scortarli.
 E questi non vogliono certo aspettare a lungo
 che il re entri nell’albergo;
355escono fuori per onorare il re.
 Si vanno incontro a farsi inchini
 e a salutarsi dolcemente l’un l’altro;
 si prendono per mano, si mettono a girare
 fino al palazzo sopra all’alta sala.
 
 Come gli ambasciatori entrarono
 in Ungheria e parlarono al re.
 
 
 XI
 
360Il re d’Ungheria era così saggio e potente,
 cortese e prode e di bell’aspetto;
 a quegli ambasciatori mostrò un bel viso,
 e domandò loro bene e dolcemente:
 «Che ne è del mio signore, il ricco re di Francia?»
365E quelli gli dissero: «Egli è sano e felice,
 e vi ama di cuore e lealmente».
 Disse il re: «Sia come Dio comanda».
 Si meravigliarono molto il re e la sua gente,
 non credevano che la cosa fosse così avanti.
370Il re fu cortese e valente,
 il primo giorno non disse nulla,
 ma il giorno dopo fece saggiamente:
 fece accompagnare fra i migliori della sua gente
 tanto che ne aveva più di centosessanta.
375Fece preparare un pranzo molto ricco e grande,
 e quei messaggeri che furono presenti
 furono onorati da ricchissime vivande,
 cosicché gli ambasciatori di Francia lo lodarono molto.
 Ma ci fu una cosa che giudicarono vile:
380che non si mangiasse né su piatti né su tavoli;
 le mense furono preparate sul pavimento.
 quando questi lo videro lo credettero uno scherzo.
 Aquilone stava seduto vicino al re,
 così gli parlò gentilmente e ridendo:
385«Ah! Sire, siete così potente,
 e avete una tale carestia di piatti e di tavoli?
 Nella nostra terra così mangiano i disgraziati
 e la gente povera e il popolino,
 che non ha da spendere oro puro né argento.
390Ma se per voi non è disturbo(32),
 domani faremo apparecchiare diversamente».
 Il re disse: «Sia come comandate»;
 perciò fecero preparare piatti e tavoli.
 Quando il re lo vide, così gli disse gentilmente:
395«Fate così in terra di Francia?»
 «Sì davvero, sire, i piccoli e i grandi,
 i cavalieri e tutti i mercanti».
 E il giorno che seguì
 il re fu a colloquio con i messaggeri;
400all’infuori del re non ci fu persona vivente;
 se ne stettero quieti in una stanza,
 e Aquilone parlò per primo,
 e fece l’ambasciata, della quale il re fu felice.
 
 Come il re d’Ungheria andò incontro agli ambasciatori
 del re di Francia, e come si parlarono
 e dissero l’ambasciata del re loro signore.
 
 
 XII
 
 «Buon re d’Ungheria, voglio che sappiate:
405quello che ci ha mandati a voi
 è re di Francia, di un ottimo regno.
 È il più rispettato di tutta la cristianità
 ed è il più onorato nella contrada.
 Ci ha mandati e inviati a voi
410per grande amore e per nobiltà:
 vorrebbe imparentarsi con voi,
 se ciò potesse essere in volontà(33) di Dio,
 con una vostra figlia che è molto lodata.
 Non ha moglie che gli dia un erede:
415se gli vorrete dare vostra figlia da sposare
 egli la prenderà volentieri e di buon grado,
 e così diventerà vostro parente.
 Ma una cosa non vi sarà nascosta,
 perché mai non ce ne venga biasimo,
420vi dirò la verità sul suo aspetto:
 è un uomo piccolo, ma grosso e robusto(34),
 ed è ben formato nelle membra.
 Vi ha mandato questa ambasciata
 e noi ve l’abbiamo annunciata da parte sua».
425Disse il re: «Siate i benvenuti!
 Dite questo per verità?
 È il mio signore così ben disposto verso di me
 che desidera farsi mio parente
 e vuole che mia figlia sia sua sposa?»
430«Sì», fecero loro, «per questo ci ha mandati».
 Disse il re: «Voglio che sappiate:
 mi avete descritto l’aspetto del re,
 ed io vi dirò la verità su mia figlia.
 È molto bella e ornata,
435ma ha una cosa che non vi sarà nascosta:
 ha i piedi più grandi delle altre dame.
 Ma voglio che sappiate una cosa:
 mia figlia io l’ho amata così tanto
 e così mia moglie che l’ha allevata
440che se a lei(35) piace, è concesso e gradito;
 altrimenti, non otterrete nulla:
 non la darò a nessuno, se non le sarà ben gradito».
 Dice Aquilone: «Abbiamo detto l’ambasciata.
 Domani, quando si sarà alzata l’alba,
445vi preghiamo che rispondiate».
 Dice il re: «Volentieri e di buon grado».
 
 Come il prode Aquilone di Baviera disse al re l’ambasciata
 del re di Francia e come il re ne ebbe gran gioia.
 
 
 XIII
 
 Il re d’Ungheria fu allegro e felice,
 e ricevette saggiamente l’ambasciata.
 Onora generosamente i messaggeri,
450porta loro ciò che chiedono e domandano,
 e li fa accogliere riccamente
 con tutte quelle cose che si addicono ai gentiluomini.
 Il nobile re non indugiò per nulla,
 entrò nella sua stanza, e lì trovò Belisant,
455la sua gentile consorte, a colloquio con Berta.
 Quando il re la vide, ascoltando le disse così:
 «Dama», fa lui, «vi è reso grande onore:
 se voi lo concedete, abbiamo un buon parente,
 ché il re cui spetta la Francia
460mi ha inviato degli ambasciatori della sua gente
 per chiedere mia figlia Berta dai piedi grandi;
 la domanda in moglie, se lei acconsente.
 Ma prima che la faccenda vada più avanti
 vi dirò molte cose sul suo aspetto:
465è piccolo e per niente alto,
 ha forma diversa da tutte le altre persone,
 ed è robusto nelle membra e nei fianchi;
 tuttavia siede bene a cavallo(36),
 è coraggioso sul campo di battaglia,
470è re di Francia e porta una corona d’oro.
 Non c’è re nel mondo dei vivi
 che gli sia pari per nobiltà».
 Quando Belisant ode le sue parole,
 guarda sua figlia, e le dice ridendo:
475«Figlia», dice(37), «vi è proposto questo accordo(38):
 vostro padre vi ha detto tutto quanto
 della sua figura e del suo aspetto;
 se vi piace, ditelo sicuramente,
 altrimenti, non se ne farà nulla.
480Abbiamo oro e argento in quantità,
 possiamo aver cura di voi ancora per lungo tempo,
 e poi vi daremo ad un altro signore(39)
 che forse vi(40) andrà più a genio
 di questo, che pare un bambino».
485Berta udì così parlare Belisant
 la sua nobile madre, che tanto l’amava(41),
 e da suo padre ascoltò tutto l’affare;
 ora udirete parlare Berta dai piedi grandi,
 e come parlò con saggezza(42) al padre,
490nessuno al mondo la potrebbe rimproverare.
 E la regina che ha nome Belisant
 parlò ancora a sua figlia, ascoltando:
 «Figlia», fa, «ascoltate con saggezza:
 ancora non sapete che cosa sia un uomo
495né prendere(43) quello che non va a genio
 e di cui non ci si contenti(44) bene.
 Quello che prenderete, piccolo o grande,
 dovrete vivere con lui tutta la vita:
 la dama non è data per un giorno e un anno.
500Ma se poi non le piace, dopo che è stato fatto l’accordo,
 e ha fatto una cosa che non sia bella,
 al suo signore porta questo castigo:
 viene bruciata, la polvere gettata al vento,
 sempre ne hanno vergogna tutti i suoi parenti,
505ne sono addolorati per tutta la vita.
 Questo te lo dico così per tempo,
 perché io non debba poi avere biasimo dalla gente;
 se ti piace, dillo sicuramente,
 e non temere persona al mondo;
510che per quel Dio che nacque in oriente,
 dal momento che sarai andata al suo comando,
 e non avrai fatto nessuna villania,
 non mi tratterrò per tutto l’oro del mondo
 dal venire a dare il mio giudizio».
 
 Come i messaggeri raccontarono la notizia al re
 d’Ungheria e come il re di Francia ne ebbe gioia.
 
 
 XIV
 
515« Figlia», disse la regina, «voglio pregarvi
 che per prima cosa riflettiate
 se vi piace questo piccolo cavaliere
 che è re di Francia e di Baviera;
 vedete qui con noi vostro padre(45),
520che non vuole darvi in sposa contro la vostra volontà;
 a quei messaggeri cortesemente
 risponderà all’ambasciata,
 cosicché non saremo affatto da biasimare».
 Quando la fanciulla sente parlare sua madre
525e con lei vede suo padre,
 riflette un poco, così risponde loro:
 «Padre», fa, «e voi che siete mia madre,
 dovete consigliarmi rettamente;
 dalla Francia sono venuti messaggeri
530che sono molto da lodare ed apprezzare:
 il re di Francia mi vuole per moglie
 e vuole farmi incoronare regina.
 Non so affatto, né so dire con ragione(46),
 come mi potrei sposare più nobilmente;
535se dite che questo re quanto un altro cavaliere
 non è altrettanto grande né altrettanto nobile,
 neanche per questo lo voglio rifiutare:
 ché da un piccolo albero si può mangiare buon frutto,
 e quello di uno grande può non valere niente.
540Questa sorte che Dio vi vuole donare
 prendetela di buon grado e volentieri,
 ed io ve lo concedo e volentieri lo desidero.
 E voi, regina, che siete mia madre,
 di me non abbiate mai un cattivo pensiero,
545perché di me non udirete né dire né raccontare
 nessuna cosa che vi debba spiacere;
 amerò il mio signore di buon grado e volentieri».
 Il re l’ascolta, la va ad abbracciare
 e a baciare dritto in viso;
550quando sente sua figlia acconsentire alla proposta
 non c’è da domandarsi se ne abbia gioia.
 Prese per mano la sua nobile moglie,
 vennero al palazzo dai messaggeri,
 e lasciò sua figlia a riposare nella stanza.
 
 Come il re e la regina parlarono
 a loro figlia e le dissero dell’aspetto del re.
 
 
 XV
 
555Il re d’Ungheria, che ha nome Alfaris,
 a meraviglia è uomo di gran valore;
 e sua moglie ha il cuore così ardito
 che non c’è cavaliere in tutto quel paese,
 conte né duca, principe né marchese,
560che osi guardarla dritto in viso.
 Quando vede i messaggeri del re di Sant Denis
 e vede che son tutti cavalieri di gran pregio,
 va da quello che le pare il più nobile:
 è il marchese Aquilone di Baviera;
565Lo prende per mano, gli mostra un bel viso,
 e dolcemente gli parla e dice:
 «Della vostra venuta, signore, molte grazie.
 Da parte del vostro re, che ha nome Pipino,
 ci avete chiesta una tal cosa(47)
570che ne sarete del tutto servito,
 giacché mia figlia ne è ben desiderosa;
 per cui tornerete felice nel vostro paese,
 e porterete mia figlia dal viso chiaro».
 
 Come la regina d’Ungheria fu saggia
 e ciò che disse a sua figlia Berta.
 
 
 XVI
 
 Aquilone di Baviera si alzò in piedi,
575a meraviglia era saggio e rispettato;
 era vestito con un drappo rosato,
 aveva l’inforcatura alta ed era largo di spalle;
 e ringraziò la regina.
 «Dama», dice, «non vi sarà nascosto:
580siamo dodici, chi duca chi emiro,
 siamo tutti nobili del nostro re,
 e il minore ha castelli e città;
 e per lealtà vi posso ben giurare
 che in tutto il mondo della cristianità
585non c’è re, principe o emiro
 che del re di Francia consideri viltà
 avere con lui parentela.
 Quando avremo portato vostra figlia
 e sarà incoronata regina,
590sarà proclamata regina di Francia,
 a gran meraviglia ne potrete essere lieta.
 Se il re è piccolo, Dio l’ha fatto così;
 tuttavia sappiate per verità
 che è prode a giostrare in torneo:
595non c’è cavaliere neppure fra i più robusti(48)
 con il quale non giostri con lancia e spada».
 La dama ride in modo gentile e soave
 e dice ad Aquilone: «Ditemi la verità:
 siete sovrano, conte o emiro,
600amico o intimo del re(49)
  a «Lo sono, mia signora, in verità;
 se il re non si fosse fidato completamente di noi,
 non ci avrebbe mandati qui(50)».
 Disse la dama: « Avete un bell’aspetto;
605al vostro volere e alla vostra volontà
 sia del tutto affidata mia figlia,
 che la conduciate da quel re
 e che egli ne faccia la sua volontà».
 Disse Aquilon: «Ne abbiate mille grazie!»
 
 Come Aquilone di Baviera parlò
 alla regina per vedere sua figlia Berta.
 
 
 XVII
 
610Gentile(51) regina, non vi deve spiacere,
 se ci(52) volete dare vostra figlia
 noi la prenderemo di buon grado e volentieri,
 e la sposeremo per il re,
 e poi la porteremo con noi.
615Ma su una cosa non vi voglio ingannare:
 quando il re di Francia viene a prender moglie,
 prima che si debba coricare con la dama
 si fa spogliare la dama tutta nuda
 e viene ben guardata davanti e dietro;
620se ha qualcos’altro che non sia evidente
 il matrimonio viene ritirato».
 Disse la regina: «Non abbiate quel pensiero,
 perché farò spogliare mia figlia per voi
 così la potrete controllare minuziosamente.
625Se non la troverete tutta sana e intatta,
 tranne i piedi, non mi potrete biasimare per nient’altro».
 Disse Aquilone: «Di quelli non vi domando.
 Ma se mi volete garantire in fede vostra
 che ciò che vi sento raccontare è vero,
630mi fiderò di voi».
 Disse la regina: «Ascoltate, cavaliere:
 non voglio che mai mi dobbiate biasimare.
 Verrete dentro alla mia camera di nascosto:
 farò spogliare mia figlia per voi,
635potrete vederla tutta nuda».
 Perché dovrei dilungarmi oltre?
 La regina prese fra i(53) cavalieri
 il duca Aquilone e Morando da Riviera;
 con questi due entra nella camera
640e fa spogliare sua figlia.
 A quei due la mostra davanti e dietro;
 questi sono soddisfatti, così se ne ritornano indietro.
 Se aveste visto allora tutti i messaggeri
 averne gran gioia assieme al re!
645Il re non volle dimenticare la cosa;
 fece riunire la sua gente e i suoi baroni,
 tutti i migliori della sua terra,
 per venire da sua figlia che vuole mandare a nozze.
 Ci fu gran corte davanti e dietro,
650e perciò(54) avreste visto i cavalieri fare tornei
 e le dame ballare e fare carole;
 per amore di Berta le avreste viste danzare.
 Quella corte durò quindici giorni interi;
 quando Aquilone va a parlare al re
655per chiedere congedo, se ne vanno
 e vanno a pregare dolcemente la regina
 che affidi loro la figlia.
 Dice la regina: «Di buon grado e volentieri;
 ora lasciatemi preparare mia figlia».
 
 Come la regina portò Aquilone
 per vedere sua figlia nuda.
 
 
 XVIII
 
660Quella regina fu così saggia e valente,
 a meraviglia aveva il cuore molto gentile,
 a sua figlia parlò dolcemente:
 «Figlia», disse, «il pensiero vi consigli(55);
 vi ho maritata molto onorevolmente,
665e perciò porterete una corona d’oro splendente;
 e vi ho affidata ad una gente straniera,
 che vi dovrà condurre al suo comando.
 Vi darò oro puro e argento in quantità:
 siate cortese e di buona presenza,
670che non vi si consideri regina da niente;
 donate loro abiti e vesti.
 Sopra tutte le cose vive al mondo
 amerete lealmente il vostro signore,
 farete tutto il suo volere;
675sarete cortese con tutta l’altra gente:
 servite ciascuno lealmente e rettamente,
 fate che di voi non si lamenti scudiero né sergente».
 Disse la dama: «Ne ho ben desiderio,
 il vostro consiglio lo tengo per leale;
680e tale lo terrò finché vivrò.
 E di questo state sicura».
 
 Come la regina consigliò sua figlia;
 le concesse completamente tutto ciò era necessario.
 
 
 XIX
 
 Il duca Aquilone il buon consigliere,
 mai al mondo ce ne fu uno migliore
 né che al re facesse maggior onore,
685fu padre di Namo che sopra tutto fu il fiore;
 disse al re dolcemente per amore:
 «Ai sire! Per Dio il creatore,
 poiché abbiamo compiuto il nostro incarico
 dunque lasciateci accogliere la moglie di Pipino,
690ché vogliamo tornare nella terra più grande
 e condurre vostra figlia a grande onore».
 Disse il re: «Volentieri, senza inganno».
 
 Come Aquilone parlò al re
 e domandò(56) sua figlia.
 
 
 XX
 
 Il re d’Ungheria non volle indugiare,
 chiamò Belisant sua moglie:
695«Dama», disse, «vedete i messaggeri,
 che vogliono portare via vostra figlia.
 Dunque consegnatela loro(57), se l’avete fatta preparare
 con tutte quelle cose di cui ha bisogno,
 che non le manchi nulla che si possa pensare».
700Disse la regina: «Lasciate stare;
 la manderemo con tale grandezza
 che non le mancherà il terreno sotto le scarpe(58):
 ho fatto rinnovare tutto il suo corredo».
 Allora fa venire i messaggeri,
705li fa andare dall’altra parte verso Berta:
 «Signori», dice, «non vi spiaccia,
 prendete la dama a vostro giudizio
 e conducetela sana e salva
 dal suo signore che la desidera».
710Quelli le dicono: «Di buon grado e volentieri».
 La regina fa preparare un cavallo:
 chi volesse contrattare(59) la sella soltanto
 non la potrebbe comprare per mille lire.
 La gioia fu grande quando arrivò il momento di consegnarla,
715fu grande quando arrivò il momento di separarsi.
 Chi avesse visto la regina baciare sua figlia
 e dall’altra parte il re che è suo padre!
 E la regina fece caricare quindici somieri
 d’oro e d’avorio, d’oro puro e di denari,
720e altrettanti di abiti da regalare,
 che erano tutti di palio e di zendado.
 Quando i messaggeri prendono ad andare,
 e devono separarsi dalla loro figlia,
 il re e la regina cominciano a piangere;
725e poi montano a cavallo
 più di mille nobili cavalieri,
 accompagnano la loro figlia per più di due leghe;
 alla partenza(60) la vanno ad abbracciare.
 Il re e la regina cominciano a piangere;
730tornano indietro e li lasciano andare.
 Ancora non sanno che grande dolore!
 Cavalcano tre giorni interi per l’Ungheria
 e non spendono un soldo del loro(61).
 Non vollero tornare attraverso la Lombardia,
735cominciano ad attraversare la Germania.
 Quando arrivano a un castello o a una torre
 ed è l’ora di trovare dimora,
 non vogliono mai fermarsi in un ostello;
 a casa di un conte o di un gran cavaliere
740fanno smontare la dama da cavallo
 e la fanno ospitare riccamente.
 Non ci fu duca, conte o principe
 che per amore del re che governa la Francia
 non la riceva e la veda volentieri.
745E la regina fu cortese e nobile:
 se trovava una damigella da sposare,
 figlia di colui che l’ospitava,
 per cortesia la andava a domandare
 e prometteva di sposarla nobilmente;
750se gliela concedono, la porta volentieri con sé.
 Cavalcano tanto a lungo per vie e sentieri
 che una sera all’ora del vespro
 vanno ad albergare a Maganza
 a casa di un conte che ha nome Belençer,
755che fra quelli di Maganza a quel tempo era il più nobile.
 
 Come il re chiamò sua moglie
 e come fu affidata la dama.
 
 
 XXI
 
 I messaggeri sono entrati a Maganza,
 hanno alloggiato a casa di Belençer,
 e quello li riceve volentieri e di buon grado,
 li onora molto per amore del re.
760Ha una figlia, non ne potreste vedere una più bella,
 che assomiglia talmente alla regina
 che, a metterle vicine,
 non si potrebbe distinguere l’una dall’altra.
 Alla regina era così gradita
765che al bere e al mangiare le sedeva ai piedi,
 e si coricavano assieme in un unico letto.
 Soggiornarono là per tre giorni;
 prima di partire e allontanarsi
 la chiede e domanda a suo padre
770perché con lei vada in Francia
 e lì sia nobilmente maritata.
 Tanto la pregano Aquilone
 e la regina, che lui gliela affida,
 e nobilmente le manda
775uno dei migliori della sua contrada
 che è suo parente;
 glielo dà come servitore
 perché le doni tutto ciò che desidera.
 I messaggeri montano a cavallo;
780quando si avvicinano a Parigi,
 mandano messaggi al re
 che la regina viene con la sua nobiltà,
 nobile come regina incoronata.
 Di quella cosa il re fu felice e lieto;
785manda a chiamare per tutto il suo regno
 e fa venire i conti e i nobili;
 per andarle incontro fa montare a cavallo
 più di mille valenti cavalieri.
 Quando furono a meno di due leghe da Parigi,
790e Berta fu stanca e tutta affaticata,
 perché aveva tanto cavalcato,
 parlò alla fanciulla e disse:
 «Gentile compagna, è bene che mi serviate
 di una cosa per la quale vi sarò molto grata».
795Disse la fanciulla: «Dite e comandate;
 ciò che vi piace sarà ben concesso».
 
 Come i messaggeri furono ospitati(62) a Maganza
 e come la regina prese a cuore la fanciulla.
 
 
 XXII
 
 «Gentile fanciulla», disse Berta ascoltando,
 «mi duole tutto il costato e il fianco,
 per il tanto cavalcare sono di malavoglia;
800mi fido più di voi che di chiunque altro,
 per questo vi dico il mio cuore e il mio desiderio:
 se mai mi dovete fare alcun servizio,
 farete questa notte il mio comando.
 Vi farete avanti come foste la regina
805e arditamente entrerete nella camera,
 e io rimarrò indietro, me ne starò nascosta.
 Con il re andrete solamente nel letto:
 se vi volesse toccare o dirvi alcunché,
 pregatelo bene e dolcemente
810che non vi debba toccare finché non sia passato un giorno,
 ché per il cavalcare vi siete fatta tutta stanca;
 farete il suo comando un altro giorno».
 Disse la fanciulla: «Di questo non dubitate,
 farò bene ciò che l’opera richiede».
815Nel frattempo viene avanti il re con tutta la sua gente,
 con gran baldoria e gran divertimenti;
 conducevano le dame con grande onore.
 All’entrare nella camera la fanciulla non esita:
 entrò nel letto quando il re lo comandò,
820e Berta restò indietro, non si precipitò(63),
 mai nella sua vita fu così dolente.
 
