RIALFrI

La Geste Francor, Enfances Ogier le Danois (ed. Zarker Morgan)

La Geste Francor, Édition of the Chansons de Geste of. MS. Marc. Fr. XIII (=256), with glossary, introduction and notes by Leslie Zarker Morgan, Tempe (Arizona), Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2009 («Medieval and Renaissance Texts and Studies», 348).

Edizione digitalizzata a cura di Leslie Zarker Morgan
Marcatura digitale a cura di Luigi Tessarolo

 

  TESTO CRITERI DI EDIZIONE  

 

i>Divisione delle parole

Preposizione e congiunzione sono scritti di seguito secondo l’uso italiano (per es., Porqe). Preposizione e articolo determinativo sono scritti di seguito con il punto in alto (per es., de·l canp) prima di consonante, ma separatamente e con l’apostrofo prima di vocale (per es., a l’ami).
Au, la forma velarizzata di a e l, nel verso 9424, unica occorrenza di questa forma, è scritta a sua volta con il punto in alto, a·u.
Qele e dele, congiunzione o preposizione seguita da pronome femminile, sono scritti Qe le e De le, di nuovo secondo la forma italiana (invece del francese Q’ele o D’ele, che sarebbero pure possibili).
Vocale palatale dopo consonante e prima di s impura (per es., sestoit) è scritta se stoit (invece di s’estoit; cf. a esperon vs. Le speron) dove c’è solo una vocale.
Per aler, andar(e), venir(e) e le loro forme, quando vi è la presenza di una a dopo la forma verbale, la si interpreta come a preposizionale prima dell’infinito dipendente (per es., aloit a prender).
Per i nomi di luogo che iniziano in A, o per i verbi con a- iniziale, si interpreta l’eventuale mancanza dopo la preposizione a come un’elisione, e si rappresenta il fenomeno con l’apostrofo (per es., a ’Ntone = “a Antone”; a ’Leris = “a Aleris”; a ’coler = a acoler).
di: dove la i potrebbe essere l’articolo determinativo, si inserisce il punto in alto (d·i enfant (v. 633) = “dei bambini”); altrimenti, le due lettere non si separano.

Abbreviazioni
(per chiarezza, le forme sciolte delle abbreviazioni in mezzo alle parole o in mezzo ad una frase qui sono scritte tra parentesi quadre, ma nel testo sono in corsivo)

7: È scritta et, con tre eccezioni (verso 17, e due volte in 15041) dove e permette una sillaba di meno nel verso, per mantenere il conto di dieci sillabe: il verso 17 si legge Morto l’abate, sença nosa [e] tencon; e il verso 15041, Cun li çivaler vait [e] arer [e] avant.
titulus: Il titulus segnala la mancanza della nasale. Si segue la forma più comune trovata dove non c’è abbreviazione, cioè, n.
[r]: Si segue la forma più comune altrove nel testo. Esempi: m[er], m[er]velos, P[er]sant, p[re]sant, p[ri]mer, p[ri]memant, p[ri]nçer, p[ri]s, p[ri]sé, s[er]pant, v[er]gognie.
ē: Per e[st] 8 volte nei versi 640, 14102, 14126, 16344, 16671, 16713, 16732, e 16818.
Jesu χ͡ρσ appare una volta (v. 9390), per Jesu [Christ]o.
s͡te appare una volta (v. 6187), per s[an]te.
I nomi propri si abbreviano in generale solo per i protagonisti più frequenti.
.K. si usa per Carlo Magno. Ci sono otto varianti tra le 88 forme scritte senza abbreviazioni: Karle, Karloete, e Karo (nelle rubriche); Karles e Karloto nel testo; Karleto 64 volte, nella sezione di Karleto; Karlon, sempre in rima; Karlo, all’inizio e nel verso. Nel Karleto (vv. 5491-9026), dunque, la forma abbreviata è sciolta K[arleto] con l’eccezione delle forme in rima dov’è necessario K[arlon]. Altrove, si è optato per K[arlo], a meno che la rima non richieda K[arlon].
.N. per Naimes è frequente. Seguendo le forme scritte per esteso, in rima si dà N[aymon]; altrove appare N[aimes].
.R. (.Ro., Rubriche 530, 580, 581, 585, 617) per Orlando. Nel testo appaiono Rolan (in rima); Rolandin; Rolando; e Rolant. Nel testo di Orlandino, Rolandin è la forma preferita, e dunque è questo lo scioglimento usato, a meno che la rima non richieda un’altra forma. Prima e dopo, secondo il numero di sillabe richieste e l’età del personaggio si risolve: prima di Orlandino (vv. 9393, 9480 e 9498) per il bambino e tre sillabe, R[olandin]. Dopo l’Orlandino, però, si usa R[olando] per tre sillabe, R[olant] per due sillabe e nelle rubriche, dove non sono in rima.
.B. per B[erte] (Rubrica 40).
.B. per B[ra]er (Rubrica 363, dopo v. 12649).
.G. per G[uier] (Rubrica 112, dopo v. 4272).
.M. per Macario (Rubriche 411 e 413).
.O. per O[liver] (Rubrica 631).

Emendazioni

Le aggiunte editoriali, emendazioni e cancellature sono tra parentesi tonde ( ); le spiegazioni si trovano nelle note alla fine nel testo stampato. Le parentesi ad angolo < > indicano le letture di altri editori che non sono chiare ma che sono ragionevoli (spiegazioni nelle note stampate).

Gli accenti scritti

a. la c con cediglia Ç si lascia tale e quale nell’originale. L’uso non è coerente prima di palatale e dunque l’emendazione sembra illogica. Per distinguere tra certe forme, però, è stata aggiunta o tolta la cediglia 12 volte: le forme di çuçer (< JUDICARE) e lessemi imparentati, nei versi 2824 ((çu(ç)ement), Rubrica 121 ((ç)uçé), 11652 ((ç)uçé), 14730 ((ç)u(ç)ement), 15345 (çu(ç)ement); inoltre, nel verso 4824 (ç)onto (Ital. “giunto”) (< lat. JUNGERE); (ç)u(b)ler (830, per correggere la metatesi dove nel manoscritto si legge bulçer); (ç)ura, v. 4560 (<JURARE per distinzione da curer < CURARE); (ço)strer (v. 897) e (ç)ostraren (v. 13117) per seguire altre forme di çostrer; (ç)ant, Rubrica 451, dopo v. 16011 (per seguire le altre forme < GENTE(M)). Una cediglia in più si toglie da (c)oment (Rubrica 388, dopo v. 3677).
Accenti editoriali aggiunti:
b. l’accento acuto si aggiunge solo su -e.
i. Per i participi passati (riflessi di, o analoghi a, i riflessi di participi passati della prima coniugazione latina in -ARE), per distinguerli dalla terza persona singolare o plurale del tempo presente dov’è possibile; dove non è possibile la distinzione, non c’è accento scritto.
ii. L’acuto si usa anche alla seconda persona plurale indicativo o imperativo per la prima coniugazione come alé e alés, ma non in -ez/-eç.
iii. Similmente, le parole con la sillaba tonica che hanno la stessa struttura: malvés; jamés; aprés; palés. Però, dove la tonica non è chiara, come demanes, non c’è accento scritto (italiano dománi o antico francese demanois?).
iv. Alcune parole di una sillaba si scrivono con l’accento acuto per distinguerli da altre parole di significato diverso (<DEUM, come Damnedé [<DOMINUS DEUS]); (< NATUM); (ital mod lieto); (fran mod mais). Non è possibile evitare ogni doppiatura; per esempio, ne può essere la particella negativa e la congiunzione equivalente al moderno “né”; le può significare “largo” e “lei” come pronome.
c. l’accento grave si aggiunge alle vocali finali a, e, i, o.
i. Per la terza persona singolare/plurale del passato remoto dei verbi regolari in -o, riflessi o analoghi alla prima coniugazione latina, in -ARE (per es., trovò) per distinguerlo dalla prima persona singolare presente. Dove non è chiaro se il verbo è presente o di una radice regolare o irregolare, come pote, non si usa l’accento. Ci sono due lasse con la rima in a finale che sono problematiche; il tempo verbale di alcuni verbi così non è evidente.
ii. L’accento grave si usa al futuro: , , (per es., farà), secondo l’uso dell’italiano moderno.
iii. Si usa sui nomi ossitoni come verità (290).
iv. Si usa sull’ -i finale dove vale come desinenza verbale della seconda persona plurale (= és); per es., condurì, avì. Questo include l’imperativo.
v. Inoltre, l’accento distingue tra omonimi e in alcuni casi, tempi verbali: ò (=ho) vs. o (=dove); à (=ha) vs. a (preposizione); è, (=è) vs. e (=e); (diede; deve) vs. de (preposizione); (dal verbo dare, dà e l’imperativo, da’) vs. da (preposizione e participio passato); (verbo, l’imperativo di dire) vs. di (preposizione); (imperativo) vs. fa (indicativo); (sei, siete) vs. si (se; e; sì); (dal verbo sapere) vs. se (pronome e congiunzione); , (avverbi) vs. li, la (pronomi).
vi. Il grave si usa anche su -e ed -i dove sono forme del passato remoto (per es., avì, trovè).
c. la dieresi: non si usa; siccome il conto delle sillabe è tanto variabile, si evita l’uso.
d. l’apostrofo: rappresenta l’elisione di una vocale. È spesso poco chiaro quale parte di un’espressione abbia subita l’elisione (per es., elo: sarà e < EGO + l < ILLU + o < HABEO? O sarà el < ILLU + o < HABEO?), allora si limita l’uso dell’apostrofo a:
i. congiunzione pronome soggetto: q’il; s’i
ii. articolo più aggettivo o nome che inizia con vocale: L’uno
iii. avverbi negativi seguiti da verbo o pronome oggetto che inizia con vocale: n’en; n’amo
iv. pronome oggetto seguito da verbo che inizia con vocale, o seguito da un altro pronome che inizia con vocale: l’à, s’en
v. a prima di lessema che inizia con a; per es., a ’Ntone, per a [A]ntone; questo è un esempio particolare, dove alla seconda parola manca la vocale iniziale. C’è un esempio di a più un’altra vocale (o e o i, che è simile, v. 10627: Lasa’n, dove l’apostrofo sta per la vocale iniziale di en o in (tutte e due le forme si trovano nel testo).
e. punto in alto: si usa per la combinazione di due lessemi dove il secondo inizia in consonante.
i. preposizione + articolo: a·l, de·l; l’eccezione qui è a·u, che appare una volta sola (v. 9424);
ii. verbo + pronome atono che segue: Fa·la, à·l, ecc. A causa della legge Tobler-Mussafia nella lingua antica (i pronomi oggetto non precedono un verbo all’inizio di verso o di frase) (Rohlfs, Grammatica storica, 170-72 [& 469]), è piuttosto frequente. Il punto in alto si usa anche con gli imperativi, infinitivi, e il futuro ossitono. I pronomi tonici non sono inclusi (moi, nos, vos);
iii. pronome soggetto + pronome oggetto: per es., ela·l, ele·l, ge·l per il moderno “lei lo” or “lei la,” “glielo” or “gliela”;
iv. congiunzione + pronome oggetto: qi·l, si·l per il moderno “che lo,” “se lo”;
v. in pochi casi, il verbo e il soggetto che segue che inizia in consonante: è·lo, è·la, fo·lo, ecc.;
vi. in casi di assimilazione: una nasale finale con una parola seguente che inizia in nasale; per esempio, i·me per in + me, “in mezzo a” (v. 10447); co·la, per con + la (v. 10877); una congiunzione a un pronome soggetto che segue, e·l, “et il” (per es., v. 10690), e·s, “et les” (v. 16344), ecc.; e similmente, l’avverbio negativo più pronome oggetto che segue, dove la nasale finale si assimila a l: no·l, moderno “non lo.”

