RIALFrI

La Geste Francor, Berta e Milone (ed. Zarker Morgan)

La Geste Francor, Édition of the Chansons de Geste of. MS. Marc. Fr. XIII (=256), with glossary, introduction and notes by Leslie Zarker Morgan, Tempe (Arizona), Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2009 («Medieval and Renaissance Texts and Studies», 348).

Edizione digitalizzata a cura di Leslie Zarker Morgan
Marcatura digitale a cura di Luigi Tessarolo



Traduzione di Massimo Dal Bianco

 

  TESTO CRITERI DI EDIZIONE TRADUZIONE  

 

i>Divisione delle parole

Preposizione e congiunzione sono scritti di seguito secondo l’uso italiano (per es., Porqe). Preposizione e articolo determinativo sono scritti di seguito con il punto in alto (per es., de·l canp) prima di consonante, ma separatamente e con l’apostrofo prima di vocale (per es., a l’ami).
Au, la forma velarizzata di a e l, nel verso 9424, unica occorrenza di questa forma, è scritta a sua volta con il punto in alto, a·u.
Qele e dele, congiunzione o preposizione seguita da pronome femminile, sono scritti Qe le e De le, di nuovo secondo la forma italiana (invece del francese Q’ele o D’ele, che sarebbero pure possibili).
Vocale palatale dopo consonante e prima di s impura (per es., sestoit) è scritta se stoit (invece di s’estoit; cf. a esperon vs. Le speron) dove c’è solo una vocale.
Per aler, andar(e), venir(e) e le loro forme, quando vi è la presenza di una a dopo la forma verbale, la si interpreta come a preposizionale prima dell’infinito dipendente (per es., aloit a prender).
Per i nomi di luogo che iniziano in A, o per i verbi con a- iniziale, si interpreta l’eventuale mancanza dopo la preposizione a come un’elisione, e si rappresenta il fenomeno con l’apostrofo (per es., a ’Ntone = “a Antone”; a ’Leris = “a Aleris”; a ’coler = a acoler).
di: dove la i potrebbe essere l’articolo determinativo, si inserisce il punto in alto (d·i enfant (v. 633) = “dei bambini”); altrimenti, le due lettere non si separano.

Abbreviazioni
(per chiarezza, le forme sciolte delle abbreviazioni in mezzo alle parole o in mezzo ad una frase qui sono scritte tra parentesi quadre, ma nel testo sono in corsivo)

7: È scritta et, con tre eccezioni (verso 17, e due volte in 15041) dove e permette una sillaba di meno nel verso, per mantenere il conto di dieci sillabe: il verso 17 si legge Morto l’abate, sença nosa [e] tencon; e il verso 15041, Cun li çivaler vait [e] arer [e] avant.
titulus: Il titulus segnala la mancanza della nasale. Si segue la forma più comune trovata dove non c’è abbreviazione, cioè, n.
[r]: Si segue la forma più comune altrove nel testo. Esempi: m[er], m[er]velos, P[er]sant, p[re]sant, p[ri]mer, p[ri]memant, p[ri]nçer, p[ri]s, p[ri]sé, s[er]pant, v[er]gognie.
ē: Per e[st] 8 volte nei versi 640, 14102, 14126, 16344, 16671, 16713, 16732, e 16818.
Jesu χ͡ρσ appare una volta (v. 9390), per Jesu [Christ]o.
s͡te appare una volta (v. 6187), per s[an]te.
I nomi propri si abbreviano in generale solo per i protagonisti più frequenti.
.K. si usa per Carlo Magno. Ci sono otto varianti tra le 88 forme scritte senza abbreviazioni: Karle, Karloete, e Karo (nelle rubriche); Karles e Karloto nel testo; Karleto 64 volte, nella sezione di Karleto; Karlon, sempre in rima; Karlo, all’inizio e nel verso. Nel Karleto (vv. 5491-9026), dunque, la forma abbreviata è sciolta K[arleto] con l’eccezione delle forme in rima dov’è necessario K[arlon]. Altrove, si è optato per K[arlo], a meno che la rima non richieda K[arlon].
.N. per Naimes è frequente. Seguendo le forme scritte per esteso, in rima si dà N[aymon]; altrove appare N[aimes].
.R. (.Ro., Rubriche 530, 580, 581, 585, 617) per Orlando. Nel testo appaiono Rolan (in rima); Rolandin; Rolando; e Rolant. Nel testo di Orlandino, Rolandin è la forma preferita, e dunque è questo lo scioglimento usato, a meno che la rima non richieda un’altra forma. Prima e dopo, secondo il numero di sillabe richieste e l’età del personaggio si risolve: prima di Orlandino (vv. 9393, 9480 e 9498) per il bambino e tre sillabe, R[olandin]. Dopo l’Orlandino, però, si usa R[olando] per tre sillabe, R[olant] per due sillabe e nelle rubriche, dove non sono in rima.
.B. per B[erte] (Rubrica 40).
.B. per B[ra]er (Rubrica 363, dopo v. 12649).
.G. per G[uier] (Rubrica 112, dopo v. 4272).
.M. per Macario (Rubriche 411 e 413).
.O. per O[liver] (Rubrica 631).

Emendazioni

Le aggiunte editoriali, emendazioni e cancellature sono tra parentesi tonde ( ); le spiegazioni si trovano nelle note alla fine nel testo stampato. Le parentesi ad angolo < > indicano le letture di altri editori che non sono chiare ma che sono ragionevoli (spiegazioni nelle note stampate).