 Come la regina pregò la fanciulla che
 al posto suo quella notte si presentasse
 al re nel letto, ma non facesse il suo volere.
 
 
 XXIII
 
 Quella fanciulla non fu pigra,
 andò a coricarsi nel letto,
 non ci fu uomo né donna che andasse a disturbare,
825la corte era così grande che non ci pensò nessuno.
 E Aquilone e gli altri mesaggeri
 erano tornati, andati al loro albergo;
 e dama Berta rimaneva indietro,
 aveva una tale vergogna che non osava proferire parola.
830E il re va a coricarsi nel suo letto
 e a stringere e toccare quella dama;
 quando arrivò al punto che la volle sollazzare,
 la fanciulla fu cortese, non si tirò indietro.
 Rimase con lei per l’intera notte,
835il re ne fece tutto il suo volere;
 la cercò per bene tutta quanta per intero,
 e trovò i piedi piccoli, della qual cosa ebbe meraviglia
 per le parole che aveva detto il giullare;
 e poi cominciò a pensare fra sé:
840«Il giullare ha detto così per farmi adirare».
 Tanto ne fa il suo volere, che non si cura di niente.
 Prese gli averi, l’oro puro e i denari
 e gli arnesi di palio e di zendado,
 e li donò al quel giullare cortese.
845Il re non pensava male della sua dama:
 credeva bene che fosse la sua legittima sposa,
 così come Aquilone il signore di Baviera
 in Ungheria dapprima l’aveva presa in sposa(64).
 Passò quel giorno e tutto quello successivo
850tanto che Berta le disse che si tratteneva troppo,
 che voleva pur entrare nella sua stanza.
 Disse la fanciulla: «Voglio ben concederlo.
 Questa notte preparatevi;
 al mattino quando suonerà [la campana],
855io mi alzerò come per pregare(65);
 allora potrete entrare nel letto».
 E Berta dice: «È ben da concedere».
 Non sa che cosa le deve capitare;
 perché quella malvagia, che Dio l’affligga!,
860fece cercare e chiamare il suo servitore
 che suo padre le aveva dato perché la proteggesse;
 e prese a raccontargli tutta la faccenda.
 Quando quello l’udì, ne ebbe molta meraviglia.
 
 Come la fanciulla per volere di Berta
 entrò nel letto col re e fece il suo volere;
 ora ascolterete ciò che avvenne di Berta e come fu tradita.
 
 
 XXIV
 
 «Servitore», disse la malvagia, «ascoltate il mio discorso:
865quando mi allontanai da casa mia,
 mio padre mi donò voi come fratello e compagno,
 perché faceste il mio volere e il mio bene.
 Quella Berta che ci condusse(66) qui,
 dapprima mi fece il dono(67)
870di coricarmi assieme(68) al re,
 ma che non mi lasciassi toccare per nessuna ragione;
 quella promessa non valse un bottone,
 poiché il re mi ha avuta, lo volesse o meno.
 Se fai quello che ti racconterò,
875sarò regina di Francia e di Laon(69)
 e di te farò un così gran barone
 che maggiore non ce ne sarà in tutta la Germania».
 Disse il servitore: «Dite, noi lo faremo.
 Mi confonda Dio che soffrì la passione,
880se mai a causa mia alcuno la salverà».
 
 Come Aliç(70) la falsa decise col suo
 servitore che(71) Berta fosse condotta nel bosco a morire(72).
 
 
 XXV
 
 Quella malvagia, che è stata tentata dal diavolo,
 mostra la faccenda a quel suo servitore.
 «Servitore», disse, «sapete che cosa farete?
 Questa sera quando sarà buio,
885la prenderete contro la sua volontà,
 e le chiuderete la bocca così bene,
 che se anche gridasse non verrebbe udita.
 Poi la porterete in un bosco frondoso,
 e lì sia uccisa e abbandonata.
890La sotterrerete in una fossa(73)
 cosicché di lei non si abbia più notizia né ambasciata».
 E quello le dice: «Non parlate più.
 Farò meglio di quanto abbiate ordinato».
 «Andate», disse lei, «e tornate presto».
895E quello si allontana dalla dama.
 Con lui domandò altri due
 che erano della sua contrada.
 Quando venne la notte e il giorno fu passato,
 all’ora che la malvagia aveva ordinato,
900e la regina credeva di compiere il suo volere
 ed entrare nel letto col re,
 quei malvagi la prendono e la legano,
 e le imbavagliano la bocca.
 La portano via contro la sua volontà
905ed escono dalla città di Parigi;
 non si fermano fino ai boschi frondosi.
 E poi le tolgono il bavaglio e la slegano;
 vogliono ucciderla: quella chiede pietà,
 si mette in ginocchio davanti(74) a loro.
910«Ah! Signori», dice, «pietà, per l’amor di Dio!
 Non mi uccidete, ché fareste gran peccato.
 Se grazie a Dio mi lasciate la vita
 andrò in tal luogo che mai non sentirete mia notizia».
 Quando quelli la sentono sono mossi a compassione;
915l’uno guarda l’altro
 e le dicono: «Questo è gran peccato,
 mai nessuno ne pensò uno più grande».
 Hanno il cuore afflitto da Dio.
 Dicono: «Dama, da voi non viene peccato(75);
920ora giurate che non tornerete mai
 in questa terra e in questa contrada».
 E lei lo fa volentieri e di buon grado,
 e giura sui santi
 che in vita loro mai più la vedranno.
925Quelli partono, tornano indietro,
 e lei rimane nella selva frondosa.
 E quella malvagia che li aspettava
 quando furono tornati indietro
 domandò loro come(76) avessero agito.
930«Bene, nostra signora; siete libera da lei:
 l’abbiamo uccisa, l’abbiamo sotterrata
 nel gran bosco, dentro una fossa».
 
 Come la malvagia fanciulla per prima
 cosa(77) gli disse ciò che doveva fare di Berta.
 
 
 XXVI
 
 Ora lasceremo la malvagia che sta in gran riposo,
 non ha più paura di nulla;
935e il re la considera fedele come una moglie,
 non sa affatto quanto sia in errore.
 Non l’avesse stimata così tanto
 ne avrebbe anzi avuto vergogna e disonore,
 se avesse saputo immediatamente
940ciò che hanno fatto i malvagi traditori,
 giacché per quella dama venne un così gran male
 che ne morirono più di mille peccatori
 che mai non videro figlie né sorelle.
 Sta con il re come fosse sua moglie;
945ha fama di essere figlia del re d’Ungheria.
 Dal re ebbe tre figlie come dice l’autore:
 Lanfroi e Landris(78), Berta fu la più piccola,
 che fu madre di Rolando il nobile guerriero
 e di Milone(79), come sentirete in seguito.
 
 Qui si racconta di quella malvagia femmina
 e dei figli che ebbe dal re Pipino.
 
 
 XXVII
 
950Ora Berta è nel bosco frondoso,
 se ha paura non meravigliatevi:
 così come fanciulla che sia stata abbandonata
 piange e lacrima, e molto si lamenta.
 Non riesce a vedere nient’altro che alberi frondosi
955e il bosco che è lungo e largo;
 per la paura delle bestie feroci
 si confessa al Signore.
 «Ah, Vergine fanciulla, regina incoronata,
 abbiate pietà di questa peccatrice!
960Conducetemi oggi
 in un luogo dove possa trovare accoglienza,
 che io non muoia qui in così gran viltà.
 Ah, femmina malvagia, come mi hai ingannata!
 Non credevo certo a simile falsità:
965ti ho portata con me per grande amore,
 ti onoravo più che se fossi stata generata con me.
 Ah, regina d’Ungheria, questo non lo sapete;
 di questa gran pena nella quale sono entrata
 mai riceverete da me messo né ambasciata.
970La sorte si è volta contro di me».
 Quando si fu molto lamentata
 ed ebbe molto pianto e lacrimato,
 si segnò il viso, si raccomandò a Dio.
 Si inoltra nel gran bosco,
975va così di ramo in ramo
 come se Dio la conducesse.
 Esce dal bosco e vede un bel prato,
 guarda davanti a sé:
 vede venire un cavaliere molto stanco,
980e quando lui la vede si meraviglia molto.
 Viene nella sua direzione;
 quando le è vicino le si rivolge così:
 «Dama», dice, «chi vi ha portata qui
 attraverso la gran selva e il bosco frondoso?
985Mi sembrate tutta spaventata».
 «Mio signore», dice Berta, «ora non meravigliatevi,
 ché il mio signore mi è stato ucciso(80) da persone malvage,
 e così avrebbero fatto di me, se mi avessero presa.
 Ah! Gentil uomo, per la santa carità,
990voglio pregarvi che mi portiate con voi
 in qualunque luogo risiediate».
 «In fede», dice lui, «sarete ben accolta:
 sarete condotta al mio castello;
 là soggiornerete a vostra volontà».
 
 Come Berta rimase nel bosco
 e come Sinibaldo la trovò.
 
 
 XXVIII
 
995Quel castellano era prode e valente
 e aveva nome Sinibaldo, se la storia non mente;
 conduce Berta tutta piangente al suo castello,
 e ha due figlie belle e graziose.
 Quando videro loro padre venire(81) con la dama
1000gli andarono incontro, e presero a domandargli:
 «Che donna è questa che viene così dolente?»
 Ed egli spiegò loro tutti i fatti,
 come suo marito che era un mercante fosse stato ucciso,
 e altrettanto sarebbe accaduto di lei
1005se non fosse fuggita di nascosto.
 «È scappata per quella gran selva:
 il Signore l’ha condotta a salvezza
 ed è venuta al vostro comando,
 per cui vi prego, se mi amate un poco,
1010di non mostrarle altro che(82) un viso gentile e sorridente».
 E quelle gli dicono: «Volentieri, è nostro desiderio».
 E queste damigelle sono molto sagge:
 le vanno incontro e la prendono per mano,
 e la confortano dolcemente;
1015la portano in silenzio nella sua stanza,
 e la onorano come fosse loro parente.
 
 Come le figlie di Sinibaldo vanno incontro
 a Berta e domandano a loro padre chi sia.
 
 
 XXIX
 
 Dice la fanciulla: «Dama, il vostro arrivo
 ci rallegra e ci sprona(83),
 siete capitata in un buon ostello:
1020vi tratteremo come foste nostra madre, ben si provvederà a voi.
 Giacché nostra madre è morta,
 sarete calzata e vestita con noi,
 non ci sarà cosa, valesse quanto una lattuga,
 che non sia da noi divisa con voi».
1025Quando dama Berta ode ciò,
 molto le ringrazia e si affida loro
 come fanciulla sperduta.
 E Dio le venne in aiuto,
 fu restituita da questo castellano:
1030di Pipino prima fu l’amica
 e poi fu regina quando giunse sua madre;
 e la malvagia che così la ingannò
 fu tratta a mala morte.
 
 Come le figlie di Sinibaldo fecero
 grande onore(84) alla regina Berta.
 
 
 XXX
 
 Udite, signori, se vi piace ascoltare:
1035nessun uomo deve disperare di Dio,
 ché la sua sorte non può venirgli meno;
 nessun uomo può mai sapere
 ciò che gli può succedere e accadere.
 Berta, la regina che doveva governare,
1040ora conviene che mangi il pane altrui,
 non sa dov’altro andare.
 Ma a quelle fanciulle era così cara
 che non pareva affatto una sconosciuta:
 restava con loro a bere e a mangiare,
1045ma nonostante ciò aveva il cuore triste,
 e giorno e notte non smetteva di piangere.
 Con quel castellano del quale mi sentite cantare
 e con le sue figlie che tanto gli erano care
 rimase Berta per più di un anno intero.
1050Berta era così maestra in ogni compito
 che non se ne poteva trovare una migliore:
 sapeva ben cucire e tagliare,
 ed era esperta in ogni tipo di ricamo;
 e prese quindi ad istruire quelle fanciulle
1055che l’amavano più che fosse stata loro madre.
 In quel tempo del quale mi sentite raccontare
 Pipino decise di andare a caccia;
 mandò a dire a Sinibaldo che preparasse
 le vettovaglie e tutto ciò di cui c’era bisogno:
1060voleva venire a stare al castello
 e fermarsi per tre giorni.
 E Sinibaldo lo fece di buon grado e volentieri.
 
 De l’avventura che accadde a Berta e come
 il re Pipino mandò a dire a Sinibaldo…(85)
 
 
 XXXI
 
 Ora il re va a caccia
 e ha con sé i suoi conti e i suoi baroni:
1065alcuni portano sparvieri ed altri portano falchi,
 e hanno bracchi e levrieri in quantità.
 Arrivano al castello di Sinibaldo
 e lì albergano cavalieri e pedoni,
 poi vanno a cacciare quando arriva la stagione;
1070e Pipino mette Sinibaldo al corrente
 delle sue bestie e di altre [cose](86).
 Quando ne ebbero a lungo discusso vanno verso la torre
 guardando il castello tutto intorno;
 il re osservò, e fece bene,
1075e vide le fanciulle stare al balcone:
 quando le vide si meravigliò molto,
 giacché non aveva mai visto Berta in quella casa.
 
 Come Pipino va a cacciare
 al castello di Sinibaldo e con i suoi baroni.
 
 
 XXXII
 
 Il re Pipino chiama Sinibaldo:
 «Ora ditemi, e ditemi la verità:
1080ho visto una dama molto ben ornata,
 mi sembra molto bella».
 Disse Sinibaldo: «Vi sarà ben raccontato.
 L’ho trovata nella selva frondosa,
 è ormai passato un anno;
1085l’ho tenuta e custodita molto bene
 assieme alle mie figlie che ha così istruite
 che ora ciascuna è un’esperta maestra».
 Disse il re: «Ora andate
 e fate in modo che stanotte ne faccia la mia volontà;
1090altrimenti, avrete agito male».
 Disse Sinibaldo: «Non parlatene per niente,
 non lo concederò mai;
 mi lascerei piuttosto bandire
 e passerei al di là del mare salato
1095che saperla violata in casa mia,
 a meno che non sia per sua volontà».
 Disse il re: «Avete parlato bene;
 andate da lei e domandatele
 se vuole consentirmelo per sua volontà».
1100Disse Sinibaldo: «Ora attendete
 finché non sarò ritornato».
 Il re rimane e quello se ne va,
 viene alla camera dove trova Berta.
 La chiama, le si rivolge così:
1105«Dama», dice, «abbiamo agito male,
 mi conviene andare in terra straniera.
 Il re ha promesso e giurato così:
 se non vi avrà a suo piacere
 non mi lascerà un solo piede di terra;
1110e io preferisco piuttosto essere cacciato
 che accada cosa che non vi sia gradita».
 Berta, quando sente ciò, fa una risata
 e dice a Sinibaldo: «Non preoccupatevi di questo:
 mi avete servita e onorata così tanto
1115e così pasciuta e nutrita,
 vestita e calzata con le vostre figlie,
 che mai non vi recherò disturbo;
 sono pronta a fare la sua volontà».
 Quando Sinibaldo l’ode la ringrazia;
1120se ne ha gioia non è il caso di domandarselo:
 mai ne ha avuta altrettanta nella sua vita(87).
 Viene dal re, e glielo racconta;
 il re ne fu tutto felice e contento.
 
 Come Pipino vide Berta e la desiderò
 e la domandò a Sinibaldo.
 
 
 XXXIII
 
 Il re era nel salone
1125e Sinibaldo tornò da lui
 e gli disse e gli raccontò la notizia,
 che la dama era pronta
 a voler fare tutta la sua volontà.
 Il re ne fu molto lieto e contento
1130e disse a Sinibaldo: «Avete ben operato.
 Per questo caldo di mezza estate
 nel cortile(88) sopra un carro su ruote
 fate che sia preparato(89) un gran letto;
 sia addobbato con stoffe preziose:
1135voglio coricarmici sopra con la mia sposa
 e fare di lei la mia volontà».
 Lo disse per scherzo, ma la cosa si avverò:
 il giorno se ne andò, si avvicinò la notte,
 e il carro fu ben preparato;
1140il re ci montò su con Berta.
 Prima di fare di lei ciò che voleva
 controllò la dama da ogni lato(90):
 non le trovò nessun difetto,
 tranne i piedi che trovò grandi e smisurati.
1145Ma non per questo ci rinunciò;
 ebbe da lei amore e amicizia
 per tutta la notte, quanto fu lunga e larga.
 E il Signore gli diede questo destino,
 quella notte fece così bene
1150che rimase incinta di uno splendido erede;
 quello fu Carlo il grande coronato
 e fu benedetto e consacrato da Dio:
 in tutta la cristianità non ci fu re migliore,
 né più temuto dalla gente senza fede.
 
 Quando Sinibaldò parlò a dama Berta e
 come lei acconsentì a fare la volontà del re
 e il re ordinò di fare il letto su un carro.
 
 
 XXXIV
 
1155Quando Pipino ebbe soddisfatto le sue voglie
 di dama Berta dal viso sorridente
 si separò da lei allegro e felice;
 non aveva alcuna cattiva intenzione.
 La affida e la raccomanda a Sinibaldo
1160che per lei faccia ancor meglio di quanto facesse prima,
 e se lei dovesse cercare o chiedere qualcosa
 che le sia esaudito immediatamente;
 e Sinibaldo eseguì il suo comando.
 Tornano a Parigi il re e la sua gente;
1165con la malvagia regina andava d’accordo:
 la faceva obbedire da piccoli e grandi,
 portava la corona del regno di Francia.
 E Berta fu incinta per nove mesi,
 ebbe un bel bambino in casa di Sinibaldo.
1170Di questo Sinibaldo fu felice e contento:
 montò di persona a cavallo,
 portò immediatamente la notizia al re.
 E il re gli disse: «Farete il mio volere:
 per prima cosa farete battezzare il bambino;
1175mettetegli nome Carlo, perché io lo comando».
 E lo fecero, né nessuno si oppose;
 e Sinibaldo fu saggio e valente,
 per quella dama fece tutto il suo volere.
 D’ora in poi smetteremo di raccontare di lei;
1180comincia il romanzo della regina d’Ungheria.
 
 Come Pipino quando ebbe fatto
 il suo volere di Berta se ne tornò a Parigi…(91)
 
 
 XXXV
 
 Voglio raccontarvi della regina d’Ungheria.
 Da quando sua figlia si è separata da lei
 non ha potuto ascoltare da lei nessun messaggio,
 e quando le mandava messaggeri
1185nessuno la poteva vedere né guardare.
 Come sapeva che dovevano entrare in Francia,
 si metteva a letto, si faceva avvolgere [nelle coperte]
 e a quei messaggeri faceva donare cose
 e denaro da spendere;
1190faceva sigillare lettere e missive,
 e le faceva portare indietro a sua madre.
 E quando i messaggeri tornavano indietro
 la regina cominciava a chiedere e domandare
 di sua figlia, se avesse avuto un erede,
1195se l’avessero vista in strada o per sentieri
 o in qualche stanza o nel salone.
 E i messaggeri le dicono: «Non vorremmo mentire:
 non l’abbiamo potuta vedere né guardare,
 l’abbiamo sempre trovata malata.
1200Fa donare oro puro e denari,
 fa fare lettere e sigillare missive,
 e poi fa dare il congedo;
 che lo vogliamo o meno, ci tocca ritornare».
 La dama ode ciò, crede di perdere il senno;
1205viene dal re, e comincia a parlargli:
 «Mio sire», dice, «mi meraviglio molto:
 a mia figlia ho mandato più di venti messaggeri,
 nessuno mi sa dare notizia di lei,
 che l’abbia vista in camera o terrazza.
1210Temo molto che abbia qualche malanno;
 se non la vedo non voglio più vivere.
 Se volete e se amate la mia anima,
 lasciatemi andare a parlare con mia figlia;
 e quando avrò saputo delle sue azioni,
1215tornerò subito indietro».
 
 Come la regina d’Ungheria mandò in Francia
 messaggeri per sapere notizie di sua figlia.
 
 
 XXXVI
 
 La regina d’Ungheria ha gran signoria,
 a meraviglia ha il volto ardito;
 dice al re: «Datemi compagnia,
 voglio andare in Francia, l’inespugnabile,
1220a vedere quel re e i suoi baroni
 e che n’è accaduto di mia figlia Berta».
 Dice il re: «Voi cercate follia:
 il cammino è lungo e la via incerta;
 vostra figlia sta bene e ha gran signoria
1225e ha figli e figlie dal re.
 E questo lo so per certo da messi e spie».
 Quando sente ciò la dama sbotta(92):
 «Re cattivo, non vali una sorba!
 Se non mi dai congedo, per il Dio figlio di Maria,
1230contro il tuo volere mi metterò per strada,
 andrò da sola senza nessuna compagnia,
 e farò una cosa tale che sempre ne verrà disonore».
 E il re quando sente ciò è tutto spaventato;
 per la paura non sa cosa dire,
1235si umilia tutto verso di lei:
 la teme più di qualunque altra cosa.
 «Regina», dice, «vi ho sentita fin troppo bene:
 sia accontentato il vostro desiderio»(93).
 