Semivocali

Il manoscritto usa u per u e per v, i per i e j/y. Convenzionalmente, si usa j come la seconda dei due “i” i al plurale (per es., palij) e nei numeri (per es., xij). “j” si associa con tanti fonemi nelle tradizioni delle due zone. Contrariamente ad alcuni editori, in questa edizione si trasforma la “i” in “j” in ogni posizione della parola, non solo all’inizio.
J è scritta:
i. dove rappresenta il /ʤ/ nell’italiano moderno, /ʒ/ nel francese moderno: per es., jent, jant, jorno, je (= “gente / gens, giorno / jour, -/je”)
ii. dove rappresenta /j/: per es., çoja, nojer (= “gioia, noia”)
iii. dove rappresenta /λ/ nell’italiano moderno: per es., mujer (= riflesso di “moglie”)
-ij (sij, malvasij) come convenzione è scritta -ii secondo le pratiche moderne.
v appare:
i. nei numeri cardinali (romani) nel manoscritto.
ii. savrà e avrà perché le forme con la semivocale predominano.
iii. altrove, si segue l’uso moderno: per es., salver/saluer, che significano “salvare” e “salutare.”

I maiuscoli

Si usa il maiuscolo secondo le norme delle lingue romanze moderne. Nel manoscritto, si trova di solito un trattino rosso attraverso i nomi di persona, raramente un maiuscolo se non all’inizio di verso. Si scrivono qui anche con il maiuscolo i luoghi d’origine e gli epiteti usati come nomi (per es., Çudé, Apostoile, Ascler).

Per più dettagli, si rimanda al volume 1 dell’edizione, pp. 289-304, da cui è tratta questa presentazione abbreviata.

 

 
 
 Rubric 277
 Or se conmença de li soldan.*
 Laisse 278
 
 Or laseron de le dux Milon,
 E de dama Berte a la clere façon,
 E de Rolant son petit garçon,
 Qe gran poine el durò en ste mon, (445)*
9500Petit enfant e veilart e garçon. ((5))
 Mais a la fin si con por voir saçon,*
 Quant le traì le conte Gainelon,*
 Donde fo morto con tot ses conpagnon
 Da li malvés, li rois Marsilion, (450)
9505Da Deo n’oit si gran benecion, ((10))
 Qe il fo santo, si porte li confalon,
 De tot li martires qe in celo se trovon;*
 Porço è bon oldir questa cançon.
 De le soldan de Persia contaron,*
9510Qe cun grande oste el vene a Ron; (15)*
 Prese la tere entorno et environ,*
 Si ne caçò l’Apostoilo Milon.*
 Su l’alter san Pero, san Polo e san Simon,
 Fe adorer Trevigant e Macon,
9515Donde le Cristian no li oit reençon. (20)
 Morti furent quant i s’en tornon,*
 Se non fust Deo qe mandò a Karlon,
 Par li son angle a far nonciason,
 Qe a Roma alast con li ses confalon,
9520Çamais a Rome ne le fose perdon. (25)
 
 Rubric 278
 Coment li soldan fe sa oste.*
 Laisse 279
 
 Li soldan de Persie si fo orgolos e fer;
 El fe sa oste e banir e crier.
 Por Paganie mandò ses mesaçer,*
 Ne lasò ni cità ni ville ni docler,*
9525Q’el non faist venir çivaler. (30)
 Si le avoit de rois e d’amirer,
 Qe a gran mervile furent da priser
 Entro li qual, dos se poroit nomer,
 Qe non fu mie en li altri plu lainer:
9530L’un si fo Karoal, li Escler, (35)
 E l’altro Sidonio, in bataja capler.*
 En quisti dos li soldan oit tuta sa sper;
 De tota l’oste elo li fe ançoner.*
 Quant il oit fato sa oste asenbler
9535(Do cento mile se poent esmer), (40)
 En nef entrent si pasarent la mer,*
 E vent a Rome, ilec ad alberçer.
 Quant l’Apostoilo li veoit, cuita de·l dol raçer;
 De soi defendre no fait nul penser.
9540El non à jent ver de lor canporer, (45)
 Nean q’el posa la tera defenser.*
 O voja o no, el s’en convene aler;
 E lasò la tere a onta et a vituper;
 De Cristian, se no se voient renojer*
9545Petita gent li porisés trover,* (50)
 Tuti s’en vont cun filz e con muler,
 E si lasent son avoir e son diner.
 Quant Sarasin li venent a intrer,
 Asa li trovoit da boir e da mançer;
9550Deo li confonda, li vor justisier! (55)
 Qe Macometo li metent sor li alter,*
 E si le font a cil pain orer.
 E le penture qe le poent trover,
 Via le fait tore e spegaçer,*
9555E si le foit onta e vituper, (60)
 E posa vont corando por la river.*
 Ne li lasoit depreso .XX. lege enter,
 Qe i no faça et arder e bruxer;
 Tot la rivere i ont fato rober.
 
 Rubric 279
 Qui se conte de Rom(e).*
 Laisse 280
 
9560Dedens de Roma e for por li pendant, (65)
 Si le estoit e dol e t(or)mant;*
 E n’en (v)i ma tel in le bateçamant.*
 Quan la cité de Roma, con tot li sant,
 Si è poblea de Turs e de Persant.
9565Desor l’auter san Pero e san Jovan* (70)
 Ont polsé Macon e Trevigant,
 Si le aore cele jent mescreant.
 De Cristian n’in à lasé ni çoveno ni ferant,*
 Ne sia morto a·l trencer de li brant.
9570E l’Apostoile caçè vilanemant,* (75)
 Et avec lui, amisi e parant.
 Qui Sarasin qi no son in Deo creant,
 Font de Rome tot li son talant.
 Questo non soit Francés et Alamant,
9575Ni Karlo el maine, le riçe sorpojant. (80)
 Mais a Damenedé, li rois q’è sorpojant,*
 Nen pote sofrir cotant enojamant,*
 Qe Sarasin alase tant avant,
 Qe i prendese tot li batezamant.
9580Quant a Karlo l’inperer poisant (85)
 Oit tramis son angle en dormant,
 Qe tot li conte de Rome li convant,
 Cun prisa estoit Roma sença colpo de brant,
 E l’Apostoile caçé vilanemant,
9585Morta sa çente a miler et a çant. (90)
 
 Rubric 280
 Coment l’angle vene a Karlo.
 Laisse 281
 
 En una noit quant Karlo fu endormençé*
 E Damenedé, qe ame Cristenté,
 A Karlo oit son angle envojé
 (San Gabriel qe molto avoit amé)
9590A Karlo el maine la noit a la çelé,* (95)
 Qe li contò tota la verité:
 Coment li Saldan cun la jent desfaé*
 Ont prisa Roma la cité,
 E l’Apostoile è foi e scanpé,*
9595E li Cristian qe lì furent trové (100)
 È gran partie morti e detrençé.*
 Li angle fu en la çanbra entré;
 Davant li leto el se fu apojé.
 O il vi Karlo si l’oit aresveilé:
9600“Enperer, sire, vu dormés a segurté; (105)
 Nen savés mie ço qe est encontré,
 E li dalmaço grande e desmesuré.
 (Sarasin) son ençe Roma entré,*
 E si ne oit l’Apostoilo caçé.
9605Desor li altari qe da Deo son sagré, (110)
 Lì ont son dei metu e repolsé,
 Si le adorent celle jent renojé;
 Si cuitoit prendre tota la Crestenté.
 Perdua est in tot, se no da Deo la defensé;
9610Deo a vos si m’avoit mandé, (115)
 Por anonçer questa grant anbasé;*
 Non so cun major ve poust eser conté.”
 Li rois s’esvelle, qe fu de·l sono gravé;*
 A le sant angle elo responde aré:
9615“Dì mo, ami, como è tu ça entré,* (120)
 Quando le uso è cluso e seré?
 È tu fantasma, o spirto ençanté,
 Qe mon polser m’avez contrarié?”
 E cil le dist, “Vu avì ben falé.
9620Ne son fantasma, ni bestia ençanté. (125)
 Angle sui de Deo de majesté;*
 A vos el m’oit tramis et envojé,
 Qe vos die une grant anbasé:
 Qe li soldan c’oit nome Ysoré
9625Avoit pasé oltra la mer salé, (130)
 E si oit pris Roma la cité,
 Dont l’Apostoile se n’è fujando torné.
 Le Cristian qe le furent trové,
 Tuti furent morti, a martirio livré.
9630Sor li altar li qual sonto sagré, (135)
 Macon et Apolin i le ont polsé,
 Si le adorent quela jent desfaé,
 Si menaçent la santa Crestenté,
 Q’i la destrueroit se no le fi veé.”*
9635Li rois l’intent, tuto fo abosmé; (140)
 Gran dol en oit, par poi n’est desvé.
 Adonc l’angle, quando se fu sevré,
 El dist a Karlo, “E vos comando a Dé;
 A vos m’envojò, et eo ve l’ò nonçé;
9640Guardez ben, q’el non soja oblié.” (145)
 A·l departir çitoit tel clarité,
 Qe tota la çanbra en fo aluminé.
 
