RIALFrI

La Geste Francor, Enfances Bovo (ed. Zarker Morgan)

La Geste Francor, Édition of the Chansons de Geste of. MS. Marc. Fr. XIII (=256), with glossary, introduction and notes by Leslie Zarker Morgan, Tempe (Arizona), Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2009 («Medieval and Renaissance Texts and Studies», 348).



Edizione digitalizzata a cura di Leslie Zarker Morgan
Marcatura digitale a cura di Luigi Tessarolo

 

  TESTO CRITERI DI EDIZIONE  

 

i>Divisione delle parole

Preposizione e congiunzione sono scritti di seguito secondo l’uso italiano (per es., Porqe). Preposizione e articolo determinativo sono scritti di seguito con il punto in alto (per es., de·l canp) prima di consonante, ma separatamente e con l’apostrofo prima di vocale (per es., a l’ami).
Au, la forma velarizzata di a e l, nel verso 9424, unica occorrenza di questa forma, è scritta a sua volta con il punto in alto, a·u.
Qele e dele, congiunzione o preposizione seguita da pronome femminile, sono scritti Qe le e De le, di nuovo secondo la forma italiana (invece del francese Q’ele o D’ele, che sarebbero pure possibili).
Vocale palatale dopo consonante e prima di s impura (per es., sestoit) è scritta se stoit (invece di s’estoit; cf. a esperon vs. Le speron) dove c’è solo una vocale.
Per aler, andar(e), venir(e) e le loro forme, quando vi è la presenza di una a dopo la forma verbale, la si interpreta come a preposizionale prima dell’infinito dipendente (per es., aloit a prender).
Per i nomi di luogo che iniziano in A, o per i verbi con a- iniziale, si interpreta l’eventuale mancanza dopo la preposizione a come un’elisione, e si rappresenta il fenomeno con l’apostrofo (per es., a ’Ntone = “a Antone”; a ’Leris = “a Aleris”; a ’coler = a acoler).
di: dove la i potrebbe essere l’articolo determinativo, si inserisce il punto in alto (d·i enfant (v. 633) = “dei bambini”); altrimenti, le due lettere non si separano.

Abbreviazioni
(per chiarezza, le forme sciolte delle abbreviazioni in mezzo alle parole o in mezzo ad una frase qui sono scritte tra parentesi quadre, ma nel testo sono in corsivo)

7: È scritta et, con tre eccezioni (verso 17, e due volte in 15041) dove e permette una sillaba di meno nel verso, per mantenere il conto di dieci sillabe: il verso 17 si legge Morto l’abate, sença nosa [e] tencon; e il verso 15041, Cun li çivaler vait [e] arer [e] avant.
titulus: Il titulus segnala la mancanza della nasale. Si segue la forma più comune trovata dove non c’è abbreviazione, cioè, n.
[r]: Si segue la forma più comune altrove nel testo. Esempi: m[er], m[er]velos, P[er]sant, p[re]sant, p[ri]mer, p[ri]memant, p[ri]nçer, p[ri]s, p[ri]sé, s[er]pant, v[er]gognie.
ē: Per e[st] 8 volte nei versi 640, 14102, 14126, 16344, 16671, 16713, 16732, e 16818.
Jesu χ͡ρσ appare una volta (v. 9390), per Jesu [Christ]o.
s͡te appare una volta (v. 6187), per s[an]te.
I nomi propri si abbreviano in generale solo per i protagonisti più frequenti.
.K. si usa per Carlo Magno. Ci sono otto varianti tra le 88 forme scritte senza abbreviazioni: Karle, Karloete, e Karo (nelle rubriche); Karles e Karloto nel testo; Karleto 64 volte, nella sezione di Karleto; Karlon, sempre in rima; Karlo, all’inizio e nel verso. Nel Karleto (vv. 5491-9026), dunque, la forma abbreviata è sciolta K[arleto] con l’eccezione delle forme in rima dov’è necessario K[arlon]. Altrove, si è optato per K[arlo], a meno che la rima non richieda K[arlon].
.N. per Naimes è frequente. Seguendo le forme scritte per esteso, in rima si dà N[aymon]; altrove appare N[aimes].
.R. (.Ro., Rubriche 530, 580, 581, 585, 617) per Orlando. Nel testo appaiono Rolan (in rima); Rolandin; Rolando; e Rolant. Nel testo di Orlandino, Rolandin è la forma preferita, e dunque è questo lo scioglimento usato, a meno che la rima non richieda un’altra forma. Prima e dopo, secondo il numero di sillabe richieste e l’età del personaggio si risolve: prima di Orlandino (vv. 9393, 9480 e 9498) per il bambino e tre sillabe, R[olandin]. Dopo l’Orlandino, però, si usa R[olando] per tre sillabe, R[olant] per due sillabe e nelle rubriche, dove non sono in rima.
.B. per B[erte] (Rubrica 40).
.B. per B[ra]er (Rubrica 363, dopo v. 12649).
.G. per G[uier] (Rubrica 112, dopo v. 4272).
.M. per Macario (Rubriche 411 e 413).
.O. per O[liver] (Rubrica 631).

Emendazioni

Le aggiunte editoriali, emendazioni e cancellature sono tra parentesi tonde ( ); le spiegazioni si trovano nelle note alla fine nel testo stampato. Le parentesi ad angolo < > indicano le letture di altri editori che non sono chiare ma che sono ragionevoli (spiegazioni nelle note stampate).

Gli accenti scritti

a. la c con cediglia Ç si lascia tale e quale nell’originale. L’uso non è coerente prima di palatale e dunque l’emendazione sembra illogica. Per distinguere tra certe forme, però, è stata aggiunta o tolta la cediglia 12 volte: le forme di çuçer (< JUDICARE) e lessemi imparentati, nei versi 2824 ((çu(ç)ement), Rubrica 121 ((ç)uçé), 11652 ((ç)uçé), 14730 ((ç)u(ç)ement), 15345 (çu(ç)ement); inoltre, nel verso 4824 (ç)onto (Ital. “giunto”) (< lat. JUNGERE); (ç)u(b)ler (830, per correggere la metatesi dove nel manoscritto si legge bulçer); (ç)ura, v. 4560 (<JURARE per distinzione da curer < CURARE); (ço)strer (v. 897) e (ç)ostraren (v. 13117) per seguire altre forme di çostrer; (ç)ant, Rubrica 451, dopo v. 16011 (per seguire le altre forme < GENTE(M)). Una cediglia in più si toglie da (c)oment (Rubrica 388, dopo v. 3677).
Accenti editoriali aggiunti:
b. l’accento acuto si aggiunge solo su -e.
i. Per i participi passati (riflessi di, o analoghi a, i riflessi di participi passati della prima coniugazione latina in -ARE), per distinguerli dalla terza persona singolare o plurale del tempo presente dov’è possibile; dove non è possibile la distinzione, non c’è accento scritto.
ii. L’acuto si usa anche alla seconda persona plurale indicativo o imperativo per la prima coniugazione come alé e alés, ma non in -ez/-eç.
iii. Similmente, le parole con la sillaba tonica che hanno la stessa struttura: malvés; jamés; aprés; palés. Però, dove la tonica non è chiara, come demanes, non c’è accento scritto (italiano dománi o antico francese demanois?).
iv. Alcune parole di una sillaba si scrivono con l’accento acuto per distinguerli da altre parole di significato diverso (<DEUM, come Damnedé [<DOMINUS DEUS]); (< NATUM); (ital mod lieto); (fran mod mais). Non è possibile evitare ogni doppiatura; per esempio, ne può essere la particella negativa e la congiunzione equivalente al moderno “né”; le può significare “largo” e “lei” come pronome.
c. l’accento grave si aggiunge alle vocali finali a, e, i, o.
i. Per la terza persona singolare/plurale del passato remoto dei verbi regolari in -o, riflessi o analoghi alla prima coniugazione latina, in -ARE (per es., trovò) per distinguerlo dalla prima persona singolare presente. Dove non è chiaro se il verbo è presente o di una radice regolare o irregolare, come pote, non si usa l’accento. Ci sono due lasse con la rima in a finale che sono problematiche; il tempo verbale di alcuni verbi così non è evidente.
ii. L’accento grave si usa al futuro: , , (per es., farà), secondo l’uso dell’italiano moderno.
iii. Si usa sui nomi ossitoni come verità (290).
iv. Si usa sull’ -i finale dove vale come desinenza verbale della seconda persona plurale (= és); per es., condurì, avì. Questo include l’imperativo.
v. Inoltre, l’accento distingue tra omonimi e in alcuni casi, tempi verbali: ò (=ho) vs. o (=dove); à (=ha) vs. a (preposizione); è, (=è) vs. e (=e); (diede; deve) vs. de (preposizione); (dal verbo dare, dà e l’imperativo, da’) vs. da (preposizione e participio passato); (verbo, l’imperativo di dire) vs. di (preposizione); (imperativo) vs. fa (indicativo); (sei, siete) vs. si (se; e; sì); (dal verbo sapere) vs. se (pronome e congiunzione); , (avverbi) vs. li, la (pronomi).
vi. Il grave si usa anche su -e ed -i dove sono forme del passato remoto (per es., avì, trovè).
c. la dieresi: non si usa; siccome il conto delle sillabe è tanto variabile, si evita l’uso.
d. l’apostrofo: rappresenta l’elisione di una vocale. È spesso poco chiaro quale parte di un’espressione abbia subita l’elisione (per es., elo: sarà e < EGO + l < ILLU + o < HABEO? O sarà el < ILLU + o < HABEO?), allora si limita l’uso dell’apostrofo a:
i. congiunzione pronome soggetto: q’il; s’i
ii. articolo più aggettivo o nome che inizia con vocale: L’uno
iii. avverbi negativi seguiti da verbo o pronome oggetto che inizia con vocale: n’en; n’amo
iv. pronome oggetto seguito da verbo che inizia con vocale, o seguito da un altro pronome che inizia con vocale: l’à, s’en
v. a prima di lessema che inizia con a; per es., a ’Ntone, per a [A]ntone; questo è un esempio particolare, dove alla seconda parola manca la vocale iniziale. C’è un esempio di a più un’altra vocale (o e o i, che è simile, v. 10627: Lasa’n, dove l’apostrofo sta per la vocale iniziale di en o in (tutte e due le forme si trovano nel testo).
e. punto in alto: si usa per la combinazione di due lessemi dove il secondo inizia in consonante.
i. preposizione + articolo: a·l, de·l; l’eccezione qui è a·u, che appare una volta sola (v. 9424);
ii. verbo + pronome atono che segue: Fa·la, à·l, ecc. A causa della legge Tobler-Mussafia nella lingua antica (i pronomi oggetto non precedono un verbo all’inizio di verso o di frase) (Rohlfs, Grammatica storica, 170-72 [& 469]), è piuttosto frequente. Il punto in alto si usa anche con gli imperativi, infinitivi, e il futuro ossitono. I pronomi tonici non sono inclusi (moi, nos, vos);
iii. pronome soggetto + pronome oggetto: per es., ela·l, ele·l, ge·l per il moderno “lei lo” or “lei la,” “glielo” or “gliela”;
iv. congiunzione + pronome oggetto: qi·l, si·l per il moderno “che lo,” “se lo”;
v. in pochi casi, il verbo e il soggetto che segue che inizia in consonante: è·lo, è·la, fo·lo, ecc.;
vi. in casi di assimilazione: una nasale finale con una parola seguente che inizia in nasale; per esempio, i·me per in + me, “in mezzo a” (v. 10447); co·la, per con + la (v. 10877); una congiunzione a un pronome soggetto che segue, e·l, “et il” (per es., v. 10690), e·s, “et les” (v. 16344), ecc.; e similmente, l’avverbio negativo più pronome oggetto che segue, dove la nasale finale si assimila a l: no·l, moderno “non lo.”