Gli accenti scritti

a. la c con cediglia Ç si lascia tale e quale nell’originale. L’uso non è coerente prima di palatale e dunque l’emendazione sembra illogica. Per distinguere tra certe forme, però, è stata aggiunta o tolta la cediglia 12 volte: le forme di çuçer (< JUDICARE) e lessemi imparentati, nei versi 2824 ((çu(ç)ement), Rubrica 121 ((ç)uçé), 11652 ((ç)uçé), 14730 ((ç)u(ç)ement), 15345 (çu(ç)ement); inoltre, nel verso 4824 (ç)onto (Ital. “giunto”) (< lat. JUNGERE); (ç)u(b)ler (830, per correggere la metatesi dove nel manoscritto si legge bulçer); (ç)ura, v. 4560 (<JURARE per distinzione da curer < CURARE); (ço)strer (v. 897) e (ç)ostraren (v. 13117) per seguire altre forme di çostrer; (ç)ant, Rubrica 451, dopo v. 16011 (per seguire le altre forme < GENTE(M)). Una cediglia in più si toglie da (c)oment (Rubrica 388, dopo v. 3677).
Accenti editoriali aggiunti:
b. l’accento acuto si aggiunge solo su -e.
i. Per i participi passati (riflessi di, o analoghi a, i riflessi di participi passati della prima coniugazione latina in -ARE), per distinguerli dalla terza persona singolare o plurale del tempo presente dov’è possibile; dove non è possibile la distinzione, non c’è accento scritto.
ii. L’acuto si usa anche alla seconda persona plurale indicativo o imperativo per la prima coniugazione come alé e alés, ma non in -ez/-eç.
iii. Similmente, le parole con la sillaba tonica che hanno la stessa struttura: malvés; jamés; aprés; palés. Però, dove la tonica non è chiara, come demanes, non c’è accento scritto (italiano dománi o antico francese demanois?).
iv. Alcune parole di una sillaba si scrivono con l’accento acuto per distinguerli da altre parole di significato diverso (<DEUM, come Damnedé [<DOMINUS DEUS]); (< NATUM); (ital mod lieto); (fran mod mais). Non è possibile evitare ogni doppiatura; per esempio, ne può essere la particella negativa e la congiunzione equivalente al moderno “né”; le può significare “largo” e “lei” come pronome.
c. l’accento grave si aggiunge alle vocali finali a, e, i, o.
i. Per la terza persona singolare/plurale del passato remoto dei verbi regolari in -o, riflessi o analoghi alla prima coniugazione latina, in -ARE (per es., trovò) per distinguerlo dalla prima persona singolare presente. Dove non è chiaro se il verbo è presente o di una radice regolare o irregolare, come pote, non si usa l’accento. Ci sono due lasse con la rima in a finale che sono problematiche; il tempo verbale di alcuni verbi così non è evidente.
ii. L’accento grave si usa al futuro: , , (per es., farà), secondo l’uso dell’italiano moderno.
iii. Si usa sui nomi ossitoni come verità (290).
iv. Si usa sull’ -i finale dove vale come desinenza verbale della seconda persona plurale (= és); per es., condurì, avì. Questo include l’imperativo.
v. Inoltre, l’accento distingue tra omonimi e in alcuni casi, tempi verbali: ò (=ho) vs. o (=dove); à (=ha) vs. a (preposizione); è, (=è) vs. e (=e); (diede; deve) vs. de (preposizione); (dal verbo dare, dà e l’imperativo, da’) vs. da (preposizione e participio passato); (verbo, l’imperativo di dire) vs. di (preposizione); (imperativo) vs. fa (indicativo); (sei, siete) vs. si (se; e; sì); (dal verbo sapere) vs. se (pronome e congiunzione); , (avverbi) vs. li, la (pronomi).
vi. Il grave si usa anche su -e ed -i dove sono forme del passato remoto (per es., avì, trovè).
c. la dieresi: non si usa; siccome il conto delle sillabe è tanto variabile, si evita l’uso.
d. l’apostrofo: rappresenta l’elisione di una vocale. È spesso poco chiaro quale parte di un’espressione abbia subita l’elisione (per es., elo: sarà e < EGO + l < ILLU + o < HABEO? O sarà el < ILLU + o < HABEO?), allora si limita l’uso dell’apostrofo a:
i. congiunzione pronome soggetto: q’il; s’i
ii. articolo più aggettivo o nome che inizia con vocale: L’uno
iii. avverbi negativi seguiti da verbo o pronome oggetto che inizia con vocale: n’en; n’amo
iv. pronome oggetto seguito da verbo che inizia con vocale, o seguito da un altro pronome che inizia con vocale: l’à, s’en
v. a prima di lessema che inizia con a; per es., a ’Ntone, per a [A]ntone; questo è un esempio particolare, dove alla seconda parola manca la vocale iniziale. C’è un esempio di a più un’altra vocale (o e o i, che è simile, v. 10627: Lasa’n, dove l’apostrofo sta per la vocale iniziale di en o in (tutte e due le forme si trovano nel testo).
e. punto in alto: si usa per la combinazione di due lessemi dove il secondo inizia in consonante.
i. preposizione + articolo: a·l, de·l; l’eccezione qui è a·u, che appare una volta sola (v. 9424);
ii. verbo + pronome atono che segue: Fa·la, à·l, ecc. A causa della legge Tobler-Mussafia nella lingua antica (i pronomi oggetto non precedono un verbo all’inizio di verso o di frase) (Rohlfs, Grammatica storica, 170-72 [& 469]), è piuttosto frequente. Il punto in alto si usa anche con gli imperativi, infinitivi, e il futuro ossitono. I pronomi tonici non sono inclusi (moi, nos, vos);
iii. pronome soggetto + pronome oggetto: per es., ela·l, ele·l, ge·l per il moderno “lei lo” or “lei la,” “glielo” or “gliela”;
iv. congiunzione + pronome oggetto: qi·l, si·l per il moderno “che lo,” “se lo”;
v. in pochi casi, il verbo e il soggetto che segue che inizia in consonante: è·lo, è·la, fo·lo, ecc.;
vi. in casi di assimilazione: una nasale finale con una parola seguente che inizia in nasale; per esempio, i·me per in + me, “in mezzo a” (v. 10447); co·la, per con + la (v. 10877); una congiunzione a un pronome soggetto che segue, e·l, “et il” (per es., v. 10690), e·s, “et les” (v. 16344), ecc.; e similmente, l’avverbio negativo più pronome oggetto che segue, dove la nasale finale si assimila a l: no·l, moderno “non lo.”

Semivocali

Il manoscritto usa u per u e per v, i per i e j/y. Convenzionalmente, si usa j come la seconda dei due “i” i al plurale (per es., palij) e nei numeri (per es., xij). “j” si associa con tanti fonemi nelle tradizioni delle due zone. Contrariamente ad alcuni editori, in questa edizione si trasforma la “i” in “j” in ogni posizione della parola, non solo all’inizio.
J è scritta:
i. dove rappresenta il /ʤ/ nell’italiano moderno, /ʒ/ nel francese moderno: per es., jent, jant, jorno, je (= “gente / gens, giorno / jour, -/je”)
ii. dove rappresenta /j/: per es., çoja, nojer (= “gioia, noia”)
iii. dove rappresenta /λ/ nell’italiano moderno: per es., mujer (= riflesso di “moglie”)
-ij (sij, malvasij) come convenzione è scritta -ii secondo le pratiche moderne.
v appare:
i. nei numeri cardinali (romani) nel manoscritto.
ii. savrà e avrà perché le forme con la semivocale predominano.
iii. altrove, si segue l’uso moderno: per es., salver/saluer, che significano “salvare” e “salutare.”

I maiuscoli

Si usa il maiuscolo secondo le norme delle lingue romanze moderne. Nel manoscritto, si trova di solito un trattino rosso attraverso i nomi di persona, raramente un maiuscolo se non all’inizio di verso. Si scrivono qui anche con il maiuscolo i luoghi d’origine e gli epiteti usati come nomi (per es., Çudé, Apostoile, Ascler).

Per più dettagli, si rimanda al volume 1 dell’edizione, pp. 289-304, da cui è tratta questa presentazione abbreviata.

 

 Rubrica 261
 Come Carlo teneva gran corte a Parigi.
 Lassa 262
 
 Carlo tenne gran corte a Parigi, sua residenza;
 vi erano lì duchi, conti e baroni in gran numero.
 E ci fu così anche Bernardo di Clairmont,
9030e con lui uno dei suoi figli, Milone:
 più bel giovinetto non ha calzato speroni,
 né vi è più saggio o di buon senso.
 Il re fece giustizia di quei due traditori,(1)
 di loro parlarono Francesi e Borgognoni
9035e Normanni e abitanti di Le Mans e Bretoni.
 Tra i nobili della corte vi era il duca Namo,
 che era consigliere dell’imperatore Carlo.
 Gran gioia ci fu nei dintorni e per tutta la corte;
 Carlo trattò sua sorella come doveva.
9040Non ci fu terra, né collina né monte
 che non si rimettesse all’imperatore.
 E il Papa se ne ritornò a Roma;(2)
 egli lodò Carlo più di ogni altra cosa.
 Il suo siniscalco era Milone,
9045che era figlio di Bernardo di Clairmont.
 Era ancora un baccelliere adolescente
 che quella Berta, dall’incarnato chiaro,
 mise in lui tutta la sua attenzione.
 Se attenderete finché finirò,
9050vi farò raccontare da questo romanzo
 tutta la nascita del conte Rolando;
 come sua madre e suo padre se ne fuggirono di nascosto
 per terre straniere in segreto per il mondo;
 Furono banditi da tutto il reame.
 
 Rubrica 262
 Come Carlo teneva gran corte, / e riuniva tutta la sua baronia.
 Lassa 263
 
9055Gran corte tenne Carlo, l’imperatore;
 vi sono lì duchi, principi e conti in gran numero.
 Da tutta la Francia arrivarono i dignitari
 il duca Namo fu il suo consigliere;
 Bernardo di Clairmont, di cui nessuno fu migliore, (5)
9060davanti al re portò l’Orifiamma(3).
 Aveva cinque figli, Milone era il minore,
 servì l’imperatore notte e giorno.
 Fu molto amato dai baroni della corte;
 dame e damigelle lo accoglievano con allegria,(4) (10)
9065e Berta stessa, sorella dell’imperatore,
 in lui aveva messo tutto il suo amore;
 non poteva bere né mangiare tanto gli piaceva.
 E la regina, dall’incarnato fresco,(5)
 amava Berta, per fede e per amore. (15)
 
 Rubrica 263
 Come fu grande la corte.
 Lassa 264
 
9070Grande fu la corte nella città di Parigi,
 che tenne Carlo Magno incoronato.
 Bernardo di Clairmont aveva portato suo figlio;
 era Milone, il saggio e dotato,
 e quello servì Carlo con volontà e di buon grado. (20)
9075Tanto Milone aveva in sé gran bellezza,
 che Berta lo amò più di ogni altra cosa.
 Così profondamente ne fu innamorata,
 che non poteva né mangiare né bere a sufficienza,
 talmente le si era impresso egli nel cuore. (25)
9080Tanto andò avanti la cosa,
 che con quella dama egli peccò;
 di lei aveva preso amore e amicizia.
 Non se ne accorse nessuno,
 nemmeno Belisant che l’aveva in custodia. (30)
9085Se il re l’amava ora non me lo domandate;
 con lei credeva di fare un’importante unione dinastica,
 donarla a un re, a un conte o a un ammiraglio.
 Non aveva cattivi pensieri contro di lei;
 ma l’amore tanto aveva operato (35)
9090che tutti e due avevano infranto la loro castità.
 Se il re lo avesse saputo o sospettato,
 Milone sarebbe stato appeso a due forche,
 ed ella sarebbe stata arsa viva tra le fiamme.
 Tanto andò avanti la cosa di giorno in giorno, (40)
9095che quella dama fu ingravidata.
 Quando si sentì incinta fu tanto addolorata,
 che più non potrebbe esserlo stata nella sua vita.
 Ella si lamentava tra sé: “Infelice e sciagurata,
 come fui generata nella sfortuna! (45)
9100Mia madre fu arsa viva tra le fiamme
 e due dei miei fratelli furono impiccati.
 Ora io sono incinta di un figlio e di un erede;
 Se il re sapesse come ho agito malamente,
 per il grande amore che mio fratello mi ha mostrato, (50)
9105da tutta la gente io ne sarei ingiuriata,
 e ne sarei svergognata e derisa.”
 Non sapeva che fare, tanto era addolorata;
 una dama più addolorata non era nata al mondo.
 