 Rubric 281
 Coment angle (parole) a Karlo.
 Laisse 282
 
 Quant l’angle fu retornez arer,
 Karlo se leve sença nul entarder.
9645Si oit envojé por Naimes de Baiver, (150)
 Et ensement por Morando de River,
 Por Çofré de Paris, et Aleris li ber,*
 E Bernardo de Clermont, e le dux Guarner,
 E·l Dainese, q’el ama e ten çer,
9650E Karloto son filz, qi estoit baçaler. (155)
 “Segnur,” fait il, “e vos so ben nonçer,
 Qe l’angle de Deo m’è venu a parler.
 Tel consa m’à dito donde son en penser;*
 Qe un soldan, qe oit nome Ysorer,
9655Cun una grant oste oit pasé la mer. (160)
 Roma oit prisa, qe no i è nul sper;
 Caçé l’Apostoilo cun tot li terer.*
 Desor l’auter major de san Per,
 Macometo lì oit fato polser.
9660Tot le reliquie en oit fato oster; (165)
 Là le orarent Sarasin et Escler,
 E(n) quela lois qe Deo non oit çer,*
 E si dient q’i no l’avoit a defenser;*
 La Crestenetà virà a deserter.
9665Conselés moi, e vos vojo en projer, (170)*
 Qe le mior nu p(o)samo pier.”*
 Dist dux Naimes de·l ducha de Bavier,
 “O çentil rois, qe voli vu demander?*
 Non è nul hon qe n’olsase parler,
9670Contra colu qi mandò li mesaçer, (175)
 Qe Roma diça secorer et aider.
 Unde vos pre, qe non diça tarder;
 Far vestra jent venir et amaser,
 E si gran oste e banir e crier,
9675Qe segurment vu posa çivalçer, (180)
 Trosqua a Roma secorer et aider.
 E qi de ço vos vole contraster,
 Ne vos ama mie la monta d’un diner,
 E si vol Deo en toto contrarier.”
9680Dist li rois, “Vu parlés como ber.” (185)
 
 Rubric 282
 Coment Karlo demanda conseil.*
 Laisse 283
 
 Karlo li rois, qe filz fo de Pepin,
 A gran mervile fo hon de gran lin.
 Por li conseil de cil baron d’alto brin
 Fe scrivere letre in carte de bergamin;
9685Si l’envojò a tere et a çamin (190)
 Par tot cil qe li sonto vesin.
 E fa fair bander de palio e de lin
 E l’oriaflama d’un palio astorin.
 Plus de cento mil homes a bon brant açarin,
9690A bone targes, aubers doplantin, (195)
 Fait asenbler Karlo, le filz Pepin.
 
 Rubric 283
 Coment Karlo asenbla sa jent.
 Laisse 284
 
 Karlo maine fait asenbler sa jant,
 Par tot tere le petit e li grant.
 Ne lì lasò conte ni amirant,
9695Q’el no lì vegne con tot son guarnimant. (200)
 Çascun lì vent, legro e çojant;
 Tuto son avoir i le mete in presant.
 Naymes lì fu, e Çofré e Morant;
 E Sansoneto, qe ça fu mescreant;
9700E li Danois, e Çarloto l’infant - (205)
 Nen è ancor guaire q’el oit pris guarnimant,*
 Filo est li rois, si l’ama dolçemant -
 Cento mil sont a verdi heumi lusant.*
 Adonc verisés ensegne de mant senblant,
9705E mant destrer isné e remuant. (210)
 En questa oste non fo homo vivant,
 Non ame li rois de cor e de talant;
 Par lui servire li dona son arçant.
 Grande fu l’oste, meravelosa e grant.
 
 Rubric 284
 Coment li rois fo en Paris.
 Laisse 285
 
9710Or fu li rois en Paris sens dotançe, (215)
 Sor li palés sença nul demorançe.
 Molto fo ben coneu de la çente de Françe;
 Par tot part alò la nomenançe,
 De l’oste de Karlo e de sa gran posançe.
9715Par lui servir li vent trois en Valançe;* (220)
 Çascun li vent cun bona entendançe,
 Cun bon çival e con scu e con lançe;
 Li rois le vi, en lor oit sa fiançe.
 L’oriaflame qe fu de gran valançe,
9720Ad Aleris la donò por bona mançe, (225)
 E cil la prent, qe se mis en balançe;*
 Si le çurò de no far·li falançe.
 
 Rubric 285
 Coment li rois dona l’oriaflame.
 Laisse 286
 
 Quant li rois oit l’oriaflama doné,
 Ad Aleris qe de Puilla fu né,
9725E quel s’ençenoile, si le oit li pe basé, (230)
 Vojant li barons li à plevi e çuré
 De no stratornar·la par hon qe soja né.
 Adonc li rois no fo pais entardé;
 Quant tota sa jent furent aparilé,
9730Tota sa jent el oit devisé, (235)
 E so bandere doné et otrié,
 Et ordenent coment aler devé;*
 L’oriaflame ad Aleris donè,*
 Una deman quant fu l’aube levé,
9735L’oste s’en voit por lo çamin feré. (240)
 Pur bellament nen fo pais desroé
 Qe .X. leues i vont por çorné.*
 Por Lonbardie i se sont pasé,
 E a Toschane i ont acostojé;
9740Tanto se sonto de jorno en jorno alé, (245)
 Qe a Rome i forent aprosmé.
 Quando i forent apreso la cité,
 Preso una leue i furent aloçé;*
 Li rois comande sa çent soja armé.
9745Quant li mesajes fu en Roma entré, (250)
 A li rois soldan li oit anoncié;
 A gran mervile el ne fo abosmé.
 Rois Karaolo oit a soi apelé,*
 E Sindonio e li rois Galatré;*
9750“Segnur,” fait il, “nu avon malovré; (255)
 Pre de nos è venu li maine encoroné,
 Qe soit de Françe e de la Cresteneté.
 Bataila averon, se avoir la voré.”
 Dist Karaolo, “Eo ne son çojant e lé,
9755S’i ven a canpo, e no serò daré: (260)
 Le primeran eo serò armé,
 Sor mon çival corant et abri(v)é.*
 Ensirò de Rome, çirò a la meslé;
 Con qui Francés proarò ma bonté.”
9760Dist li soldan, “De ço vos so bon gre.” (265)
 
 Rubric 286
 Coment Karlo çivalçe.
 Laisse 287
 
 Karlo li rois fi sa çent çivalçer,
 Par li conseil dux Naimon de Baiver.*
 Aprés de Rome s’en vait ad aloçer;
 Posa comande soa çent a monter,
9765Si devisò le schere e le bander. (270)
 L’oriaflama fe davant fiçer;
 “Aleris,” fait il, “vu sì confaloner;*
 L’oriaflame vu avez a gujer.
 Guarda·la ben, je vos vojo en projer,*
9770Qe por paure ne la diça stratorner.” (275)
 E cil le dist, “No aça quel penser,
 Qe por morir no me farò lainer.”
 Adoncha li rois no se volse entarder;
 La prime schile qe il volse ordener:
9775A Çofroi de Paris donò .X. mil çivaler, (280)
 Et a Teris altri .X. miler,
 E a Morando, li segnor de River,
 E a celu ne dè .XX. miler.
 E a·l dux Naimes, q’era so conseler,*
9780Cun Bernardo de Clermont elo lasò darer, (285)
 Con tot les autres par son cors guarder.
 A·l Daynesin, q’estoit baçaler,
 Segnor le fe de tot li scuer,
 Si le donò in guarda mener.
9785E li rois comande qui davant monter, (290)
 E l’oriaflame avanti aporter;
 E cil le fait de grez e volunter.
 Adoncha Çofré si pris son corer;
 Monta a çival a .X. mil çivaler.
9790Dever de Rome prendent a çivalçer, (295)
 Pres de la porta li trato d’un arçer.
 Quant li soldan li voit a ’prosmer,
 Demantenant fe Karaolo monter
 A .XX. mile de celle jent Escler.
9795La porta trapase, fa li pont devaler, (300)
 Ver celle jent vait a tornojer.
 Ça oldirés bataila començer,
 Qe torner doi a molt gran destorber.
 