Semivocali

Il manoscritto usa u per u e per v, i per i e j/y. Convenzionalmente, si usa j come la seconda dei due “i” i al plurale (per es., palij) e nei numeri (per es., xij). “j” si associa con tanti fonemi nelle tradizioni delle due zone. Contrariamente ad alcuni editori, in questa edizione si trasforma la “i” in “j” in ogni posizione della parola, non solo all’inizio.
J è scritta:
i. dove rappresenta il /ʤ/ nell’italiano moderno, /ʒ/ nel francese moderno: per es., jent, jant, jorno, je (= “gente / gens, giorno / jour, -/je”)
ii. dove rappresenta /j/: per es., çoja, nojer (= “gioia, noia”)
iii. dove rappresenta /λ/ nell’italiano moderno: per es., mujer (= riflesso di “moglie”)
-ij (sij, malvasij) come convenzione è scritta -ii secondo le pratiche moderne.
v appare:
i. nei numeri cardinali (romani) nel manoscritto.
ii. savrà e avrà perché le forme con la semivocale predominano.
iii. altrove, si segue l’uso moderno: per es., salver/saluer, che significano “salvare” e “salutare.”

I maiuscoli

Si usa il maiuscolo secondo le norme delle lingue romanze moderne. Nel manoscritto, si trova di solito un trattino rosso attraverso i nomi di persona, raramente un maiuscolo se non all’inizio di verso. Si scrivono qui anche con il maiuscolo i luoghi d’origine e gli epiteti usati come nomi (per es., Çudé, Apostoile, Ascler).

Per più dettagli, si rimanda al volume 1 dell’edizione, pp. 289-304, da cui è tratta questa presentazione abbreviata.

 

 
 Laisse 1
 
 Sor tot les autres fu de major renon.*
 Bovo no le querì ni merçé ni perdon:
 Ver lui s’en voit cosi fer cun lion,
 E ten (Clarença), chi à a or li pon,*
5Qe li donò Druxiana a·l çevo blon.
 Gran colpo fer deso(r) son elmo en(s)on,*
 Qe flor e pere n’abatì a foson.
 La spea torna qe ferì en canton,
 De l’aubergo trença davanti li giron;
10Le brando desis sovra li aragon,
 Le çevo li trençe, quel caì a·l sablon.*
 E Bovo escrie, “Munçoja sunon!*
 Ai, fel traites de mala legion,
 Questo fino donè (anbi) de Gujon!” *
15Celu d’Antone, qe tenpo fo p(r)o(d)on, *
 E Teris fer un altro ses conpagnon;
 Morto l’abate, sença nosa e tencon.
 Bovo le vi, si le mis por rason:
 “Bel dolçe frere, no·l tenez a perdon;
20E mo e nos, se bon soldi me denon,*
 Nu seremo freri e conpagnon.”
 Li cento soldaer ferì tot a bandon;
 Çascun abate li so a·l sablon.*
 Grande fu la bataile defora <li doj>on; *
25E li so çivaler son ve<nu a Du>on
 E si le fa monter sovra li aragon.*
 E quando Dodo fu monté en arçon,
 Elo dist a sa jent, “Lì retornarè non.”
 Sor<venu> e<rt una grant legi>on;
30Uno trovi qe po<rta li> on.*
 Deo <li maldie> qe <sofrì pasi>on!
 “Tel colpo me donò sor <mon elme enson>,
 Fendu m’averon trosqu’a < >.* <3 lines missing>
 Qi me donast <tot li> or <de·l mon>, (37)
35Un altro colpo . . . <desor> li g<iron>
 Si me resenbla eser un garçon.”
 Lor se <partent e lasent> la tençon, (40)
 E lasent de <morti plus de cento> on
 Qe <mais non verent li doj>on;
40Si <d>elasò tende e pavilon.*
 
 Rubric 1
 Coment Do de Magança retorne / a ’Ntone cun soa jent.
 Laisse 2
 
 <Do de Magançe fu retorné arer>*
 <E lasa ato . . . er >* (45)
 . . . facer . . . siter
 . . . çivaler*
45Ven a ’Ntone, entra sens entarder,*
 E quando f(u) dedens, prist Deo a ’orer,*
 Qi li oit delivré da cele soldaer: (50)
 El g’era vis <qe il> le fust darer.*
 Dama Blionda le prist a derasner:
50“Avez preso li çastel <de·l malfer>?”
 “Dama,” fait il, “No me fai enraçer!*
 A li castel ai eu engonbler, (55)
 Qe in> ma <vie> ne <dever>ò <obli>er *
 <Venu lì sont, no è li> soldaer.
55<Un est perigolo>so e fer;*
 S’ele no fust . . . l projer
 <Le parenti faites da> (60) *
 Qe poit ver . . .*
 <Fendu m’averoit tros> li ba<udr>er *
60. . . . li uno dona <fo> França e Baiver
 Un altro colpo <ne li averoie> . . .”
 <Dist la dama, “Deo ne poso graci>er,
 . . . <vos ç . . . > (65)*
 <Qe de . . . >
65<Un . . . >
 <Fost . . . >
 <Quando . . . >
 Et a (70)
 France li* [24 lines missing here]
70XX. milia son arma, tot a destrer,
 E altretant furent li peoner;
 Segurament poent çivalçer.
 Synibaldo no à cent da l’incontrer,*
 Ma la merçé de Deo e de·l bon soldaer (75)
75Le farà si malament retornar arer
 Q’elo no atenderà lo fiolo lo per.*
 