 Rubrica 264
 Come Berta si senta gravida.
 Lassa 265
 
 Quando Berta si sentì incinta dell’infante (55)
9110ella mai fu più addolorata nella sua vita.
 Quando vide Milone gli disse chiaramente:
 “Milone,” disse lei, “per noi va malamente;
 io ho soddisfatto tutti i vostri desideri,
 e voi con me avete fatto altrettanto. (60)
9115Se abbiamo avuto gioie, ora ci tornano in pianto;
 io sono incinta di una bambina o di un bambino.
 Se il re lo sapesse, tutti i vostri parenti
 non vi varrebbero un soldo bucato
 per non essere appeso a una forca; (65)
9120e io brucerò nelle fiamme ardenti.
 E questa è una cosa così appariscente,
 che non si può celare né per oro né per argento.
 E tanto più la cosa va avanti,
 tanto è la cosa più appariscente. (70)
9125E se per caso se ne accorgerà Belisant
 all’imperatore lo dirà immediatamente.
 Ora che farà l’infelice dolente
 che attendeva di avere tanto onore?
 Sarò disonorata tra tutta la gente, (75)
9130di me si prenderanno gioco il giovane e il vecchio.
 E questo lo sapete bene, Milone, in coscienza vostra;
 questo accadrà in un tempo molto breve.”
 Milone, mentre l’ascoltava, non fu mai così addolorato;
 Per poco non morì di crepacuore. (80)
 
 Rubrica 265
 Come la dama si senta incinta / e parli a Milone e gli dica la verità.
 Lassa 266
 
9135Quando Milone ebbe udito quella dama
 non si meravigli nessuno se provò dolore,
 per il misfatto che aveva fatto a Carlo,
 che lo amava più di ogni altro barone;
 [Carlo Magno] non si fidava di altri se non di lui; (85)
9140 [Milone] era signore di tutta la sua residenza.
 Egli singhiozzò e pianse, la mano al mento,
 tanto che le lacrime bagnarono i suoi indumenti.
 Espone le sue ragioni alla dama:
 “Dama,” disse, “ditemi come faremo. (90)
9145Mi avete insegnato un’amara lezione,
 per la quale io sono in gran confusione,
 più di quanto fu mai vecchio o bambino;
 ora ben vedo la nostra rovina.
 Se vorremo redenzione dalla morte, (95)
9150ci converrà andare vagabondi per il mondo,
 e Dio sa bene se riusciremo a sfuggir loro;
 non vi è terra né castello né mastio,
 che non si sottometta al re Carlo;
 e ogni reame cristiano (100)
9155obbedisce lui per l’onore della corona
 che egli ebbe dall’impero di Roma.
 Noi siamo morti, da qualunque parte andiamo.”
 
 Rubrica 266
 Come Milone parlò alla dama.
 Lassa 267
 
 “Dama,” disse Milone, “il nostro piangere non serve,
 dacché non si può guadagnare nulla dal dolore. (105)
9160Addolorato e peccatore quando nacqui da madre,
 io credevo di procacciarmi onore,
 e perciò mio padre mi portò alla corte;
 perché servissi l’imperatore.
 E io gli ho portato il maggior disonore (110)
9165che si possa dire o pensare.
 Sono degno di morte dura e crudele,
 più di ogni uomo che mai sia nato da madre.
 Se avessi disonorato un cavaliere soltanto,
 contro di lui potrei imbracciare le armi. (115)
9170Ma egli è tale da non mettere nemmeno in discussione ciò;
 questo è signore della terra e del mare,
 in tutte le terre in cui io potrò andare,
 egli mi farà catturare e imprigionare
 e mi farà giudicare come traditore”. (120)
9175Disse la dama: “Non è certo da biasimare,
 l’uomo che può allungare la sua vita.
 E vi voglio pregare, per amor di Dio,
 di lasciare stare questo dolore,
 e pensare di lasciare la corte (125)
9180e quale cammino dovremmo prendere.
 Forse da Dio avremo qualche speranza,
 che ci consiglierà giustamente.
 Se non potremmo albergare in città,
 nella foresta troveremo alloggio, (130)
9185e abiteremo nel bosco con le bestie;
 Non credo che lì ci verranno a cercare.”
 “Dio,” disse Milone, “come sapete parlar bene.
 Il vostro consiglio non è da dimenticare;
 Ancora per tempo, se Dio ci vuole aiutare, (135)
9190possiamo riscattare beni e onori.”
 
 Rubrica 267
 Come Milone parlò a Berta.
 Lassa 268
 
 “Dama,” disse Milone, “non vi lascerò dire altro;
 è ben protetto chi si affida a Dio.
 Egli è pieno di tutte le cortesie;
 non avete udito ciò che dice la profezia, (140)
9195ciò che fece la Vergine Maria,
 che fuggì via per paura di Erode?
 Portò suo figlio, che ella aveva nutrito.
 Se ce ne andremo, avremo qualche rifugio,
 in qualche bosco o selva frondosa.” (145)
9200Disse la dama, “Non vogliamo certo tardare,
 tra breve ci sarà il nostro esilio.”
 Stabilirono il giorno e il tempo.
 Quando un mese fu passato e completato,
 Berta e Milone si prepararono. (150)
9205Presero di quegli averi che erano in loro possesso;
 non portarono indumenti che fossero di gran raffinatezza.(6)
 E una sera partirono da Parigi,
 se ne andarono via per una landa desolata.
 Tutta la notte, finché l’alba schiarì, (155)
9210presero il cammino verso la Lombardia.
 Dio li condusse, e la Vergine Maria,
 che se ne possano andare alla salvezza.
 
 Rubrica 268
 Come se ne andarono Milone e Berta.
 Lassa 269
 
 Se ne andavano Milone e Berta l’assennata;
 avevano intrapreso il loro cammino verso la Lombardia. (160)
9215Di notte camminavano e di giorno riposavano
 dentro boschi e selve frondose.
 Bevvero e mangiarono di ciò che avevano.
 Non avevano palafreno né destriero riposato;
 se ne andavano a piedi, patendo grandi sofferenze. (165)
9220Lasciamoli, ché essi hanno agito con disonore;
 dell’imperatore voglio che sappiate,
 quando gli è stata data la notizia,
 di come Milone si sia portato via Berta.
 Molto si meravigliò, in collera, (170)
9225di come egli abbia compiuto un tale tradimento.
 Nella sua camera era il più intimo
 di tutti gli altri della sua masnada.
 Se ne fosse addolorato, non lo domandate ora;
 fece cercare e interrogò Belisant
9230se mai si fosse accorta di ciò. (175)
 Disse la dama, “No, sulla mia lealtà,
 non vidi mai egli appartarsi con lei.”
 allora il re ne fu così abbattuto,
 che per tutto il giorno non disse parola. (180)
9235Ma il duca Namo lo riconfortò;
 il re allora diede ordine dappertutto,
 per borgo e per villaggio, per castello e per torrione(7)
 che per averli non venisse tralasciato niente.
 Quando non li trovò li fece bandire, (185)
9240e mandò per la contrada un tal bando:
 ciascuno di coloro che li avesse trovati,
 avrebbe dovuto portarli davanti a Carlo,
 ché avrebbe ricevuto grandi ricchezze in dono.
 Verso il padre il re si sarebbe ritorto contro, (190)
9245quando il duca Namo glielo impedì:
 “Buon re,” disse, “non vi alterate tanto,
 ché Bernardo di Clairmont è di alto lignaggio;
 non vi è in Francia né duca né membro di casato,
 che non sia suo amico e a lui intimo. (195)
9250Per ciò che ha fatto suo figlio egli è arrabbiato e addolorato;
 se il giovane ha portato via vostra sorella,
 non possono restare in alcun reame che esista al mondo,
 senza che si sappia come hanno agito.”
 Con molta difficoltà lo confortò. (200)
 