 Rubric 287
 Coment Çofré de Paris fo pris.
 Laisse 288
 
 Quant Karaolo ensì fora a li canp,*
9800Dever Çofré ponçe son auferant. (305)
 Grande fu la bataile a quel començamant;
 Donc verisés mant çivaler sanglant,
 E manti çivaler caire a li canp.*
 La çent de Karles furent pro e valant;
9805Ver Sarasin mostra grande ardimant. (310)
 E Çofroi de Paris ten la spea trençant.
 Co il conseit soa vita è niant.*
 Da l’altra part fu Karaolo li posant;
 A gran mervile fo ardi e valant;
9810Non fer Francés q’el non çeti a li canp.* (315)
 Li .X. mil de la François çant,
 Contra le .XX. mil i fose ste perdant,
 Quando Teris fa monter l’altre jant;*
 E furent .X. mil a verdi helmi lusant.
9815Grande fu la bataile d’anbes comunelmant. (320)
 Qi donc veist grandi colpi de brant!
 A gran mervile fu Karaolo vailant;
 Por me la presie ven menu e sovant,
 Donando colpi e darer e davant,
9820Cu il conseit soa vite è nojant. (325)
 E quant Çofroi li vai reconosant,
 Qe de sa jent fa li dalmaço grant,
 Enver de lui ponçe li auferant,
 E tent la spee a li pomo lusant.
9825Gran colpo li done desor l’eumo lusant; (330)
 N’en po trençer un diner valisant,
 Ma de le scu la guincha el porprant,
 Cun de l’auberg e de le maje ben çant.
 E l’oit çité en l’erba verdojant;
9830Par un petit ne le fe recreant. (335)
 
 Rubric 288
 Coment Karaolo ferì.
 Laisse 289
 
 Quant Karaolo sentì li colpo de baron,
 El ten la spee c’oit endoré li pon;
 Dever Çofroi punçe le aragon;
 Gran colpo li done desor l’elmo enson.
9835Q’elo·l fe enbronçer desor da l’arçon. (340)
 S’el non fust devalé, morto fust li baron;*
 Fendu l’averoit trosqa en le menton.
 A·l cival trençe li çevo tot reon;
 Çofré de Paris caì a·l sablon.
9840Sovra li core Sarasin e Sclavon; (345)
 O voja o no, i l’ont por preson;
 En Roma le conduit, o el volist o non.*
 Le .X. mil qe fu ses conpagnon
 Par lui furent en grant aflecion.
9845Morti fuissent sença redencion, (350)
 Nen fust scanpé veilard ni garçon,
 Quando Teris ven cun ses conpagnon.
 E furent .X. mil sota ses confalon;
 Si grant fu la nosa e la tençon,
9850Mant çivaler en caent a·l sablon. (355)
 Qui de Karaolo, o i volist o non,*
 Le canpo gerpisent un arpant tot lon.
 Quando Sindonio montò en arçon,
 A .XXX. mile de Turs e de Sclavon,*
9855E quando cestor ensirent de Ron, (360)
 Gran fu la nose de graile qe son.
 Se (a) Deo no pe(n)se, por so santisimo non,*
 La çente de Françe mal esploité averon,*
 Qe contra ces non averà guarison.
 
 Rubric 289
 Coment Sandonio ferì.
 Laisse 290
 
9860A gran mervile fo Sandonio orgolos, (365)
 Fort et ardi e de mal en(a)r(t)os.*
 En Paganie environ et intors
 Pochi poisés atrover de milors.
 Bon çivaler est, ardi e virtuos;
9865Dist a sa jent, “Non siés spavoros; (370)
 Çascun de vos ben ferà ad estors,
 Qe questa jent nu façan dolors.”*
 E qi le font, qe non farent sejors;
 Quant i ferirent, ferirent de tel vigors,*
9870Ne le durava nul arma pinta a flors. (375)
 Lora veisés tanti colpi doloros,
 Tant çivaler eser de·l çevo blos;
 L’erba verde devenoit tota ros;
 Mille çivaler çasoit a l’arbors,*
9875Qe ma no le vede ne fio ne uxors; (380)
 O voja o no, Françeis s’en tornoit a estors.*
 
 Rubric 290
 Coment Sandonio entra en l’estor.
 Laisse 291
 
 Quando Sandonio va in l’estor entrer,
 Qe .XXX. mile avit de çivaler,*
 Quant el ferì en le stormeno primer,
9880Si grande fo la nose ne se poroit conter. (385)
 A colpi ferir nen valt arme un diner;
 Sovra Franceis vene tot l’ingonbrer.
 O voja o no, conven li canpo laser,
 Qe no li poent sofrir ni endurer.*
9885E qui l’encalçe por (v)ie e por senter,* (390)
 Quant se prendent a l’oste aprosmer.
 E la novele voit a l’inperer;
 Quan cil le soit, fa sa çent monter.
 Ço fo dux Naymes, de·l ducha de Baiver,*
9890A plus de .XXX. mile fo monta a destrer. (395)
 Quant ensirent, q’i venent a çostrer,*
 Ses grailes fait en ojando soner.
 Qi donc veist de França li çivaler,*
 Cun le lançe ferir li colpi primer.
9895Çascun abate li so a li vercer,* (400)
 Donc veisés qui Sarasin verser,
 Morti a la tera cair e trabuçer.
 Quando Sindonio le vi si mal aler,
 El li escrie, “Ne vos aça doter,
9900Qe questa jent qe son de l’inperer, (405)
 Encontra nos petit averà durer!”
 Grande fu la bataile e li stormeno plener;
 Adonc verisés tant çivaler verser,
 E a la tera cair e trabuçer.
9905Qi qi caì mal se poit relever,* (410)
 Tal estoit la presie d·i corant destrer.
 Li rois Sandonio molt se fait priser;
 Con eso la spea si durament fer,
 Qe nule arme nen po a lui durer.
9910Quant Karaolo se le vait a ’prosmer,* (415)
 De cest dos non fa nula projer;*
 Çascun de lor estoit pro çivaler.
 
 Rubric 291
 Coment Naimes ferì in le canpo.
 Laisse 292
 
 Por me li stor, eco vos Naimes pugnant;
 Sa grosa lançe el vait palmojant.
9915Le primer q’el ferì fo un nevo l’amirant; (420)
 Le scu li speçe e l’auberg li destant.
 Par me li cors le mis le fer trençant;
 Morto l’abate, qi s’en rit ni s’en chant,
 E pois escrie, “Ferés, me conbatant!
9920Qe çesta lois qe no son in Deo creant, (425)
 Enver de nos i serà recreant.”
 Quant cil l’entendent, fait li so talant;
 Çascun li fer de cors e de talant.
 Grant fu la bataile e la nosa grant;
9925Par me li stor ven Sandonio pungant. (430)
 O vi dux Naimes, li est venu davant;
 Elo l’apelle, si le dise en ojant:
 “Çivaler, sire, qe parés si manant,
 A gran mervile avés bel guarnimant;
9930En la cort li rois sì vu reconosant,* (435)
 Estes vos çivaler o de menua çant?”
 E cil le dist, “A conter mon talant
 Encontra vos, no me varia niant.
 Com o le espée faron li parlamant!”*
9935Adonc Naimes si le ferì de·l brant; (440)
 Desor li eume un tel colpo li rant,
 Fendu l’averoit tros in le feltramant.*
 Quando la spee le ferì in schivant,
 L’auberg li trençe e la tarça davant;
9940E a·l çival por la schina el fant. (445)
 Morto li çete, e quel caì a·l canp;
 Ma el se driçe tosto et isnelmant.
 La spea trait si se mis en avant;
 Dever dux Naimes un gran salto el prant.
9945Za l’aust morto son auferant, (450)
 Quant Sansoneto le colpo no li consant.*
 
 Rubric 292
 Coment Sandonio fo abatu.
 Laisse 293
 
 Quando Sandonio se vi a tera abatu,*
 E son çival en le pre erbu,
 El se redriçe e ten la spea nu.
9950Enver de Naimes est a salti metu; (455)
 Feru l’averoit desor l’eumes agu,
 Quant Sansoneto li oit secoru.*
 E cil le fert par si fera vertu,
 Qe a la tera l’oit abatu,
9955E prent le çival o cil ert cau. (460)
 Elo li salte, qe streve n’oit prendu;
 Atant ecote vos (un) rois c’oit nome Valbrun,*
 Sor Sansoneto corent por vertu.
 O voja o no, i l’ont prendu;
9960A ses pain i l’ont rendu. (465)
 En Roma li oit a li soldan rendu,
 Avec Çofré li oit in preson metu.
 Naimes le vi, forment fo irascu.
 Grant fu la nose, si fo leva li u;
9965Sarasin son for de Roma ensu, (470)
 Plu de cento mile a lançe et a scu.
 Quando Francés ont cosi veu,
 Tot le milor fo en fua metu.
 Ad Aleris fo la stendart abatu;
9970E cil s’en va fuant si se·l tira rer lu; (475)
 Grande fu el damaço, s’el no è secoru.
 
 Rubric 293
 Coment Aleris portoit l’oriaflame.*
 Laisse 294
 
 Va s’en Aleris, nen ait qe coruçer;
 L’oriaflame el se tira darer.
 E le dux Naimes è desendu a ter;
9975O vi le rois, si·l prist a derasner: (480)
 “Enperer, sire, e vos so ben nonçer,
 Qe ò veçu l’oriaflame verser;*
 Quel qe l’avoit se l’à tira darer.*
 Grande è·l dalmaço de li ves çivaler,
9980Qe s’en fuçen a cento e a miler.” (485)
 E li Daines estoit preso d’un boscher,
 Qe sire estoit de tot li scuer.
 Davant da soi elo prist a guarder;
 Vi Aleris l’oriaflame trainer.
9985“Segnur,” fait il, “se me volés aider,* (490)
 Colu qe l’oriaflame se vait trainando rer,
 Eo ge l’averò de ses man saçer.”
 E cil si li dient, “Ne vos estoit doter;
 Viron cun vos, et avant et arer.”
9990E cil le dist, “Tant ò in Dé bona sper,* (495)
 Qe toti vos eo farò çivaler.”
 Donc li Dainos prist un baston de pomer,
 E grant e groso, merveloso e plener;
 O el vi Aleris, ven davanti a l’incontrer
9995Elo li scrie, “Estes malvasio liçer! (500)
 Como cuité vos si l’oriaflama porter?
 Tosto desendés, si ne dà li destrer,
 E l’oriaflama cun tot li corer.”
 E cil le fait, no li olsò contraster.
10000E·l Daineseto s’armò tot en primer; (505)
 Pris l’oriaflame, si la fa redriçer;
 Ver qui pain se voit a ’fiçer.
 Tanti non fer, nen faça trabuçer,
 E lì apreso furent li scuer*
10005Qe li tolent le arme e li destrer. (510)
 Quant a çival poent toti monter,
 Çascun de lor senblava a çivaler.
 Qi donc le veist por li estor aler,
 E qui gran colpi donar e inplojer.
10010Çascun de lor avoit una bander, (515)
 Qe i avont fato sor pertege lever.
 Ne son pais mie de palio ni de çender,
 Ma de ses camises, q’i s’oit fato despoiler,
 E de le peçé dont forbe li destrer.*
10015En si gran fuga el mete qui Ascler, (520)
 Qe le plu saço n’è sensa conseler.*
 Arer s’en fuçe, si se lasa li senter;
 Karlo le voit, si le prist a guarder,
 Et oit dito a le dux Naimes de Baiver:
10020“Vu me deisì de·l mon confaloner* (525)
 Qe l’oriaflame el se tirava arer?
 Men esiant, mal n’oit li penser;
 A li colpi q’e li veço doner,*
 No li val arme la monta d’un diner.”
10025Dist Naimes, “El vos fala li penser; (530)
 Q’el est li Dainos, con tot li scuer.”*
 
 Rubric 294
 Coment Naimes pa(r)ole a Karle, / Si li conta le nevelle de li D(a)n(o)is.
 Laisse 295
 
 “Mon sire,” dist Naimes, “entendés voiremant;
 Quel non è mie Aleris li valant,
 Qe l’oriaflame portò en primemant.
10030Le Daineseto è cil qe à tel ardimant, (535)
 Qe porta l’oriaflame et arer et avant.
 Scuer sont cil q’elo si destranç;*
 A gran mervile el fer ben de cil brant.”
 Li rois l’intende, si s’en va mervelant;
10035E si çurò sor li cor san Viçanç,* (540)
 Qe çivaler li farà novellemant;
 Por son amor elo n’adobarà çant.
 Dist Naimes, “Vu farì s(aç)emant.”*
 Adonc li Dainois s’en retornò atant,
10040Qe li Sarasin e Turches e Persant (545)
 En Roma entrent dolant;
 Qe plus de mil en lasoit a·l canp.
 