 Rubric 2
 Coment Do fi bandire oste / E vene a san Simon.
 Laisse 3
 
 Dodo çivalçe cun soa oste grant,*
 Por li çamin i s’en vont erant,*
 Tantq’i furent a san Symon d’Ariant. (80)
80E (s)i le venent una doman por tanp
 Bovo era levé a l’aube aparisant,
 E reguardò fora por me li canp.
 Vi loçe tendere e pavilon tirant;
 Quela grant oste elo vi lì davant. (85)
85Quando la vi no se smaiò niant,
 Q’el vi Synibaldo si li dist en ojant:
 “Porqe me donés vos vestre soldo, *
 A moi e a quisti altri qe vos sir(v)e pro be(s)ant?*
 E no son soldaer por star seré çadant;* (90)
90Anci son soldaer por aler a li canp.
 Ne no son preste ni çapelant,
 Qi de soldo serve, mete sa (vi)ta por niant!
 Fà·me avrir la porte alo demantenant,
 Colsa como no, li çoncé vos demant.” (95)
95Synibaldo li responde, “Bel fils, or m’entant;
 Tu po ben fora ensir a salvamant.*
 Gran perigolo est aler contra cotant
 <Sor> un de nos i sont plus de ça<nt>.”
 <E dist> Bovo, “de ço son plu çojant;
100. . . por en mi canp*
 . . . d·i Persant
 . . . e sarçant
 . . . c’a li Deo comant
 . . . n li sant
105. . . con tradimant
 . . . te farò li to comant
 < . . . tos>to et isnelemant.”
 . . . monta en auferant
 . . . armarent tre çant
110. . . (s)i ne fu molto çojant
 . . . ent amuniscant
 . . . u ten <dos> mile a <ta>ant
 < . . . u>er colpo davant
 . . . <a>lirò por li canp
115a l<e en> avant
 . . . or nen vo<s doté> niant;
 Qe anchoi seron toti riche e manant.
 E se vos me verés aler malemant,
 Qe ço caist de sella en avant,*
120E qe de bataile eo fuse recreant,
 E fose pris da cele male jant,
 Segurament nen vos tardés niant.
 Vu averés retorner a guarant
 En le çastel a vestre salvamant.
125Ne vos so altro dir; a Jesu vos comant,*
 Qe naque de Marie là jos en Beniant.”
 E qui li respondent, “Non parlez pluss avant;*
 Nu vos tenon por sire e por guarant,
 Ne vos faliron por le menbres perdant.”*
130La porte fu averté e li ponte atant;
 E Bovo ese defors con cele poche çant
 E por amor de Bovo, Teris ensì ensemant.
 E Bovo si fo pro, si le fi saçamant;
 Avantiqe qui de l’oste montese en auferant,
135Ne aust preso arme ni guarnimant.
 Bovo si li asalì si vigorosamant
 Cum fait le lion quant s(o)a caça prant.*
 Qui de l’oste stava seguremant,
 De qui dedens ne se dotava niant.
140Nen cuitoit mie par nesun convenant
 Qe cellé dedens fust gent tant
 Qe avec lor i venise a·l canp,
 Ne qe casu fose defors a li torniamant.
 E Bove li asalì mantenent destant,
145E morti n’abatì tanti e de sanglant
 Qe cuverta n’era la verde erba de·l canp.
 L’oste si fu scremie e darer e davant;*
 <Çascun> prende arme, monta en auferant.
 Lor se començe la bataile si grant,*
150<Q>e (I)deo tonast: non olderia hon vivant.*
 
 Rubric 3
 Coment Bovo con ses cunpagnon si s’en voe<nt>*
 En la bataile, e con Do <de> Magançe se ferì con Bovo.
 Laisse 4
 
 Do de Magançe fo en cival monté,
 E tota sa jent avec lui aroté;
 Lora verisi començer gran meslé.
 Bovo va pur davanti, li soldaer va dre;
155E li prode Ter(is), tuta or a son costé,*
 Quant le aste son frate, mete man a le spe.
 Cu il consegue, son morti e delivré.
 En Do de Magançe Bovo se fu encontré;
 Do le ferì de un dardo amolé.
160Grant colpo li donè, si le oit li scu frapé;
 Tota la tarça fendu en do mité.
 L’auberg fo <roto>, da mort li oit tansé;*
 <La spea> fu fraita, li troncon vola a·l pié.*
 Bovo par lui non fu d’arçon plojé,
165E Bovo fer lui cum li brant amolé.
 Nen fust qe Dodo se çitò a li pre,
 Fendu l’averoit jusqua no de·l baudré. *
 Ma noportant, tosto fo redriçé
 Monta a çival, si oit t(r)ata la spe,*
170E ferì Bovo desor l’eume çemé.
 E quel fo bon, non trença una deré;
 La spea torne, ne l’oit ren dalmacé.
 Adoncha verisi començar gran meslé:
 Teris e Bovo sonto molto aprisé.
175Cu i consegue, ont morti çité.
 Bovo va avanti, e Teris va dre,
 Ma la çent de Dodo sento si enforçé*
 Qe nostri çivaler ont reduti aré,
 Plus d’una arçée ver li çastel torné.
180Quando Bovo li vi, oit un cri çité,
 “Arestés vos, me çivaler prisé,
 Aprés de moi venés tot aroté!”
 E cil le font volunter e de gre,
 Ne le fo nul qe fust desghiré.*
185E Bovo guardò fora por la caré,
 E si vi Dodo da li altri delunçé.
 A gran mervele el fo ben armé,
 E son cor fu molto ben açesmé.*
 Bovo oit Teris queri e demandé,
190“Qi est quel, qi mena tel ferté,
 Ses armes a bicor pituré?*
 Sor tot les autres, el par eser doté.
 Est el cont, o grant amiré?
 Gran colpo me donò de sa spe.”
195Dist Teris, “Sire est de la contré,
 Et è colu qe à l’oste ça mené;
 Do de Magançe el est apelé.
 Elo oncis men segnor, donde fi gran peçé,*
 (E un son filz oit desarité;
200Petit enfant, Bovo era apelé).
 Por una feme, qe in malor fu né,
 Fo quel tradimento fato et ordené;
 E qi de lui en fust delivré,
 Q’el fose morto oncis e detrençé.
205Nen dotaresemo li altri una poma poré;*
 Par lui avemo guera, e d’inverno e d’esté.”
 E dist Bovo, “Eo le conoso asé.
 Quando da moi el serà desevré,
 El porà ben loldar Damenedé.
210Doncha est il cil qe fe quel gran peçé,
 Contra que(l) dux qe fu si engané!”
 Bovo oit pris una lança feré,
 Qe un de sa gent li avoit presenté.
 Bovo prist la lançe a li fer amolé,
215Davant da soi oit la tarça çité;*
 E punçe Rondel de li speron doré
 E va a ferir Dodo sor la tarça doré.
 Le scu li speçe, l’auberg li oit falsé;
 Ne li valse la bruine un diner moené.*
220Entro li flanco oit li dardo fiçé,
 Siq’elo l’oit durament ennavré.
 O voja o no, l’oit abatu a·l pre,
 E questo fu voluntà de Dé,
 Qe se l’aust plu de·l canpo pié*
225Por me li cors fu li dardo alé;
 E s’el fust alore mort e delivré*
 Nen fust l’ovre cosi ben alé.
 Como il alò si cum vos e·l dirè,*
 Et en tal mo fo presa la çité
230Qe non seria en tota quela ste.
 E Bovo trapase fora, por me li pre;
 El cre q’el sia morto, e son pere vençé;
 E Dodo stava reverso i·me li pre,*
 E quando se ne fu desevré,
235Sa jent li ven sovra, si l’oit suso levé. *
 Quando vivo le trovent, si n’oit Deo aoré;
 I descenderent, si l’ont reconforté.
 A çival li tornent, e si l’ont via mené.
 Da cele ora en avanti, si remis la meslé;
240E por quel colpo fo l’oste sbaraté.
 Ne se ge ferì plus de lança ni de spe,*
 Ni tuto mejo po, fuçe ver la cité,
 Non atendoit li fiolo li pe.
 Quelo davanti era çojant e lé;
245Nen voroit eser por l’or d’una cité
 Eser darer atrové.*
 E Bovo oit cun li brant açaré*
 Alé darer, donando gran colé,
 E avec lui, Teris cun li soldaé.
250La merçé de Deo, la vora majesté,
 Bovo oit la proja guaagné.*
 A ses conpagni l’oit partia e delivré;
 Grant fu la çoja qe qui ont mené:
 Çascun oit plu r(ob)a qe ne oit demandé,*
255Donde furent richament ostalé.
 En le çastel i furent retorné,
 A salvamento tuti çojant e lé,*
 E Synibaldo li fo encontra alé,
 E tot li altri qe in le çastel era torné.*
260Si ont çoja, or non m’en demandé,
 Quando . . . da cile ost è de(l)ivré.*
 
 Rubric 4
 Coment Bovo fo in lo castel Siginbaldo
 E con la mulier Synibaldo gardoit Bovo.
 Laisse 5
 
 En le çastel s’en retornò Bovon;
 A salvamento conduse ses baron,
 E Sinibaldo cun tot ses conpagnon.
265Ne le remist veilardo ni garçon;*
 Asa ont guaagné robe e pavilon,
 Çival et armes, or coito e macon.*
 De quela robe oit a si gran foson,
 Qe plus non demandent per nule cason.
270Synibaldo oit una muler de gran renon,
 E pro e saça e Oria oit non,
 Qe bailì Bovo quando fu petit garcon,
 E si le alatò cun fust ses façon,*
 E plus l’amava de tot ren de·l mon;
275E si fasoit li son per Gujon.
 E quant fu morto, qe fu pris li garçon,
 De lu avoit si gran conpasion
 Major ne la poroit avoir en tot li mon.
 E cesta dame qe oit benecion
280Sovento guardava Bovo por la façon,
 E de lu oit senpre sospicion
 Qe non fust li son fantin Bovon.
 E porço, la dame si le asaçon;*
 Sovente fois li metoit por rason,
285Donde estoit e de qual legion;
 Sempre Bovo si çelava ses non.
 