 Rubrica 269
 Come Carlo fece bandire Milone / e Berta da tutta la Francia.
 Lassa 270
 
9255Lasciamo Carlo, che è addolorato e sofferente;
 mai fu così in tutta la sua vita,
 e insieme a lui Belisant.
 E Milone se ne andava per il cammino, errante;
 di notte camminava con la luna lucente, (205)
9260e tutto il giorno se ne stava tranquillamente
 tra i boschi e le selve scoscese.
 La dama era incinta, andava avanti di poco;
 non era abituata a sopportare un tale affanno.
 Ella sopportò gran pena e tormento; (210)
9265andava mendicando in mezzo a quei boschi.
 Non albergava in alcun ostello, non gustava provvista;
 mangiò solamente pane e acqua,
 giaceva in terra, sull’erba verdeggiante.
 Ella pianse se stessa e si disse addolorata: (215)
9270“Ah, povera me,” disse lei, “perché vivo così tanto,
 che da regina sono diventata serva?”
 Disse Milone, “Non parlare tanto così;
 il bene e il male hanno lo stesso aspetto;
 l’uomo non può avere ciò che desidera. (220)
9275 egli deve confrontarsi sia col bene sia col male;
 nessun uomo può vivere in questo mondo di sofferenze
 senza pena e un gran tormento.
 Se ora soffriamo, ancora avremo gioie.”
 E così l’andava dolcemente confortando. (225)
9280Ma quel conforto si traduceva in nulla,
 che tanto era il fastidio per tutto il resto.
 Non beveva né mangiava cose che le piacessero,
 e anche di quello che c’era, ce n’era molto poco.
 Uscendo dalla Provenza in una grande selva, (230)
9285trovarono più di trenta briganti,
 che derubavano lungo il cammino dove passavano i mercanti;
 prendevano loro gli averi, i denari e l’oro bizantino,
 poi li uccidevano se ne avevano voglia.
 Quando videro Milone solo con la dama, (235)
9290 (non avevano armi né altro oltre ai vestiti)
 e videro la dama tanto bella e avvenente,
 si fecero avanti per derubarli.
 Quando Milone li vide, gli disse a voce alta:
 “Signori,” disse lui, “noi non siamo mercanti, (240)
9295né portiamo argento o oro bizantino.
 Lasciateci andare per Dio e per tutti i santi.”
 E quelli gli dissero: “Voi siete un bugiardo!
 Conducete questa dama contro la sua volontà;
 la volete vendere per oro e per argento.” (245)
 
 Rubrica 270
 Come Milone uccise quei briganti / che volevano portargli via la dama.
 Lassa 271
 
9300“Signori,” disse Milone, “vi voglio pregare per Dio,
 che ci lasciate andare per il nostro cammino.
 Non sono certo un bugiardo né mendicante,(8)
 e non venderò questa dama per oro né per denaro.
 Con chi me la vorrà sottrarre contro la mia volontà, (250)
9305me la dovrò prendere.”
 E quelli gli dissero, “Non la potete condurre oltre;
 ella dovrà rimanere con noi.”
 Uno di coloro che fu tra i più efferati,
 si fece avanti per catturarla, (255)
9310e voleva prenderla per la mano.
 Quando Milone lo vide, non poté che infuriarsi;
 aveva un bastone, che era di un melo,
 che si era fatto nel bosco per sostenersi.
 Su di lui fece cadere un colpo tanto forte, (260)
9315gli portò un colpo così potente in mezzo al capo,
 che gli fece volare dal capo occhi e cervello.
 “Indietro,” disse lui, “malvagio bandito,
 non ti sembrerà mica che sia un vagabondo?
 Facesti male a pensare di toccare la mia dama.” (265)
9320Quando gli altri lo videro reagire così violentemente,
 gli corsero contro per catturarlo,(9)
 e lo volevano morto quando si ritrasse.
 Aveva il bastone per difendersi,
 e così lo fendette avanti e indietro. (270)
9325A molti fece scorrere sangue dal capo;
 quando il bastone si ruppe egli estrasse la spada d’acciaio,(10)
 e ferì colui che era il primo,
 che più si era avvicinato a lui.
 Gli sferrò un tale colpo, senza alcun preavviso, (275)
9330che lo tagliò a metà fino al nodo della cintura;
 e poi ferì l’altro, così da fargli volare il capo.
 Quando gli altri lo videro così duro e fiero,
 quelli che lo volevano affrontare se ne ebbero a male.
 Quanti se ne poterono andare volsero in fuga, (280)
9335e molti se ne andarono nei boschi a nascondersi.
 Milone li vide ma non volle combatterli;
 per il cammino si rimise ad andare.
 E lasciò sull’erba più di dieci morti.
 Se ne andò Milone, cavaliere cortese, (285)
9340condusse con sé la dama, se ne infastidisca chi deve.
 Arrivò a Pavia, non volle entrare dentro;
 alloggiò in un ostello fuori Pavia.
 Lì mangiò, e si fece ospitare,
 poi il giorno dopo si mise in marcia, (290)
9345verso Ravenna, seguendo in segreto il sentiero.(11)
 
 Rubrica 271
 Come se ne andava verso (R)avenna / e conduceva la sua dama con gran sofferenza.
 Lassa 272
 
 Se ne andò Milone, in collera e pensieroso
 quando ebbe sconfitto quelli che l’avevano assalito.
 Quando ebbe fatto ciò e si fu allontanato da loro,
 camminò a lungo per poggi e per pendii, (295)
9350passò piane, valli e pendii;
 Dio li conduceva, il re del Paradiso,
 e sua madre, la Vergine generatrice.
 La sua dama conduceva poiché fu bandito
 dalla bella Francia e dalla città di Parigi. (300)
9355Quando fu a Ravenna, stette lì tre giorni,
 poi passò oltre, così da non essere riconosciuto da nessuno.
 
 Rubrica 272
 Come se ne va Milone.
 Lassa 273
 
 Se ne andò Milone verso il lido del mare;
 e vide un mulinello e le onde levarsi.(12)
 Non volle affatto passare oltre il mare, (305)
9360perché non voleva nuocere alla dama.
 Non andò avanti, anzi tornò indietro;
 prese a camminare verso la Romagna.
 La dama era così grossa che avanzava a malapena;
 presso Imola, ad una fonte cristallina, (310)
9365che veniva fuori lì dalla riviera,
 lì partorì il suo figlio primogenito;
 era Rolando, il migliore cavaliere
 che si potesse a suo tempo trovare,
 e per i successivi cento anni. (315)
9370Ora Berta non poteva più andare avanti,
 quando partorì Rolando si preoccupò molto.
 Né Milone seppe consolarla;
 poche dame vi furono quando si risollevò dal letto del parto.
 Quando quelle che furono lì presero il bambino, (320)
9375con gran meraviglia parve loro di accorgersi,
 di qualcosa di strano nel bimbo;
 Egli parve loro avere già più di due anni compiuti.
 E quando nacque prese a guardarsi,
 non fece come tutti gli altri bambini, (325)
9380che quando nascono cominciano a piangere.
 Lo bagnarono e cominciarono a lavarlo;
 e con molta difficoltà lo riuscirono a fare;
 non si lasciò fasciare né i piedi né le mani.
 Una disse ad un altra: “Questo sarà un uomo forte.” (330)
 
 Rubrica 273
 Come (n)asce Rolando.
 Lassa 274
 
9385Là dove nacque Rolando non c’era padiglione,
 né camera dipinta, né palazzo, né residenza,
 né un grande letto come a lui si conveniva;
 né coperta, né lenzuola né altra protezione.
 Se volessimo rendergli giustizia, (335)
9390a Gesù Cristo dovremmo compararlo,
 che, come dice il sermone, nacque in una mangiatoia;
 in una stalla con bue e montone:
 similmente avvenne per Rolandino, figlio di Milone;
 non c’era da meravigliarsi se fu benedetto. (340)
9395E dama Berta, che soffrì tutto questo,
 non piacque a Dio né al suo santo nome,
 ella non ebbe né gallina né cappone,
 come le altre dame che partoriscono.
 In pace se ne stettero, senza contrasti; (345)
9400pianse molto Milone, il suo signore,
 quando lo confortò la sorella di Carlo.
 “Mio signore,” disse lei, “non piangete;
 ché questa notte ebbi una visione,
 che grazie a questo bambino torneremo di nuovo (350)
9405nel nostro paese, riacquistando la nostra posizione.
 Più di tutti gli altri egli sarà un uomo coraggioso;
 se ora abbiamo qualche difficoltà,
 questo ci è successo perché abbiamo peccato.
 Se in pace sopportiamo tutto questo, (355)
9410ci attende la protezione di Dio.”
 Milone la ascoltò e si riconfortò.
 