 Rubric 295
 Coment l’oste s’en tornarent arer.
 Laisse 296
 
 Li bon Dainois fu por li canpo alé,
 E li ses scuer avec lui sont alé,
10045Ferant qui Sarasin e davant e daré. (550)
 Qe quant en fu en via trové,
 Tot i furent morti, a martirio livré.*
 Qui qi forent en orenga entré,
 E questa fu Roma, la mirabel çité,
10050A la tenda li rois i sonto desmonté. (555)
 Li rois li guarda, oit Naimes apelé;
 “Naimes,” fait il, “dites moi verité:
 Questa masnea q’è si ben coroé,
 L’oriaflama i m’ont aporté.
10055Qe vos deisés qe estoit sbaraté? (560)
 Quel qi la porte me senbla de gran berné.”
 Dist dux Naimes, “Donc no le conosé?
 Non è pais Aleris a qi la fu doné;
 Anch’è·lo li Dainois, è li vestre scué,*
10060Qe a ’Leris l’avoit de man saçé* (565)
 Porq’elo la portava trainando soi daré;
 Çestu oit le canpo vinto et aquité.”
 Dist li rois, “El oit ben ovré.”
 E li Dainois quando fu desmonté,
10065Davant li rois estoit apresenté; (570)
 Quant davant lui elo fo arosté,*
 Avantqe moto el aust parlé
 Elo se fu davant lui ençenolé,
 E altament li oit salué:
10070“Çentil rois, sire, vestra oriaflame prendé, (575)
 Qe ves scuer si l’oit recovré.
 Un autre fois a tel si la doné*
 Qe no sia coardo ne qe fuça aré,
 Perdua estoit quando l’ò reçaté.”
10075Dist li rois, “Vu avì ben ovré. (580)
 Dache l’avés in le canpo conquisté,
 Da ora avanti ve soja otrié,
 Qe por un altro vu non serì cançé.
 A ves voloir la condué e mené.”
10080E quel le dist, “Mile marçé n’açé.” (585)
 E Naimes le dist, “Ben l’avés esploité;
 Poisqe l’avés donea e delivré,
 L’oriaflame non doit eser avilé.
 Colu qe la doit porter doit eser adobé,
10085E çivaler adobé e coroé.” (590)
 Dist li rois, “El me ven ben a gre;
 Tot les autres qe son d(e) sa masné,*
 Por son amor seran tot adobé.”
 Quant li Dainois li oit asculté,
10090Plu fo·lo çojoso cha se le fust doné (595)
 Toto l’onor d’una bona çité;
 Por ses conpagni plu qe de lu asé.
 
 Rubric 296
 Coment s(e) conta de Karlo.*
 Laisse 297
 
 De una ren, segnur, siés certan,
 Qe Karlo el maine uncha no fo vilan;
10095Ne mais no servì ad omo a ingan. (600)
 A li prodomes no fu mie da luitan,*
 A li povres çivaler qe estoit en achan,*
 Doner li fasoit e de·l vin e de·l pan,
 Siq’elo li fasoit toti quant çojan.
10100Li ses nemisi q’era mal Cristian (605)
 Elo metea en dolo et en torman;
 Tanto li dotava Sarasin e Persan
 Como fasoit ne lion ni serpan.
 A li Dainese donò arme e guarniman
10105Por son amor ne fe adober çan; (610)
 Qe çascun avoit çinto li bran,
 Qe scuer furent apelé de ilec in avan.*
 Qe dapois çascun fo si valan,
 Q’i no dotava ni rois ni amiran.
 
 Rubric 297
 Coment (K)arlo fi le Danois çivaler, / E tot (li) altri scuer.*
 Laisse 298
 
10110Quant Karlo oit fato qui çivaler (615)
 Por le conseil dux Naimes de Baiver,
 Çascun de ceus c’oit pris corer,
 A gran mervile dapois se fe priser;
 En tota l’oste n’estoit milor çivaler.
10115Gran dolo oit Karlo maino l’inperer, (620)
 Por Çofré de Paris e por li altri çivaler.
 Qe estoient amena presoner.
 Se li rois oit dol, non è da merviler.
 Or laseron de Karlo, si vos averon conter,
10120Coment Karaolo se retornò arer. (625)
 Avec lui Sandonio, qi est pro e ber;
 En Paganie ne sonto milor çivaler.
 Li soldan le prist a desrasner,
 Coment ont fato là defor a·l çostrer. (630)
10125E cil le dient, “Françés son pro e fer;
 Meltri çivaler ne se poroit trover;
 Molto n’oit ad aste a ferir et a capler,
 Si m’ont mort mon corant destrer.
 A molto gran poine da lor me potì sevrer.”
10130Dist li soldan, “Nu avon presoner.” (635)
 Adonc se le fait avanti lui amener;
 Quando le vi le prist a derasner,
 “Segnur,” fait il, “estes vos çivaler,
 O d’altra jent qe soja soldaer?”*
10135Çofré le dist, qe parlò en primer, (640)
 “Sarasin, sire, ne vos le do nojer;
 En l’ost Karlo, qi est enperer,
 No se poroit trover nul soldaer.
 Çascun serve li rois de grez e volunter,
10140A son espese cun arme e destrer; (645)
 Qi mejo po se fait plus priser.”
 Dist li rois, “Quest’è ben da graer
 Oltra la mer entro Turs et Ascler,
 Molto l’ò oldu loer et apriser;
10145Et avec lui tuti so çivaler. (650)
 Gran peçé fait quant se lasa ençegner,
 Croir celu qe no li po aider.”
 Dist Çofré, “Vu avì mala sper;
 No val Macon la monta d’un diner,
10150Se no por l’oro dont le faites acesmer.” (655)
 
 Rubric 298
 Coment li Soldam parlò.*
 Laisse 299
 
 Li rois soldan si le mist por rason:
 “Cristian, sire, tu me par ben saçes hon;
 Karlo, ton sir, el è de gran renon.”*
 “Oil voir, sire, nul meltre no saçon;
10155Bon çivaler est, un d·i milor de·l mon. (660)
 Si oit en sa masné de molto çentil hon
 Qe a lui serve por soa reençon,
 Qe voluntera voit a risa et a tençon
 Ver Sarasin de la loi de Macon.
10160E quisti son Françés e Bergognon, (665)
 Qe tent l’autre jent tota quant a bricon.”*
 Dist li soldan, “E nu questo savron:*
 Qe un mesaço l’invojarò de randon,
 Savoir se in sa cort aust du de·l renon
10165Qe conbatre volust cun du me canpion (670)
 Por tal convento cun nu vos contaron:
 S’i me serà vençu, nu Roma lasaron;
 Si pasaren oltra mer sens tençon.
 E se li so è vinti, nu altro non queron,
10170Q’el torni arer, lui e ses baron. (675)
 El è ben mejo qe dos parta sta tençon
 Cha el ge mora tanti çentil hon.”
 Dist Çofré, “Quest’è droita rason;
 S’e fose fora de la vestra preson,
10175Eo voria eser un de qui canpion.” (680)
 
 Rubric 299
 Coment Soldam mandò a Karlo li me(s)açer.*
 Laisse 300
 
 Li rois soldan non demorò nojant;
 Por li conseil de le ses amirant,
 Un mesaçer oit apelé erant:
 “Va·t’en,” fait il, “a li rois de li Franc.
10180Di·li da ma part, q’eo si le mant, (685)
 Se çest pla vol definir a·l presant,
 Qe elo prenda du de ses conbatant,
 De le milor e de le plus valant.
 Et eo si averò du d·i me ensemant;
10185Du contra dos çostrerà a li canp. (690)
 S’i me serà vinti ni recreant,
 Roma laserò sença . . . de brant,*
 Si m’en andarò oltra en Jerusalant.
 E s’i so è vi(n)çu, el farà altretant:*
10190Si tornerà en França et en Proanç.* (695)
 Et in tal mo faremo acordamant;
 Nen io ne lu no le perderen nojant.”
 Dist li mesajes, “Farò li ves comant;
 Ben le dirò ço qe a l’ovra apant.”
10195E cil mesaçer fu saçes e valant; (700)
 Nen volse pais demorer tant ni quant.
 Desor un palafroi el monta erant;
 Ne finò pais enfina a l’oste d·i Franc.
 O·l trove li rois, ilec el desant.
10200Un damisel pris li mulet anblant; (705)
 E le dux Naimes por me la man li prant.
 Davant li rois el si le presant;
 Li rois le vi, si l’apele primemant,
 S’il est mesaçer, o hon d’altro convant.
10205E cil le dist, “Ne vos çelo niant; (710)
 Mesaçer sui de le riçe rois soldant,
 Li meltre rois qe soja en Oriant.
 Soa anbasea e ço qe li apant,*
 E vos dirò ben e lojalmant;
10210Ne vo·l falderò par nul ren vivant.” (715)
 Dist li rois, “Vu farì gran siant,
 Qe mesaçer po ben dir son talant.”
 