 
 XXXVII
 
 Quando sente dire la sua dama
1240che vuole andare a Parigi
 a vedere sua figlia dove la potrà trovare,
 che lo voglia o no, deve acconsentire.
 «Dama», dice, «non dovete per nulla contrariarmi,
 né per quest’azione dovete biasimarmi.
1245Vi amo così tanto che non si può dire,
 per questo non vorrei allontanarmi da voi;
 se dovrete andare in Francia
 prima che ritorniate mi sembreranno passati mille anni:
 non potrò bere né mangiare
1250né dormire o riposare nel letto,
 avrò sempre pensiero di voi.
 Ma giacché così volete e pur desiderate andare,
 andate, non abbiate rimprovero.
 Portate oro puro e argento in quantità,
1255che abbiate da spendere lungo il cammino;
 conviene che portiate con voi un cavaliere
 e che vi accompagni all’andata e al ritorno.
 Quando il re e i baroni vi vedranno andare così
 vostra figlia sarà ancora più degna di essere onorata
1260e lo stesso re l’avrà più cara,
 si considererà più grande e nobile».
 Disse la regina: «Ora vi ho sentito parlare;
 questo avreste dovuto dire oggi per prima cosa
 e non farmi corrucciare per nulla.
1265Del vostro non voglio spendere un denaro,
 ho molto da spendere e da donare:
 non verrà con me alcun cavaliere
 che non abbia assoldato con i miei averi».
 La gentile dama prese a ringraziare il re;
1270non volse tardare per nulla
 e si fece riccamente abbigliare
 con drappi di seta, di porpora e di zendado;
 e i cavalieri che la devono accompagnare
 li fa addobbare nobilmente,
1275ciascuno conduce palafreno e destriero.
 
 Come la regina d’Ungheria parlò al re,
 e gli domandò il permesso di andare in Francia.
 
 
 XXXVIII
 
 Quando la regina fu pronta
 e il suo signore l’ebbe ringraziata,
 duecento cavalieri furono bardati per lei,
 e la regina poi(94) fu preparata,
1280caricarono d’oro trenta somieri;
 per andare e per tornare indietro
 avrà molto da spendere e da donare
 per sé e per quelli che la seguono:
 potrà cavalcare sicura,
1285ché non riceverà rimprovero da alcuno.
 Quando la regina cominciò ad allontanarsi
 e volle domandare congedo,
 il re andò a baciarla tre volte
 e cominciò dolcemente a pregarla
1290di tornare il prima possibile.
 E quella disse: «Non ho altro pensiero;
 non appena potrò andarmene
 tonerò indietro da voi».
 Montò a cavallo, non volle più tardare,
1295e con lei i suoi cavalieri;
 e il re monta a cavallo
 con tutti i suoi baroni per accaompagnarla.
 Oltre le sue terre pedoni e cavalieri
 la scortano per più di dieci leghe intere,
1300la raccomandano a Dio e tornano indietro.
 Alla partenza il re cominciò a piangere,
 la lasciò andare via malvolentieri;
 ma tanto era temuta per la sua fierezza
 che nessuno osava guardarla dritto in faccia:
1305per tutto il regno si faceva temere così tanto
 che nessuno osava contrastarla per nulla.
 Lei se ne va e il re torna indietro;
 e appena la vide allontanarsi dal regno
 pregò Dio il vero giudice
1310che mai non possa ritornare.
 
 Come il re d’Ungheria compì il volere
 della regina, e le diede il permesso di andare in Francia.
 
 
 XXXIX
 
 Se ne va la regina con gioia e allegria;
 quando ha ottenuto congedo dal suo signore
 ringrazia Dio il creatore
 al quale guarda con tutto il suo amore.
1315Nella sua compagnia ha molti conti:
 erano duecento, tutti su cavalli di pregio;
 mai non potreste vedere una regina
 portare(95) maggior splendore di gioie.
 E non ci fu nella sua compagnia né grande né piccolo
1320che non cavalcasse un palafreno all’ambio,
 e quei destrieri veloci e pregiati
 si lasciano portare davanti per maggior onore.
 Non procedono spediti,
 ogni giorno fanno un breve percorso;
1325mai in Francia ci fu regina
 che ricevesse dalla gente simili onori.
 
 Come la regina d’Ungheria si prepara
 per andare in Francia col congedo del re.
 
 
 XL
 
 Se ne va la regina dal chiaro viso,
 ha con sé duecento compagni
 i migliori della regione d’Ungheria;
1330ciascuno conduce un palafreno e un destriero,
 ciascuno possiede un buon usbergo splendente,
 elmi d’oro e buone spade al fianco,
 portano insegne e (96)pennoni dorati;
 non ce n’era uno che non conducesse un somiero.
1335Era una frotta tanto grande che la gente se ne meravigliava,
 quella di Germania, dove cavalcavano(97).
 Non arrivano ad un castello o ad una torre
 o ad una città che sia di nobiluomo
 che non la ospitino con tutti i suoi compagni
1340e per amore del re non le facciano doni.
 E quella regina è di gran fama:
 a quei cavalieri che sono con lei
 e l’accompagnano in Francia per amore
 a loro donava oro puro e corredi
1345e denari in così grande quantità,
 che non spendevano del loro il valore di uno sperone.
 Ciascuno dei baroni dice fra sé:
 «La nostra regina è di gran fama;
 non lascia che del nostro spendiamo un bottone».
1350Tanto cavalcano per colline e per monti,
 e non fu presto come dice il racconto
 che si avvicinò la regione di Francia.
 
 Come se ne va la regina che prese congedo
 dal suo signore e come cavalca con onore.
 
 
 XLI
 
 Cavalca la regina che ha gran signoria,
 è regina del regno d’Ungheria,
1355e costeggiano una parte della Germania;
 i suoi cavalieri la conducono e la guidano
 e lei è cortese, si piega verso di loro,
 dona loro del suo averi e ricchezze:
 non li lascia spendere il valore di una sorba,
1360e loro di questo la ringraziano umilmente.
 Tanto cavalca la dama di notte e di giorno
 che arriva a due giorni e mezzo da Parigi,
 per cui prende dei messaggeri con rami fioriti
 che al re che comanda la Francia
1365portino la novella che gli dia gran gioia:
 la regina d’Ungheria viene per vederlo.
 Quando lo sa il re ride di gioia,
 quindi manda a chiamare i suoi baroni
 per onorare la dama, che non vede lungo la strada.
1370Ma quella dama che ha sotto la sua protezione,
 che a dama Berta fece una tale malvagità(98),
 quando sente la notizia
 ne ha tanto dolore che per poco ne esce di senno;
 non sa che fare né che dire,
1375vede bene che la sua fine è compiuta,
 perché la regina che viene d’Ungheria
 si accorgerà di certo che non è sua figlia.
 Se ha paura non meravigliatevi,
 che lei sa bene, come udito ha
1380e aveva da messi e spie,
 che né in cristianità né in paganìa
 ci fu mai dama che fosse così ardita
 né che avesse così tanta follia.
 
 Come la regina se ne va con duecento
 cavalieri e così cavalca per la Germania.
 
 
 XLII
 
 La regina d’Ungheria cavalca con la sua gente
1385con duecento cavalieri saggi ed esperti,
 e non ce ne fu uno che non avesse una buona bardatura
 e buon destriero agile e veloce;
 e cavalcano palafreni che vanno all’ambio,
 e non ce ne fu uno che fosse il più lento
1390che non avesse un’armatura d’oro e argento.
 Andava in salvo in Germania;
 quando si avvicinarono a Parigi,
 i messaggeri erano a dieci leghe(99)
 e portavano presto la notizia.
1395Il re e i baroni si prepararono tutti
 a riceverla onorevolmente
 come regina del mondo,
 ma quella dama che fece il tradimento
 pensò di fare diversamente;
1400ma la sua opera non le valse niente.
 Si finse malata, si stese in letto,
 e comandò al suo servitore
 che non lasciasse entrare nessuno nella camera,
 e le finestre e gli usci
1405fece chiudere con forza,
 che nella camera né dietro né davanti
 non si potesse vedere alcuna luce.
 Tanto va la regina che si avvicina a Parigi,
 il re le va incontro con tutta l’altra gente;
1410la regina vede il re, lo prende fra le sue braccia,
 per amore di sua figlia l’abbraccia dolcemente.
 Quando furono alla piazza salì alla sala maggiore,
 ma di sua figlia non vide nulla;
 per cui si meraviglia grandemente,
1415e non può fare a meno di spaventarsi.
 
 Come la regina cavalca verso Parigi
 e manda a dire al re che le venga incontro.
 
 
 XLIII
 
 Quando la regina fu salita al palazzo,
 giacché il re i baroni l’avevano accompagnata,
 guardò davanti e dietro:
 non vide sua figlia, se ne meravigliò molto;
1420quindi interrogò il re:
 «Che è capitato a mia figlia?
 Sono già sette anni passati e finiti
 che non la vedo, e perciò sono partita
 dall’Ungheria, un paese lontano(100)».
1425Dice il re: «Ora non meravigliatevi;
 vostra figlia è a letto ammalata,
 sono tre giorni che non si alza».
 La dama ascolta, si spaventa tutta;
 va alla porta della camera, la trova chiusa,
1430e quel servitore le andò davanti,
 disse: «Mia signora, per amor di Dio sopportate,
 che il medico ha ordinato
 che non entri nessuno.
 La dama si è un poco addormentata».
1435La dama sente ciò, ne è tutta rattristata
 e se la prende con lui.
 Lo afferra in malo modo,
 gli dà uno strattone e lo tira indietro;
 arriva alla porta della camera, la apre,
1440entra dentro a forza,
 e quando è nella camera vede una tale oscurità
 che va ad una finestra e la spalanca.
 Quando ci fu luce, andò accanto al letto
 dove la dama era tutta avvolta,
1445e la regina le domandò:
 «Figlia», dice, «come vi siete ammalata?
 Quando sono partita e ho lasciato l’Ungheria,
 per amore vostro mi sono preoccupata».
 E quella dama che fu nata in un’ora maledetta,
1450pur piano(101) come donna malata
 risponde alla regina:
 «Madre», dice, «ora perdonatemi,
 giacché mi sono gravamente ammalata».
 E la regina era saggia e rispettata,
1455le tocca il corpo nudo,
 e l’ha cercata nei fianchi e nel costato
 e nel petto e davanti e dietro;
 poi arriva ai piedi che non ha dimenticato,
 li trova piccoli e non fatti
1460come li aveva Berta, la sua nobile erede.
 Quando vide ciò, si spaventò tutta
 e disse: «Malvagia, mi avete ingannata!»
 La regina non discute con lei,
 anzi la prende per i capelli.
1465La regina aveva un gran impeto:
 suo malgrado e contro la sua volontà
 la tira fuori dal letto,
 la trascina a forza per il palazzo(102),
 dando gran strattoni ai capelli(103).
1470Corrono tutti da lei buoni e cattivi,
 lo stesso re arriva di corsa,
 e dice: «Mia signora, avete perduto il senno?
 Che vi ha fatto vostra figlia perché la trasciniate così?»
 La dama, come vede il re, lascia andare la dama
1475e prende il re, lo butta per terra,
 e gli dice: «Fellone traditore rinnegato!
 Dov’è mia figlia? Ridatemela subito;
 altrimenti siete nato in un’ora maledetta».
 Tutta la baronia arrivò lì di corsa,
1480a nulla valsero amore o amicizia
 perché avesse pietà del re;
 lo feriva con mani e piedi,
 per poco non lo calpestava.
 E quella dama se n’è fuggita
1485appena la gente della regina l’ha lasciata.
 
 Come la regina entrò a Parigi
 e salì al palazzo e il re l’accompagnò.
 
 
 XLIV
 
 La regina non cercò consiglio,
 per nessun motivo volle lasciare il re,
 a nulla valeva che i baroni dicessero e la pregassero:
 «Dama, perché date questo fastidio al re?»
1490E lei disse loro: «Non dovete meravigliarvi,
 perché non riesco a trovare mia figlia».
 Allora il re si mise a pensare
 a quella dama che aveva avuta al castello:
 quando l’aveva vista la prima volta sul carro
1495le aveva trovato i piedi grandi come diceva sua madre;
 disse: «Mia signora, ora tiratevi indietro;
 vi darò una buona notizia,
 ma per prima cosa conviene che cavalchiamo
 fino ad un castello accanto ad un giardino.
1500Credo veramente e ho questa speranza,
 che laggiù troveremo vostra figlia».
 Disse la regina: «Non voglio che si tardi,
 ma sappiate una cosa, senza menzogna:
 che da me non vi separerete
1505finché non mi mostrerete mia figlia».
 Allora il re montò a cavallo
 e così la regina con i suoi cavalieri,
 e di quelli del re ne andò più un migliaio.
 Dei messaggeri andarono avanti da Sinibaldo
1510per dirgli di preparare ogni cosa,
 che il re era in arrivo per divertirsi,
 e non si volesse dimenticare la regina
 che è partita l’altroieri dall’Ungheria.
 Chi dunque avesse visto Sinibaldo preparare il castello
1515di ricchi drappi, di porpora, di zendado!
 E quando il re si avvicina
 e Sinibaldo gli va incontro!
 Il piccolo Carlo già aveva tre anni,
 era abbastanza grande da poter camminare:
1520andò correndo a vedere suo padre.
 E la regina cominciò a domandare(104):
 «Questo bambino mi pare lodevole,
 dall’aspetto sembra prode e valoroso».
 E la regina lo fa portare(105) a sé
1525e dolcemente prende a baciarlo.
 Intanto scendono nel castello;
 il re comincia a chiamare Sinibaldo:
 «Fate che venga a parlare con noi quella dama
 che sapete esservi raccomandata».
1530Dice Sinibaldo: «Di buon grado e volentieri».
 Entrò nella camera, la fece preparare.
 «Dama», dice, «viene a parlarvi
 il re di Francia che tanto è da lodare,
 e la regina d’Ungheria viene a visitarvi».
1535Dice Berta: «Questo lo desidero volentieri».
 
 Come la regina d’Ungheria quando fu salita
 al palazzo guardò dappertutto e non vide sua figlia,
 e come andò al letto dove stava la malvagia.
 
 
 XLV
 
 Quando Berta udì quella notizia
 di sua madre, il cuore le balzò in petto;
 chiamò le altre damigelle:
 «Venite con me davanti al castello
1540per vedere la regina che arriva da lontano».
 E quelle lo fanno, nessuna rifiuta.
 Quando fu nel prato sotto al palazzo
 e la regina, che era così bella,
 vide tutte e tre le fanciulle
1545venire insieme fuori da una valletta(106),
 guardò sua figlia che portava una gonna:
 la riconosce subito dai piedi e dal parlare.
 Quando la riconosce non la chiama nuovamente,
 il cuore le trabocca dalla gioia di vederla,
1550è più felice dell’onore di Tudela;
 le bacia spesso il viso e la guancia.
 
 Come la regina d’Ungheria teneva
 il re a forza e gli domandò se sua figlia non fosse laggiù.
 
 
 XLVI
 
 Il re Pipino non fu mai così felice:
 quando riconobbe per certo e con sicurezza
 che quellaa era Berta dai piedi grandi
1555che dapprima era stata sposa del re,
 non fu mai così felice in tutta la sua vita.
 Disse Berta rivolta alla regina:
 «Madre», disse, «ascoltate per certo;
 per quest’opera e per questo fatto
1560non calunniate affatto il mio signore:
 se ho avuto mali e fastidi,
 la colpa all’inizio fu mia.
 Quella fanciulla che ho portato da Maganza,
 mi fidavo di lei lealmente e di cuore,
1565e lei mi fece tradimento;
 non ne fece uno tale Giuda a Dio onnipotente.
 Fui portata in un gran bosco
 ad essere uccisa per suo ordine;
 e tanto chiesi gran pietà e mercé
1570che mi furono perdonate l’ira e la malavoglia
 e giurai su Dio e i santi
 di non tornare mai più in questa regione.
 Tanto soffrii in quel gran bosco
 che ne uscii fuori e trovai scampo;
1575mi trovò Sinibaldo che veniva cavalcando,
 mi portò in questo castello, mi ha fatto onore
 come se fossi insieme sua figlia e sua sorella,
 per la qual cosa gli sarò affezionata per tutta la vita.
 Mi concessi al re, per cui ebbi questo bambino;
1580se vivrà, sarà prode e valente».
 E la regina non si ferma;
 chiama il re, e dice rivolta a lui:
 «Vi hanno soccorso Dio e la santa maestà,
 perché per quel Dio che nacque in oriente,
1585se non avessimo trovata(107) subito mia figlia
 vi avrei ucciso con un coltello tagliente,
 e non avreste avuto scampo dalle mie mani».
 Il re l’ascolta, e ride allegramente.
 
 Quando la regina d’Ungheria vide sua figlia
 la riconobbe immediatamente e ne ebbe gran [gioia](108).
 
 
 XLVII
 
 Gran gioia ebbe il re Pipino
1590quando ebbe riconosciuta dama Berta
 ed ebbe udito da lei tutto quanto,
 tutto quello che le era successo,
 e come quella malvagia l’aveva tradita;
 se l’era fatta portare, lei che era sua amica(109),
1595per ucciderla nel bosco frondoso.
 Il re giura sul Signore e su Gesù
 che quella malvagia che ha permesso ciò
 come meretrice verrà(110) messa al rogo.
 Il re di Francia non indugia oltre;
1600con la regina venuta d’Ungheria
 e con Berta che Dio ha soccorso
 sono partiti dal castello
 e sono tornati a Parigi.
 
 Come Berta parlò a sua madre la regina
 e le raccontò tutto quello le era successo e come fu tramato.
 
 
 XLVIII
 
 Quando il re fu ritornato a Parigi,
1605quella regina che fu tanto nota
 egli la portò con sé;
 e dama Berta non fu dimenticata,
 ha portato con loro il piccolo Carlo.
 Grande fu la gioia per tutta la città,
1610grande fu la corte davanti e dietro;
 tutti biasimarono il tradimento
 e la malvagia fu presa e legata.
 Prima che la regina fosse partita e andata via
 quella dama fu bruciata in un rogo;
1615per lei il re fu molto pregato
 dai baroni della sua famiglia.
 La stessa Berta per la sua gran bontà
 l’aveva domandato in dono al re;
 ma tutto ciò non le valse una mela marcia(111),
1620perché la regina d’Ungheria n’era così addolorata
 che non l’avrebbe lasciata salva per tutto l’oro della cristianità.
 E quella dama che fu nata in un’ora maledetta
 prima di essere bruciata nel fuoco
 si confessò molto bene:
1625disse a tutti i suoi peccati,
 chiese perdono a Berta,
 e lei lealmente glielo concesse.
 Ma perché far la storia più lunga?
 Quela dama fu bruciata in un rogo.
1630Berta fece una cosa per cui fu molto lodata:
 non appena fu separata dal mondo
 fu tirata fuori dal fuoco,
 a San Denis dove c’è il grande abate
 fu sepolta con grandi onori.
1635Lasciò due figli,
 furono chiamati Lanfroi e Landris;
 e una bambina, le diedero nome Berta,
 quella fu madre di Rolando il gran signore.
 Ascoltate, signori, la gran lealtà di Berta:
1640quei due bambini che erano rimasti soli
 li allevò insieme a Carletto;
 non sapeva affatto quello che le sarebbe accaduto.
 Quando i due fanciulli furono cresciuti abbastanza
 da poter prendere le armi,
1645fecero amicizia con i baroni
 e grazie al potere dei loro parenti
 i traditori operarono in tal modo
 che Pipino e Berta furono avvelenati,
 con la qual cosa credettero di aver vendicato loro madre.
1650Avrebbero di certo ucciso e abbandonato il piccolo Carlo
 non fosse stato per Morando che lo portò via.
 Non poté rimanere in terra cristiana,
 andò con lui in Spagna,
 fu presentato al re Galafrio
1655che lo nutrì e l’allevò;
 e sua figlia gli venne data in sposa.
 Prima che questo romanzo arrivi alla fine
 sentirete come andò la cosa;
 ma prima ascolterete molte cose su Bovo d’Antona(112).
 
 Come la regina parlò a Pipino e poi
 partirono insieme e vennero a Parigi.
 
 
 XLIX
 
1660Udite, signori, e sappiate: quando fu fatto giudizio della dama(113)
 che aveva tradito dama Berta,
 la regina era lì già da tre mesi;
 e quando ebbe sistemato sua figlia
 non volle rimanere a lungo,
1665giacché ricordava che il giorno
 in cui si era separata dal re
 questi l’aveva dolcemente pregata di ritornare.
 Al re Pipino e a sua figlia
 domandò congedo bene e dolcemente,
1670e quando(114) questi vide qual era il suo comando
 e ciò che le piaceva e che desiderava,
 acconsentì a ciò che era suo desiderio.
 Quindi Pipino si alzò in piedi
 e assieme a lui i suoi baroni,
1675montarono a cavallo per scortare la regina.
 Berta vide sua madre, pianse teneramente,
 e lei la baciò e le disse dolcemente:
 «Figlia», disse, «ti raccomando a Gesù;
 per grazia di Dio padre onnipotente
1680siete scampata ad un grande tormento.
 Sopra ad ogni cosa vivente al mondo
 amerete per primo il vostro signore,
 fatevi benvolere da piccoli e grandi».
 «Madre», disse lei, «ne ho ben desiderio;
1685ciò che dite sarà tutto quanto concesso,
 e salutate dolcemente mio padre da parte mia.
 Ma nel frattempo ricordatevi di una cosa:
 non tornate affatto per il cammino
 che avete fatto l’altro giorno,
1690per paura dei baroni di Maganza,
 che sono uomini nobili e hanno molti parenti;
 potreste esserne molestati voi e la vostra gente,
 crederanno con ciò di vendicare la traditrice(115)».
 Quella le rispose: «Farò il tuo comando:
1695andandomene(116) attraverserò la Lombardia,
 poi proseguirò in nave e in battello».
 
 Qui il racconto narra come la dama
 che fece il tradimento fu arsa e bruciata.
 