 Rubrica 274
 Come Milone parlò a Berta.
 Lassa 275
 
 “Dama,” disse Milone, “per voi mi sono addolorato,
 quando vi ho visto in pena e tormentata.”
 Disse la dama, “Non dite altro; (360)
9415da quando ho partorito il mio bambino,
 non ho alcun male né provo dolore.”
 Sappiate, signori, sappiate bene,
 poche dame vi furono a quel tempo,
 che furono più sagge di Berta. (365)
9420Allevò quel bambino convenientemente e dolcemente,
 e gli fece dare il battesimo e l’olio santo.
 Quando furono passati quindici giorni,
 coloro che lo portarono a farlo battezzare,
 non lo portarono a un grande monastero, (370)
9425ma a una cappella che stava lì vicino;
 e Milone era sempre insieme a loro.
 Al battesimo gli diede nome Rolando;
 dacché il prete si meravigliò,
 che non gli mise nome né Pietro né Giovanni. (375)
9430Fatto ciò se ne tornò contento;
 a sua madre diede il neonato.
 E quella lo allattò e lo tenne in modo,
 che per poco riuscì a stare in piedi.
 In quel luogo dove nacque Rolando, (380)
9435Non ci rimasero certo a lungo;
 un mese dopo proseguirono il viaggio.
 non avevano niente da portare se non il bambino;
 non portavano valigie come fanno i mercanti,
 né avevano un somaro carico di oro e di argento; (385)
9440né avevano un palafreno né asinello dal passo lento.
 Viaggiavano a piedi sopportando quel tormento,
 che non vi saprei raccontare per nulla al mondo.
 Di giorno in giorno andarono errando,
 che arrivarono a Sutri e lì soggiornarono. (390)
9445Si misero così a vivere in un’area deserta,
 dove non si vedeva nessun essere umano.
 Fecero questo perché avevano grande paura,
 di Carlo Magno, il re molto potente;
 nutrirono il bambino adeguatamente e a sufficienza. (395)
 
 Rubrica 275
 Della pena che sopportò Milone.
 Lassa 276
 
9450Di Milone sappiate, in verità,
 che in quella selva egli sopportò grandi difficoltà,
 e grandi sofferenze, sia di inverno sia d’estate.
 Quando il bambino passò i quattro anni d’età,
 lo mandarono a scuola in città; (400)
9455mai non ci fu alcun uomo nato in questo mondo,
 se non il figlio del Signore Dio
 che fu tanto dotato a imparare.
 Imparava di più in un giorno di quanto gli altri facessero in sei;
 per cui il maestro lo aveva in odio, (405)
9460e così diceva: “Se costui avanzerà con l’età,
 egli mi spoglierà della mia dignità.”
 Non ci fu alcuno in questo mondo così saggio e dotato,
 quando Rolando fu cresciuto,
 che lo potesse sorpassare in saggezza o nell’abilità di scrivere. (410)
9465Suo padre lo allevò in gran povertà,
 finché ebbe passato i sette anni.
 Fu mal vestito e mal equipaggiato,
 e mal nutrito e male alloggiato.
 E quel Milone fu forte e deciso; (415)
9470da cavaliere divenne boscaiolo.
 
 Rubrica 276
 Come Milone andava per i boschi.
 Lassa 277
 
 Ascoltatemi, signori e buona gente,
 quel Milone non fu affatto pigro.
 Ogni giorno all’apparire dell’alba,
 si alzava, senza esitazioni; (420)
9475Per i boschi andava, dove sopportava grandi fatiche.
 Egli faceva legna e là andava vendendola,
 scambiandola con monete d’argento.
 E con quel denaro egli comprava del cibo(13)
 di cui vivevano, e bene e poveramente. (425)
9480Ma a Rolandino, poiché era così saggio,
 quel bambino di cui egli era contento,
 spesso dava del pane e della carne;
 sicché di giorno in giorno egli cresceva sempre di più.
 Ora lasceremo Milone il valente, (430)
9485e dama Berta, che ebbe gran paura.
 Sopportò a lungo grandi dolori in quel bosco,
 finché il Signore Dio non ristabilì la sua condizione,
 per cui ella uscì da tante sofferenze,
 come potrete ascoltare se sarete pazienti. (435)
9490Non ci fosse stato Rolando, in tutta la sua vita,
 non sarebbe uscita dal tormento e dalla pena,
 né avrebbe avuto mai una riconciliazione,
 con Carlo Magno, il re molto potente,
 né avrebbe avuto mai possedimenti in Francia, (440)
9495né riconoscimento da alcun suo parente.
 
 
Sono i due fratellastri di Carlo Magno, Lanfroi e Landris. Figli di Pipino e della falsa Berta di Magonza, fratelli di Berta, uccisero il padre e Berta dai piedi grandi e costrinsero Carlo a fuggire in Spagna. L’episodio è narrato precedentemente in Karleto, testo sull’infanzia di Carlo Magno.
Il Papa era venuto da Roma con Carlo Magno per aiutarlo a riprendere Parigi, in mano ai due fratellastri.
L’Orifiamma era lo stendardo reale dei Re di Francia. Portarlo era segno di particolare importanza e di valore notevole, tanto che il Porte Oriflamme divenne una carica altamente onorifica.
Seguo la traduzione data in nota da Rosellini 1986, p.773.
Si tratta di Belisant, figlia di un re spagnolo che adottò e si prese cura di Carlo Magno dopo che fu cacciato dalla Francia. Carlo la sposò e insieme scapparono a Roma, per sfuggire alle minacce dei fratelli di Belisant di ucciderlo.
Rosellini traduce delie come ‘raffinatezza’ (“è sost. fatto sull’ agg. afr. delie, delise, femm. di deli ‘fin, délicat’” (Rosellini 1986, p.744). Zarker Morgan traduce: “they don’t take clothes which are of great fashion” (Zarker Morgan 1996), tuttavia nell’ed. crit. (Zarker Morgan 2009) nota: “It could mean “delitto” [delight, enjoyment], since a noun is needed here. Thus, they bring no enjoyable clothes, just serviceable ones” (Zarker Morgan 2009, p.1047). In questo caso sembra essere più adatta al contesto la traduzione di Rosellini, con i due fuggiaschi che tentano di dare nell’occhio il meno possibile (Cfr. vv. 9052-9053).
Zarker Morgan 2009, p.948: “docler: Not listed in any Italian or Old French dictionary. It is always opposed to low places, leading to believe it means either “tower”, “hill”, or some other type of raised spot. [...] Since, furthermore, the form appears six times in this manuscript (plus one as doclé), it seems unlikely to be an error each time.”
Rosellini riprende l’ipotesi di Mussafia (Mussafia 1885) “secondo cui paumer è da intendersi come pautoner, paltoner” (Rosellini 1986, p.774). Ma Zarker Morgan fa giustamente notare che “paumer means “palmer”, a pilgrim, also a vagrant. Cf. OF palmier [...] It is not a corruption of paltoner, as suggested by Mussafia” (Zarker Morgan 2009,p.1048).
Rosellini scrive: “M. [Mussafia 1885 (NdT)] lo dice “scorso di penna”, e sarebbe probabilmente da emendarsi [...] in corser. Il senso è comunque chiaro: “sopra (contro) gli corsero che lo volevano prendere”.” (Rosellini1986, p. 774). Zarker Morgan traduce: “they overran him, with the intention of seizing him” (Zarker Morgan 1996) ma nell’ed. crit. (Zarker Morgan 2009) invece lemmatizza corers come occorrenza del sostantivo corer (it. “corredo, equipaggiamento militare”) e nota: “corers could have been intended to be corser, “horse”, instead of “arms, equipment” in parallel with other appearances of corer.” (Zarker Morgan 2009, p.1049), senza però suggerire la sua interpretazione complessiva del passo.
Come fa notare anche Zarker Morgan (Zarker Morgan 2009, p.1049), questo verso contraddice il verso 9290, in cui il narratore descriveva la coppia come disarmata.
Zarker Morgan 2009, p.1049: “I believe that what we have here is an unattested form with -etto [...] So the word has a French stem (consonant + l) and an Italian suffix.”
Rosellini annota: “torbea, senza dubbio venez. torbia; cf. DEI, s.v. torbido.” (Rosellini 1986, p. 774). Zarker Morgan la lemmatizza come forma del verbo torber (Zarker Morgan 2009, p.1411), nonostante ci si aspetti un sostantivo dopo il verbo vi. Mi sembra che abbia più senso qui considerarla come l’a. fr. torbe (Cfr. Glossario, s.v. Torbea) per “mulinello, vortice d’aria”, che si inserisce meglio nel contesto e contribuisce a spiegare il timore di Milone nei versi successivi.
Sull’esatto significato di plument, che qui indica un cibo povero senza necessarie specificazioni, cfr. Zarker Morgan 2009, p.1035
 