 Rubric 5
 Coment la dama de Synibaldo conoit Bovo / En le bagno e si ne fe grande çoja.
 Laisse 6
 
 La çentil dame, qe tanto fo pro e ber,
 Quant ela vit Bovo ses nome çeler,*
 Ne por losenge ne por projer
290Da lui non poit la verità trover,
 Qe droitament se volust palenter,
 Dont se porpense d’altrament asaçer:
 Un bagno fe fare en una çanbra a·l çeler,*
 Bovo apela: “Veneç avanti, frer,*
295Vu (s)ì tot camufés por le arme porter,*
 E por li gran colpi reçever e doner.
 Entrés in bagno, si vos averés laver;
 El vos farà tot quanto refrescher.”
 E Bovo lì entre de greç e volunter;
300Quant fu en le bagno, q’el se cuita repolser,*
 E quela si le voit a freger;*
 Donde Bovo s’en prist a vergogner.
 “Dama,” dist il, “por Deo, tra vos arer!”
 Dist la dama, “No te diça nojer.”*
305E como ela prist por lo peito a laver,*
 Desor la spala droita ela le p<ris guarder>;*
 Ella vi li segno qe li lasò sa mer,
 Ço fo una cros qe Deo li volse segner;
 Por gran miracolo qe in lu volse mostrer.
310E quella dama qe tanto fo pro e ber,
 A quel segno lo prist ad aviser.
 Non fi mia la dame cun femena forsoner;*
 Ela prist Synibaldo a clamer,
 Nean Teris nen volse oblier.
315Qi donc veist la dama cella cros baser,
 E tuto Bovo e davant e darer,
 “Bel filz,” dist ila, “Cun te posi çeler,
 A moi, e a celu qe doit eser ton per,
 Qe averì dura par toi tanta pena et engonbrer,
320Ne se poroit dire ni aconter?”
 “Deo,” dist Bovo, “Laseç star li noser;
 Q’(el) no·l sa nul hon qe soit né de mer
 Se no Synibaldo, e Teris mon frer,
 Qe avec lor me vorò conseler,
325Como nu poron nos ennemis mater.”
 E quela li dist, “De grez e volunter.”
 Atanto ven Synibaldo fora por le soler,
 La dama li foit in la çanbra entrer,
 E quant conoit Bovo, se voit a çenoler,
330E durament el prist a larm(o)jer*
 Por la gran çoja q’el oit de·l baçaler,
 E por la mort la quale si fe son per.
 Elo li voit le janbes a ’braçer,
 Baser li volse li pe, quant cil le foit lever.
335“Pere,” ço dist Bovo, “ben vos devés penser
 Quant me volun avec vos mener.
 Mon çival me caì en meço la river,
 Donde in Antona i me torno arer
 Et a ma mer me dè por presoner.
340Quela malvés, qe Deo doni engonbrer,
 La qual cun un paon me volse atoseger,
 Eo m’en foçì; Deo m’à volu aider.
 Se vos dovese tuto e dire e conter,*
 Le pene e le travaile qe m’è convenu durer,
345En un mois ne vos poria derasner.
 Unde nu se dovon en tute mois penser*
 Como Dodo posemo amater,
 E vençer la mort de Gujon mon per.”
 Dist Synibaldo, “Tu parli como ber.”
350E dist Bovo, “Ben ò veçu la via e li senter.
 Quant fu en l’estor, en le grande torner,
 Ferì quel Dodo si le fi trabuçer;
 Si forte li navre qe vi li sangue rajer.
 A gran pena le fi soa çente monter;*
355El mandarà por mires par tot la river,
 A burgi et a vile a çité et a docler,*
 Por li milor q’elo porà trover.
 Et (e)o a mo de mires me farò adober,*
 E portarò unguenti de plusore mainer,
360Si le farò croire a·l mondo non ò me per,
 Ne qe mejo saça una plaga curer.
 Se en la çanbra eo porò entrer,
 Et eo avese qualche amigo e frer
 Qe me doust secorer et aider,
365De tal medesine li averia porter
 Qe in soa vita no li averoit salder.”
 Dist Synibaldo, “Ben est da otrier.”
 
 Rubric 6
 Coment Sig(in)baldo amunisoit Bovo / Comant doit e(n)trare in Antone.*
 Laisse 7
 
 “Bel filz,” dist Synibaldo, “entendì mun talant;
 Quant ton pere fu morto eri petit enfant,
370Asa à tu en Antona amisi e benvojant,*
 Por amor de ton per qe amò dolçemant.*
 Daqe te plas fare ceste convant,*
 El se vole faire saviamant.
 Quant serà en Antona non demorarà niant;*
375A un albergo descendì, meravilos e grant;
 Ilec troverà un oster molto saçant:
 Uberto da la Cros si se voit anomant,*
 Q’el amò plu ton pere de nul hon vivant,
 Plu qe non fasoit nesun so parant.
380A colu te palenta seguramant,
 E prendi son conseil e fà·l çelcemant,*
 Qe plu no·l saça nesun homo vivant;
 Qe da traitor ne se poit cir guardant.”
 Lor dist Bovo, “Tropo sto longemant.”
385Adonc se parile de cele robe grant;
 Teris vait avec lu, qe fature saçant;
 Oit cançé e le visaço davant.*
 Ensent de·l çastel, e si s’en vont erant
 Tantq’i fu ad Antone, a la porta davant.
390Et ilec davanti si desant;
 Li portoner li apelle, si li dist en ojant:
 “Qe querés, segnors, qe aleç demandant?”
 Bovo li responde, qe fo plus en avant,
 “Nu semo mires, li miler qe fu anc;
395Por guarir sen venu Does amantenant.”*
 Dist li porter, “Or m’atendés atant,
 Qe nostra dama saçe li convenant.
 Nesun lì po entrer sença li so comant,
 Por la guere c’oit dure e pesant,
400La qual li fait un çastel qui davant.”
 E dist Bovo, “Serà a li Deo comant.”*
 Li porter se partì, vait a·l palés co(r)ant;*
 O vi la dame, a derasner la prant:*
 “Dama,” dist il, “saçés a esiant,*
405A la porta son venu dos mires molto grant;
 Dient qe in tot li mondo de le segle vivant
 No sonto dos milor ne qe aça plu siant.”
 Dist Blondoja, “Vegna seguramant,
 Ma si li diés qe me vegna davant.”
410E quant li porter vait arer tornant,
 Qui entra en Antona, a l’albergo desant,
 D’Uberto da la Cros, li saço e li valant.
 Ses palafroi fa ostaler mantenant,
 Pois vont a li palés a la sale plus grant
415Por veoir Dodo, e sa plaie de·l flanc;
 Et entrent en la çanbre, trova la dame plurant.
 “Dama,” dist Bovo, “no aça spavimant,
 Qe deman, avanti none, se Jesu li consant,
 Entro ses plaie meteron tel unguant*
420Qe tosto li guarirà; farò·lo sano e manant.”*
 Pois à cerché la plaie darer e davant
 I dient a la dama, “Questo si è niant.
 Meno n’est a guarir qe un trepaso de vant.”
 La dama quant l’intent, si li fa bel senblant,
425E dist, “Signur mires, vu si starì çadant.”*
 “Nen faron,” dist Bovo, “mille marçé vos rant.
 El ne conven aler a far nostri onguant;
 Nu avemo veçu ço qe mester li atant.”
 Dist la dame, “Aleç a Deo comant;*
430E si vos pre qe vos venés por tanp.”
 E Bovo li responde, “A l’aube parisant
 Seremo revenu cun tot nostri onguant,
 Si le faron e sano e çojant.”
 I se partent, nen demorò niant;
435A so oster retornent erant.
 E Uberto li reçeve molto alegramant,
 Si le apareille ben e cortoismant.*
 Quanto ont mançé si fu de bon talant,
 Bovo en una canbre entrò çelcemant
440Et apella son osto; por me la man li prent.
 En la çanbra li mene cun Teris ensemant,
 E quant fu dedens, si li dis li convenant,
 Con il fo filz de Gui, li bon conbatant
 Et oit nome Bovo en la bataile de canp.
445A cort endure tant pene e tormant,*
 E çerche li mondo darer e davant.*
 Quant Uberto l’intent, a li pe li desant,
 Si legro non fo unqua a son vivant.*
 El s’ençenocle, ma Bovo no li consant
450E si li fe lever suso en estant,
 E pois li parle, si le diste bellemant,*
 Q’elo vada a querir amisi e parant,
 Qe a·l matin a l’aube parisant
 Sia a li palés cun tot son guarnimant;
455E porti soto le cape li bon brandi trençant.
 E quando i oldirà lo corno de l’olifant,
 Si le secora ne no se faça lant.
 E dist Uberto, “Non parlés plus avant;
 Qe plus de doa milia saverà li convant,*
460Qe tot sont amisi e benvojant
 E qe amava vestre pere lojalmant.
 Volunter li vençaroit a li brandi trençant
 Ver li traitor culverti seduant,
 Qi le venent oncire a tradiment;
465E quel fo Do le segnor de Maganc.”
 El se depart, nen demore niant,
 Ne non mena scuero ni sarçant.
 Tota la noit li voit apelant,
 E çercha la tere darer e davant.
470Quando qui le soit, sen molto çojant;
 Çascun parele tuto son guarnimant.
 Atant s’en va la noit, vene li jor aparisant;
 Bovo e Teris se levarent por tanp
 Por aler a·l palés a porter son unguant.
475Dist Uberto, “Alé seguremant,
 E farés quelo qe aveç en talant;
 Quant sonarés li corno de l’olifant,
 Vu averés secorso bell e jant,
 Qe ça sont a·l palés plu de mile sesant;
480Qe çascun oit li bon brant trençant.”
 E qui s’en voit droit a li pavimant,
 Ben resenbloit mires a li vestimant.
 A(n)cor non estoit levé de Do la soa jant,
 Mais de qui de Bovo li estoit ben tant
485Qe preso avoit li palés tot quant,
 Qe toti stava atenti d’oldir li olifant.
 