 
 L
 
 Quando la regina scese dal salone
 tutta la gente si alzò in piedi per lei
 e lei salutò tutta la gente,
1700baciò e abbracciò sua figlia.
 Ciascuna pianse di pietà
 e spesero molte lacrime;
 la regina, che aveva così gran bellezza,
 raccomandò sua figlia a Dio,
1705e segnò lei e Carletto.
 Quando montò a cavallo
 il re Pipino montò dall’altro lato,
 l’accompagnò con più di mille baroni.
 E quei cavalieri che nacquero in Ungheria
1710si sono ben armati e preparati,
 per difendersi se mai trovassero battaglia.
 Va la regina che fu ben scortata,
 ha raccomandato sua figlia al re;
 non sa affatto come siano andate le cose,
1715ciò che le fu destinato:
 non la vide mai più in tutta la sua vita.
 Il re la condusse fuori dalla città,
 l’ha accompagnata per più di quattro leghe;
 le regina se ne va e lui torna indietro,
1720e da quel giorno in avanti la nobile Berta
 fu chiamata da tutti regina di Francia.
 Ed ella fu di così grande bontà
 che amò la piccola Berta
 come se l’avesse portata nel suo stesso corpo,
1725e la nutrì e istruì così bene
 come fosse dama esperta.
 E la regina d’Ungheria fu molto addolorata,
 entrò in nave, e passò dall’altra parte;,
 quando fu arrivata in Ungheria
1730il re le andò incontro:
 ci fu gioia da ogni parte
 per la regina che era tornata indietro.
 
 Dopo che la dama che fece il tradimento a Berta
 fu giudicata, la regina partì e andò in Ungheria.
 
 
 LI
 
 Ora la dama era tornata dalla Francia,
 tutti quelli della contrada ne ebbero gran gioia.
1735Il re vide la regina, la interrogò
 e le chiese notizie
 di come il re Pipino l’avesse onorata.
 E quella gli raccontò tutto quanto,
 come sua figlia fu sostituita
1740tradita ed ingannata da una malvagia:
 «Sappiate, buon re, che se io non fossi andata là
 vostra figlia sarebbe rimasta per sempre orfana del regno(117),
 non sarebbe mai stata incoronata regina di Francia;
 per grazia di Dio e della mia bontà
1745ho tanto fatto e operato
 che è stata proclamata regina di Francia».
 Il re l’ascolta, la ringrazia,
 la bacia tre volte per il suo arrivo;
 ed entrambi ne hanno gran gioia.
1750{Di qui in avanti si allunga la canzone,
 lasceremo il re che fu felice e contento;
 torneremo a Bovo d’Antona,
 come fu assediato da Pipino
 contro il volere dei suoi ricchi baroni(118).}
 
 Come la regina d’Ungheria si separò
 dal re Pipino e da sua figlia e se ne andò nella sua terra.
 
 […]
 
 Come la regina d’Ungheria ritornò
 nella sua terra e raccontò la notizia al re(119).
Secondo Mussafia «legion rappresenta probabilmente regionem»; il termine compare con analogo valore in Bovo d’Antona e in Karleto (cfr. Rosellini, Glossario).
Adota: il senso è qui evidentemente ‘consigliare, istruire’; il verbo adoter compare più volte nel testo, con sfumature di significato differenti e non sempre chiaramente discernibili. Relativamente a questa occorrenza (e a quella del v. 79, cfr.) Cremonesi ipotizza una derivazione da afr. aduire: ‘consigliare, guidare’.
Dovon è terza persona singolare, deformata per adattarsi al contesto rimico (cfr. v. 868).
Mussafia e Cremonesi riportano quale lezione a ms. emviron, che entrambi correggono in e inviron; concordiamo con Rosellini nel leggere chiaramente e inviron, senza alcuna necessità d’intervento.
Cremonesi interpreta seguente come participio presente, con valore di ‘al seguito di’; Rosellini riprende Mussafia nel leggerlo, piuttosto, come ‘dopo il...’ nel senso di ‘ad eccezione di...’. Quest’ultima lettura sembrerebbe più corretta; la frase è comunque da intendersi ‘Aquilone era secondo (per autorità) soltanto al re’.
Bufaor = suonatore di strumento a fiato, secondo Rosellini dall’it. buffatore, secondo Cremonesi dall’afr. buffeor (da buffer = ‘souffler, gonfler’). Per çubler cfr. GRLMA, vol. III, tomo 1/2, fasc. 10, p. 70.
Contrariamente agli editori precedenti, in luogo di zent leggiamo piuttosto ient.
8
Verisi: lett. ‘vedreste’.
9
Ançioner: Mussafia e Cremonesi interpretano ‘tenuto in onore’ (dall’afr. ancienor); secondo Rosellini l’aggettivo è invece «da mettersi in relazione piuttosto con it. anziano nel senso conseguente di ‘prestigio, reputazione…’», interpretazione che ben spiega anche l’occorrenza al v. 1522.
Verisi: lett. ‘vedreste’.
Ançioner: Mussafia e Cremonesi interpretano ‘tenuto in onore’ (dall’afr. ancienor); secondo Rosellini l’aggettivo è invece «da mettersi in relazione piuttosto con it. anziano nel senso conseguente di ‘prestigio, reputazione…’», interpretazione che ben spiega anche l’occorrenza al v. 1522.
Letteralmente: ‘così dona le cose a coloro cui le vuole donare’; il senso del verso non è chiarissimo, ma si tratta evidentemente di uno dei numerosi richiami alla largesse che in Berta connota in senso positivo più di un personaggio.
Adoter: secondo Rosellini deriverebbe da ait. adotare: ‘far suo, sentire come suo’, con il significato traslato di ‘ascoltare, seguire’; cfr. n. 2.
Escler (‘schiavoni’) può valere, genericamente, ‘pagani’.
Accogliamo il suggerimento di Rosellini, che intende por sorte come ‘per sortilegi, arti magiche’, «come, in origine, il lat. sors, sortis» (n. al v. 1264).
Mussafia considera dubbia la lezione relativa alla prima parola del verso: «Parrebbe che dovesse essere il nome del re d’Ungheria, padre di Berta, ma questi al v. 55 è chiamato Alfaris. E li vies rois sarebbe congettura poco persuasiva». Anche Cremonesi la ritiene «certamente lezione corrotta e difficile [da] emendare»; analogamente a quanto deciso da lei e Rosellini, abbiamo scelto di mantenere lo stesso soggetto della frase precedente (Morando) e di interpretare eviec come forma, certo alterata, di avec. [Fu] è gia supplemento di Mussafia.
Questo come è correlato a quello del verso precedente: ‘e (sentirete raccontare) come …’.
Il flash-forward dal v. 78 alla fine della II lassa anticipa gli eventi di Karleto.
Relativamente all’espressione lengua de romant (da intendersi, con ogni probabilità, come ‘lingua romanza’) Rosellini rimanda al suo «Réflexions sur les expressions “lingua vulgaris, materna, layca, romana…” dans les dovuments francoprovençaux».
Letteralmente: ‘che se avviene che si compia’.
Mussafia annota: «Çie = Gille».
Solamente Cremonesi legge de mil rois; sul manoscritto pare tuttavia chiarissimo de nul rois.
Come nota già Mussafia, nei testi francesi jusqu’a Capharnaum «è una delle tante formole per indicare un luogo remotissimo». Per sottolineare «una specie di etimologia popolare» che intravede nel termine, Mussafia preferisce scindere in car li Faraon, mentre Cremonesi e Rosellini ripristinano li Carfaraon anche sulla scorta della Chanson de Roland del ms. V4, dove questo termine fa riferimento ad una località conquistata dall’imperatore (v. 4360: «Çarle lo conquis sot Carfarnaon»).
La rubrica che segue la lassa V è stata scritta su di un’unica riga, ad eccezione delle ultime due parole che sono state strette accanto alla prima riga della lassa VI, con un a capo che parrebbe dettato esclusivamente da ragioni di spazio. Riportiamo quindi il testo della rubrica senza interruzioni.
I versi fanno riferimento alla vicenda narrata in Berta e Milon; il roman di cui si parla inlcude quindi la materia dell’intera Geste Francor.
Nel manoscritto sembra di poter leggere, seppure con un certo margine di incertezza, la pora.
Stratornera (afr. trestorner) viene interpretato come da Cremonesi e da Rosellini come ‘sconvolgerà, metterà in fuga’: ma trestorner ha anche il significato di ‘détourner, empêcher’; di qui la presente traduzione.
Il codice ha anamoe, ma al di sopra delle ultime due lettere è tracciata, a mo’ di correzione, una piccola a.
La i finale di diversi sembra aver subito una cancellatura.
Nella nota a questo verso, Mussafia ammette di trovarne il significato poco chiaro; da parte sua, Cremonesi considera il verso lacunoso e propone di introdurre eventualmente un supplemento (Qe mas non querent [altre] labor), con il quale il verso risulterebbe comunque ipometro. Sostiene invece Rosellini: «Qui, come in moltissimi altri luoghi, il problema non è di ristabilire l’esatta misura, ché anche una superficiale lettura del testo ci dice quanto il suo estensore si sia dato poca cura sotto questo aspetto; il problema è piuttosto di natura semantica. A me pare che la lacuna sia da ricercarsi tra il v. precedente e il v. in questione, che va bene così com’è». A parere di Rosellini, fra 277 e 278 (1441 e 1442 secondo la sua numerazione) sarebbe caduto un verso centrato sui ‘dodici baroni’, ai quali farebbe riferimento il que iniziale del v. 278.
L’emendamento è già di Mussafia.
Nel margine inferiore del foglio sono poste le parole En quant, che segnalano la fine del quaderno.
Fra questo verso e il precedente ne è evidentemente caduto uno contenente il soggetto del v. 334 e dei seguenti.
Il supplemento di Mussafia (s’el vos [plaist, s’] el no vos) è rifiutato dai due editori successivi. Rosellini traduce (nota al v. 1554) ‘ma se per voi non vale (i.e. questo modo di mangiare) niente’; Cremonesi invece interpreta, in modo forse più pertinente, ‘se a voi non vi viene annoiando...’, sottolineando la «ridondanza pronominale, non del tutto estranea al francese antico» che rende superflua la correzione.
Nel codice si ha chiaramente e voluntà.
Il codice ha e equaré: Cremonesi corregge equaré in enquaré, quando appare forse più ragionevole separare diversamente le parole, ottenendo quaré che è forma semplice e comprensibilissima (lett.: ‘quadrato’).
Qe ase li del codice è evidente errore; qui accettiamo l’emendamento di Cremonesi, ma altrettanto ragionevole è quello di Mussafia (qe se li).
Auferan come aggettivo qualifica ‘un cheval bouillant e impétueux’ (Godefroy), quindi come sostantivo indica un destriero, un cavallo da battaglia.
Rosellini annota: «fait il del Cod. di M. e di C. è errore evidente. Correggo in fait ila»; ma l’ampia oscillazione nell’uso dei pronomi rende inappropriati emendamenti di questo tipo, specie se non sistematici.
Convant (afr. covent) ha il significato di ‘accordo, impegno’, ma anche di ‘unione’, specificamente in senso matrimoniale.
Amirant: lett. ‘emiro’.
Nel manoscritto leggiamo, pur con un certo margine di dubbio, a ves (in accordo con Rosellini) piuttosto che a vos (che è lezione di Mussafia e Cremonesi).
Il verso mantiene un senso logico sia che Berta venga interpretato come complemento oggetto (qe la perama tant) sia in caso lo si consideri soggetto (q’ela perama tant); pur non avendo ragioni stringenti per rifiutare una delle due possibilità, si è qui preferita la prima.
Come notano già Cremonesi e Rosellini, il supplemento saç[em]ant è superfluo, giacché saçant assume in questo caso valore avverbiale.
Annota Cremonesi: «il Mussafia legge prendez, e in verità ci può, forse, essere qualche incertezza nell’interpretazione dell’ultima lettera di questo vocabolo nel ms. ... Comunque l’interpretazione del Mussafia ostacola il senso del discorso. La madre dice alla figlia: ‘ancora non sapete nulla [di] che cosa sia un uomo, né [che cosa sia] prendere colui che non le [ad una fanciulla] piaccia e che di lui non si contenti bene’; onde l’infinito prender e il congiuntivo se contant dipendono entrambi da savés del v. 494».
Ancora Cremonesi: «Anche al v. 496 il Mussafia legge sì contant (= ‘siate contenta’) intendendo contant come aggettivo, ma il ms. dà se, e contant, credo, è da intendere come verbo (cong. pr. 3a)».
Mussafia legge avec vos nos pere; la lettura dei due pronomi è in effetti nel manoscritto estremamente difficoltosa, mentre la e di pere di fatto non c’è. Non si comprende come Rosellini possa definire la lezione del codice «molto chiara»: Mussafia legge vos nos, lezione qui preferita malgrado la scarsissima comprensibilità della seconda parola. Quale che sia la lettura prescelta, il senso della frase impone un emendamento: quello suggerito da Cremonesi (avec nos vos per), che qui accogliamo; o, in alternativa, quello proposto da Mussafia (avec vos vos per), meno appropriato sul piano logico, ma comunque accettabile.
Mussafia propone un emendamento (ne dire ne rasner), ma concordiamo con Cremonesi nel ritenerlo superfluo (dire por rasner, ‘dire ragionevolmente’, è retto da so).
In accordo con Mussafia, si preferisce qui la lezione nos (di lettura peraltro chiara), che non è di ostacolo al senso: ‘se ci avete chiesto una tal cosa...’.
Il manoscritto ha el none çiualer quel qe ē li plu mēmbres; non sembra necessario emendare, purché e(n) si intenda come ‘nei, fra i’: ‘non c’è cavaliere quale che sia fra i più robusti’.
L’inizio del verso è lacunoso. Come nota Rosellini, dalla posizione rispetto ai versi che lo precedono si può trarre la conclusione che non siano cadute più di due lettere; accogliamo la sua proposta di integrare con [al], sebbene, a rigore, neppure quelle di Mussafia e Cremonesi (rispettvamente, [ami au] e [e a li]) possano essere respinte.
Secondo Mussafia qui alois corrisponde al dialettale quiloga = ‘in questo luogo’: «È il fr. ant. illuec coll’aggiunta di qui = ici».
Il capolettera pare qui completamente errato: si tratta di una S, laddove ci si aspetterebbe una Ç o al massimo, come ha preferito Cremonesi, una G.
Quella di Rosellini (ne vu ne) è certamente una svista.
Nell’interpretazione di Rosellini di = ‘dieci’.
Qui il manoscritto ha chiaramente donda, che rimanda a dont / donde; non è improbabile, però, che il testo richieda piuttosto doncha (per adoncha), con costruzione analoga a quella del v. 51 (doncha verisi…).
Mussafia confessa di non aver chiaro il significato di soment, che ad opinione di Cremonesi e Rosellini viene certamente da semondre, somondre = ‘avvertire, ammonire’; si può intendere come soggetto tanto li penser (quindi: ‘il pensiero vi ammonisca, vi consigli’) quanto un pronome di prima persona sottinteso (in tal caso la frase varrebbe: ‘vi esorto al pensiero’). Cremonesi nota anche la presenza, nella rubrica che segue questa lassa, del verbo semoner (o piuttosto semoniser?), con significato equivalente.
Il codice ha alaue / e demādēte: l’emendamento è di Cremonesi, che questa volta segnala correttamente l’inizio del nuovo foglio a margine della rubrica, ma incomprensibilmente trascrive quest’ultima su un unico verso.
Mussafia annota: «ge (ghe) = lat. illis».
Mussafia traduce: «non le mancheranno nemmeno le scarpe»; analogamente a Cremonesi, interpretiamo solo come ‘terreno’ (fr. sol): di qui la presente traduzione.
Rosellini annota: «bragagner è il venez. bragagnar ‘trattare’ o l’ant. it. bargagnare ‘contrattare, patteggiare’ (cfr. anche afr. bargaignier)».
Il codice ha al departer i la no vont acorler: in aggiunta alla forma verbale, da emendare in acoler, la frase risulta poco chiara, e contraddittoria rispetto a quanto detto nei versi precedenti (i genitori di Berta la accompagnano per più di due leghe con una scorta di cavalieri; perché mai all’ultimo momento non dovrebbero abbracciarla?). Cremonesi corregge no in ne, ma anche attribuendo alla particella valore indefinito (ne < inde) anziché negativo rimane dubbia la posizione fra complemento oggetto e verbo. Si accoglie quindi l’emendamento di Mussafia e Rosellini, che sopprimono no.
Come nelle numerose costruzioni analoghe (cfr. vv. 1023, 1346, 1359) valisant è participio presente con il significato di ‘che vale, il valore di’; valisant un diner: ‘il valore di un denaro, l’ammontare di un denaro’.
La seconda lettera di fo presenta una u soprascritta, che ha condotto Cremonesi e Rosellini a leggere fou stalé; ci sembra piuttosto che la u si debba inserire fra f e o, ottenendo un più semplice fu ostalé (il verbo hostaler, [ostaler], da afr. hosteler: ‘albergare, alloggiare’, è attestato più volte in Berta).
Per quanto non del tutto convincente, si accoglie il suggerimento di Rosellini: «Il secondo emistichio pare potersi interpretare ‘che non prese la rincorsa, non si precipitò’, il che giustifica sta darere precedente e planamant ‘quietamente’ del v. 1970 [corrispondente al v. 806 della presente edizione]. Si capirebbe meglio supponendo un eslant, equiv. di afr. eslais, al posto di esiant, ma qui il Cod. è chiarissimo».
Si intenda: ‘così come Aquilone, il signore di Baviera, in Ungheria l’aveva per primo presa in moglie [in nome del re]’.
Come già segnalato da Cremonesi e Rosellini, pare superfluo l’emendamento proposto da Mussafia (ori[n]er: «Credo che l’emendazione, ancorché trivialissima, del verbo orier, che nulla significa, verrà approvata. Con maggiore delicatezza, ma certo con minor verisimiglianza, si potrebbe proporre orer»). Certamente la perfida maganzese fa riferimento alle preghiere mattutine, in accordo col ruolo di serva fedele e devota che sta interpretando per guadagnarsi la fiducia di Berta; a soner (v. 854) è quindi, con ogni probabilità, una campana.
A proposito di conduson, Cremonesi segnala: «dovrebbe essere conduist, ma è evidente deformazione imposta dalla rima».
Mussafia e poi Cremonesi optano per la forma donò-la, con la nominativo enclitico; qui si accetta invece la lezione proposta da Rosellini, che interpreta il pronome soggetto come elisione di ela.
Pare corretto interpretare enson come ‘insieme’.
Così Cremonesi: «da Lion: probabilmente è Laon (Aisne); in numerose canzoni di gesta il re di Francia è indicato con l’attribuzione di re di Lion, Loon, Laon, ecc.».
Aliç: è questa l’unica menzione del nome della serva traditrice; si veda a proposito l’Introduzione.
Il codice ha chiaramente qa, che Cremonesi e Rosellini emendano in qe (il secondo senza segnalarlo). La correzione non pare indispensabile, anche per la presenza di una forma analoga al v. 800
A isillere vale con ogni probabilità ‘in esilio’, o, come suggerisce Cremonesi con riferimento all’afr. essillier, issillier (‘exiler’, ma anche ‘détruire’, ‘faire mourir’), ‘a morire’, come risulta più chiaro dalla lassa successiva.
Inutile la correzione di Mussafia (un[e] fose): cfr. v. 932.
Da[va]nti: emendamento già di Mussafia.
Mussafia suggerisce: «peçé ‘peccato’ nel valore di ‘compassione’; ven. me fa pecà ‘mi muove a compassione’»; Rosellini riprende il suggerimento interpretando de vos ne ven peçé come ‘di voi ne viene peccato, di voi abbiamo compassione’. Le due indicazioni non convincono pienamente, soprattutto perché nei versi precedenti peçé compare due volte (v. 911 e v. 916) con il significato proprio di ‘peccato, colpa’ (mentre ‘compassione’ è reso regolarmente con piaté); inoltre l’espressione veneta citata da Mussafia non presenta la costruzione con ne indefinito, che pare complicata e forzosa rispetto alla più piana traduzione ‘da voi non viene peccato, i.e. siete sincera, onesta’.
L’emendamento di Mussafia è superfluo, giacché il segno della nasale sulla e di coment, pur molto sbiadito, è presente.
Come già nella rubrica XII, il rubricatore è andato a capo nel bel mezzo di una parola (prima/ment), la prima parte della quale è peraltro poco leggibile.
L’emendamento è di Mussafia.
Il riferimento è a Berta e Milon, ma quest’ultimo è qui erroneamente definito figlio della sorellastra di Carlo.
Morir ha qui il valore attivo di ‘uccidere’.
Ci pare che erant si debba senz’altro interpretare come participio presente (‘che andava, che veniva’).
S[e n]on è emendamento di Mussafia, necessario per rispristinare il senso (altrimenti compromesso dalla presenza della negazione no ad inizio verso).
Mussafia suppone che «il rimatore pensa[sse] forse ad agreer»; Cremonesi sottolinea però come il significato proprio di arguer sia anche ‘spronare, spingere’: qui si potrebbe quindi interpretare ‘esalta, emoziona’. Nella seconda parte di Bovo d’Antona, Rosellini traduce me delecte et argue con ‘mi diletta e mi adira’; in questo caso però pare più calzante il suggerimento di Cremonesi.
Accettiamo il supllemento di Cremonesi.
La rubrica si chiude con un poco chiaro orsac o oxsac (così legge Rosellini), forse con un segno soprascritto alla c; Cremonesi avanza l’ipotesi (per sua stessa ammissione, poco convincente) che si possa interpretare or sac[iez].
Reençon: tutti i commentatori sono concordi nel ritenere questo termine (chiarissimo nel manoscritto) di significato incongruo rispetto al contesto, e con ogni probabilità utilizzato a sproposito.
Superfluo l’emendamento di Mussafia (vi[ve]tè).
Corte: sembra opportuno intendere ‘cortile’, in accordo con l’atmosfera ‘campestre’ dell’incontro fra Carlomagno e Berta, e con l’intento scherzoso del re nel’avanzare la sua richiesta.
Conçée: ingiustificato l’emendamento di Cremonesi; l’editrice corregge infatti con un poco comprensibile conreé che è poi costretta ad interpretare come forma di coroer. Molto più semplice l’interpretazione di Mussafia e Rosellini, che rimanda all’it. conciare.
Letteralmente ‘cercò la dama nel fianco e nel costato’.
Entrambe le righe su cui è disposta la rubrica presentano difficoltà nella lettura delle ultime parole; se nella prima le lettere u t o sono soprascritte e addossate alla colonna di destra, nella seconda la parola finale è poco leggibile (forse clut?) e ancor meno comprensibile. Rosellini legge cluo (e pains per pa(r)is); Cremonesi propone di emendare ciut in [la] cité. Non sembrandoci convincente tale soluzione, ci limitiamo a segnalare la difficoltà nel testo.
Desie: letteralmente ‘desidera’, usato qui evidentemente a sproposito; di qui la nostra traduzione, inevitabilmente molto libera.
Il verso è seguito da tre spazi bianchi (a cavallo dei due fogli) che avrebbero dovuto contenere una rubrica.
Pois: il codice ha pais, certamente errato; la forma qui adottata concordemente con Cremonesi e Rosellini è quella di maggior frequenza nel testo (migliore, quindi, della lezione di Mussafia puis, che in Berta non compare altrove).
Cremonesi e Rosellini leggono sul manoscritto portasce, che correggono rispettivamente in portasse e portase; a noi pare si possa leggere con una certa chiarezza portaste (si confronti veistes nel verso precedente), che è forma non più anomala di molte lasciate altrove a testo dai precedenti editori.
La seconda parte del verso (q’el non vede en sa vie), permette una duplice interpretazione, a seconda che si interpreti vie come ‘vita’ o come ‘via, strada’; qui optiamo per la seconda soluzione, che ci sembra si adatti meglio ad una ‘gara di cortesia’ analoga e speculare a quella fra la delegazione francese e il re d’Ungheria: Pipino non riesce ancora a scorgere la regina (perché è ancora troppo lontana), e le manda incontro alcuni dei suoi baroni perché la scortino.
La costruzione è un po’ faticosa; così come intende correttamente Mussafia, qui si riferisce a jent del verso precedente, mentre donde riprende Alemagne.
Rosellini distingue questo stoltie (‘ingiuria’, da afr. estoutie), da quello al v. 1383 (‘pazzia’); ci pare però superfluo, giacché in Berta il termine afferisce genericamente ai campi semantici di ‘follia’ e ‘malvagità’, senza distinzioni precise (cfr. anche stultie al v. 150).
Come nota Cremonesi, ai vv. 1392-1393, 1395 e 1408 l’accento delle parole finali è spostato sull’ultima sillaba, per necessità di rima.
Longa vale qui ‘lontana’.
L’emendamento è già in Mussafia.
Sor li palés: Cremonesi ha «il dubbio che si debba leggere for (fuori), come già pensava anche il Mussafia».
Mussafia distingue questo çavi, che interpreta come chef, ‘capo’, da çavi’ al v. 1646 (‘capelli’) «giacché il verbo doner grant colee non mi pare adatto ai capelli». Ma, come nota giustamente Cremonesi, doner collé vale qui ‘dare strattoni, strattonare’, concetto ben applicabile anche alla capigliatura.
La raine la prist: contrariamente all’opinione di Mussafia (che interpreta la come avverbio di luogo), ci pare di poter riconoscere qui uno dei molti esempi della ‘ridondanza pronominale’ propria del testo.
Ba[i]ler: l’emendamento è di Mussafia.
Ci accodiamo a Cremonesi e Rosellini nel leggere vançele (afr. vaucel); è plausibile però anche la lezione di Mussafia vaucele.
Come accettato da tutti gli editori, sostituiamo l’ovvio trovea alla lezione del manoscritto tornea.
Manca l’ultima parola della rubrica; accettiamo la proposta di Cremonesi (çoia).
Secondo Mussafia «non è ben chiaro a chi si riferiscano le parole que era son dru». Ci pare che dru sia forma femminile (‘amica’) condizionata dalla rima; con questo secondo emistichio si vuole senz’altro sottolineare la crudeltà del gesto della maganzese, che ha approfittato del rapporto privilegiato con Berta per farla rapire e condurla a morte.
La lezione a manoscritto necessita un’integrazione, del futuro sera o del congiuntivo sea.
Sul manoscritto è chiarissimo mais nole una poma pore ualse. È difficilmente comprensibile come tutti gli editori precedenti abbiano potuto leggere la frase (analoga nel senso) mais no le valse una poma poré; se pure si trattasse di un emendamento alla lezione del codice (in tal caso, non segnalato), si tratterebbe di un intervento superfluo.
Il riferimento è alla seconda parte del Bovo, che in V13 è inserita fra Berta da li pe grandi e Karleto.
Il verso è abbondantemente ipermetro, tanto che Mussafia lo divide in due, numerando di conseguenza. Cremonesi afferma di voler conservare la lezione del manoscritto, ma dopo aver disposto il testo su un’unica riga salta un numero nel conteggio dei versi, adottando di fatto la stessa numerazione di Mussafia. Qui abbiamo preferito rispettare il codice e contare un unico verso; pertanto da questo momento la nostra numerazione differisce di un verso da quella di Mussafia e Cremonesi.
Qua[n]do: emendamento di Mussafia.
Cuitoit è una 3a persona singolare con valore di plurale (il soggetto sono i baron de Magant); quella dal tradimant è da intendersi ‘quella che fece il tradimento’, ossia la traditrice maganzese.
Rosellini suggerisce inmanant nel senso di ‘immantinente’, ma pare più verosimile la propota di Cremonesi, che qui adottiamo.
Già Mussafia dà a orfanés il valore di ‘priva del regno’ (ma non comprende sea, che egli legge soa e interpreta come aggettivo possessivo, con le difficoltà che ne conseguono per il senso del verso).
La lassa si chiude con cinque versi di collegamento alla seconda parte di Bovo d’Antona, che non appartengono propriamente al testo di Berta da li pe grandi e che riportiamo fra parentesi. Segue una rubrica che rimanda all’ultima lassa di Berta. Per il significato tecnico del verbo enforçer cfr. Cingolani, «Innovazione parodia nel Marciano XIII», p. 64, n. 13.
Quest’ultima rubrica, pur riferendosi ancora al testo di Berta da li pe grandi, è collocata dopo la prima lassa della seconda parte di Bovo d’Antona.
 