 
 Rubric 261
 Coment Karlo tenoit grant corte a Paris.*
 Laisse 262
 
 Karlo manten gran cort a Paris sa mason;
 Asa lì sont dux, conti e baron.
 E si le fu Bernardo de Clermon,
9030Avec lui un son filz Milon:
 Plu bel damisel non è calça speron,*
 Nian plu saçes e de bona rason.
 Sa justisia fe li rois de ces dos mal felon,
 De lor parlent Francés e Bergognon
9035E Normant e Mansel e Berton.*
 Entro la cort si fo le dux Naimon,
 Conseler est de l’inperer Karlon.
 Gran çoja fo entorno et environ;
 Soa sor ten Karlo como tenir devon.
9040Ne le fo tera, ni a po ni a mon,
 Qe a l’inperer non faça reençon.
 E l’Apostoile si retornò a Ron;
 Sor tot ren elo loe Karlon.
 Son seschalco estoit Milon,
9045Qe filz estoit Bernardo de Clermon.
 Ancor estoit baçaler çovençon;
 E quela Berta, c’oit clera façon,
 En lu ela mis tot sa entençion.
 Se atenderés tantqe feniron,
9050Questo roman contar vos faron,
 De le cont Rolant tota sa nasion;
 Con sa mer e so per s’en foì a laron*
 Por stranie tere a tapin por li mon;
 Sbanojé fo de tot la coron.
 
 Rubric 262
 Coment Karlo tenoit grant corti, / e tot asenble tota soa baronie.*
 Laisse 263
 
9055Grant cort manten Karlo l’inperaor;*
 Asa lì fo dux, princes e contor.
 De tote Françe li fo li almansor;
 Naimes le dux si fu ses conseleor;
 Bernardo de Clermont, ne le fo nul milor, (5)
9060Davanti li rois porte l’orieflor.
 V. filz oit, Milon fo li menor,*
 A l’inperer servoit e de noit e de jor.
 Molto fi amés da li baron de la cor;
 Dame e polçele si le ten a baldor,* (10)
9065Meesma Berta, seror l’inperaor.
 En lu oit mis toto li so amor;*
 Nen poit boir ni mançer tant li tent in savor.*
 E la raine c’oit fresco li color,
 Amoit Berte por fe e por amor.* (15)
 
 Rubric 263
 Coment fo grande la cort.
 Laisse 264
 
9070Grant fu la cort a Paris la cité,
 Qe tent Karlo li maine encoroné.
 Bernardo de Clermont oit son fil mené;
 Ces fu Milon, li saço e li doté,
 E quel serve a Karlo volunter e de gre. (20)
9075Tant avoit Milon en soi gran belté,
 Desor tot ren Berta li oit amé.
 Si malament ne fo enamoré,
 Mançer ni boir non poit a planté,
 Qe in son cor ne le sia sajelé.* (25)
9080Tant fo li fato avant alé,
 Qe cun quela dame el avoit peçé;
 De le en prist amor e amisté.
 Ne s’en percoit homo de mer né,
 Ne Belisant qe l’avoit en poesté. (30)
9085Se li rois l’amoit or ne m’en demandé;
 De le cuitoit far un gran parenté,
 Doner·la a rois a cons o amiré.
 Contra de le non avoit mal pensé;
 Mais li amor tanto oit ovré (35)
9090Qe anbidos oit fraito castité.
 Se li rois li aust ni saplu ni esmé,*
 Milon fust a dos fors apiçé,
 Et ella fust e arsa e brusé.
 Tant fu la colsa de jor en jor alé, (40)
9095Qe cella dame si fo engravidé.
 Quant se sent ençinta, tanto fo adolosé,
 Nen poroit eser plus en soa vivité.
 Ela se clama, “Çativa, malaguré,*
 Cun in malora eo fu ençendré! (45)
9100Ma mer me fu et arsa e bruxé;
 E dos me frer en furent apiçé.
 Or sonto eo ençinta de filz e de rité;
 Se li rois li soit cun averò malovré,
 Por li grant amor qe me frer m’à mostré,* (50)
9105Da tota jent eo ne serò laideçé,
 E si ne serò onia e vergogné.”
 Nen sa qe faire, tanta fo adolé;
 Plu dolant dame non è a·l mondo né.
 
 Rubric 264
 Coment Berta se sente graveda.
 Laisse 265
 
 Quant Berta se sent ençinta de l’infant, (55)
9110En soa vite la no fo plu dolant.
 O vi Milon, si le dis planemant:
 “Milon,” fait il(a), “el nos va malemant;
 Eo conpli tot li ves talant,*
 E vu de mi avés fato altretant. (60)
9115Se avemo eu çoie, or ne reven in plant;
 E son ençinta de filla o de infant.
 Se li rois li soit, toti vestri parant
 Ne vos varoit un diner valisant,
 Qe non siés meso ad un stacon pendant; (65)
9120Et eo brusea a li fogo ardant.
 E queste è una colsa si aparisant,
 No se poit çeler por or ni por arçant.
 E con vait la colsa plu avant,
 Tanto est la colsa plu aparisant. (70)
9125E se par nul ren s’en percoit Belisant,
 A l’inperer le dirà mantenant.
 Or qe farà la çativa dolant,
 Qe atendea d’avor honor cotant?
 Dexorea serò entro tota la jant, (75)
9130De moi se scrinirà le petit e li grant.
 E questo saçì ben, Milon, ad esiant;
 Questo serà in molto breve tanp.”
 Milon, quan l’olde, nen fo ma si dolant;
 Par un petit nen mor de maltalant. (80)
 
 Rubric 265
 Coment la dame se sent ençinta / e si parole a Million e si li dist li vor.*
 Laisse 266
 
9135Quant quela dame oit oldu Milon,*
 S’el oit dol no s’en mervilì nu hon,*
 Por le mesfato q’el oit fato a Karlon,
 Qe plu l’amava qe nul altro baron;
 Ne se fioit en altri se en lui non; (85)
9140Segnor estoit de tota sa mason.
 El plura e plançe sa man a ses menton,
 Qe de le larmes (bagne) li aquinton.*
 Dever la dame el dist sa rason:
 “Dama,” dist il, “dites cun la faron. (90)
9145Leçu m’avés malvasia lecion,
 Donde me voi en gran confosion,
 Plus qe ma fo veilart ni garçon;
 Or voie ben la nostra destrucion.*
 Se de la mort voren redencion, (95)
9150Aler nos convirà tapiner por li mon,*
 E Deo sa ben se nu li scanparon;
 El no è tera ni castel ni dojon,
 Qe non soit sota li rois Karlon; *
 E çascun reame qe de Cristian son, (100)
9155Si l’obedise por honor de la coron
 Qe il oit da l’inperio de Ron.
 Nu semo morti, qual part qe nu alon.”
 