 Rubric 7
 Coment Bovo e Teris retornent / A·l palés e recovrerent la cité.*
 Laisse 8
 
 Ora fu Bovo en la çanbra entré;
 Dama Blondoja li est encontra alé
 E si li dist, “Bei mires, benvené.”
490“Dama,” dist Bovo, “nu n’avon a planté.*
 Ora ne dites coment il est esté.”
 Dist la dama, “Molto s’è travalé;
 Petit avoit en questa noit polsé
 Por la gran plaga c’oit en le costé.”
495E Teris non oit mie l’ovra oblié;
 L’uso de la çanbre oit ben seré,
 Porqe la dama ne s’en fose scanpé.
 Aprés li leto fu Boves apoçé;
 Enverso sa mere oit dito e parlé:*
500“Dama,” fait il, “e vojo qe vu saçé,
 Ma non fu mires, Deo soit la verité,*
 Nean nesun de le mun parenté.
 E son ben mires a çostrar en un pre,
 E si vos di, par droita verité,
505Qe a Dodo donè la plaga de·l costé.*
 Colu qe son dirò en verité:*
 Or vos remenbri li or e·l tenporé, *
 Quant en la çanbra vu m’avisi seré,
 Si me mandasi la pavon tosegé?
510Vos estes ma mer, e çeler no·l poé;
 Mais nule mere non fi tel crudelté.
 E cun cestu, qi est qui amalé
 Qe in cesto leito si case ennavré,
 Ordenasi li tradimento e la falsité,*
515Donde me per fu morto e le vi(n)te donçé.*
 Saçés li ben, no li ò oblié,
 La pena e li tormant qe por quel ò duré.
 Par tot li mondo, e d’inverno e d’esté,
 Et en preson lungo tenpo pené.”
520La dama l’olde, tuto fo spaventé;
 Volunter s’en foçist de la canbra pavé.
 Quant Teris oit ben li uso seré,
 E si li dist, “Dama, tra vos aré!
 Filz son Sinibaldo, qe tant aveç guerojé;
525Segondo le servisio vu serés merité.
 E ben guardés qe moto non soné,
 Se non voleç estre por la gorça schané.”
 Adonc la dama de dolor fu pasmé,*
 E Bovo oit l’olifant soné
530Quant qui defors, qe erent parilé,
 Li oldirent si ont trato lor spe,
 Por li palés son coru et alé,
 Uberto davanti qe li oit escrié,
 “Mora li traitor, presa è la cité!
535Bovo est venu, qe l’oit co(n)qui(s)té,*
 Le nostro segnor, qe Deo l’oit mandé,
 Qe lungo tempo avemo aspeté.”
 Por li palés sonto corant alé,
 E por le çanbre e davant e daré.
540Quant i n’oit ne veçu ni trové,
 De qui de Dodo ni de son parenté,
 Tot furent morti, a martirio livré.
 Quant per la tera fu la novela alé,
 Ad arme corent tot qui de la cité,
545Ne non remist nesun, ni bon ni re,
 De qui de Dodo qe s’en furent scanpé;
 Ont quel çorno molto ben aovré.
 Or entendés de Bovo gran lialté;
 Non volse ocire Dodo, porq’era navré;
550Qe en soa vita en seroit avilé,
 Et el meesmo en seroit blasmé,
 Q’el aust son per vençé
 Desovra un hon qe estoit navré.
 Bovo prist Dodo, cun ses man l’oit levé,
555E si l’oit ben e vest(i) e calçé,*
 E ses plage stroitamente ligé.
 Entro ses braçe qelo l’oit engonbré,
 Çoso de·l palés elo l’oit aporté;
 Desor un palafroi l’oit via mandé,
560E dist, “Amigo, ora si vos alé,
 E quant vu serì e guari e sané,
 Et eo ve trovi, ve serà calonçé.*
 La mort mon per, e di .XX. donçé,
 Qe a tradiment vos furent envojé
565Defor Antone por caçer a li pre;
 Quela qe vi traì ne serà ben pajé,*
 Avantqe da moi ela soja desevré.”
 E quel s’en voit, ben fu aconpagné,
 Q’el non fust da nul hon engonbré.
570E quant i l’ont a salvamento mené,
 Da lu se sevrent, sont arer torné.
 S’el non fust qe Bovo li oit comandé,
 Mais a Magançe el non fuse alé.
 Adonc Bovo oit sa mer pié;
575De le oncir si li parse peçé,*
 E da la jent el seroit blasmé,
 Porqe l’avit in son corpo porté.
 Ma segondo quel qe le fo conselé,
 Ne l’ancis; mais anci, l’oit aseré*
580Entro dos mura elo l’oit muré.
 Por una fenestra qe era ben seré
 Vedea li cor Jesu quant estoit levé
 Da una çapela qe era ilec fermé.
 Et en quela preson stete en soa viveté;
585Ben se pote amendar de li ses gran peçé.
 Da boir e da mançer avea a gran planté,
 E quela donçela Bovo li oit delivré,
 Qe li servia d’inverno e d’esté,
 Qe li aportò li paon atosegé
590Quando in la çanbra il estoit seré.
 
 Rubric 8
 Coment Bovo oit recovré sa cité; e de Drixiana / Ni de ses filz non save niant; e coment / Braidamont li mandoit mesaçer.
 Laisse 9
 
 Bovo fu en Antona, li pro e·l conbatant,
 E Teris avec lui, si li vene ses parant,
 E Synibaldo, e Latro, son enfant.*
 Grant fu la cort e darer e davant *
595La novela fu alea por li mondo en avant,
 Por vile et por cité e por li çasté grant,
 Jusqua a Sydonia, la porta li merchadant.*
 Braidamont l’oì, fa·se legra e çojant,*
 Porçoq’ela·l scanpò da li stacon pendant,*
600E de la tore o fi li sagramant.
 Son per estoit morto, non avea hon vivant
 Qe a la corone pertinist de niant.
 Asa era rois prinçes et amirant,
 Qe prender la voloie; m’ela no li consant,
605Qe in Bovo avoit metu tut son entant:
 Plus l’amava de nesun hon vivant.
 Ora s’en voit ces roman enforçant;*
 Si cun questa Braidamont fu saça e valant,
 Mandò por Bovo e letere e senblant,
610Q’el se remenbri quant fi li sagramant.
 De Druxiana ancor non è dito niant;
 Como ela s’en fo(c)ì cun anbes ses enfant,
 De la gran selve, quant morto fu Pulicant,
 Cum li lion o el estoit conbatant.*
615Asa durò Druxiana e pena e tormant,
 Çercando la çasté, cité, vile e pendant.
 E fe·se çugoladra, si aloit sonant
 Un arpa onde n’inparò tant*
 Qe molto ela plaxea a petit e a grant,
620Si·n guadagnava robe et ar coit et arçant*
 Donde oit nori ses dos petit enfant,
 E si le fe bateçer ad un bon çapelant.
 L’uno oit nome Synibaldo a li bateçamant,*
 E l’altro Gujon, qe molto fu saçant.
625Quant l’infant fo cresu q’el soit parler niant
 Ela li fe enparer de romant,*
 E de çanter dolçi versi e çant,
 Si le foit baler e salter en avant.
 Tant fu alea por le mondo en avant
630Q’ela vene ad Arminie, et ilec la desant.*
 Son per no la conoit, ne nesun so parant,
 Ne qui qe l’avoit noria primemant.
 Tante so dolç i versi e·l çanter d·i enfant,*
 Qe li rois Armenion si le amava tant;
635Non era ren e·l mondo se ella li demant,*
 Qe ne li sia doné alo demantenant.
 E si grant amor prist ad ambesdos li enfant,*
 Non poit mançer, si no era davant.
 Ora lason de Druxiana qe sta a bon convant;
640De dama Braidamont ben est qe je vos çant,
 Cum per Bovo mandò et il lì aloit atant.
 Bovo cuitoit morti fust ses enfant,
 E Druxiana la bella a li cor franc.
 