 I
 
 Li rois Pepin avec ses baron
 tenoit gran cort a Paris sa mason,
 e fu a Pentecoste dopos l’Asension.
 Çente li fu de mante legion;
5Aquilon de Baiver li adota e semon
 et avec lu Bernarde de Clermon,
 Rayner li pros e li conte Grifon.
 Gran fu la cort, major non la vi hon.
 Çivalçent e bagordent, donent robe a foson;
10dist l’un a l’altro: «Por qe le çelaron?
 La cort de li rois no valt un boton
 quando non oit une dame al galon,
 dont il aust o fiol o guarçon
 qe apreso de sa morte e de sa decesion
15qe fust nostre rois cun esere dovon
 e mantenist en pase soe rion,
 e par lu aumes guarison».
 Grant fu la cort entorno e inviron.
 Quando li rois vol montar en arçon
20avec lui en monta plus de mil baron,
 tuti filz de çivaler, de dux o de con;
 mais seguente li rois ne le fo nesun hon
 qe tanto fust avanti como fu Aquilon,
 qe dux è de Baivere, de celle region:
25en tot Alemagne non oit conpagnon.
 Et avec lui si fu Bernardo de Clermon,
 e Morande de Rivere e le dux Salamon.
 Or stetes en pais, si oldirés sta cançon
 de diverse colse qe nu vos contaron,
30tal tradimenti qe mais ne le oldi hon:
 e por una dame el cresé tel tençon
 donde ne morì plus de .x. mil baron,
 e França tota fu en tel tençon
 nen fust Deo qe le fe reençon
35le batesmo fust a destruçion:
 trosqua a Rome fo la persecucion.
 
 Coment fo la corte grande del rois Pipin,
 e li rois e baroz qi la guioient, e du çubler.
 
 
 II
 
 Grant fu la cort, meravilosa e plener,
 qe li rois Pepin oit fato asenbler.
 Asà li sont baron e çivaler,
40mandé avoit par tot la river;
 a asà li son venu bufaor e çubler
 e altra jent, peon e baçaler,
 por veoir celle cort e por le tornoier;
 e por veoir baler e danser
45li son venu plu de .x. miler,
 qe tot avoient da boir e da mançer.
 Ne le fo nul qi fu li plu lainer
 qe le fose dito qe se trese arer.
 Li çivaler bagorda por li verçer
50e por amor de dame çostrent a tornoier:
 doncha verisi mante robe mostrer
 de diversi color de palij e de çender,
 qe pois li ont doné a li çubler
 por farse anomer por l’estrançe river.
55Ma un çubler li fu qi fu li plu alter
 e qe era adobé a lo de çivaler,
 et estoit plu anomés en cort de prinçer
 qe nul autres qe faça qel mester.
 Ben savoit tornoier e bagorder
60e ben parler e molto ben derasner.
 El no è cort de là ne de ça da mer
 qe s’el ge volu aler et erer
 qe in tot cort no sia ançoner;
 si dona le robe a qi le vol doner.
65Lengue el soit de plesore mainer;
 en Ongarie avoit eu gran mester,
 e celle rois qe l’oit a governer
 a gran mervele l’amoit e tenoit çer.
 D’Ongarie soit e l’insir e l’intrer:
70si conose de li rois e li filz e li frer,
 e ensement Belisant sa muler.
 Et oit veçu sa file qe molto se fait loer,
 bella e cortois cum le çio del verçer;
 tant è sa belté qe nul homo la poit blasmer.
75Ma una colsa oit qe la fa anomer:
 Berta da li pe grandi, si se fa apeler,
 de fin q’era petita si la clamò sa mer.
 E qui vora ste roman ascolter
 e por rason le vora adoter
80pora oldire de qi la fo mer:
 d’ele nasi Karlo li enperer,
 qe po fu rois de tot li batister.
 Mes avanti q’elo aust eu a governer,
 petito fantin s’en convene scanper,
85el no fo tera qe l’olsase bailer:
 a Saragoça cun turchi et escler
 li convene stare e demorer;
 son per si li fo morto e Berta soa mer,
 qe du son frer le fe atoseger.
90Mais el ge fo un valant çivaler
 qe mais no’l volse deliquir ni laser,
 e quello fu Morando de River;
 e li rois Galafrio si le fe alever,
 avec Marsilio li fasoit mançer.
95Ne vos pois tot li plais aquiter,
 coment el s’en foçì coiament al çeler:
 si le conduse Morando de River,
 por la paure de qui malvasi escler
 qe li voloit oncir e detrencer;
100por sorte i pooit e veoir e trover
 qe custu dovoit regnar toto l’inperer
 et eser rois de tuto li batister.
 Trosque a Rome a l’altare de San Per
 li amenò Morando de River,
105eviec li rois qi [fu] per de sa mer
 li vene en secorso cun .x. mil çivaler;
 e Lanfré e Landros qe erent anbidos frer
 de li reame li farent descaçer,
 dont furent morti, cun vos oldirés conter.
110E cun Damenedé li voir justisier
 mandò ses angle c’un clama Gabrier,
 qe coronò Karlo maino en primer
 de la corone de lo santo enperer;
 por ço devés vonter sta cançon ascolter.
 
 Coment li çubler parlò al rois Pepin
 e si li conte la belté de dama Berte, e de son per.
 
 
 III
 
115Grant mervelle fu celle çubler valant:
 saço e cortois e ben aparisant,
 e soit ben parler en lengua de romant;
 de tot le cort el soit le convant
 e de l’afaire el soit li fondamant.
120El ven davant li rois, si li dist en riant:
 «Ai! Sire rois de França, molto estes manant,
 la vestra corte è bella e avenant,
 non è major en le bateçamant;
 s’io çerche jusqua in Jerusalant
125non trovo nula c’aça baron tant.
 Ma non vos poés apriser la monte d’un besant
 quando dama non avés a li vestre comant
 donde vu avisi e fio e infant
 qe pois la vestre morte mantenist li reant.
130E quando a vos el vos fust a talant
 una vos contaria cortois et avenant,
 et è filla de rois cun vu sì ensemant;
 plu bella dame non è in oriant,
 nian plu saçe, se la mer no me mant.
135Una colsa oit qe tegno por niant:
 ela oit li pe asà plus grant
 qe nulle autre dame qe soit de son convant:
 Berta da li pe grant, si l’apella la jant.
 E soa mer oit nome Belisant,
140plu francha rayne no è a li segle vivant;
 son per estoit rois d’Ongarie la grant».
 Li rois l’intent, si s’en rise bellemant,
 et al çubler el mostrò bel senblant;
 por cella parole el non perdé niant,
145doner li fe robe e guarnimant
 et in apreso un palafroi anblant.
 
 Coment li rois Pepin fi gran çoia por la parole
 qi li dixe li çubler, e si apelò sa jent.
 
 
 IV
 
 Quando li rois Pepin oit la parola oie
 qe cil çubler oit arasn[i]e,
 a gran mervelle le plase et agrie
150e conose ben q’el non dise stultie.
 De la parola oit son cor abrasie:
 tanto[s]to cun il oit la parola finie
 le rois Pepin ne la oblia mie;
 el se comanda a Deo le filz Marie,
155a le çubler fi far gran cortesie
 de riche robes, de palio e de samie,
 un palafroi li done a la sella dorie.
 Li rois li oit la soa fo plovie
 qe s’el avent qe cel sia conplie
160qe cella dame el aça por amie
 e por muler elo l’aça sposie,
 tant li donera avoir e manentie
 asà n’avera tot li tenpo de sa vie,
 mais no li fara mester fare çugolarie;
165e le çubler molto ben le mercie.
 Li rois Pipin no se ne tardò mie
 ne n’oit metu la colsa en oblie:
 el fa apeler la soa baronie
 et avec lor la soa çivalerie,
170Aquilon de Baviere, o cotanto se fie,
 e Bernard de Clermont a la çera ardie,
 Morando de Rivere e li cont de San Çie;
 plus de cento baron el n’oie:
 «Segnur», fait il, «ne lairò nen vos die:
175conseil vos demando d’avoir conpagnie
 de una dame qe estoit d’Ongarie,
 fila est li rois e saça e dotie.
 Se me doneç dama, vu farì cortesie;
 forsi le voroit le fil Sante Marie
180qe d’ele averoie o fiolo o fie
 qe guardera ste regno quando sarò fenie».
 
 
 V
 
 Li primer qe parlò fu li dux Aquilon
 qe ten la tere entor e inviron
 e quel fu pere de le dux Naimon.
185En estant fu, s’apoia a un baston,
 davant Pepin el dist una rason:
 «Gentile rois, por qe vos çelaron?
 Grant è vostra tere e grande region,
 anomé estes plu de nul rois del mon,
190asà avés çivaler e baron;
 se vu morise sença filz o guarçon
 entro nos seroit e nosa e tençon:
 qui de Magançe e qui de Besençon,
 e qui d’Austrie cun quille de Clermon,
195çascun de lor demandaroit la coron;
 ma s’erese avés a ves decesion
 questo non po avenire por nesune cason.
 Ora prendés le conseil qe vos don
 e non creés a dito de bricon:
200prendés una dame de qualche region
 qe filla estoit de rois o de con;
 e non è nulla jusqua li Carfaraon
 se la vorés, qe i no ve la don
 cun grant avoir e cun grande machon».
205E dist li rois: «Ben vos entendo, Aquilon;
 li ves conseil senpre ò trovà bon,
 ma’ no me diisi colsa de traison
 ne qe a nul fese altro qe ben non».
 
 Coment li dux Aquiluz de Baiver fo li primer qi dona li conseil a Pepin.
 
 
 VI
 
 Bernardo de Clermont si fu en pe levé.
210Saçes homo fu, si fu ben adoté;
 pere si fu Milon, si como vu savé,
 e quel Milon fu per Rolando l’avoé,
 si oit par muler Berta la insené.
 Quando de la cort elo fu sbanoé
215d’ele naque Rolando, si con vos oldiré
 avant qe ces roman soia toto finé.
 E Bernardo parlò cum sajes e doté:
 «Çentile rois, saçés por verité
 e’ no so pais qe vos en demandé;
220Aquilon v’oit un tel conseil doné
 qe ça par moi nen sera amendé.
 Quel qe volés faire si le faites en bre,
 de prender dama e saça e doté.
 Ora ne dites se n’aveç rasné
225de nula qe soit en la cresteneté».
 «Si ò», dist li rois, «s’el vos vent a gré:
 fia d’un rois e de gran parenté
 de Ongarie e de quel regné.
 S’el me la done seron çoiant e lé,
230qe un çubler qe è qui arivé
 por veoir questa cort e la nobilité
 tuto li son afaire el m’a dito e conté:
 qe in la dama no è nul falsité,
 salvo q’ela oit un poco grande li pe.
235Nian por ço non voie qe stagé,
 q’ila po avoir, qe no la demandé».
 Li baron s’en rist, si s’en oit gabé.
 Dist li rois: «N’el teneç a vilté;
 se Deo me dona gracia no m’aç’a refué,
240por qe eo sui petit e desformé,
 altament eo serò marié».
 
 Coment parlò Bernardo de Clermont.
 
 
 VII
 
 En son estant Morando se leva,
 quel de Rivere, qe gran segnoria à:
 meltre de lui non è en crestentà.
245Dist a li rois: «Mun sire, entendés ça:
 veeç Aquilon qe v’a li conseil donà,
 en crestentés non è milor ne unques non sera.
 Qui mesaçer prendés qe se convegnera;
 mandés en Ongaria, la dama querira
250a quello rois qe la ençendra,
 qe l’oit norie e qe in cura la à.
 S’el vos la done, i vos la menara;
 colsa como no, arer tornera».
 Dist li rois: «Qi envoier là pora,
255e qi de ço li conseil me dondra?»
 Dist Aquilon: «Penseo e’ l’ò ça,
 si qe nesun no le stratornera.
 Colu voio eser qe li pla movera;
 Bernar de Clermonte avec moi vera,
260e Morande de Rivere qe nos convoiera,
 e Grifon d’Altafoile qe li rois tant anama».
 Doçe furent qe Aquilon oit nonbra,
 tot li milor qe in la corte à;
 no le fo nul li qual s’en escusa,
265çascun li vait de bona voluntà.
 Mal aça quel qe proier se lasa!
 De riçe robes çascun si s’adoba
 e son poeir çascun si mostra.
 
 Coment Morando de River
 donò li conseil.
 
 
 VIII
 
 Aquilon de Baiver e li altri anbasaor
270por conplasir a li rois qi tenent a signor
 se font far robes de diversi color,
 a li palafroi le selle pinte a flor
 tute endorés de oro le milor.
 Çamais tel anbasea non se vit ancor:
275de doçe baron colu qe i è menor
 avoit a guarder richo çastel e tor
 e richa cité por li ses ancesor,
 qe mas non querent labor
 da Deo e da Pepin qe tinent por segnor.
280Li rois lor dist dolçement por amor:
 «Entendés moi, li me anbasaor,
 e’ vos voio proier por Deo li criator
 e si cun a vos en cal de mun amor,
 qe a li rois d’Ongrie non sià mentior,
285le vor diés, non sià boseor,
 de ma fature e de mes cor ancor:
 s’el vos dona sa file, mené sia a onor;
 colsa como no, tosto faites retor,
 qe d’altra dama nu pensaron ancor».
290Dist Aquilon: «No ve metés en iror,
 tosto conpliron ceste nostre labor».
 
 Coment fo aleu li anbaseor qi devent
 aler en Ungarie por la file li rois.
 
 
 IX
 
 Li mesaçer nen son pais demoré,
 a son oster se son reparié
 et a li rois conçé oit demandé;
295et el li oit doné e otrié.
 De riçe robes fo ben çaschun coroé
 e palafroi richament açesmé;
 plus de trenta somer ont d’arnise carçé,
 e quant de tot i furent aparilé,
300avant qe de Parise i fosen desevré,
 li fo la mesa dita e l’oficio çanté
 e tuti doçe furent cominié
 del cor Jesu benei e sagré.
 E quando i venent a prender li conçé
305li rois meesme fu a çival monté
 cun plus de mil de li son parenté;
 avec lor i sont çivalçé
 plu de dos legue fora de la cité;
 pois s’en tornent, a Deo li ont comandé,
310e qui s’en vont baldi, çoiant e lé.
 Nen son pas mie por Alemagna alé,
 cun i farent quant furent retorné;
 por la Provençe i sont oltrapasé
 e Lon[bar]die cun est lunga e lé,
315e a Venecie i furent in nef entré,
 qe in Sclavanie i sont arivé.
 Qui n’ese in tere e sunt açaminé;
 tant alirent nen furent seçorné.
 Li rois trovent a una soa cité,
320o il avoit lungo tenpo esté.
 Li anbasaor si se sunt ostalé
 a li milor albergo qe soit en la çité
 e quant i oit e bevu e mançé
 li son oster oit a li rois mandé
325qe anbasaor sont de França li regné:
 a lu li oit li rois Pepin mandé,
 si le porta novela de gran nobilité
 dont el sera molt çoiant e lé.
 E li oster fu saço e doté,
330ne non oit mie la ovra oblié:
 vent a li rois, si ge l’oit conté.
 
 Coment li mesaçer s’aparilent del tot quele
 coses que mestere li avoit.
 
 
 X
 
 «Mon sir», dist l’oster, «e’ no vel voio noier,
 descendu sont anco a mon oster,
 dise qe son de França vegnu qui a vos parler
335da parte li son rois qi est de gran berner
 e novelle v’aporta dont le devreç agraer;
 quant el vos plait, vos vira a parler».
 Quando li rois oit oldu li oster
 e la novele q’el dis di mesaçer,
340el promis a Deo, li voir justisier,
 qe no li envoiara nesuno mesaçer,
 ma il meesme li alira amener.
 Nen volse pais longament entarder:
 de ses baron, quanti ne pote trover
345tuti li foit a uno amaser,
 cun le çentil homes li milor de son terer
 vont arer li cortois hoster.
 Quant a sa mason venent aprosmer,
 li oster fu sajes, si s’avoit desevrer.
350Avant vait corando anonçer,
 a li anbasatori dire e conter
 qe li venent veoir e convoier.
 E ci non volent mie tant aspeter
 qe li rois doust in l’albergo entrer;
355defor ensent por li rois honorer.
 A l’incontrer l’un l’autro s’en vont acliner
 e dolçement l’un l’autro saluer;
 por man se prendent, se metent a erer
 tros li palés sor la sale plener.
 
 Coment li anbasaor entrent
 en Ongarie e parlerent a li rois.
 