 Rubric 300
 Coment parole li mesaçer.*
 Laisse 301
 
 Dist il, li mesaço, “E no vos quer nojer.*
 De li rois soldan eo son mesaçer;
10215Elo vos mande, e no vos do nojer, (720)
 Se in vestra oste fose du çivaler,
 Qe por arme se volese far priser,
 Contra du d·i so volist en canpo çostrer.
 Dos contra dos, questo pla adefiner,*
10220Por tel convento con vos saverò deviser. (725)
 Se li so en vinti, el s’en vol aler,*
 Con soa jent pasar oltra mer,
 Si v’avrà Roma tot in aquito laser;
 Ne no lì remarà Sarasin ni Escler.
10225E se li ves è vi(n)ti, vu averés retorner (730)
 En dolçe França cun li ves çivaler.
 Mei è qe du cun dos deça ste pla adefiner,
 Qe meter a morir cento mil çivaler.”
 Li rois l’oì, si le parse strainer,
10230Quela ovre si de leve acreenter,* (735)
 Qe se li so perdese gran seroit li danger;
 Se Roma deust eser senpre d·i Escler.
 Quant Naimes oì quel mesaçer,
 El dist a·l roi, “Ben est da ’creenter!
10235Milor novela no demando ni quer; (740)
 Mei è q’el mora dos sol çivaler,
 Qe cento mile metere a justisier.
 Otrié·li, rois, ço q’el demanda e quer,*
 Et eo serò un de qui çivaler.”
10240“Non serì,” dist li rois, “par tot l’or de Baiver.” (745)
 A ste parole, eco dos baçaler,
 Qe de novelo preso ont li corer:
 Ço fo le Dainese, qe s’apela Uçer,
 E l’altro fo Çarloto, qe estoit pro e ber,
10245E si fo filz de Karlo de sa prima muler.* (750)
 Quisti dient a·l roi qe in don i requer
 Questa bataila fare e definer,
 Contra li dos de la loi averser.
 Dist li rois, “De l’un vojo otrier;
10250Ma vu Çarloto, alez vos repolser, (755)
 Tropo estes vos çovençel, aler a tornojer;*
 E guardés ben, ne ve olda plu parler.”
 Çarloto l’olde, cuita li seno cançer.
 “Pere,” fait il, “donc me tenés lainer?
10255Plu de·l Dainois me faites aviler. (760)
 Ma d’una ren nen serò mençoner;
 Qe demanes prenderò mon corer,
 En Roma alirò a li soldan parler.
 E s’el vorà a mon consei(l) ovrer,*
10260El me farà un de qui dos çivaler (765)
 Qe avec li vos vignirà a çostrer.”
 Li rois l’olde, pris le vis enbronçer;
 Ni ben ni mal no li responde arer.
 Naimes l’olde, si le prist a guarder;
10265Dist a li rois, “Quest’è grant destorber; (770)
 Quest’è ben colse da dever otrier.”
 
 Rubric 301
 Coment Naimes parole.*
 Laisse 302
 
 Quant Naimes oit entendu l’infant,
 Tot airés e plen de maltalant,
 Elo parole, dist a li rois posant,
10270“Çentil rois, sire, veez li ves enfant, (775)
 Qe vos demanda la bataile primemant,*
 Con li Dainois eser a·l torniemant
 Verso qui dos pain de la lo mescreant?*
 Se vu li otriés, elo s’en fa çojant,
10275Colsa como no, dise apertemant (780)
 Qe in Roma alirà a l’amirant,
 Da la part serà de Turs e de Persant.
 Nen vos plaça mie de perder ves enfant,
 Qe ço q’elo dist, tuto l’oit en talant.”
10280Li rois l’oldì; par poi d’ire non fant. (785)
 Por li conseil Naimes, li guanto li rant,
 De la bataile qe ben le virent çant*
 Li qual ne furent grami e dolant,
 Qe se dotent de lui porqe estoit si enfant.
10285Se Çarloto oit çoie, nesuno non demant; (790)
 En soa vite el no fo si çojant.
 E li rois parole a·l mesaçer en ojant:
 “Va·t’en ami, non demorer nojant,
 E dì a ton sir q’eo si le mant,
10290E si le otriò tuto li son comant. (795)
 Du contra dos, sença altro hon vivant,
 Por lialté, sença nul tradimant.”
 Dist li mesaço, “Vu parlé saçemant.
 Només li terme quando serà a·l canp.”
10295Dist li rois, “Deman a l’aube aparisant.”* (800)
 Li mesaçer non demanda plu nojant;
 Arer s’en torne e legro e çojant.
 El entre en Rome, a li palés desant;
 O vi li rois, por rason li demant.
10300Tuto li conte, ço qe a l’ovra apant. (805)
 
 Rubric 302
 Coment li mesoço retorne.
 Laisse 303
 
 “Çentil rois, sire, saça por verité,
 Qe li François son çente ben adoté.
 Vestre mesaço ont molto agraé,
 Si como jent ben saça e dotriné.
10305La bataila ert, si ert ben acreenté; (810)
 Dos damisé de novelo adobé,
 Qe a moi apare eser de gran berné
 De la bataile ont li guanto pié.
 Deman a l’aube seran adobé,
10310A li pre serà sença nul falsité.” (815)
 Dist li soldan, “Questo m’è ben a gre.
 Qi prenderà sta bataile contra li batezé?”
 Dist Karaolo, “E son aparilé.”
 Da l’altra part fu Sa(n)donio levé;
10315Quisti dos ont quel ovra otrié, (820)
 E de far la bataile ont li guant pié.
 En Paganie ni oltra la mer salé,
 Dos milor nen seroit reçaté,*
 Ne de bataile fust plu adoté.
10320Le enperer de Françe mal se fu conselé (825)
 Quant a son fil elo oit otrié
 De far quela bataile contra tel amiré.
 Ma li rois li otrie, veçando sa volunté,
 Qe dapoi en fu dolant et abosmé.
10325Nen fust Naimes qe l’oit conselé, (830)
 Par nul ren no li fust li guanto doné;
 Daq’el è fato, non serà st(r)atorné.*
 Tuto quel çorno i ont seçorné,
 E tuta la noit como fu longa e le.
10330A la deman quan l’aube fu levé, (835)
 Li Dainois no à l’ovra oblié.
 Nian Çarloto non remist daré;
 Çascun si s’arme e prende ses coré.
 
 Rubric 303
 Coment s’ar(maient) (çivaler).
 Laisse 304
 
 Li dos damisé prendent ses corer;
10335Naimes, le dux de·l ducha de Baiver, (840)
 Ad arme prendere d’anbi li baçaler.
 Le muniscoit coment deveroit ovrer,
 Quando seront a·l ferir e çostrer.
 Dist li Danois, “Quel pla lasez ester.”
10340Adoncha montent anbidos a destrer; (845)
 Li rois li otria a li canpo aler;
 E cil le font, sença nul entarder.
 E Karaolo e Sandonio li Ascler,
 D’arme prendre se vont a ’pariler.
10345Çascun veste l’aubers e calça le ganber; (850)
 Alaça li elmi, çinse li brandi d’açer;
 Posa montent sor li corant destrer.
 E li soldan li voit a convojer,
 Trois a li canpo o dovent çostrer.
10350Dist Karaolo, “E vos vojo nonçer,* (855)
 Se ne veisés oncir e desmenbrer,
 No ne venés secorer ni aider.”
 Dist li soldan, “Ne vos estoit doter.”
 Arere torne, si le lasa ester.
10355Karaolo fu molto sajes in la lo averser; (860)
 O vi li Danois si·l prist ad apeler:
 “Çivaler, sire, dites moi veriter;
 En la cort Karlo avez nul mester?”
 Dist li Danois, “Eo fu so scuer,*
10360Ma por sa cortexia fato m’à çivaler, (865)
 Si m’à doné soa ensegna a porter.
 E questo altro, qe veez qui ester,
 Filz est li rois de·l maino enperer;
 Non è a·l mondo ren q’elo aça plu çer.”
10365“Por la ma foi,” ço dist Karoer, (870)
 “Quest’è una colsa q’è molto da graer!
 Quando son fil manda a nos çostrer,
 No ne ten mie coardi ni lainer.
 Nu saveron in tel modo deviser,*
10370Enver de moi vu averì capler, (875)
 E quel enfant con l’altro çivaler.”
 Dist li Danois, “Ben est da otrier.”
 Nen volse plus ni plaider ni tençer;
 De le canpo se done li trato d’un arçer.
10375L’un contra l’altro lasent li destrer,* (880)
 E fait ses lances brandir e palmojer.
 Grant colpi se fer a·l primer encontrer,
 Qe le tarçe font fe(n)dere e peçojer.
 Fort fu li aubers, ne le pote desmajer;
10380Tot le aste fait in troncon voler, (885)
 Ne l’un por l’autre no se pl(o)ja en destrer.*
 Quant le aste son fraite, i tra li brant d’açer;
 L’un contra l’autre ven fort cun cengler.
 