 Rubric 9
 Coment Braidamont dapoische son / Pere fo morto, mandò por Bovo mesaçer.
 Laisse 10
 
 Braidamont la polçele nen volse demorer,
645Quant el la vi qe morto era son per;
 E de Bovo oit ben mesaçer,
 Q’el oit sa tere prise sença engonbrer,
 Morti ses enemis et in preson sa mer.
 Druxiana morta plu de sete ani enter,
650De·l sagramento s’en prist a remenbrer,
 Q’elo li fe a li son desevrer,
 Dedens la tor o oit tant engonbrer,
 O il oncist li serpant malfer,
 E li malvés qe li voloit liger,
655A li soldan e condur e mener,
 Et a·l stacon li volea apiçer.
 Ela sa qe il est li milor çivaler
 Qe se poust en tot li mondo trover.
 Poisqe il oit morto Luchafer son frer,
660Nen volse pais lungament entarder.
 D·i meltri de son reame li mandò mesaçer,
 Q’el vegna a le a tor·la por muler.
 Richa corona d’or li farà in çevo porter;
 Rico reame averà governer,
665E s’el venist, non volese otrier,*
 De li stacon li devés remenbrer,
 Quant ne·l fi e partir e sevrer.
 Li mesaçer ne se volse entarder;
 Tant alirent de noit e de jorner,
670Venent a ’Ntone, (s)i se font ostaler,
 Pois vont a li palés a Bovo parler.
 S’anbasea le dient con homes pros e ber,
 “Ai, sire Bovo, nu semo mesaçer,
 D’una rayne qe molto se fait priser.
675Non è plu bella trosqu’a Mont d’Oliver,
 Nian plu saçe por rason ascolter:
 Braidamont oit nome, fila fu l’amirer.
 Son per è morto, ne s’en po governer,
 Ni son reame tenir ni guarder.
680Por vos nos manda, qe la veneç aider,
 E si la prenderés a per e a muler.*
 Rica corona vos farà in çevo porter,
 E rico reame avereç a governer;
 Negan de qui non demanda ni quer;*
685Por vostro amor se farà bateçer,
 Macon et Apolin averà renojer,
 Si averà Jesu aorer.”
 “Segnur,” ço dist Bovo, “laseç moi conseler.”
 E cil li respondent, “Ben est da otrier.”
690Bovo ven a Synibaldo, si·l prist a demander:*
 “Synibaldo,” dist il, “veés ces mesaçer,
 Qe m’aporta novelle da loer,
 D’una rayne, fila d’un amirer,
 Qe me fe de Syndonia de la preson scanper,
695E da·l stacon si me scanpò en primer,
 Dont malament me volea apiçer.
 Et eo si le çure a le retorner,*
 Se Druxiana fust morta, de tor·la por muler.
 Son per è morto, manda·me mesaçer,*
700Q’ela se vole bateçar e laver,
 E vada a Syndonia mon sagramento a ’quiter;
 Unde a vos eo le digo en primer,
 Qe de ço me diça conseler;
 Qe in vos ò tuta moja fe e ma sper.
705Ço qe dirés, averò otrier.”
 Dist Synibaldo, “Non è da intarder;
 Questa venture qe Deo vos vol mander,
 Se vos averés riame a governer,
 Poco porés vos enemis doter;*
710Par tot tere li farì descaçer.
 A li anbasaor tosto respondì arer,
 Qe vu sì prestes senpre de l’otrier.
 Trosqu’a un mois vos diça aspeter,
 Qe vos farés ves arms pariler,*
715Qe aler li voli a mo de çivaler,
 Siqe quela poeç honorer,
 E son riame e tenir e guarder.”
 Bovo ven a li mesages, si le prist gracier,
 E grant onor le fi, si le foit aconvojer;
720E si le donò a çascun un destrer,
 De riche robes si li fe adober.
 “Segnur,” dist Bovo, “ça çeler nen vos quer;
 A·l retornar quan tornareç arer,
 Salués ma dame, si le dites sens nojer,*
725Trosqua a un mois se diça pariler
 De tute quele colse qe li oit mester,
 Qe si altament l’intendo ad honorer,
 Como r(ai)ne qe se poust trover.”*
 E qui li dient, “Ben est da otrier;
730Vestra anbasea ben averon finer.”
 Conçé li demandent, si s’en retorna arer,
 E si menent qui coranti destrer.
 Molto prendent Bovo a loer,
 De cortesie e d’altro berner.*
 
 Rubric 10
 Coment li anbasaor de Braidamont / Parlerent com Bovo.
 Laisse 11
 
735Li mesaçer ne son pais demoré;
 Da Bovo se partent, conçé ont demandé,
 Por la bona anbasea gran çoja ont demené.
 Por le çamin tanto sonto eré,
 E pasent qui po e valé
740E qui gran porti de la mer salé,
 Qe a Syndonie i furent torné.
 A la rayna la novella conté,
 E quant li soit, molto li fu a gre;
 Doncha oit mandé par tota sa contré
745A ses barons, princes e casé,
 E a totes autres çivaler aprisé.
 De vitualia fu molto ben parilé;
 Plu de mile robes son coxi e (talé),*
 De richi pani de samite e de çendé.
750Avantiqe Bovo fust a Syndonia alé
 Era ça la corte e bania e crié,
 Par tot part environ e da le,
 Quela novella si le fu aporté.
 Mile çubler furent aparilé,
755Qe vont a la cort como est usé;
 Altri sonent enstormant et altri ont çanté,*
 Por tel mester ont robe guaagné.
 Druxiana fo in Arminia, la saça e la doté;
 Quella novella oit ben ascolté.
760Quando la soit, molto li fo a gre;
 A li rois d’Arminie conçé oit demandé,
 Por aler a la cort, por eser anomé,
 E por veoir li baron de celle contré.
 “Nient valt avoir ne dignité,
765Qi de·l mondo non avoit cerché;
 Le ben e·l mal s’atrova en le cité,
 E vi le cort d·i baron alosé;*
 Por boir ni por mançé ne seroit desevré,*
 Qi m’en donés asa a gran planté.”
770Dist li rois, “Se croire me volé,
 No lì alirés, ne le meterì pe.*
 Non avés ben ço qe vos est a gre,
 Robe e avoir e diner moené?*
 “Si, ò, ” dist Druxiana, “mille marçé n’açé.*
775E no li vo por robe; anci, n’averò doné,*
 E vo por veoir cella nobilité
 De cella rayne, d’oltra la mer salé,
 Qe dient qe avoit cotanto de belté
 E de la cort como serà finé.
780Mes enfant la verà, qe serà plus doté,
 E si serà plu saçi e maistré.”*
 Dist li rois, “Li seno m’avés cançé;
 Ora alés e pasé, non tardé,*
 E quant la cort seroit delivré,
785Por Deo vos pre, qe tosto torneç aré.”
 Dist Druxiana, “Ben serà otrié.”
 E Druxiana nen fu pais oblié;
 De robe fi far plu de quaranta sé,
 E d’arnise oit un somer carçé.
790A palafro è la dama monté,
 Et avec le, anbesdos ses rité.
 Deverso Syndonia oit le çamin pié,
 Tant oit la dama alé e çaminé,*
 Pasa qui porti in nave et en galé,
795E monti e plan oit asa pasé,
 Molto gran poine ela li oit enduré,
 Avantiq’ela fust in Syndonia intré.
 Era ça Bovo a la corte alé
 A do cento homes, çivaler coroé;
800No lì è quelo de menor parenté,
 Non abia robe devisé
 Nen una sola, mais n’oit plu de le.*
 Avantiqe Druxiana fust ostalé,
 Si era la dama cun qui de la cité
805En santo fonte lavé e bateçé;
 E qui qe no volse croire in Dé,
 Ni Macometo avoir arenojé,
 Furent morti et inpresoné.
 A gran mervele fo Bovo doté,
810E quela Braidamont molt l’avoit amé;
 Le primer çorno q’ela le vi en primé,
 Oit en lu son amor apojé.
 Una corona d’oro li avoit aparilé,*
 Donde le peres qe lì sont sajelé,*
815Valent d’avoir molto gran riçeté.
 Grant fu la cort par tota la cité,
 E desor li palés en la sala pavé,
 Bovo cun Braidamont asa s’avont parlé;
 E de çoie et amor parlé e conselé.
820E ordenent li terme qe doit eser sposé,
 E in leito anbesdos colçé.
 Si cun li termen se fu aprosemé
 Q’elo no lì era s(e) no una jorné,*
 E Druxiana fu en Syndonia entré,
825Ad <un> grant oster ela fu desmonté,*
 Et oit ses robe e mué e cançé.
 E quando ella oit e bevu e mangé,
 A li palasio vent cun anbes ses rité,*
 E so arpa aporta, ne l’oit pais oblié,
830E quando la sona li (ç)u(bl)er aprisé,*
 Se le arotent e venent apreso le.
 Et ela fu cortois si le ont honoré
 E si le dona robe e manté aflubé.*
 Dist l’un a l’altro, “Cun questa à ben soné!
835E qui çubler qe va por le contré,
 Si va por robe, e questa ne le à doné.
 Or soit ella beneoita da Dé;
 Nen poroit estre por tot l’or de Dé,
 Q’ela non fust de çentil parenté.”
840No li fo çivaler conte ni amiré,
 Qe a Druxiana no le sia daré.
 Metesmo Bovo l’avoit aconvojé,
 A mançer a sa table l’avoit aseté.
 E quando ela avoit e bevu e mançé,
845En pe se driça, sa arpa oit pié
 E si la sonè, un verso oit çanté,*
 E ses enfanti ont e balé e dansé.
 Tota la cort s’en fu alegré,
 E la cançon q’i ont çanté,
850Dient en l’arpa e menu e soé,
 “A, Bovo, Bovo, molto son mervelé,
 Qe no conosi Druxiana e vestre dos rité,
 Qe pitete fu de la boscho sevré,
 Quant Pulican fo morto e delivré
855Da li lion en la selva ramé.
 E m’en partì cun l’ovra fu finé,
 Por venir enver la mer salé.
 Ma in le boscho e fu aradegé,*
 Por altra via eo fu açaminé.
860Asa son por li mondo pené e travelé,
 Tantqe nu semo en sta cort arivé.”
 Quant Druxiana çanta li fanti restont aré,*
 Ne le fu en la cort nesun si ben doté
 Qe la cançon aust anoté,
865Porqe li enfant l’avoit si ben çanté.
 Ma Bovo no l’à mia de nient oblié,
 E quant ela oit asa e soné e çanté,
 E qui enfant e balé e dansé,
 Donde la cort fu tota resvigoré,*
870Bovo s’aprosme l’arpa oit pié,
 Ver Druxiana estoit acosté,
 E si l’apelle si la oit arasné,
 “Ora me dites, dama, la verité;
 Quella cançon qe vos avés çanté,
875Donde l’avés vos, qi vos l’oit ensegné?
 Ne la oldì çanter .vii. ani son pasé.”
 Dist Druxiana, “Daqe savoir le volé,
 Ça vos serà tot l’afar conté.”
 