 
 XI
 
360Li rois d’Ongarie si fu saço e manant,
 cortois e pros e ben aparisant;
 a qui anbasaur en mostrò bel senblant,
 si le demande e ben e dolçemant:
 «Qe est de mun segnur le riche rois de Franc?»
365E cil li dient: «El è sano e çoiant,
 e si vo ame de cor lialmant».
 Dist li rois: «Soia a li Deo comant».
 Molto se mervele li rois e soa çant,
 nen cuitoit pais tant fust la colsa avant.
370Li rois si fu cortois e valant,
 le primer jorno ne le dise niant,
 me l’altro jorno elo’l fi saçemant:
 el fe convoier di meltri de sa jant
 tant q’il n’avoit plus de centosesant.
375Un disner el fi fare molto richo e grant,
 e qui mesajes si li fu al presant
 honoré fu de molto riche provant,
 si qe molto le loent li anbasaor de Franc.
 Ma una colsa li fu qe despresiò vilmant:
380qe no se mançava sor disches ni sor banc;
 le tables furent mises desor li pavimant,
 quando ci le veent si s’en voit gabant.
 Aquilon estoit pres li rois en seant,
 si le parle belement en riant:
385«Ai! Sire rois, vos estes si manant,
 aveç tel carestie de dische e de banc?
 En nostra tere si manue li truant
 e la jent povre e la menue jant,
 qe non oit da spendere or coito ni arçant.
390Mais s’el vos el no vos vait noiant,
 deman faron pariler altremant».
 Dist li rois: «Soia a li ves comant»;
 dont farent pariler disches e banc.
 Quant li rois le vi, si le diste belemant:
395«Faites così en le tere de Franc?»
 «Oil voir, sire, le petit e li grant,
 li çivaler e tot li mercaant».
 E l’altro jorno qe fu ilec seguant
 li rois con li mesajes si fu al parlamant;
400afor li rois ne le fo homo vivant;
 en una çanbre furent coiemant,
 e Aquilon si parlò primemant,
 si le dist l’anbasea, dont li rois fu çoiant.
 
 Coment li rois d’Ongarie aloit encontre li anbasaor
 li rois de Françe, e coment se parlerent
 e dient l’anbasea li rois som signore.
 
 
 XII
 
 «Bon rois d’Ongrie, e’ voio qe vu saçé:
405celu qe a vos nos ont envoié
 est rois de Françe d’un molto bon regné.
 De crestentés est li plus doté
 e en le cuitrés est le plus honoré.
 El n’oit a vos tramis et envoié
410por grant amor e por nobilité:
 avec vos voria parenté,
 se eser poust e[n] voluntà de Dé,
 de una vestra file qe molto li è loé.
 El non a feme de ch’el aça rité:
415se le volés dare vestra file a sposé
 elo la prendera volunter e de gré,
 et avec vos si fara parenté.
 Ma d’una colse no vos sera çelé,
 a ço qe unqes non fomes blasmé,
420de soa fature vos dirò verité:
 petit homo est ma groso è e quaré,
 e de ses menbres est ben aformé.
 Questa anbasea el vos oit mandé
 e da sa parte vos l’avon noncié».
425Dist li rois: «Vu siés ben trové!
 Dites vos questo por droita verité?
 È mon segnor tant ver de moi decliné
 qe avec moi vol fare parenté
 e qe ma file soia soa sposé?»
430«Oil», font il, «por ço n’oit envoié».
 Dist li rois: «E voio que vu saçé:
 la fatura de li rois vos m’avés conté,
 et eo de ma file vos dirò verité.
 Asà estoit bella e adorné,
435ma una colsa oit qe no v’ert çelé:
 major d’altre dame oit grande li pe.
 Mais una colsa voio qe vu saçé:
 tanto e’ ò mia fila amé
 e ma muler qe l’avoit alevé
440qe se a li plase, est otrié e graé;
 colsa como no, nient aveç ovré:
 no le daria a homo, s’el no g’è ben a gré».
 Dist Aquilon: «Dito avon l’anbasé.
 A la demant, quant l’alba est levé,
445si vos pregon qe vos ne respondé».
 Dist li rois: «Voluntera e de gré».
 
 Coment Aquilon de Baivere dise a li rois proiamant l’anba-
 sea de li rois de Françe e coment li rois en fi gran çoia.
 
 
 XIII
 
 Li rois d’Ongarie si fu legro e çoiant,
 de l’anbasé el foit saçemant.
 Li mesaçer honorò riçemant,
450a lor delivre ço qe quer et demant,
 e si le foit hostaler riçemant
 de tote quele colse qe a çenti hon apant.
 Le çentil rois non s’areste niant,
 entra en sa çanbre, si trovò Belisant,
455soa çentil muler, cun Berta a parlamant.
 Quando li rois le vi, si li dist en oiant:
 «Dame», fait il, «honor vos crese grant:
 se vu li otriés, nu avon bon parant,
 qe li rois a chi França apant
460m’oit envoié anbasaor de sa çant
 por querir ma file Berte da li pe grant;
 por muler la demande, s’ela li consant.
 Mes avant qe l’ovre vait plus avant
 de sa fature e’ vos dirò alquant:
465el est petit e non guare mie grant,
 desformé est da tote l’autre jant,
 si est groser in menbres et in flanc;
 ma noportant ben sest en auferant,
 si è prodon en bataile de canp,
470rois è de Françe corona d’or portant.
 Non è nul rois en le segle vivant
 qe de nobilité soit a lu parisant».
 Quant la parole oit oldu Belisant,
 sa fille guarde, si li dist en riant:
475«Filla», fait il, «a vos ven ste convant:
 vostro per vos à dito tot li convenant
 de sa fature e de le so senblant;
 s’elo vos plait, dites seguremant,
 colsa como no, no s’en fara niant.
480Asà avon de l’or e de l’arçant,
 ben vos poon ancora guarder longo tanp,
 e pois vos donaron a un altro amirant
 qe forsi a ves sera plus en talant
 qe cil no è, qe par petit enfant».
485Berta oldì si parler Belisant
 soa çentil mer, qe la perama tant,
 e de son pere oldì li convenant;
 ça oldiré parler Berta da li pe grant,
 e coment a li per parlò saçant,
490ne la poroit reprender hon qe soia vivant.
 E la raine c’oit nome Belisant
 ancor a sa file parlò en oiant:
 «Filla», fait ila, «entendì saçamant:
 ancor non savés qe soia hon niant,
495ne prender celui qe no le sia a talant
 e qe de lui ben no se contant.
 Colu qe prenderés, o petit o grant,
 viver devés con lui a tuto ves vivant:
 non fi doné la dame par un dì e un ant.
500Ma se dapois no li plas, da q’è fato li convant,
 e qu’ela faça colsa qe non sia avenant,
 a son segnor porta tel penetant:
 brusea fi, çité la polvere al vant,
 senpre n’oit vergogne tot li ses parant,
505dolente ne sont a tute son vivant.
 Questo te diç eo ben si por tanp
 qe io non poria pois aver blasmo da la jant;
 s’el ben te plas, dilo seguremant,
 e no te dotar de hon qe soia vivant;
510cha por çel Deo qi naque in oriant,
 qe dapois qe serés alea a son comant,
 e vilanie li fais de niant,
 e non staroge par tot l’or qe fu anc
 qe de vu non venisse a far li çuçemant».
 
 Coment li mesaçer contoit la novele a li rois
 d’Ongarie e coment li rois de Françe en fi çoya.
 
 
 XIV
 
515«Filla», dist la raine, «e’ vos voio enproier
 qe primament vos diçà porpenser
 s’elo vos plas cel petit çivaler
 qe est rois de Françe e de Baiver;
 veeç qui avec nos vos per,
520qe contra vos voloir ne vos le vole doner;
 cortesement a quilli mesaçer
 de l’anbasea li respondera arer,
 si qe nu no seren pas mie da blasmer».
 Quant la polçele olde sa mer parler
525et avec lé la vede son per,
 un poco porpense, si le respont arer:
 «Pere», fait ella, «e vos qe sì ma mer,
 si me devés droitament conseler;
 el est venu da França mesaçer
530qe molto sonto da loer e priser:
 li rois de Françe si me vol por muler
 e cum raine far moi encoroner.
 E’ no so pais ne dire por rasner
 coment me porisi plu altament marier;
535se dites qe celle rois cun altro çivaler
 non è pais si grande ni plener,
 nian por ço no li voio refuser:
 qe de petito albore bon fruto se po mançer,
 e quel del grant si non val un diner.
540Questa ventura qe Deo vos vol doner
 si la prendés de greç e volunter,
 et eo si vos l’otrio e le voio volunter.
 Et a vos, raine, qe estes mia mer,
 de moi non açà unchamés reo penser,
545qe de moi oldés ne dire ni conter
 nulla colse qe vos diça noier;
 mon segnor amarò de greç e volunter».
 Li rois l’intent, si la vait acoller
 e por la façe droitament a baser;
550quant el olde sa file li pla acreenter
 s’el oit çoie non è da demander.
 Por man el pris soa çentil muler,
 sor le palés venent a li mesaçer,
 e lasa sa file entro la çanbra polser.
 
 Coment li rois e la ragina parlarent
 a sa fille si le dient la fature de li rois.
 
 
 XV
 
555Li rois d’Ongarie, c’oit nome Alfaris,
 a gran mervile estoit de gran pris;
 e sa muler oit si le cor ardis,
 non è çivaler en toto quel pais,
 conte ni dux, principo ni marchis,
560qe la olsast guarder por mé le vis.
 Quant vide li mesaçi del rois da San Donis
 e vide qe tot sont çivaler de gran pris,
 ela voit a celu qe li par plu altis:
 ce furent Aquilon de Baivera marchis;
565por la man li prent, si le fait bel vis,
 e dolçement ela li parla e dis:
 «De vestra venue, segnur, gran marcis.
 Da parte li vestre rois, qe oit nome Pepis,
 si nos avés tel colsa requis
570qe vos si n’avrés toto li vos servis,
 qe mia file si n’è ben talentis;
 dont çoiant tornarés en le vestre pais,
 si menarés ma file qe oit cler le vis».
 
 Coment la raina d’Ongarie fu saçe
 e ço q’ella dist a sa fille Berte.
 
 
 XVI
 
 Aquilon de Baiver si fu en pe levés,
575a gram mervile fu saçes et dotés;
 si fo vesti d’un palio rosés,
 grant oit l’inforchaure e por le spale lés;
 quella raine el oit merciés.
 «Dama», fait il, «nen vos sera çelés:
580nu semo doçe, tal dux tal amirés,
 de nostre rois nu semo tuti casés,
 e li menor oit çasté e çités;
 e si vos poso ben çurer por lialtés
 qe in toto li mondo de la crestentés
585el non è rois, prinçes ni amirés,
 qe de li rois de Françe se’l tenis por viltés
 de avec lui avoire parentés.
 Quando nu averon vestra file amenés
 e qe raina sera encoronés,
590ela sera de Françe raina clamés,
 a gran mervile n’en porì eser lés.
 Se li rois è petito, Deo si l’oit formés;
 ma noportanto, saçà por verités,
 prodomo ert a çostrer en tornés:
595el non è çivaler quel q’è en li plu menbrés,
 cun q’il non çostri a lança e a spes».
 La dama s’en rist bellament e soés
 e dist a Aquilon: «Dites moi verités:
 estes vos sire, conte ni amirés,
600[al] roi ni drudo ni privés?»
 «Si son, ma dame, en mia lialtés;
 se li rois non fust en nos tot fiés,
 el no n’averoit qui alois envoiés».
 Dist la dame: «Ben senblant n’avés;
605a ves voloir et a ves voluntés
 ve soit mia file del tot delivrés,
 a celle rois qe vu si l’amenés,
 q’elo ne façe la soa voluntés».
 Dist Aquilon: «Mille marçé n’aiés! »
 
 Coment Aquilon de Baivere parlò
 a la raine por veoire soa fille Berte.
 
 
 XVII
 
610«Çentil raine, nen vos doit noier,
 se vestra file vu ne volés doner
 nu la prenderon de greç e volunter,
 e por li rois nu l’averon sposer,
 e pois avec nos nu l’averon mener.
615Mais d’una ren nen vos voio enganer:
 quando li rois de Françe ven a prender muler,
 avant qe cun le dame el se diça acolçer
 se fait la dame tuta nua despoler
 e fi ben guardea e davant e darer;
620s’el aust altro q’ela non par mostrer
 lo mariaço se tornaria arer».
 Dist la raine: «Non açà quel penser,
 qe la ma file vos farò despoiler
 si la porés tot por menu çercher.
625Se vu no la trovés tuta sana e sençer,
 afors li pe, d’altro no me porés blasmer».
 Dist Aquilon: «De qui no ve requer.
 Ma se me volés sor vostra fois creenter
 q’el è ço voir qe vos oldo conter,
630ben me averò en vos afiançer».
 Dist la raine: «Entendés, çivaler:
 nen voio qe unchamés vu m’en diçà blasmer.
 Entro ma çanbre venerés al çeler:
 e’ vos farò ma file despoler,
635tota nua la porés veer».
 Qe vos doie li plais plus alonçer?
 Quella raine prist di çivaler
 dux Aquilon e Morando de R[i]ver;
 cun ceste dos vait en la çanbra entrer
640e soa file oit fata despoler.
 A cele dos la mostra e davant e darer;
 qui s’en contente, si s’en retorna arer.
 Qi donc veist tot li mesaçer
 avec li rois la gran çoia mener!
645Li rois nen volse la ovra oblier;
 el fa sa jent e baron asenbler,
 tot li milor qi fu de son terer,
 por venir a sa file q’elo vol nucier.
 Gran corte fo e davant e darer,
650donda verisi çivaler tornier
 e celle dames baler e caroier;
 por amor de Berte le veises danser.
 Quella corte durò quinçe jor toz enter;
 quant Aquilon vait a li rois parler
655por domander conçé, si s’en volent aler,
 e a la raine dolçement proier
 qe soa file li diça delivrer.
 Dist la raine: «De greç e volunter;
 or me laseç ma fille adorner».
 
 Coment la raina mena Aquilon
 por veoir soa fille nue.
 
 
 XVIII
 
660Cella raine si fu saça e valent,
 a gran mervele oit li cor molt çent,
 a soa file parloe dolçement:
 «Filla», fait ella, «li penser vos soment;
 e’ vos ai mariea molto onorablement,
665donde portarés corona d’or lusent;
 e si vos ai delivrea a una strania gent,
 mener vos dovera a son comandament.
 Asà vos donarò e or coito e arçent:
 siés cortese e ben aparisent,
670q’i no vos tenise raina da nient;
 a lor donés robe e vestiment.
 Sor tute ren de li mondo vivent
 vestre segnor amerés loialment,
 si le farés toto li son talent;
675serés cortois a tote l’autre jent:
 a çascun servés loial e droitament,
 faites qe de vos no se blasmi escuer ni sarçent».
 Dist la dama: «E’ l’o ben en talent,
 loial e’ tegno vestro castigament;
680et eo lo tirò a tuto mon vivent.
 E de questo states segurament».
 
 Coment la rayne semonisoit sa fille;
 tuto ço qe faire devoit en tot li otria.
 
 
 XIX
 
 Dux Aquilon li bon conseleor,
 unques al segle nen estoit un milor
 ne qe a li rois faist major honor,
685per fu de Naimes qe sor tot fu la flor;
 dist a li rois dolçement por amor:
 «Ai sire rois! Par Deo le criator,
 pois qe nu avon aconpli nos labor
 car ne faites bailer de Pepin sa usor,
690qe torner volen en le tere major
 e vestra file mener a grant honor».
 Dist li rois: «Volunter, sens busor».
 
 Coment Aquilon parole a l[i rois]
 e demandete sa fille.
 
 
 XX
 
 Li rois d’Ongarie nen volse demorer,
 el apelò Belisant sa muler:
695«Dama», fait il, «veeç li mesaçer,
 li qual ne vole vestra fila amener.
 Car ge la bailés, se l’avés fata adorner
 de tot quelle colse qe li oit mester,
 qe no li manchi ren che se posa penser».
700Dist la raine: «Laseç quel pla ester;
 si grandement nu l’averon mander
 ne li faliria solo a li soler:
 tot ses arnise ò fato renoveler».
 Adoncha fait venir li mesaçer,
705de l’autra parte Berta li fait erer:
 «Segnur», fait ella, «ne vos doia noier,
 prendés la dama a ves justisier
 e sana e salva vu la diçà mener
 a son segnor qe l’oit a desier».
710Qui li dient: «De greç e volunter».
 Un palafroi fait la raina coroer:
 qi sol la sela volese bragagner
 par mille livre ne la poroit esloier.
 Gran fu la çoia quant vene al delivrer,
715grande fu quando vene al desevrer.
 Qi donc veist la raine soa fia baser
 da l’autra part li rois qi è son per!
 E la raine fait carçer .xv. somer
 d’or e d’avoir, d’or coito e de diner,
720e altretanti de robe da doner,
 qe tuti erent de palij e de çender.
 Quando s’en prendent aler li mesaçer,
 qe soa file se deveroit desevrer,
 li rois e la raine començe a larmoier;
725e pois prendent a cival monter
 a plus de mille nobli çivaler,
 sa filla convoie plus de dos legue enter;
 al departir i la vont acoler.
 Li rois e la raine començe a larmoier;
730i s’en torne e lasa qui aler.
 I non soit mie li grande engonbrer!
 Par Ongarie çivalçent trois jorni tot enter
 qe del so non spendent valisant un diner.
 Nen volse pais por Lonbardia torner,
735por Alemagne se prendent a erer.
 Quant i çonçent a çastel o docler
 et elo sia ora de l’alberçer,
 i no vol mais in hoster alberçer;
 a cha de cont o de gran çivaler
740quella dame i font desmonter
 e richament la font hostaler.
 No le fo dux, conte ni princer
 qe por amor li rois qe França oit a bailer
 ne la reçoit e vegala volunter.
745E la raina tant fu cortois e ber:
 s’ela trovava donçela da marier,
 fila de qui qe l’avoit hostaler,
 por cortesia li vait a demander
 si le promete altament marier;
750se i le done, mena sego vonter.
 Tant çivalçent por via e por senter
 qe una soir a l’ora del vesprer
 en Magançe venent a alberçer
 a cha d’un conte qe oit nome Belençer,
755qe de qui de Magançe a cil tenps fu li plu alter.
 
 Coment li rois apella sa muler
 e coment li fu la dame delivriee.
 
 
 XXI
 
 Li mesaçer sont en Magança entré,
 a cha de Belençer i sont alberçé,
 e quel si le receve volunter e de gré,
 por amor li rois li oit molto honoré.
760Quel oit una file, plu bela nen veré,
 qe a la raine fu si asomilé
 e l’una e l’autre quant fusen asenblé
 l’una da l’autre nen seroit desomilé.
 A la raine venoit si a gré
765al boir e al mançer ela li seoit a pe,
 e in un leto anbesdoe colçé.
 Terço çorno furent ilec seçorné;
 avanti q’ela fost partia ni sevré
 a son per l’oit queria e demandé
770q’ela in França si vaga avec lé
 e lì sea altament marié.
 Tanto l’avoit Aquilone proié
 e la raine, q’el li oit delivré,
 e altament el li oit mandé
775un di milor de la soa contré
 li qual si fu de le so parenté;
 por so bailo li avoit envoié
 e qe li doni ço qe le fust a gré.
 Li mesaçer sont a çival monté;
780quando a Paris i furent aprosmé,
 mesaçer ont a li rois envoié
 qe la raine vent cun sa nobilité,
 si altament con raina encoroné.
 De quela colsa li rois si fu çoiant e lé;
785el oit mandé par toto son regné
 e fa venir li conte e li casé;
 por aler encontre fu a çival monté
 plus de mile de çivaler prisé.
 Quando furent pres Paris a meno de dos lé,
790e Berta fu lases e tuta travalé,
 por q’ela oit cotanto çivalçé,
 a la donçela oit dito e parlé:
 «Çentil conpagna, coven qe me servé
 d’una colsa donde v’averò gran gré.»
795Dist la donçela: «Dites e comandé;
 ço qe vos plait sera ben otrié».
 
 Coment li mesaçer fu ostalé in Magançe
 e coment la raine prist amor a la donçelle.
 
 
 XXII
 
 «Çentil polçele», dist Berte en oiant,
 «toto me dole le costés e li flanc,
 por lo çivalçer sonto de maltalant;
800plus me confio en vos qa in persona vivant,
 por ço vos di mon cor e mon talant:
 se me devés unqamais servire de noiant,
 en ceste noit farés li mon comant.
 Si cun raine vos fareç en avant
805e intrarés in le çanbre ardiamant,
 et eo serò darere, starome planamant.
 Cun li rois alirés in le leto solamant:
 s’el vos volese toçer ni a vos dir niant,
 si le proiés e ben e dolçemant
810nen vos diça toçer trosq’a un jor pasant,
 qe por le çivalçer tuta sì fata lant;
 a l’altro jorno farì li son comant».
 Dist la donçele: «De ço non dotés niant,
 e farò ben ço qe a l’ovra apant».
815Atant ven li rois con tota soa jant,
 cun gran bagordi e desduti en avant;
 le dame menarent molto honorebelmant.
 A l’entrer de la çanbra la donçela ne se fa lant:
 en le leto entrò quant li rois li comant,
820e Berta sta darere, qe non fi esiant,
 mais en sa vite nen fo cusì dolant.
 
 Coment la raine proia la donçelle qe
 por lé in celle noit se deus apresenter
 al rois in le leit, magis non far son voloir.
 