 Rubric 266
 Coment Milliuz parole a la dame.*
 Laisse 267
 
 “Dama,” dist Milon, “non val nostro plurer,
 Qe in dol faire ne se po guaagner. (105)
9160Dolent e peçable quando naque de mer,*
 Qe je cuitoie honor porcaçer,
 E porço a la corte (s)i me menò mon per;
 Porqe a foi servise l’inperer.*
 Et eo li ò fato li major vituper (110)
9165Qe se posa ne dir ne penser.
 Degno son de morte dura e fer,
 Plu de nul homo qe ma nasese de mer.
 Se avese mesfato ad un sol çivaler,
 Encontra lui poria arme bailer. (115)
9170Ma questo è tale qe no lì (è) da parler;*
 Qesto è sire de la tera e de·l mer,*
 En tote tere o e porò aler,
 El me farà prender e liger,
 Si cun traites el me farà çuçer.” (120)
9175Dist la dama, “Non è pais da blasmer,
 Qel homo qe poit soa vita alonçer.
 E vos vojo por amor Deo projer,
 Qe questo dol vu lasez ester,
 Si se porpensen de la corte sevrer, (125)
9180E le çamin qe nu deveron pier.
 Forsi da Deo averen quaqe sper,
 Qe n’averà droitament conseler.
 Se nu no poron en cité alberçer,
 A le forest averemo ostaler, (130)
9185E in le bois cun le bestie cunverser;
 No creço pais là ne vegna a trover.”*
 “Deo,” dist Milon, “cun ben savés parler.
 Li ves conseil non è da oblier;*
 Ancor por tenpo, se Deo ne vol aider, (135)
9190Ben e onor nu poron reçater.”
 
 Rubric 267
 Coment Millon parole a Berte.*
 Laisse 268
 
 “Dama,” dist Milon, “ne lairò ne vos die;*
 Molto è guari, qe in Deo se fie.
 El estoit plen de tote cortexie;
 Non avez oldu qe dist la proficie, (140)
9195Ço qe fe la Verçen Marie,
 Qe por paura de Herodes ela foçì vie?
 Portò son fil, q’el avoit norie.
 Se s’en alon, averon qualche remie,
 En quaqe bois o en selva ram(i)e.”* (145)
9200Dist la dama, “Ne se vol tarder mie,
 Qe in breve tenpo è nostra desertie.”*
 Lor ordonent li termen e la die.*
 Quando un mois fu pasé e conplie,*
 Berta e Milon si se sont guarnie. (150)
9205Prendent de cil avoir q’i ont en bailie;
 Non portent pani qe fust de gran delie.*
 E una soir fo de Paris partie,*
 Via s’en vait por landa hermie.
 Tota la noit tros l’auba sclarie, (155)
9210Le çamin pris dever Lonbardie.
 Deo li condue, e la Verçene Marie,*
 Qe i s’en posa aler a salvetie.
 
 Rubric 268
 Coment s’en vait Milon e Berte.
 Laisse 269
 
 Va s’en Milon e Berta l’insené;
 Son çamin oit ver Lonbardia pié. (160)
9215La noit çamine, e li jor oit polsé,
 Entro li bois e le selve ramé.
 De ço q’i ont, ont bevu e mançé.
 Non oit palafroi ne destrer seçorné;
 A pe s’en vait, durando gran ferté. (165)
9220Lason de lor, qe mal ont ovré;
 De l’inperer e vojo qe vu saçé,
 Quant la novela li estoit aporté,
 Cun Milon n’oit via Berta mené,
 Molto ferament s’en fo amervelé, (170)
9225Como il avoit fato tel falsité.
 En soa çanbra era li plu privé
 De nul autre de la soa masné.
 S’el oit dol, ora non demandé;
 Belisant oit queri e demandé*
9230Se de quela colse jamés s’en fose adé.* (175)
 Dist la dama, “No, por ma lialté,
 Jamais cun le no·l vi a la çelé.”
 Adoncha li rois en fo si abosmé,
 Toto quel çorno non à moto parlé. (180)
9235Mais le dux Naimes si l’à reconforté;
 Adoncha li rois à por tot part mandé,
 A burs et a vile, a çasté e a doclé;
 Par lor avoir non ait ren lasé.
 Quando no li trova si li oit sbanojé, (185)
9240E un tel bando mandò por le contré:
 Çascun de ceus qe li avoit trové,
 Davant Karlo li aust apresenté,*
 Qe grant avoir le seroit doné.
 Sovra son per fust li rois alé, (190)
9245Quando dux Naimes li avoit deveé:
 “Bon rois,” fait il, “tant ne vos deroé,*
 Qe Bernardo de Clermont è de gran parenté;
 Non è in França ni dux ni casé,
 Qe non soja ses amigo e privé. (195)
9250De ço ch’à fato son fil, el n’è gramo et iré;
 Se·l fante n’ait vestra sor amené,*
 Nen poit ester en la Cresteneté,
 Qe non saça coment averont ovré.”
 A molto gran poine li ont reconforté.* (200)
 
 Rubric 269
 Coment Karlo fi s(b)anojer Milon / e Berte de tota Françe.*
 Laisse 270
 
9255Lason de Karlo, qi est gramo e dolant;
 Nen fo ma si a tuto son vivant,
 Et avec lui estoit Belisant.
 E Milon s’en vait por le camin erant;*
 De noit çamine a la luna lusant, (205)
9260E tot le çorno se stoit planemant*
 Entro le bois e le selve pendant.
 La dama estoit ençinta, petit vait avant;
 Non estoit usé de durer tel achant.*
 Ela duroit gran poine e tormant; (210)
9265Por me ces bois aloit mendigant.
 Non albergoit a oster, non gustoit provant;
 Pane et eve manuò solemant,
 En tera çasoit sor l’erba verdojant.
 Ele se plure e si se clama dolant: (215)
9270“A, lasa,” fait ela, “porqe viv’e cotant,
 Qe de raine e son fata ser(v)ant?”
 Dist Milon, “Non parlé tant avant;
 Li ben e·l mal si est d’un senblant;
 Nen poit l’omo aver li son talant. (220)
9275E ben e mal li stoit avoir sovant;*
 Nul homo po viver in ste mondo dolant
 Sença poine e gran tormant.
 Se mo avemo dol, ancor seron çojant.”
 Et ensi la voit dolçement confortant. (225)
9280Ma quel conforto si torne a niant,
 Qe tanto estoit de l’altro enojamant.
 Ne boie ni mançe qe le soja a talant,
 E de quel oit molto poveremant.
 A l’ensir de Provençe en une selve grant, (230)
9285De robaor li trovò plus de trant,
 Qe robent le çamin dont va li merçaant;
 Tol·ge l’avoir, li diner e li besant,*
 Pois li oncient se li ven por talant.
 Quando virent Milon cun la dama solemant, (235)
9290(Non avoit arme fora le vestimant)
 E virent la dama tant bela et avenant,
 Par lor rober i se fait avant.
 Quando Milon le voit, si le dist en ojant:
 “Segnur,” fait il, “nu no sen merçaant, (240)
9295Ne no portemo ar coit ni besant.*
 Lasé·n aler, por Deo e por li sant.”*
 E cil le dient, “Vos estes un truant!
 Menés sta dame oltra so maltalant;
 Doner·la vorì por or e por arçant.”* (245)
 
 Rubric 270
 Coment Milon oncis qui robaor / Qi li volent tor la dame.
 Laisse 271
 
9300“Segnurs,” dist Milon, “por Deo vos vojo projer,
 Qe a mon çamin ne lasez aler.
 E no son pais truant ni paumer,*
 E no darò sta dama por or ni por diner.
 Qi contra mon voloir me la vorà bailer, (250)
9305Avec lui m’averò coruçer.”
 E qui le dient, “Ne la porés mener;
 Avec nos el averà converser.”*
 Un de color qe fu li plu liçer,*
 Avant se fait, qe la voloit saçer,* (255)
9310E por la man la voloit pier.
 Quando Milon le vi, non ait qe airer;
 Un baston tent, qe estoit d’un pomer,
 Qe in le bois se fi por apojer.
 Celu ferì un si gran colpo plener, (260)
9315Por me li çevo si gran colpo li fer,
 Ocli e cervele le fait de·l çevo voler.
 “Oltra,” fait il, “malvasio liçer,
 Ne ve senblarò qe soja paltoner?
 Por mal pensasi de ma dama toçer.” (265)
9320Quando li altri le vi si malovrer,
 Sovra li corers qe li voloit bailer,*
 Morto l’aust quando se trase arer.
 Le baston ten par soi defenser,
 E si le moine et avant et arer.* (270)
9325A manti oit fato li sang d·i çevi rager;
 Quant le baston fo fraito, el tra li brant d’açer,*
 E vait a ferir colu q’era le primer,
 Qe a lui plu s’avoit a ’prosmer.
 Tel colpo li dona sença nul menaçer, (275)
9330Q’elo·l porfendò, tros a·l (n)o de·l baldrer;*
 E pois ferì l’altro, si le vait li çevo voler.
 Quando li altri le vi si duro e fer,
 Mal ait quel qi li voja aspeter.
 En fua torne quant s’en poit aler, (280)
9335E mant s’alent in le bois a covoter.
 Voi·le Milon, ne se volse sego tençer;
 Por le çamin el se mis ad erer.
 E lasa·ne de morti plu de .X. a·l verçer.*
 Va s’en Milon, li cortois çivaler, (285)
9340La dama en moina, qi s’en doja nojer.
 Ven a Papie, no li volse dentro entrer;
 Defor Papie desis a un oster.
 Ilec manue, si se fe ostaler,
 A la deman pois se mist ad aler, (290)
9345Dever Ravene planeto por li senter.*
 