 Rubric 11
 Coment Bovo demande la dama de la çançon / Et ela li contò tot ço qe li ert avenu.
 Laisse 12
 
 “Bovo,” dist Druxiana, “e no ve·l vojo çeler;
880Questa cançon eo inparè primer,*
 En una stalle da un cortois palmer,
 Qe me facea croire q’è un bon scuer
 Quan Machabrun si s’en foçì arer,*
 D’una poso(n) ben me pois menbrer;*
885E de Rondel, li corant destrer,
 D’una fontane no me poso oblier.
 Non veés vos quest dos baçaler,
 Qe si ben soit e baler e çanter?
 A quella fontane li avè ençendrer,
890E si le fi bateçer e laver.
 L’uno à nome Synibaldo, e l’altro, Gujon son frer;
 De Pulican e vos vojo conter,
 Plus lojal homo mais no nasi de mer.
 Quando le vi con li lion (ç)ostrer,*
895E m’en foçì verso le li de mer;
 Le mun segnor e cuitava trover.
 El me falò la via e li senter,
 Tant sont alé por tera e por mer,
 Ça son venua por la cançon çanter.”
900Quando Bovo l’oldì si nomer,*
 Tute le cose cosi por orden aler,
 El prist Druxiana a mervele guarder.
 Par nul ren ne la poit aviser,
 Q’ela avoit lo viso tuto groso e lainer,
905Qe soloit estre e lusant e cler.*
 Mais Druxiana se le voit segurer;
 En una çanbra ela voit a intrer,
 E si se fait de cler aigua aporter,*
 E le vis ela se pris laver
910N’ese for de la çanbre cun le visaçe cler.
 Tota la sala ela fe enluminer;
 Bovo la guarde, si la prist a ’viser,
 Qe li aust doné e França e Baiver,*
 E tot li mondo e davant e darer,
915Una parola averoit posu parler.*
 E quant il parla, prist Deo a ’dorer,*
 “Ai, sire Deo, bel per e spirter,
 Ben me donés, quant domando e quer.”
 Non volse por la çente far nosa ni treper;*
920Mais qi(r)eist li dos enfant baser,
 Estoitament tenir e acoler*
 De quelo la çente no savea merveler;*
 I cuitava q’elo·l fese por ses dolçe çanter.
 “Dama,” ço dist Bovo, “non vos diça nojer;
925Sofrés en pais sens nosa e tençer,
 Apreso de Teris q’è nostro frer.
 E lasés moi a Braidamont parler;
 Cortesement ne conven desevrer.”
 E quela li dist, “De greç e volunter.”
930Adoncha Bovo no se volse entarder;
 Ven en la çanbre o la poit atrover,
 Desor un banco s’asise a parler.
 “Dama,” dist il, “n’en vos aça merveler,
 D’una venture vos en vojo conter,*
935Qe vi in Syndonie por vos cors honorer
 Et a prender vos a per et a muler.
 Ma ben saçés el ne fala li penser;
 Venu è Druxiana qe çurè en primer,
 E lojalment s’eo me vojo salver
940Qe ça por le nul autre poso cançer.
 De ço q’è fato, preso sui de l’amender.”*
 Braidamont l’olde, molto li parse nojer;
 “A, Bovo, sire, como me dovés laser?
 Por vostro amor eo me fi bateçer;
945Or vos prego eo, por quel justisier
 Qe se lasò sor la cros encloder,
 Qe vos no ve deça da moi desevrer,
 Dapoqe in vos e non ò nulle sper,
 Qe me donés a un altro çivaler,
950Qe aça mun regno e tenir e guarder.”
 “Dama,” dist Bovo, “s’el no ve fose nojer,
 A un tel vos doneria qi est pro e ber;
 Ço est Teris, qe tegno si cun frer.”
 Dist Braidamont, “Et eo milor no·l quer.
955Faites·le venir, q’e lo laça creenter.”*
 Bovo respont, “Ben est da otrier.”
 
 Rubric 12
 Coment Bovo conoit Drusiane e ses enfa(ns)* / E coment parloit a Braidamont.
 Laisse 13
 
 Bovo for de la çanbre vent erant;
 Trova Druxiana e Teris ensemant,
 Et aprés eus anbedos li enfant.
960“Teris,” dist Bovo, “el n’è mué convant.*
 Questa è Druxiana, qe eo amava tant,
 E quisti son me filz anbes comunelmant.
 Cun Braidamont fato ò cardamant;
 Se vu l’otriés, serì rico e manant;
965En çevo portarés corona d’or lusant;
 Por muler prendés Braidamont a·l cor çant.”
 Dist Teris, “Le dites en gabant.”
 “Nenil,” fait il, “fato n’ò li convant.*
 Veneç avec moi, si·n farì sagramant,
970E si la çurarés a lo de nostre jant.”
 Teris l’olde, ma non fu si çojant;
 Quando vi ben no·l dise por gabant,
 Donde se partent totes comunelmant,
 E menent avec loro Druxiana a·l cor franc,
975Et ensement anbesdos l’infant.
 Avec lor s’arotent çivaler plus de çant
 Braidamont vi Druxiana, se levò en estant,
 Contra li vait por la man si la prant,
 Si se mostrò bel viso e bel senblant.
980“Dama,” dist Braidamont, “non me vo mervelant,
 Se Bovo enver de vos porta lialtà tant;
 P(l)us aveç belté qe la luna lusant.*
 Eo le vi ça en un perfondamant,
 A gran perigolo de morte e de tormant;
985E s’e non fose estea, el avea mal convant;
 Morto seroit, e apendu a·l vant
 Ne le sapi tant projere ne far bel senblant,
 Q’ele poese far muer de talant.
 Ben le deveç amer; el v’ama lialmant.”
990Bovo l’intende, si s’en rise belemant.
 “Teris,” fait il, “or vos farez avant,
 Si çurarés la dama, farì li sagramant,
 A nostra lo e a quela d·i Franc.”
 E Teris la çurò, veçando tuta çant.
995Grant fu la cort e darer e davant;
 En celle noit se voit acolçant.
 E Druxiana cun Bovo se stete ensemant;
 Quando fi li jorno e l’aube parisant,
 Le tronbe fu sonée e levé tota çant
1000Dama Braidamont se levò molto çojant;
 Ses baron apelle, “Segnur, veneç avant;
 Çurés la fedelté a Teris mantenant,
 E si l’incoronés ensi cun se convant.”
 E qui le font tosto et isnelamant,
1005No le fo nul ni çoveno ni ferant,
 Qe li onsast contradir de niant.
 Grant fu la çoie e li torniemant;
 Ilec demorò Bovo un mois tot grant.
 Quando Synibaldo soit por mesi e por senblant
1010Qe son fil è coroné de corona d’or lusant,
 En soa vite el non fu si çojant,
 E Bovo pris conçé, si s’en tornò erant,
 E menò Druxiane et anbidos li enfant,
 Qe pois furent çivaler valant.
1015Braidamont e Teris a Deo li comant;
 Bovo ven a Antone, son riçe casamant,
 E mena ses baron e ses peti enfant,
 Synibaldo e Gujon, e sa mer ensemant.
 Gran çoja fu e darer e davant,
1020Par tot Antone va le cloche sonant;
 Grandi fu li bagordi e li torniemant
 Le dame e le polçele se vont carojant,
 Por amor Druxiane se sont molto çojant.
 