 Rubric 304
 Coment fu grant la bataille.*
 Laisse 305
 
 Defor de Rome en le pre verdojant
10385Fo la bataile mervilosa e grant. (890)
 Rois Karaolo si oit traito li brant;
 Fer li Dainois desor l’elmo lusant.
 Quanto ne prende, elo·l çeta a·l canp;
 Deo le guarì, quant in carne no li prant.*
10390Gran fo li colpo, merviloso e pesant; (895)
 E de maile trença plus de çant.
 Trois in l’erbeta est avalé li brant;
 Ne li Danois no se smaja niant.
 El ten la spea a·l pomo d’or lusant;
10395Fer Karaolo un colpo si pesant, (900)
 De l’elmo no trençe la monta d’un besa(n)t.*
 Ma li colpo fo merveliso e grant,
 Q’elo·l fe enbronçer sor li col de l’auferant;
 Par un petit ne li çitò a·l canp.*
10400D’altra part fu Sandonio li posant, (905)
 Con Çarloto a le spee trençant.
 L’un ferì l’altro e menu e sovant;
 Le armaure se trençoit tot davant.
 Li un por l’altro no s’apresia un guant;
10405Ma Sindonio si era plu manant; (910)
 Par un petit ne·l fasea recreant.
 Quant li Danois s’en vait apercevant,
 E vi Çarloto en pena et in tormant,
 E cil Sandonio l’andava si adestant,*
10410Qe enver de lui n’aust de mort guarant. (915)
 Quant li Danois le voit, paure oit de l’infant;
 El lasava Karaolo, a Sandonio vait corant,
 E si le feria e menu e sovant,
 Qe a Çarloto dava res(t)oramant.*
10415Qe a celle fois se fasea en rer alquant.* (920)
 Quella bataile era si dura e pesant;
 Ne·l poria conter nesun hon vivant.
 Or entendés de li mal amirant,
 Ço fo li soldan malvasio recreant.
10420Quando (vi) la bataile durer si longemant,* (925)
 De li ses çivaler se dotò feremant.
 Demantinent el pensò tradimant;
 Mille çivaler fa monter en auferant,
 Si le comande de aler a li canp
10425Por prender li Francés o mener·se davant. (930)
 E qui li otrient, oltra son maltalant;*
 Quant se partent, q’i vont a li canp,*
 E li Dainois s’en vait aperçevant;
 Dist a Karaolo, “Fraita è vestra fianç;
10430La foi de Turs non val mie un besant.” (935)
 Karaolo, quant le vi, no fo ma si dolant.
 
 Rubric 305
 Coment Karoer vi venir la jent.*
 Laisse 306
 
 Quant Karaolo vi venir q(ue)la jent deslojal,*
 Li qual erent de li son general,*
 A gran mervile elo li ten por mal.
10435Dist a Sandonio, “Li soldan à fato mal;* (940)
 En la bataile erames tot ogual,
 Quant le venimes anco en ste jornal.
 Mais li soldan si est deslojal;
 Ço q’el promis non oit tenu a estal.*
10440Mais en ma vite e no·l tirò lojal.”* (945)
 
 Rubric 306
 Coment ensent de Rome li çivaler.
 Laisse 307
 
 Le mil çivaler son de Roma ensu,
 A li dos çivaler sont sovracoru.
 E i le ont molto ben recevu;
 A·l primer colpo ont si ben feru
10445Qe li Danois fo a tera abatu; (950)
 Qe son çival soto li fo cau;
 I le oncient i·me li pre erbu.
 Ma li Danois no fo mie esperdu;
 El ten la spea a·l pomo d’or batu.
10450Tot li primer qe il oit conseu, (955)
 Trois en l’arçon elo l’oit fendu.
 E fer un altro, si le oit li çevo tolu;*
 E qui li lançent li gran dard amolu;
 O voja o no i l’ont prendu.
10455Quando Çarloto vi ço qe ert avenu, (960)
 E vide ben q’el no è secoru,
 De soi defendre n’oit penser metu.
 Via s’en fuit a força et a vertu,
 Trosqua a l’oste no à rena tenu.
10460Karlo le vi, a rason l’oit metu: (965)
 “De le Danois, qe est adevenu?”
 E cil le dist, “Nu l’avemo perdu;
 Qe da mile pain nos fumes asalu.
 Encontra lor non aumes vertu;
10465Li Danois si fo preso e retenu. (970)
 Et eo perço si m’en sonto venu,
 Qe dever qui pain e no fu secoru.”
 Dist li rois, “Se ma creça en Jesu,
 Vu ne serés por la gorça apendu.”
 
 Rubric 307
 (Ç)o qe fi Kar(o)er.*
 Laisse 308
 
10470A gran mervile fo prodomo Karoer; (975)
 Quant li Danois vi prender e liger,
 Contra son gre en Roma mener,
 Tel dol n’oit cuita li seno cançer.
 Sa lieltà el non volse falser;
10475Nen dist mie de retornar arer, (980)
 Ançi, civalça droito por li senter,
 A l’oste Karlo e Naimes de Baiver.
 Davant Karlo se vait presenter:
 “Bon rois,” fait il, “je son ves presoner.
10480Dapoiqe li soldan non est droiturer, (985)
 A vos me rendo cun arme e destrer,
 Qe quelo qe li soldan faroit de li ves presoner,
 Facés de moi, e vos vojo en projer.”
 Li rois l’intent, molto le prist a loer;
10485A·l pavilon li fait desendre e desmonter, (990)
 A le dux Naimes le fait aconvojer,
 Qe altament le prist ad honorer.
 E li rois Karlo, tant fu de mal penser,*
 Qe no li valt ni amor ni projer;
10490Q’elo vol Zarloto far apiçer. (995)
 E ça l’avoit fato prender e liger,
 Davant la façe li ocli enbinder.
 Ne le valea projer ni losenger,
 Qe de son cor le poust remuer.
10495Quant Naimes si n’oit prega Karoer, (1000)
 Q’elo le diça a li rois demander,
 Qe in don elo le diça doner,
 Karoer responde, “De greç e volunter.”
 Davant li rois se vait ençenoler:
10500“Ai, çentil rois, eo son ves presoner, (1005)
 E si son rois clama amirer,
 De un reame d’oltra l’aigua de mer.
 E vos vojo un don ademander,
 Qe vu Çarloto me diça doner,
10505Qe davanti vos ben le poso escuser. (1010)
 S’elo s’avè de li canpo desevrer*
 E·l vojo çuçer q’el fe si cun ber,
 Qe li soldan si cun malvasio lainer
 La lialtà el vos avè falser.”*
10510Li rois reguarde ferament Karoer, (1015)
 E si le dist, “Ben li val vestra projer.
 Non è hon in Françe ni Puile ni Baiver,*
 Qe de ste don poust vanter,*
 Or le prendés, si le faites deslojer;
10515Ma ben se guardi plu de far tel mester, (1020)
 Anci se lasi tot le menbre couper,
 Q’elo s’en fuça par un sol çivaler.”
 
 Rubric 308
 Coment Çarloto fo çuçés.
 Laisse 309
 
 Çarloto fu delivrés da li stacon pendant;
 Nen fust Karoer, par tot l’or de Brusbant
10520Nen fust scanpé, nen fust apendu a·l vant. (1025)
 Ma la marçé Deo, li per roimant,
 El est delivré da mort e da tormant.
 Dist Karoer, “Bon roi, ora m’entant
 Qe un mesaçer me faites venir davant;
10525Mandar dir vojo a·l soldan un poi de mon talant.” (1030)
 Dist li rois, “Vu parlé saçemant.”
 Adonc un mesajes li fo mené a·l presant;
 Karoer quant le vi, si le dist en ojant:
 “Mesaçer, frer, eo si te comant,
10530Qe tu entri en Rome demanes a·l presant. (1035)
 A li soldan dirà certanemant,
 Se demane sença termen prendant,*
 El no m’envoie li presoner tot quant,
 Eo renegaroie Macon e Trevigant;
10535Crerò en Deo, prenderò bateçamant: (1040)
 Mai en ma vite ne le serò so benvojant;
 E si le dì, no li çeler de nojant,
 Qe presoner sui de l’inperer d·i Franc.”*
 Dist li mesaço, “No ne doté niant;*
10540L’anbasea farò e ben e lojalmant.” (1045)
 
 Rubric 309
 Coment s’en vait li mesaçer.
 Laisse 310
 
 Li mesaçer no fo pais demoré;*
 Da Karoer oit conçé demandé.
 El ven a Rome, entrò en la çité;
 A li palés oit li soldan trové,
10545Qe li preson li estoit davant mené. (1050)
 Si durament li avoit menaçé,
 S’i no renojese la loi de le son Dé,
 Apendu seroit, et a forçes levé.
 Quant li mesaço li fu davant alé,
10550Tot primement li oit salué;* (1055)
 E pois le dist, “Bon rois, or m’e(n)tendé;
 Mesaçer sui, a vos son envojé
 Da part Karaolo, qe rois est coroné.
 Elo vos mande, ne vos serà çelé,
10555Qe li rois Karlo si l’oit enpresoné, (1060)
 Par son voloir e por sa volunté.
 Elo ve fa asavoir, se vu no le envojé*
 Li presoner qe v’è sta amené
 Elo renegarà Macometo son dé.
10560En Deo crerà se serà batezé; (1065)
 Nen serà ma ves dru ni ves privé.”
 Li soldan quan l’olde, tuto fo trapensé;
 Dist Sandonio, “Bon rois, torto avé.*
 Non est mervele se il est airé,
10565Quant contra nos faistes deslialté. (1070)
 Men esiant, ela fo falsité*
 Qe in nostra vite nu seren avilé;
 Ora en faites la soa volunté.”
 Dist li rois, “Dapoiq’el vos agré,
10570Eo ne farò la vostra volunté.” (1075)
 E li soldan si fo saço e doté;*
 Avantiqe li presoner li fust envojé,
 Molto richament furent coroé,
 De riche robe, de manté aflubé.
10575Tot ses arme li furent delivré, (1080)
 E bon destrer corant (e) abravé.*
 E quant de Roma i furent desevré,
 Sandonio fo a palafroi monté;
 A plus de mil li ont aconvojé;
10580Trosqua a l’oste non à rena tiré.* (1085)
 Li rois le vi, molto s’en fu mervelé;
 Tot li baron qe erent asenblé,
 Contra li vont tot çojant e lé.
 Ma no fo çoja veua ni esguardé,
10585Como s’ont fato quant se sont encontré; (1090)
 Ma desor tuti fu Sandonio honoré.
 