 
 XXIII
 
 Quella donçelle nen fu pas lainer,
 entro le leto ela se voit colçer;
 nen fu hon ni feme qi li alast contraster,
825si grande era la corte, nul hon a quel penser.
 E Aquilon e li altri mesaçer
 erent torné, alé a son hoster;
 e dama Berta si stoit pur darer,
 tal oit la vergogna non olsa moto soner.
830E li rois se vait in son leito colçer
 e quella dame strençer e toçer;
 quando ven a ço qe la volse solaçer,
 la donçella fu cortois, no se trase arer.
 En cella noit cun ella fu enter,
835ne fi li rois tuto li son voler;
 ben la çercò tuta quanta por enter,
 li pe trovò petit, dont s’en pris merveler
 por la parola qe le dise le çubler;
 e pois se prist entro soi penser:
840«Li çublers si li dist por far moi irer».
 Tanto n’à son voloir, nen cura de noier.
 El prist li avoir, l’or coito e li diner
 e le arnise de palij e de çender,
 e si le done a qui cortisi çubler.
845Li rois ne se pensava de sa dama mal penser:
 cuitoit ben q’ela fust sa muler droiturer,
 cum Aquilon le segnor de Baiver
 en Ongarie l’avoit sposea primer.
 Pasoit quel çorno e tuto l’altro enter
850tant qe Berta le dist qe tropo poria demorer,
 qe entro sa çanbra volea pur entrer.
 Dist la donçela: «Ben lo voio otrier.
 A cesta noit vos diçà pariler;
 a le matin quant el avera soner,
855e eo me levarò si como a orier;
 enlora porés en le leito entrer».
 E dist Berta: «Ben est da otrier».
 Elo no sa mie qe le doit encontrer;
 qe quela malvés, qe Dio doni engonbrer!,
860fi li son bailo querir e demander
 qe son per li donò qe la doust guarder;
 a colu ela prist tuto l’afar conter.
 Quant cel l’intent, molt s’en pris merveler.
 
 Coment la doncelle par le volere de Berte
 intra in lo leto cum li rois e ben fi son voloir;
 si oldirés qe avene de Berte e coment fu traie.
 
 
 XXIV
 
 «Bailo», dist la malvés, «entendés ma rason:
865quando eo me sevré de la moia mason,
 mon per me ve donò por frer e conpagnon,
 qe far deustes mon voloir e mon bon.
 Quella Berte qe ça nos conduson
 tot primament me donò’la li don
870de colçer moi avec li rois enson,
 mais toçer no me lasase por nesuna cason;
 quella promese non valse un boton,
 qe li rois si m’avoit, o e’ volese o non.
 Se tu fa ço qe nu vos contaron,
875eo serò raine de Françe e da Lion
 e de toi farò si gran baron
 major de toi non sera en tota Le[ma]gnon».
 Dist li bailo: «Dites, no li faron.
 Deo me confonde qe sofri pasion,
880se mais por moi le savera nul on».
 
 Coment Aliç false feme stabli a sum
 baillis qa .B. fut amenee in le boise a isillere.
 
 
 XXV
 
 Quella malvés, qe le diable oit tanté,
 a cil son baille oit li afar mostré.
 «Bailo», dist ela, «savés qe vos faré?
 En cesta soire quant sera ascuré,
885vu la prenderés oltra sa volunté,
 e si le averés la bocha si esbaeré,
 s’ela criast qe non soia ascolté.
 Pois la menés en un boscho ramé,
 e illec soia morta e delivré.
890En un fosé vu si la seteré
 qe d’ele mais no se saça novella ni anbasé».
 E quel le dist: «Jamés plus non parlé.
 Meio farò je qe non l’avés devisé».
 «Alé», dist ella, «e tosto tornaré».
895E quel s’en est da la dama sevré.
 Avec lui avoit dos autres demandé
 li qual furent de la soe contré.
 Quant vene la noit qe li jor fu pasé
 a l’ora qe la malvés li avoit ordené,
900qe la raine cuitoit conplir sa volunté
 et avec li rois in leito eser entré,
 e cil malvés la ont e presa e ligé,
 e por la boçe la ont esbaré.
 Via la portent oltra sa volunté
905e si isent de Paris la cité;
 nen demoren tros li boschi ramé.
 E pois la ont desbaré e deslié;
 oncir la volent: quela quer piaté,
 da[va]nti lor se fu ençenoilé.
910«A! segnur», fait ella, «merçé, por l’amor Dé!
 No me onciés, qe farisi gran peçé.
 Se vu la vite por Deo me lasé
 en tal logo andarò, mais novella non oldiré».
 Quant qui la intende si le parse piaté;
915l’un si oit li altro regardé
 e si li dient: «Questo è gran peçé,
 çamai major non fu par homo pensé».
 Li cor li est da Deo omilié.
 I dist: «Dama, de vos ne ven peçé;
920ora ne çurarés qe mais non reverteré
 en questa tere e in questa contré».
 Et ella li foit volunter e de gré,
 e sor li santi si avoit çuré
 qe mais no la vera in soa viveté.
925Qui se partent, arer si son torné,
 et ella remist en la selva ramé.
 E quela malvés qe li oit aspeté
 quant i furent arer repairé
 ela li demande coment i ont ovré.
930«Pur ben, ma dame; d’ele estes deliberé:
 morta l’aumes, si l’aon seteré
 en le gran boscho, entro da un fosé».
 
 Coment la malvuasia donçelle prima-
 ment li dist ço que faire devoit de Berte.
 
 
 XXVI
 
 Or laseron de la malvés qe estoit en gran sejor,
 de nula ren plus non oit paor;
935e li rois la ten loial cun sa usor,
 nen savoit mie coment fust li eror.
 Ne l’aust mie tenue a tal valor,
 anci averoit eu onta e desenor,
 s’el aust ben saplu trestoto ad estor
940quel qe ont fato li malvés liceor,
 qe por quelle dame cresé si gran eror
 dont ne morì plus de mile peçeor
 qe mais non vede ne files ne seror.
 Cun li rois stoit si cun por soa usor;
945por fila li rois d’Ongarie ela avoit clamor.
 De li rois avot tros filz, si cun dis l’autor:
 Lanfroi e Land[r]ix, Berta fu la menor,
 qe mere fu Rolando li nobel pugneor
 e de Milon, si cum oldirés ancor.
 
 Qui se conte de cella malvés femena
 e de le filç q’ela avoit de le rois Pepin.
 
 
 XXVII
 
950Ora fu Berte en le boscho remés,
 s’ela oit paure or nen vos mervelés:
 si come feme qi fu abandonés
 si plure e plançe, molto s’è lamentés.
 Non poit veoir se no arbori ramés
955e li boschaje qe est longo e lés;
 por la paure de le bestie enverés
 ver Demenedé se clama ben confés.
 «A! Verçen polçele, raine encoronés,
 de cesta peçable vos vegna piatés!
960Anco de ceste jor qe vu me cundués
 en celle lois o je fose albergés,
 nen morise qui in cotanta viltés.
 A! Malvas feme, cu[n] tu m’ais enganés!
 Nen cuitoie mie de ceste fasités:
965por grant amor eo t’avi amenés,
 plu t’onorava qe tu fusi mego ençendrés.
 A! Raina d’Ongarie, questo vu non savés;
 de sta grant poine o je sonto entrés
 jamais de moi non saverì meso ni anbasés.
970Ma ventura m’est contraria alés».
 Quant asà ela s’oit lamentés
 et asà oit e planto e plurés,
 le viso se segne, a Deo fu comandés.
 En le gran boscho ela s’est afiçés,
975de ramo en ramo tanto est alés
 cum Damenedeo si l’avoit amenés.
 N’esi del bois e voit en un bel prés,
 davant da soi ella oit reguardés:
 un çivaler voit venir tot lasés,
980e quant celu la vi molt s’è mervelés.
 En cella part ello est alés;
 quant li aprosme si li oit arasnés:
 «Dama», fait il, «qi vos oit ça menés
 por la gran selve e li boscho ramés?
985Vu me parì tuta espaventés».
 «Mon sire», dist Berte, «or nen vos mervelés,
 qe un mon segnor m’è morto da malfés,
 si aust fato de moi, si m’aust bailés.
 Ai! Çentil homo, por santa carités,
990vos voio proier qe vu si m’amenés
 in qualqe logo o eo fose albergés».
 «Par foi», dist il, «ben serì ostalés:
 a mon çastel vu serì amenés;
 ilec seçornarì a vestra voluntés».
 
 Coment Berte remisis en li bois
 e coment Synibaldo la trova.
 
 
 XXVIII
 
995Quel çastelan si fo pro e valant
 et oit nome Sinibaldo, se la istolia no mant;
 a son çastel mene Berte tote plurant,
 et oit dos filles belle et avenant.
 Quant virent son pere cun la dame erant
1000encontra voit, a demander li prant:
 «Qe femene è queste qe ven così dolant?»
 Et ello li dise toto li convenant,
 cun son mari fo morto qe era un mercaant,
 e d’ele aust fato altretant
1005quant ella s’en foçì coiamant
 «Scanpé s’en est par celle selve grant:
 Damenedé l’a mené a salvamant
 et è venua a li vostro comant,
 unde e’ vos prego, se vos m’amés niant,
1010no le mostrés s[e n]on bel viso e riant».
 E celle le dient: «Volunter por talant».
 E celle damesele furent molto saçant:
 contra li vent e por la man la prant,
 e si la vont dolçement confortant;
1015en sa çanbre la mene coiemant,
 si la onore cum fust soa parant.
 
 Coment le fille Sinibaldo alent incontre
 Berte e demandent son per qe illa est.
 
 
 XXIX
 
 Dist le polçele: «Dama, vestre venue
 a gram mervile ne delete et argue,
 a bon oster estes rechaue:
1020por nostra mer vos tiron, ben serés proveue.
 Da che nostra mer nos est deschaue,
 avec nos serés e calçé e vestue,
 nen mançaron valsant une latue
 si cun nos no vos sia partue».
1025Quant dama Berta le oit entendue,
 molto le mercie e a lor s’è rendue
 si como femena la qual era perdue.
 E Damenedé si le fo en aiue
 por çest çastelan ela fo revertue:
1030de Pepin prima fo soa drue
 e po si fo raine quant sa mer fo venue;
 e la malvés qe l’oit si deçeue
 a mala mort ella fo confondue.
 
 Coment le fille Synibaldo farent
 grant [onor] a la raine Berte.
 
 
 XXX
 
 Oeç, segnor, s’el vos plas ascolter:
1035nul hon se doit da Deo desperer,
 qe sa venture ne li poit faler;
 nul hon poit unquamais porpenser
 ço qe li poit venir ne incontrer.
 Berte la raine qe devoit enperer,
1040or li convent li altru pan mançer
 ne no sa pais o ela diça aler.
 Mais celle polçele la tenia si çer
 non parea mie femena strainer:
 avec lor stasoit a boir e a mançer,
1045mais nonportant tant avea li cor lainer,
 qe die e note no stava del plurer.
 Con çelle çastelan dont m’oldeç çanter
 e cun ses file qe tant avoit çer
 demorò Berte plus d’un an enter.
1050Berta fu si mastre de tot li mester
 nulla milor no se poroit trover:
 ben savoit e cosir e tailer,
 e si fo mastra sor tot li friser;
 a celle dameselle prist si dotriner
1055qe plus l’amava qe s’ela fose sa mer.
 A celle tenp donde me oldés conter
 Pepin voloit aler por caçer;
 a Synibaldo envoie qe le diça apariler
 de vitualia e de ço qe li è mester:
1060a li çastel vol venir alberçer
 et illec terço çorno seçorner.
 E Synibaldo li foit de greç e volunter.
 
 De l’aventure qe avene a Berte e comente
 li rois Pepin envoia a Synibaldo...
 
 
 XXXI
 
 Or vait li rois a soa chaçason
 et oit avec lui ses conte e ses baron:
1065altri portent sparver et altri portent falcon,
 brachi e livrer i menent a foson.
 Al çastel Synibaldo venen al dojon
 it ilec alberçent çivaler e peon,
 pois vont a chaçer quant vent la sason;
1070e Pepi mist Sinibaldo por rason
 de ses bestie e d’altre reençon.
 Quant i ont asà rasné vont por li dojon
 veçando li çastel entorno et inviron;
 li rois regarde, qe non fi se ben non,
1075e vide le polçele stare al balcon:
 quando le vi molt s’amervelon,
 qe mais non vi Berte entro quella mason.
 
 Coment li rois Pepin voit a chaçer
 a li çastel de Synibaldo e avec li ses baron.
 
 
 XXXII
 
 Pepin li rois oit Synibaldo apelé:
 «Ora me dites, si dites verité:
1080una dame ai veue molto ben açesmé,
 molto me par aver de gran belté».
 Dist Synibaldo: «Ben vos sera conté.
 E’ la trové en la selva ramé,
 ben est li termen d’un a[n] pasé;
1085si l’ò tenua e molto ben guardé
 cun me enfant q’el à si maistré
 çascuna est bona mastra proé».
 Dist li rois: «Ora si vos alé
 e fais qe in çesta noit n’aça ma volunté;
1090colsa como no, vu avì mal ovré».
 Dist Sinibaldo: «De niente en parlé,
 zamais por moi cil no sera otrié:
 avant me lasaria esere sbanoié
 e pasaroie oltra la mer salé
1095qe in ma mason fose de rien violé,
 s’elo no fose ben por soa volunté».
 Dist li rois: «Vu avì bien parlé;
 aleç a lé e si la demandé
 se consentir me vol cun soa volunté».
1100Dist Sinibaldo: «Ora si m’aspecté
 tanto qe eo soia a vos retorné».
 Li roi remist e cil se n’est alé,
 ven a la çanbra o avoit Berta trové.
 Elo l’apella, si l’oit demandé:
1105«Dama», fait il, «nu avon mal ovré,
 aler me convent in estrançe contré.
 Li rois si oit e plevi e çuré:
 se il no v’oit a soa volunté
 ne me lasera tera un sol pe mesuré;
1110et eo voio esere inançi deserté
 qe colsa aça qe no vos sia a gré».
 Berta, quan l’olde, oit un riso çité
 e dist a Synibaldo: «De ço no ve doté:
 tanto m’avés servi e honoré
1115e si m’avés pasua e nurié,
 cun vestre file e vestua e calçé,
 unqua par moi non serés destorbé;
 presta sui de faire la soa volunté».
 Quant Synibaldo l’olde si l’oit mercié;
1120s’elo n’à çoie ora non domandé:
 tel no l’avoit en soa vité.
 Ven a li rois, si ge l’oit conté;
 li rois n’en fu tuto çoiant e lé.
 
 Coment Pepin vide Berte e si la covota
 e si la demanda a Synibaldo.
 
 
 XXXIII
 
 Li rois estoit sor la sala pavée
1125e Synibaldo fo a lu retornée
 e la novella li oit dito e contée,
 qe la dama si est aparilée
 de voloir fare tuta sa voluntée.
 Li rois n’en fu molt çoiant e lée
1130e dist a Synibaldo: «Vu avés ben ovrée.
 Por la calor qe fu da meça stée
 en celle corte sor un caro roée
 faites qe un gran leto si li sia ben conçée;
 de richi palij soia ben açesmée:
1135suso me voio colçer con eso ma sposée
 e far d’ele la moia voluntée».
 Elo’l dise por gabes m’el fu ben averée:
 li jor s’en voit, la noit fu aprosmée,
 e cil car si fu ben parilée;
1140li rois li fu cun Berta su montée.
 Avant qe d’ele faese sa voluntée
 çerchò la dame por flanc e por costée:
 nul manchamento oit en lé trovée,
 afors qe li pe trovò grant e desmesurée.
1145Nian por ço non ait li rois lasée;
 d’ele ne prist amor e amistée
 tota la noit como la fu longa e lée.
 E Damenedé li dé tel destinée,
 en cella noit oit si ben ovrée
1150v aencinta fu d’una molt bella ritée;
 e cil fu Karlo li maine incoronée
 e fu da Deo benei e sagrée:
 major rois de lui nen fu en crestentée,
 ne plu dotés da la jent desfaée.
 
 Quant Synibaldo oit parlé a dama Berte et
 coment ela otria de fair la volunté de li rois
 e li rois li ordena de far li leto sor un char.
 
 
 XXXIV
 
1155Quando Pepin oit fato son talant
 de dama Berte a la cera riant
 da lé se departi e legro e çoiant;
 non oit eu nul mal entindimant.
 A Sinibaldo la dà e la comant
1160qe d’ele façe meio qe non fasoit davant,
 e se nulla ren ella quer e demant
 conpli le sia a lo demantenant;
 e Synibaldo otria son comant.
 A Paris retorne li rois e soa çant;
1165cun quela malvés raine stasoit a bon convant:
 obeir la fasoit a petit e a grant,
 coronea era del reame de Frant.
 E Berta fu encinte nove mesi pasant,
 en cha de Synibaldo avoit un bel enfant.
1170De ço fo Synibaldo e legro e çoiant:
 el meesmo montò al palafroi anblant,
 la novela a li rois portò amantenant.
 E li rois le dist: «Farés li mon talant:
 batiçer farés primerano l’infant;
1175Karlo li metés nome, qe eo li comant».
 Et i le font, ne nesu li contant;
 e Synibaldo fu e saço e valant,
 a çella dame fait toto li so comant.
 Qui laseron d’ele da ste jur en avant;
1180de la raine d’Ongarie li roman se comant.
 
 Coment li rois Pepin quant il avoit fauto
 de Berte son voloir s’en ritornò a Paris...
 
 
 XXXV
 
 De la raine d’Ongarie e’ vos voio conter.
 Dapois qe sa file s’ave da lé desevrer
 nesun mesaje poté d’ele ascolter,
 e quant a lé envoia mesaçer
1185neson la pooit veoir ni esguarder.
 Como ela savea qe in França dovea entrer,
 in leto se metea, si se fasea voluper
 et a qui mesaçer fasea robe doner
 e de diner por avor da spenser;
1190letere e brevi fasea sajeler,
 si cum a sa mer le fasea aporter.
 E quant li mesaçi s’en retornava arer
 la raina li prendea querir e demander
 de soa file, s’ella aust eu riter,
1195si l’ont veue in via ni en senter
 ne in nulla çanbre ni en sala plener.
 E li mesaçer le dient: «Nu no voren bosier:
 ne la poumes veoir ni esguarder,
 senpre malea nu la poon trover.
1200Ela ne fi doner or coito e diner,
 si ne fa fare letere e brevi sajeler,
 e pois ne fa li conçeo doner;
 o no voiamo o no, ne conven retorner».
 La dama l’olde, cuita li sen cançer;
1205ven a li rois, si le prist parler:
 «Mon sir», fait ela, «molt me poso merviler:
 a ma fila ò envoié plus de .xx. mesaçer,
 nesun me sa d’ele nula novela nonçer,
 qe l’aça veue in çanbra ni en soler.
1210Molto me redoto q’ela no aça engonbrer;
 se no la veço jamés viver non quer.
 S’elo ve plas e m’ame devés amer,
 laséç me aler a ma file parler;
 e quant eo averò saplu de son ovrer,
1215demantenant eo tornerò arer».
 
 Coment la raine d’Ongarie invoia in Fra[n]çe
 mesaçer pro savoir novelle de sa fille.
 
 
 XXXVI
 
 La raina d’Ongarie oit gran segnorie,
 a gran mervele oit la çera ardie;
 ela dist a li rois: «Donés moi conpagnie,
 aler m’en voio en França la guarnie
1220veoir quel rois e soa baronie
 e cun è ben porté de Berte mie fie».
 Dist li rois: «Vos querés la folie:
 longo è li çamin e dubiosa la vie;
 vestra fila sta ben e à gran segnorie
1225et oit de li rois e fioli e fie.
 E questo so por vor por misi e por spie».
 La dama quando l’olde, in oiando desie:
 «Çativo rois, tu no vale un’alie!
 Se conçé non me doni, por Deo le fi Marie,
1230a tot to malgré me meterò en vie,
 sola li alirò sença nul conpagnie,
 e tal colsa farò, sempre sera honie».
 E li rois quant l’intent tuto fo spaventie;
 por sa paure el no sa q’elo die,
1235dever d’ele tuto se homilie:
 plu la dota de nula ren qe sie.
 «Raina», dist il, «e’ v’ò tropo ben oie:
 vestre voloir vos soia otrie».
 
 
 XXXVII
 
 Quando li rois olde soa dama parler
1240e qe pur vole a Paris aler
 veoir sa file o la pora trover,
 o voia o no, le conven otrier.
 «Dama», fait [il], «no me devés por noien noier,
 ne por cesta ovra no me devés blas[m]er.
1245E’ v’amo tanto no se poria conter,
 per ço no me voria da vos deslonçer;
 se vos en França en deverés aler
 mille anni me parera qe retornez arer:
 nen porò pais ni boir ni mançer
1250ne in leito dormire ni polser,
 senpre de vos m’avera remenbrer.
 Ma da qe vos plais e volés pur aler,
 aleç, si non açà reproçer.
 Asà portés or coito e diner
1255qe por çamin açà ben da spenser;
 si vos conven amenar çivaler
 a l’aler e a venir vos diça aconpagner.
 Quant li rois e li baron vos vera si aler
 plu sera vestra file digna da honorer
1260e metesmo li rois la tegnira plu çer,
 si s’en tira plus grant e plus alter».
 Dist la raine: «Mo v’oe oldu parler;
 questo devì vu dir anco en primer
 e no far moi por nient coroçer.
1265Non voio del vostro espenser un diner,
 asà oe da spender e da doner:
 non vira cun moi nesuno çivaler
 qe de le mon avoir non aça asolder».
 La çentil dame prist li rois gracier;
1270ela non volse de nient entarder
 e richament se foit coroer
 de drapi de soia, de porpore e de çender;
 e li çivaler qe la devoit conpagner
 si altament li fait adorner,
1275çaschun menoit palafro e destrer.
 
 Coment la raine d’Ongarie parloit a li rois,
 si lle demanda parole d’aler in France.
 