 Rubric 271
 Coment s’en vait ver (R)avene / e mena sa dame a gram dolo.*
 Laisse 272
 
 Va s’en Milon, coroços e pensiç,
 Quant sconfito oit qui qi l’oit asaliz.
 Quant à ço fait, si fo da lor grepiz,
 Tanto çamine por poi e por lariz, (295)
9350Pasa li plan, li val e li lariz;
 Deo li condue, li rois de Paradiz,
 E soa mer, la Verçene genitriz.
 S(a) dama moine dont fu sbanoiz*
 De França bele e de la çité de Pariz. (300)
9355Quant fu a Ravene si lì stete tros diz,
 Posa pasè oltre, qe da nul fo requiz.*
 
 Rubric 272
 Coment s’en vait Milon.
 Laisse 273
 
 Va s’en Milon dever le li de·l mer;
 E vi la torbea e le onde lever.
 Nen volse pais oltra la mer paser,* (305)
9360Porqe a la dame non faist nojer.
 Non alò avanti, ançi tornò arer;
 Dever Romagne prist a çaminer.
 La dame è si grose qe (a) pene poit aler;*
 Apreso de Ymole a une fontane cler, (310)
9365Qe ilec estoit fora por la river,
 Ilec partorì li son fio primer;
 Ço fu Rolando, li meltre çivaler
 Qe se poust a so tenpo trover,
 Nian dapois de cento anni enter.* (315)
9370Or non poit Berte plu avanti aler,
 Quant Rolant partorì ne fo en gran penser.
 Nian Milon no se soit conseler;
 Petit dame avit a le son relever.
 Quant quele qe le furent va l’infante saçer, (320)
9375A gran mervile li parse aviser,
 Qe de l’infant li parse strainer;
 Q’el ge par q’el aust plus de dos an enter.
 E quant fu né, le pris a reguarder,
 Nen fe mie cun li altri baçaler, (325)
9380Quando nasent començent a plurer.
 Ele·l bagnent, si·l prist a laver;
 A molt gran poine ele·l poont faser;
 Ne se lasoit li pe ni le man liger.
 Dist l’una a l’autre, “Questo serà hon fer.” (330)
 
 Rubric 273
 Coment (n)ase Rolant.
 Laisse 274
 
9385Là o Rolant fo né, no le fo pavilon,*
 Ni çanbra depinte, ni palés ni mason,
 Ni leito grande como a lui convenon;
 Coltra ni lenço ni altra guarison.
 Se nu de lu volen ben far rason, (335)
9390A Jesu Christo nu li asomilon,*
 Qe naque en un presepio, cun dist li sermon;
 En una stable cun bois e con molton:
 Ensement fist Rolandin filz Milon;*
 Non fo mervile s’el oit benecion. (340)
9395E dama Berte, c’oit la pasion,
 Non plaça Deo ne li so santo non,
 Q’ela aust galina ni gapon,*
 Cun le altre dame qe foit quela rason.
 En pase le s(os)tent sença tençon;* (345)
9400Molto la plure li son segnor Milon,
 Quant le conforte la seror de Karlon.
 “Mon segnor,” fait ela, “non farés plurason;
 Qe en cesta noit vide una envision,
 Qe por ces enfant ancor retornaron (350)
9405En nos pais a grande guarison.
 Sor totes autres costu serà prodon;
 Se mo avon qualche aflecion,
 Questo n’è avenu por peçé qe nu avon.
 Se questa colsa en pas sostinon,* (355)
9410Nu n’atendon da Deo gujerdon.”
 Milon la intende, tuto se conforton.
 
 Rubric 274
 Coment Milon parole a Berte.
 Laisse 275
 
 “Dama,” dist Milon, “de vos e son dolant,
 Quan je vos vi in pena et in tormant.”
 Dist la dama, “Non parlés plus avant; (360)
9415Daq’eo pur partorì mon enfant,
 Non ò nul mal e nul enojamant.”
 Saçés, segnur, e saçés a siant,
 Petite dame fu in le segle vivant,
 Qe plus de Berte avoit esiant. (365)
9420Quel enfant norì e ben e dolçemant,*
 Si le fe batiçer e dar·le li olio sant.
 Quant fo li termen le .XV. jor pasant,
 Quele qe le portent a li bateçamant,
 Ne le portoit mie a·u monester grant, (370)
9425Mais a une çapele qe estoit lì davant;
 Ma totefois Milon li fo ensemant.
 A·l batezer le mis nome Rolant;*
 Donde li prest s’en vait mervelant,
 Qe no li mis nome ni Pero ni Çoant. (375)
9430Quant à ço fato, s’en retorna çojant;
 A soa mer donò le petit enfant.
 E quela l’alatò, si le tene tant,
 Qe un petit se levava in estant.
 En celle lois o e fo nasu Rolant,* (380)
9435Ne le demorò mie longamant;
 Un mois aprés i alirent avant.
 Nen avoit qe porter se no cel enfant;
 Non portoit valis con fa li merçaant,
 Nian somer carçé d’or e d’arçant; (385)
9440Ne non avoit palafroi ne muleto anblant.
 Por tera alent durando tel tormant,
 Ne vos saveria conter par nula ren vivant.
 De çorno en çorno tant vait erant,
 Qe a Sutrio vent et ilec desant. (390)
9445Si se mis ad ester en un desertamant,
 O no estoit homo de mer vivant.
 E questo fait qe la paura oit grant,
 De Karlo (m)ai(n)e, le riçe sorpojant;
 L’enfant norì e ben e planemant. (395)
 
 Rubric 275
 De la po(in)e qe durò Milon.
 Laisse 276
 
9450De Milon, saçés por verité,
 Qe in quela selve el durò gran ferté,
 E grande poine e d’inverno e d’esté.
 Quant l’infant avoit li quatro ani pasé,
 A la cité l’oit a la scola mandé; (400)
9455Çamais non fo nul hon in ste mondo né,
 S’el non fo le filz de Damenedé
 Qe a inparer en fust tanto doté.
 Plus enparoit en un jor qe altri non fasoit in sé;
 Don le maistro l’en avoit en aé,* (405)
9460E si disoit, “Se costu ven en eté,
 El me torà la moja dignité.”
 Non è hon in ste mondo si saçes ni doté,
 Quando Rolant en fo en soa até,
 De seno e de scriture l’aust trapasé. (410)
9465Son per li alevò en grande poverté,
 Tantqe il avoit .VII. ani pasé.
 Mal fo vesti e mal acoroé,
 E mal fo pasu e seçorné.
 E quel Milon si fo forte et aduré; (415)
9470De çivaler el devene boscher.
 
 Rubric 276
 Coment Million aloit a li bois.*
 Laisse 277
 
 Entendés moi, segnur e bona jent,
 Celle Milon ne fo pais mie lent.
 Çascun jor a l’aube aparisent,
 Si se levoit, nen foit arestament; (420)
9475A le bois vait, o durò gran torment.
 Si fasoit legne, si le aloit vendent,
 Si le donoit por diner d’argent.
 E de qui diner el conproit la plument*
 Donde vivoit e ben e poverment. (425)
9480Mais Rolandin, porq’era si saçent,
 Celle enfant o el era acontent,*
 De·l pan e de la çarne i·le dava sovent;
 Siqe de çorno en çorno el aloit en avent.
 Or laseron de Milon li valent, (430)
9485E de dama Berte, qi fo in gran spavent.
 Gran poina durò en cele bois longament,
 Finqe Damenedé li dè restorament,
 Q’ela ensì de tanto ennojament,*
 Con vos oldirés, se serés atendent. (435)
9490Nen fust Rolant a tuto son vivent,
 Nen fust ensu de poine e de torment,
 Ne mais aust eu acordament,
 A Karlo maine le riçe sorpojent,
 Ne mais en Françe aust eu teniment, (440)
9495Ne anomé da nesun so parent.*