 Rubric 13
 Olldu avés cum Teris oit pris Bradamont* (6va) / Por mulier e coment Bovo fu retornés a ’Ntone, / E menoit Druxiane e ses enfans; or se començe comant fu grant la guere.
 Laisse 14
 
 Segnor baron, e vojo qe vu saçé,
1025Gran pena durò Bovo en tuto son aé.
 Or q’el est en sa tere torné,
 E q’el cuitoit stare a sal(vi)té,*
 Ancora no est sa ventura finé.
 Quando Do de Magançe fu da Bovo sevré,
1030Deliberé l’oit por soa gran bonté.
 E quando fu en Maga(n)ça reparié,
 E de ses plaie e guari e sané,
 A li rois Pipin el se fu acosté,
 Tanto li oit de·l so qe promis qe doné,
1035Qe avec lui estoi(t) si acordé,*
 Qe il oit mandé por França li regné,
 E fe bandir oste e davant e daré
 Por aler a Antone e prender la cité.
 Mes avantqe cesto fose, (s)i cun vos oldiré,
1040Li rois Pepin li oit mesaçer mandé,
 A savoir qe Bovo oit en pensé,
 S’el cre tenir Antona, ni est tanto olsé,
 Contra Pepin li rois de la Crestenté,
 Et a Do de Magançe, qi tant est honoré,
1045En tota França e davant e daré,
 Non est homo de major parenté.
 Se Bovo vole vivere en tant eré,
 Renda Blondoie e lasi sa cité;
 Colsa como no, el serà sbanojé
1050De la corone e de tot li regné.
 
 Rubric 14
 Comant li rois Pepin envoie in Antone / A Bovo dos mesacer lui menaçando.
 Laisse 15
 
 Li dos mesages ne volent demorer,
 Ad Antona venent, demandò li porter:
 “Ami,” font il, “laseç nos entrer!
 De·l rois de Françe nu semo mesaçer,
1055Qe li venon una rason nonçer.”
 Dist li porter, “Laseç moi aler
 A li dux Bovo et a Synibaldo parler;
 Se le otria, farò·lo volunter.
 Colsa como no, vu tornareç arer.”
1060L’un li dist, “Or m’entendì, bel frer,
 A Bovo me dirà qe sonto Garner,
 E dama Blondoja certo si è ma mer;
 E da la soa parta, e(l)o è mun frer
 E da l’altra part si è Dodo mun per,
1065Q’e no li ama valisan<t> d’un diner.*
 E vegno a lui por dir e por rasner
 Quant questa guera se poust afiner,*
 E le dalmaço laser e oblier.
 Plu le amaria qe non faroit mun per.”
1070Le porter se departe, nen volse demorer;*
 E ven a li palés, a la sala plener,
 E trova Synibaldo cun Bovo conseler.
 De Teris oit recevu mesaçer,
 Qe a lu ven cun .X. mil çivaler,
1075A bone arme et a corant destrer:
 Tot le milor qe il pote trover,
 De quela menent gran treper.*
 Atanto, ecote venir li porter:*
 “Segnur,” fait il, “saçés sença boser,
1080A·l rois de Françe vos (manda) mesaçer.
 L’un si dist filz est de vestra mer,
 E Do de Magança certo si è son per;
 E dist qe de Bovo por voir est son frer.”
 Bovo le dist, “Or le laseç entrer.”
1085E li porter si li dist, “Volunter.”
 Da lor se departe, si s’en torna arer;
 Avre la porta, li ponte fa decliner.
 Dist li porter, “Ben lì poeç entrer.”
 E qui lì entrent sença nul entarder,
1090Qe no aient da nul homo engonbrer.
 Por me Antone prendent a çivalcer;
 Tota la jent li prendent a guarder.
 Dist l’un a l’altro, “Qui sont mesaçer
 De·l rois de Françe, qe voxe çercher
1095Bovo cun Dodo e far·li apaxer,
 Siqe p(l)u non sia guera ni tençer.”*
 A·l palés desendent li dos mesaçer,
 Pois montent en palés sença nul entarder.
 
 Rubric 15
 Coment li rois Pepin, qi rois estoit de France / Envoja à Bovo dos anbasator
 Por demander Antone e Blondoja sa mere.
 Laisse 16
 
 Va s’en li mesajes, nen demorent niant;
1100A la plaça venent, si descendent atant.
 Nen oit avec soi escuer ni sarçant;
 Montent sor li palés de la sala plus grant.
 Guarner oit guardé da un çanton davant,*
 Et oit veçu sa mere in cotanto tormant,
1105Como eser murea dentro dos mur grant.
 L’infant quant la vi, plura tenderemant,
 Siqe de larmes bagna son guarnimant.
 Una parola le dist a·l geto en suspirant:
 “Mere,” dist il, “nen vos doté niant,
1110Qe tosto ensirés de pene e de tormant.
 Li rois de Françe cun tota soa çant,
 Si vegnirà ça defors a·l canp.
 E nu sen venu por faire li convant,
 Por força o por amor averon li casamant.”
1115La dama l’olde, plura tenderamant;
 Ela maldist e li jor e·l tanp
 Quant unchamais pensò nul tradimant.
 Ela dist a son filz, “Va·ne, a De comant!”
 E qui sont parti, e vont pur avant.
1120Quant i furent a Bovo, si le fa bel senblant.
 “Segnur,” ço dist Bovo, “dites li ves talant,
 E nu vos responderon posa in avant.
 E dites segurament, nen vos doté niant.”
 
 Rubric 16
 Coment li dos messajes entrarent en Antone
 E coment dient a Bovo soa anbasea e coment li respo(n)dì.
 Laisse 17
 
 Li dos mesajes furent pros e valant,
1125E dient a Bovo ben e saçamant,
 “Li rois Pepin, a chi Françe apant,
 Salu vos manda tot in primeremant;
 Qe le rendés Antona amantenant,
 E demanes veneç a son comant.
1130E laseç ma mer, Blondoja a li cor franc,
 Colsa como no, por Deo onipotant,
 Verso li rois non averì defendimant:
 Morti serés, delivré a tormant.”
 Bovo, quando l’intent, si le dist en riant:
1135“Frere,” fait il, “poco ais esiant.
 Ta mere m’à eté d(a)to quando eri enfant;*
 Tu è un çovençel, baçaler en jovant.*
 Li rois Pepin, (a) qe França apant,*
 Me deust envojer mesaçer plus saçant.
1140Sì vu ça venir por dir·me ste convant?
 Poco v’amò, qi vos dè li persant,*
 Por celle Deo qe naque en Beniant.
 Par un petit qe je nen vos apant,
 Tu è mun frer, ne no t’amo niant
1145Quando çendrés fusi da un traito puant!
 Tosto ensì de ma cort e de me casamant,
 E dirés a li rois a qi Françe apant,
 Avanti octo jorni li serà aparisant,
 Ben me porà·l veoir a·l pre verdojant.
1150Et a ton pere dirà seguramant,*
 Qe ò aparilé un molto bon unguant,
 Qe li vorò doner a li torniemant,
 Milor qe no li dè a li jor en avant.”
 Adoncha se partent tosto et isnelamant,
1155E plus non parlent a nul homo vivant.
 E content la novella a li rois primemant;
 E li rois quant li soit cela por niant,*
 E fe sa jent aler plus avant.
 Quilois lairon de li rois de li Franc,
1160E de Bovo lase mant ensemant,*
 Qe mili contarè asa plus ça davant.*
 De li rois Pepin nu diron primemant,
 Con ten sa cort meravilosa e grant.