 
 XXXVIII
 
 Quant la raine en fu aparilé
 e son segnor l’oit ben agraé,
 doxento çivaler fu por lé coroé,
 e la raine pois si fu atorné,
1280trenta somer d’avoir oit carçé;
 ça por aler e por tornar aré
 asà avera da spender e doné
 par lé e por qui qi li voit daré:
 segurament ben pora çivalçé,
1285qe da nul homo no avera reproçé.
 Quant la raine se ven a desevré
 e quella volse li conçé demandé,
 li rois la vait trois fois a basé
 e si la prist dolçement a proié
1290qe al plu tosto q’ela poit ela diça torné.
 E quela dist: «Non ò altro pensé;
 quando eo porò plu tosto desevré
 a vos averò retornar aré».
 Monta a çival, nen volse plu entardé,
1295et avec lé li soi çivalé;
 e li rois vait a çival monté
 cum tota sa baronie por le aconpagné.
 For de la tere peon e çivalé
 la convoient plus de .x. legue enté,
1300a Deo li comandent e retornent aré.
 Al departir li rois en prist a larmoié,
 mal volunter il la lasò alé;
 mais tanto la dotava por q’ela era si fé
 no la olsava por le viso nul hon guardé:
1305par toto li regno se fasea si doté
 no la olsava nul hon de nient contrasté.
 Ela s’en vait e li rois torna aré;
 e tal la vide del reame sevré
 qe prega Deo li voir justisié
1310qe unchamés non posa retorné.
 
 Coment li rois d’Ongarie aconpli li voloir
 de la raine, si lle donò parole de aler in Françes.
 
 
 XXXIX
 
 Va se’n la raine a çoia e a baldor;
 quant oit eu conçé dal son segnor
 ela regracie Deo le creator
 q’ela voit cun tot li son amor.
1315En sa conpagnie oit manti contor:
 doxento furent, totes a milsoldor;
 unques raine non veistes ancor
 qe de çoie portaste plu bel lusor.
 Ne no fu en sa conpagne ni grande ni menor
1320qe non çivalçast palafro anblaor,
 e qui destrer corant e milsoldor
 se font mener avant per plu honor.
 Non vait mie corando ad estor,
 petite jornée vait çascun jor;
1325jamais en Françe non fu raine ancor
 qe da la jent recevese tel honor.
 
 Coment la raine d’Ongarie s’aparelle
 d’aler in Françe por conçé li rois.
 
 
 XL
 
 Va s’en la raine a la clere façon,
 en sa conpagne doxento conpagnon,
 li meltri d’Ongrie de celle region;
1330çaschun oit palafroi e destrer aragon,
 çaschun oit bon hauberg flamiron,
 elmi a or e bon brandi al galon,
 ensegne portent e indoré penon;
 no le fo nul qe somer non conduson.
1335Si grande fu la frote la jent s’en mervelon,
 qui d’Alemagne, donde i çivalçon.
 I no arivent a çastel ni a dojon
 ne a çités qe fust de çenti hom
 qe no la ostalés con tot ses conpagnon
1340e por amor li rois ne le faist don.
 E quella raine fu de grande renon:
 a qui çivaler qe avec lei son
 e qe in France por amor l’aconpagnon
 a lor donava et or coito e macon
1345e diner a si grande foson,
 ne spendea del so valisant un speron.
 Dient entro soi çascuno di baron:
 «Nostra raine si è de gran renon;
 non lasa spender del nostro un boton».
1350Tant çivalçent e por poi e por mon,
 nen fu si tosto cun dist li sermon
 qe en Françe s’aprosma la region.
 
 Coment s’en vait la raine qe pris conçé
 da son segnor e coment çivalçe a [o]nor.
 
 
 XLI
 
 La raine çivalçe qe oit gran segnorie,
 raine estoit del reame d’Ongarie,
1355e costoient d’Alemagne une partie;
 ses çivaler la conduit e la guie
 et ella fu cortois, enver de lor se plie,
 de li so li done avoir e manentie:
 n’i lasa spender valisant un’alie,
1360e i de ço humelment la mercie.
 Tant çivalçò la dama e por noit e por die
 q’ela aprosma a Paris a dos jornée e dimie,
 donde prende mesajes con le rame florie
 qe a li rois qe oit Fra[n]ça en bailie
1365li porta la novelle dont molto s’enjoie:
 por lui veoir la ven la raine d’Ongrie.
 Li rois quando li soit de çoia el ne rie,
 donde oit mandé par soa baronie
 por honorer la dama, q’el non vede en sa vie.
1370Mais cella dame q’el oit en sa baillie,
 qe a dama Berta fe cotanta stoltie,
 quant la novella ella oit oldie
 el à tal dol par poi ne forsonie;
 ela ne sa q’ela faça ne die,
1375ela vi ben sa fin est conplie,
 qe la raine qe vent d’Ongarie
 ben conosera nen sera soa file.
 S’el’a paure non vos mervelés mie,
 q’ela soit ben, com ella oit oie
1380e si l’avoit por mesi e por spie,
 qe in crestenté ni anche in Paganie
 nen fu ma dama qe fust si ardie
 ne qe aust ensi tanta stoltie.
 
 Coment s’en vait la raine a doxento
 çivaler e si civ[a]lçoit por Alemagne.
 
 
 XLII
 
 La raina d’Ongarie çivalça con soa jent
1385a docento çivaler saçi e conosent,
 ne le fo çil n’aça bon guarniment
 e bon destrer e isnel e corent;
 et i çivalçe li palafroi anblent,
 ne le fu çil qe fust le plus lent
1390non aça armaure a oro e arçent.
 Por Alamagne aloit a salvament;
 quan a Paris ili si s’aprosment,
 a .x. legues li mesaçes erent
 qe la novelle portoit novellement.
1395Li rois e li barons toti s’aparilent
 d’ele recevere si honorablement
 como raine de segle vivent,
 ma cella dama qe fe li tradiment
 ela pensoit de fare altrament;
1400ma la soa ovra no li valse nient.
 Malea se foit, en le leito se stent,
 e a son bailo fe li comandament
 qe in la çanbra no lasi entrer nula persona vivent,
 e le fenestre e li usi ensement
1405fait aserer fortement,
 qe in la çanbra ni darer ni davent
 ne se pooit veoir lume de nient.
 Atant ven la raine qe a Paris s’aprosment,
 li rois li vait encontre con tute l’autre jent;
1410la raine vi li rois, in ses braçe li prent,
 por amor de sa file l’acolla dolçement.
 Quant furent a la plaça monta a li paviment,
 mais de sa fille ella non vi nient;
 donde s’en mervelle d’ele grandement,
1415nen pote muer q’ela no se spavent.
 
 Coment la raine civalçe ver Paris
 e invoia a li rois qe li alast encontre.
 
 
 XLIII
 
 Quant la raine fu sor li palés monté,
 qe li rois e li baron l’avoit convoié,
 ele reguarde e davant e daré:
 non vi sa fille, molt s’en è mervellé;
1420adoncha oit li rois aderasné:
 «De mia fille qe n’est encontré?
 Ben è septe ani e conpli e pasé
 qe no la vi, e però son sevré
 de Ongarie, una longa contré».
1425Dist li rois: «Or nen vos mervelé;
 vestra fila est in leto amalé,
 terço çorno est q’ela no s’è levé».
 La dama l’olde, tuta fu spaventé;
 ven a l’uso de la çanbre, si la trovò seré,
1430e celle bailo si fu davant alé,
 dist: «Ma dame, por Deo vos sofré,
 qe le mires si n’oit comandé
 qe no le sia nula persona entré.
 Un petit s’est la dama adormençé».
1435La dama l’olde, si fu tuta abusmé
 e ver de cil ella fu coruçé.
 Ela le prent por mala volunté,
 dale una trata e si le tira aré;
 ven a l’uso de la çanbra, si l’oit desfermé,
1440dedens entra contra sa volunté,
 e quant fu en la çanbra vide tel oscurité
 ela ven a una fenestra, si l’oit despasé.
 Quando lume avoit, a li leto fu alé
 o quella dame estoit envolupé,
1445e la raine si l’oit demandé:
 «Filla», fait ela, «com estes amalé?
 Quando d’Ongaria son partia e sevré,
 per vos amor me son travalé».
 E quella dame qe in malora fu né
1450pur pla[na]ment cum femena amalé
 a la raina ela responde endré:
 «Mere», fait ila, «ora me perdoné,
 qe grement eo me sonto amalé».
 E la raine si fu saça e doté,
1455a carne nue ella l’oit toçé,
 e si la çercha por flanchi e por costé
 e por le piç e davant e daré;
 pois vene a li pe qe non oit oblié,
 trov’el petit e non così formé
1460como avoit Berta soa nobel rité.
 Quando ço vide, tuta fu spaventé
 e dist: «Malvés, vu m’avì engané!»
 Non oit la raine avec lé tençé,
 por le çavì ela l’oit pié.
1465La raina fu de grande poesté;
 contra son voloir e soa volunté
 fora de li leto ela l’oit tiré,
 sor li palés par força l’oit mené
 por le çavì donando gran collé.
1470A lé corent totes e bon e re,
 meesmo li rois li vait tot eslasé,
 si dist: «Ma dame, avés li sen cançé?
 Qe v’à fato vestre file qe avés così tiré?»
 La dama, o li rois vi, cella dama oit lasé
1475e prende li rois, si l’oit çoso afolé,
 e si le dist: «Fel traito renoié!
 O est ma file? Tosto me rendé;
 colsa como no, en malora fusi né».
 Tuta la baronia li fu corant alé,
1480ne li valea amor ni amisté
 qe a li rois aust pieté;
 si le feria cun man e cun pe,
 par un petit ne l’oit acreventé.
 E quella dama s’en fust via alé
1485quant qui de la raine ne la oit lasé.
 
 Coment la raine entroit en Paris
 e montoit a li palés e li rois la convoiò.
 
 
 XLIV
 
 Qela raine non queri conseler,
 par nul ren nen voloit li rois laser,
 nen valea li baron dire ne enproier:
 «Dama, por qe faites vos a li rois ste noier?»
1490E ella le dist: «Non v’açà merveler,
 por mia file qe non poso trover».
 Adoncha li rois se prist porpenser
 de çella dame c’avoit al çasteler:
 quant sor li caro elo la vit primer
1495li pe li trovò grandi como dise sa mer;
 el dist: «Ma dame, or vos traì arer;
 bona novela e’ vos averò conter,
 ma primament ne conven çivalcer
 trosqua a un çastel apreso d’un verçer.
1500Eo creço par voir e si ò quella sper
 qe vestra fille avereç illec trover».
 Dist la raine: «Ne se vol entarder,
 ma una ren saçés sença boser:
 qe vos da moi no v’en averì sevrer
1505se moia file no m’açà a presenter».
 Adoncha li rois si montò a destrer
 e la raine cun li ses çivaler,
 e de qui de li rois li andò plus d’un miler.
 A Sinibaldo aloit avanti mesaçer
1510q’elo se diça de tot apariler,
 qe li rois vent por soi esbanoier,
 e la raine ne volt oblier
 qe d’Ongarie se sevroit l’autrer.
 Qi donc veist Synibaldo li castel adorner
1515de richi palij, de porpore, de cender!
 E quando li rois se le vait aprosmer
 e Synibaldo li voit a l’incontrer.
 Ça avea Karleto tros ani tot enter,
 si grant estoit ben pooit aler:
1520corando vait por veoir son per.
 E la raine la prist a demander:
 «Questo fantim molto me pare ançoner,
 a sa fature pare e pro e ber».
 E la raine si le fait ba[i]ler
1525e dolçement si le prist a baser.
 Atanto i desendent entro li çasteler;
 li rois si prist Sinibaldo apeler:
 «Faites a nos cela dama parler,
 qe vu savés qe vos fi acomander».
1530Dist Sinibaldo: «De greç e volunter».
 Entra en le çanbre, si la fait adorner.
 «Dama», fait il, «el vos ven a parler
 li rois de Françe qe tant fait a loer,
 e la raina d’Ongarie vos vent a visiter».
1535E dist Berta: «Questo voio vonter».
 
 Coment la raine d’Ongarie quant fu monté
 sor li palés e par tot reguardoit e non [v]i sa file,
 e coment aloit a le leto o ella malvasia estoit.
 
 
 XLV
 
 Quando Berte oi quella novelle
 de soa mer, tot li cor li saltelle;
 el apelò le autre damoselle:
 «Venés cun moi davant a li çastele
1540por veoir la raine qe ven de longa tere».
 E celle le font, qe nesuna revelle.
 Quant fo çoso li palés en la praelle
 e la raine, qe tant estoit belle,
 quant ela voit tot trois le polçelle
1545venir ensenbre fora par una vançele,
 ela reguarda sa file en la gonele:
 ben la conoit a li pe e a la favelle.
 Quant la conoit no l’apella de novele,
 d’ele veoir tot li cor li saltele,
1550plu çoiant nen fu qe l’onor de Tudele;
 sovent li basa le viso e la maselle.
 
 Coment la raine d’Ongarie tenoit li rois par
 forçe e si le demanda so fille se s’el non fust lì baso.
 
 
 XLVI
 
 Li rois Pepin nen fu mais si çoiant:
 quant il conoit par voir e certamant
 qe questa è Berte qe oit li pe grant,
1555qe fu sposea de li rois primemant,
 nen fu si legro unques a son vivant.
 Ver la raine Berte parla en oiant:
 «Mere», fait ela, «entendés voiremant;
 de questa ovre e de questo senblant
1560le mon segnor non calonçé de niant:
 se ò eu mal e inoiamant,
 moia fu la colpa al començamant.
 Quella donçelle qe mené de Magant,
 en lé me fiava de cor e lialmant,
1565et ela de moi si fe li tradimant;
 ne’l fi tal Jude a Deo onipotant.
 Menea fu entro un boscho grant
 par moi oncire par li ses comant;
 tanto queri piaté e marçé grant
1570qe i me perdonò la ire e’l maltalant,
 e si me fi çurer sor Deo e li sant
 no ma’ venir en ceste partimant.
 Tant me pené per celle boscho grant
 q’eo n’esi fors e vini a guarant;
1575Synibaldo me trové qe venia çivalçant,
 menòme a ste çastel, si m’à fato honor tant
 como fose sa fille e sa sor ensemant,
 dont e[n] ma vie serò sa benvoiant.
 A li rois me consenti, donde n’avi st’infant;
1580s’el avera vite sera pro e valant».
 E la raine nen foit arestamant;
 li rois apele, si le dist en oiant:
 «Deo vos oit secoru e la majesté sant,
 car por cel Deo qe naque en oriant,
1585se mia filla trovea nen aumes al presant
 morto v’averoie a un coltel trençant,
 ne da le mi man nen ausés guarant».
 Li rois l’olde, s’en rise bellemant.
 
 Quant la raine d’Ongarie vide sa fille si
 la conoit amantenant e si menoit gram [çoia].
 
 
 XLVII
 
 Gran çoia oit li rois Pepin eu
1590quant dama Berta oit reconou
 et oit da lé par voir tot entendu,
 tot l’afaire qe le fu avenu,
 e cun quella malvés la oit deceu;
 se la fe mener, qe era son dru,
1595par lé oncire en le boscho folu.
 Li rois çura Damenedé e Jesu
 qe quella malvés qe l’avoit consentu
 como meltris [sera] en un fogo metu.
 Li rois de Françe nen fu demoré plu;
1600con la raine qe d’Ongarie fu
 e cum Berte qe Deo oit secoru
 de le çastel i se sonto partu
 et a Paris i sonto revenu.
 
 Coment Berte parloit a sa mer la raine
 e si li contò tot ço qe li avent e con fu tramé.
 
 
 XLVIII
 
 Quant li rois fu a Paris retorné,
1605quella raine qe tanto fu renomé
 avec soi ello l’oit amené;
 e dama Berte nen fu pais oblié,
 e avec lor Karleto oit mené.
 Gran fu la çoie par tot la cité,
1610grant fu la cort e davant e daré;
 li tradiment çascun oit blasmé
 e la malvés si fo presa e ligé.
 Avant qe la raine fust partua ni sevré
 fo çella dame en un fogo brusé;
1615por lé nen fu asà li rois proié
 da li barons de li son parenté.
 Metesma Berte por soa gran bonté
 l’avoit en don a li rois domandé;
 mais no l’è una poma poré valsé,
1620qe la raine d’Ongarie n’estoit si abusmé
 ne la lasaroit scanper par l’or de crestenté.
 E cele dame qe in malor fu né
 avant q’ela fust en le fogo bruxé
 ella se fu molto ben confesé:
1625a tota jent dise li so peçé,
 a Berta oit li perdon domandé,
 et ella li oit loialment doné.
 Qe vos de eser li pla plus alonçé?
 Cella dama fu en un fois bruxé.
1630Una colsa fi Berta donde fu ben loé:
 tantosto com ela fu de le mondo finé
 for de le fois ella si fu tiré,
 a San Donis o est li grant abé
 a grant honor ela fu seteré.
1635Dos enfant d’ele s’en remist daré,
 Lanfroi e La[n]dris ensi fu apelé;
 e una fille petite, Berta fu anomé,
 quella si fu mere Rolando li avoé.
 Oldés, segnur, de Berta gran lialté:
1640qe qui enfanti qe remist daré
 si cun Karleto li avoit alevé;
 ne sa pais mie ço qe le fo encontré.
 Quando le dos enfant furent tant alevé
 qe pois poent avoir arme baillé,
1645cun li baron prendent tel amisté
 e por la forçe de li ses parenté
 tant oit li traiti con eso lor ovré
 qe Pepin e Berte furent enveneé,
 donde cuitent avoir sa mer vençé.
1650Ben averoit Karleto morto e delivré
 nen fust Morando qe l’oit via mené.
 Nen poté star in la crestenté,
 en Spagna fu avec lui alé,
 a li rois Galafrio elo fu presenté
1655qe le nori, si l’avoit alevé;
 e soa filla en lu fu marié.
 Nen sera pais ste roman finé
 qe oldirés cun fu la colsa alé;
 mais de Bovo d’Antone oldirés asé.
 
 Coment la raine parolò a Pepin e pois
 se partent ensenble e venoit a Paris.
 
 
 XLIX
 
1660Oeç, segnur, e saçé: quant de cele dame fu fato le çuçemant
 qe de dama Berte fist li tradimant,
 ilec demorò la raine trois mois en avant;
 e quant oit metu sa file a le convenant
 non volse ilec demorer longo tanp,
1665q’ela se porpense li çorno en avant
 quando da li rois en fi desevremant
 del retorner la proiò dolçemant.
 A li rois Pepin e a sa fille ensemant
 conçé demanda e ben e dolçemant,
1670e qua[n]do de la raine i vi li som comant
 e ço qe a lé plais e oit en talant,
 si le consente con li vene a talant.
 Adonc Pepin se levò en estant
 e ses baron avec lu ensemant,
1675por conveier la raine montent en auferant.
 Berta vi sa mere, larmoia tenderamant,
 et elle la basa, si le dist dolçemant:
 «Fila», dist ela, «a Jesu te comant;
 la merçé de Deo li pere onipotant
1680vu sì scanpea de così gran tormant.
 Sor tot ren de le segle vivant
 vestre segnor vos amarés avant,
 faites vos ben voloir a petit e a grant».
 «Mere», dist ella, «el ò ben en talant;
1685ço qe vos dié ben sera otrié tot quant,
 e mon per da mia part salué dolçemant.
 Mais d’una ren vos sia remenbré atant:
 non tornés mie por le çamin erant
 que vos faistes l’autre jor en avant,
1690por la paure di baron de Magant,
 qe sont alti homes e ont tanti parant;
 torbea en poreç estre e vos e vestre çant,
 de ço cuitoit vençer quella dal tradimant».
 Quela le respondi: «Farò li ton comant:
1695pasarò por Lonbardie in m’anant,
 pois pasarò en nef et en calant».
 
 Qui conte la novelle comente la dame
 que fi li tradiment fu arse e bruxée.
 
 
 L
 
 Quant la raine desis de la sala pavée
 tota la jent fu par lé relevée
 et ella oit tota jent saluée,
1700soa filla oit basé e acolée.
 De pietés çascuna oit plurée
 e mante larme el ont butée;
 la raine qe tant avoit beltée
 soa fille oit a Deo comandée,
1705et ella e Karleto ella oit segnée.
 A palafroi quant ella fu montée
 li rois Pepin monta da l’altro lée,
 a plus de mil baron l’avoit convoiée.
 E qui çivaler qe d’O[n]garia fu née
1710se sonto ben guarni e parilée,
 par soi defendre s’i trovase meslée.
 Va s’en la raine qe ben fu convoiée,
 a li rois oit sa fila comandée;
 non sa pais mie con fu la colsa alée,
1715ço qe a lé en furent destinée:
 mais no la vide en soa vivetée.
 Li rois l’amena fora de la citée,
 plus de quatro legues la oit aconpagnée;
 la raina s’en voit e cil est arer tornée,
1720e da cel çorno avanti Berta la ensenée
 si fu par tot raina de Françe clamée.
 Et ella fu de si grande bontée
 qe la petita Berte oit tanto amée
 como ela aust en son corpo portée,
1725e si l’oit si ben noria e maistrée
 cum fust ma dama qe fose plu maistrée.
 E la raina d’Ongarie fu tanto apenée,
 entrò en nef, si fo oltrapasée;
 en Ongarie quando fu arivée
1730li rois le fu encontra lui alée:
 gran çoia fu par tot part menée
 de la raine qe arer fu tornée.
 
 Dapois qe la dame qe de Berte fi li tradimant
 fo çuçée, se departe la raine e si aloit en Ungarie.
 
 
 LI
 
 Or fu la dama de França repariés,
 gran çoia mena tot qui de la contrés.
1735Li ro[is] vi la raine, si l’oit arasnés
 e si le oit de novelle demandés
 del rois Pepin como la oit honorés.
 E quella li oit tot l’afar contés,
 como sa fille fu trasfigurés,
1740da una mavés traita et enganés:
 «Saçés, bon rois, se no le fose alés
 senpre seroit vestre fie sea orfanés,
 jamés de França ne fosse encoronés;
 la mercé de Deo, de la moia bontés,
1745tant ò eo fato et auvrés
 q’ela est raina de tota França clamés».
 Li rois l’intent, si l’oit merciés,
 por la venue l’oit trois fois basés;
 gran çoia n’oit anbidos amenés.
1750{Da qui avanti fu li çanter enforçés,
 lasaron de li rois qe fu çoiant e lés;
 a Bovo d’Antone nu seron retornés,
 cun por Pepin el fu asediés
 contra li voloir de ses richo bernés.}
 
 Coment la raine d’Ongarie se departi di
 li rois Pepin e da sa fille e si se n’aloit en sa terre.
 
 [...]
 
 Coment la raina d’Ongarie fu repariée
 en sa tere et a li rois contoit la novelle.