 Rubric 310
 Coment retornent in Rome.
 Laisse 311
 
 Grant fu la çoja, mervilosa e plener,
 Quando Françeis vede li presoner.
 E Karoer si dist a l’inperer,
10590“Çentil rois, sire, de vos me poso lolder; (1095)
 Ben dist voir li Turchi e li Ascler,
 Qe vos estes li meltro rois qe se posa trover.
 Se non creist la mia lois falser,
 Eo me faroie bateçer e laver.
10595Eo m’en andarò a mon segnor parler; (1100)
 A la deman, quan l’aube serà cler,
 Vu farés ves çivaler monter;
 Et eo averò prender mon corer,
 Cun Sandonio seremo a li çostrer.”
10600Dist li rois, “Et eo li vojo otrier. (1105)
 Ma d’una ren e vos vojo en projer;
 Qe a·l soldan deça dir e nonçer,
 Q’elo lasi plu de far quel mester,
 Q’elo no se perten a rois ni amirer:
10605Par nul ençegno traimento mener.” (1110)
 Dist Karaolo, “E l’ò ben en penser.”
 Conçé el prist, si se m<is> ad aler;*
 Avec lui . . . li altri çivaler,*
 Qe con Sandonio era venu a convojer
10610Li Danois e li altri presoner. (1115)
 Quant fu en Rome se vait ad hostaler,
 E posa vait a li palés monter.
 Li soldan vi Karaolo, prist so a vergogner,
 E Karaolo si le prist a parler:
10615“O çentil rois, qe tant estes pro e ber, (1120)
 En vestra vite perdu avés ves loer,
 Qe homo traites non è pais da priser.
 E son esté en l’oste l’inperer;
 De vos oldì boni e re parler,
10620Li rois meesme (s)i ve n’avè blasmer,* (1125)
 Et ensement dux Naimes de Baiver,
 Le milor dux qe se poust trover.
 Ne vos poria ne dir ni conter
 Como i me ont fato servir et honorer.
10625Da part de Karlo, e vos do en projer, (1130)
 Qe de trair vu lasa li mester;
 Lasa ’n avanti tot le menbre couper,*
 Qe n’invoja secorso por aider.
 A la deman, quando serà l’auba cler,
10630Nu den tornar ancora a li çostrer.” (1135)
 Dist li soldan, “Et eo li vojo otrier;
 Ma d’una ren e vos vojo nonçer:
 El vos estoit ben eser bon çivaler,
 Qe dever moi non aça nulla sper.”
10635Dist Karaolo, “Vu farì como ber, (1140)
 Qe altro non demando ni quer.”
 
 Rubric 311
 Coment s’(a)rmaient.
 Laisse 312
 
 A la deman, a l’aube aparisant,
 Rois Karaolo pris son guarnimant,
 Et avec lui Sandonio ensemant.
10640Quant sont armé, montent en auferant; (1145)
 Lançe oit grose, e li feri trençant.*
 Karaolo oit çinta Curtana, li bon brant,
 Pois quirirent conçé a l’amirant,
 E cil li oit comandé a Trevigant.
10645E qui ensent de Rome sença termen prendant; (1150)
 Trosqua a li canpo non vait rena tirant.
 Li Danois, quant le voit, demanda ses guarnimant;
 Nian Çarloto no se fe pais lant.
 Quant furent armé e monté en auferant,
10650Karlo li proie e ben e dolçemant, (1155)
 Qe i soie e pro e valant.
 “Anda,” fait il, “a Jesu vos comant.”
 E cil s’en vont ad esperon bronçant,
 Tantq’i forent là o çelor li atant.
10655Karaolo, quant le vi, si le dist en ojant, (1160)
 “Ben soja venu li nostri conbatant;
 Cosi vada l’ovra como andò en avant.”
 Dist li Danois, “Et eo si le contant.”
 Lor se donent de li canpo un arpant;
10660L’un dever l’altro ponçe l’auferant. (1165)
 Brandist le aste là ò est li feri trençant,*
 Si se ven a ferir totes comunelmant.
 Si grant colpi se done qe çival auferant
 Ne le pote sofrir: ançi s’ençenocla a li canp.
10665Ma li baron le punçì por si fer maltalant, (1170)
 A·l relever le aste vola avant.
 Quant à ço fato si ont trato li brant,
 E Çarloto cun Sandonio se ferì ensemant.
 Anbi s’abatent a tera d·i auferant,
10670M’i se redriçe tosto et isnelemant, (1175)
 Prende son çivali n·i alò deslojant;*
 A cival monte, qe strivere non prant*
 Quant à ço fato, si oit trato li brant;
 La bataila començent mervilosa e grant.
 
 Rubric 312
 Coment fo pro li baron.
 Laisse 313
 
10675Grande fu la bataile de qui quatro baron; (1180)
 Çascun è pro (s)i oit cor de lion.*
 Karaolo ten Curtane dont a or è li pon;
 Fer li Danois desor l’elmo enson.
 Quant ne prende, fa cair a·l sablon;
10680E tota l’armaure de·l hermin sigloton,* (1185)
 Cun la ghironée de l’auberg framiron,*
 Si l’oit trençé cun pano d’aquinton.*
 Deo le guardi por soa redencion,
 Qe in carne no le fe engonbrason.
10685E le Danois fer lui si fort enson, (1190)
 De l’elmo no trençe la monta d’un boton.
 Ma rer la grope conseguì l’aragon;
 Do mité oit fato de l’auferant Guascon,
 E Karaolo remist a li sablon.
10690Dentro Sandonio e·l damisel Çarlon (1195)
 Si començoit grande la capleson;
 Gran colpi se done desor li elmi reon.
 I se trençent quant i ne prendon,*
 E d·i aubergi trençent li ghiron.
10695A gran mervile fu Sandonio prodon; (1200)
 Morto aust Çarloto sença redencion,
 Quant li Danois li fu bon conpagnon.
 Quant feru avoit Karaolo, po fa retornason;
 A quel Sandonio un altro colpo li donon.
10700Grant fu la bataile, conter ne la poroit hon; (1205)
 Karaolo vi li Danois si le mis por rason:
 “Çivaler, sire, morto ai mon aragon;
 Le vostro non vojo oncir, qe blasmo me seron.
 Desendés avec moi, seremo anbi peon,
10705E questo serà cortexia, se me perdoni Macon.” (1210)
 Dist li Danois, “Vu avez rason.”
 Demantenant desis de l’aragon;
 Or son i anbi comunal a·l sablon.
 Con le spee se fa gran capleson;
10710Çarloto e Sandonio anbidos descendon, (1215)
 Plu d·i altri nen volse avoir reençon.
 
 Rubric 313
 Coment fu grant la bataille.
 Laisse 314
 
 Defor de Rome en le pre verdojent,
 Grande fu la bataile e dura e pesent.
 Da la deman a l’aube aparisent
10715Durò entro lor grande torniament. (1220)
 Çascun s’oit doné d·i colpi plus de cent;
 Trençé s’avoient tot li guarniment,
 Si son lasé de poine e de torment
 Qe çascun se fa indré un arpent,
10720Por dar a soi un poi de s(t)orament.* (1225)
 Por li gran colpi q’i s’ont doné sovent,
 Quant son polsé i vont ardiement,
 L’un contra l’autre con le spee trençent.
 Gran dol oit li Danois, par poi d’ire non fent;*
10725Quant la bataile dura si longament, (1230)
 E Karaolo non fo mie recreent,
 El ten Curtane a·l pomo lusent;
 A li Danois un si gran colpo li rent,
 Par un petit a tera no se destent.
10730Dist le pain, “El vos va malement; (1235)
 E vos conseilo, se avez esient,
 Qe contra moi vos clama recreent;
 A li rois soldan vos darò por present.
 Nen vos farà nesun ennojament;
10735Ançi vos farà richo e manent, (1240)
 Se adorarés la loi qe a noi apent.”
 Dist li Danois, “Tu parli folement;
 E no t’apresio un diner valisent!
 E veço ben, tu me ten por nient.
10740Avantiqe da moi faça desevrament, (1245)
 Vu senterì de ma spea trençent.”
 Sovra li cor por ire e maltalent;
 Gran colpo li done desor l’elmo lusent;
 Ne l’inpira, ma la spea desent
10745Par me l’auber, qe li trença e fent. (1250)
 Navré l’oit un petit, qe li sangue li desent,
 Dont Karaolo par poi d’ire non fent.
 Et apreso cest colpo, li Danois se fa en avent;
 Un altro en done a Sandonio ensement,
10750Qe a la tera elo·l çeta sanglent. (1255)
 
 Rubric 314
 Coment fu mort Karoer.
 Laisse 315
 
 Gran dol oit Karoer, no l’oit unqua major;
 Le sangue se vi rajer environ et entor.
 Nul se mervile se il oit gran dolor;
 Elo reclama Macometo son segnor.
10755Dist a·l Danois, “Vu sì bon çostreor! (1260)
 Mais en ma vie e non vi un milor.
 Navré m’avés, mais ne le daria un flor;
 Ma çer la conprarés en petit de or.”
 La spea tent cun homo de gran vigor;
10760Fer li Danois sor l’eume pint a flor; (1265)
 De l’elmo trençe e de la cofia ancor.
 Si grande fo cil colpo q’el valant pugneor
 Ne·l pote sostenir, ançi caì a l’arbor.
 Ma tosto se redriçe, cun homo de gran vigor;
10765La spea tent, ne la mis en sejor. (1270)
 Ver Karoer s’en vent por grant iror;
 No·l volse ferir sor l’e(u)mo pinto a flor.*
 Un colpo li done a la guisa Francor;
 Entro l’elmo e le spales le mis li brant de color.
10770La testa li trençe, sença nesun restor; (1275)
 Voler la fait en me lois de l’erbor.*
 Quant à ço fato, nen volse far nul demor;
 El pris Curtane da le rubio color.*
 Quando la tent, ne fe çoja e baldor,
10775Dever Sandonie s’en vait a gran vigor. (1280)
 
 Rubric 315
 Coment fu mort Sidonio.*
 Laisse 316
 
 Quando Sandonio vi q’è mort Karoer,
 S’el oit dol non è da merviler.
 Dever Çarloto el se·l cuita vençer;
 Contra lui vent cun li brando d’açer.
10780Un si gran colpo elo li va doner, (1285)
 Qe de l’elmo trençe un gran quarter.
 Pres la orele fait li brant aler;
 Un petit l’à navrés aprés la çerveler.
 Si le stornì a tera, li fa verser;
10785Morto l’aust o au presoner, (1290)
 Quan s’en percoit li bon Danois Uçer,*
 E vi le sang de la testa rajer,
 E a li canpo elo lo vide verser.
 Or vede·l ben, secorso li ait mester;
10790En quella part vene sença entarder, (1295)
 E ten Curtana qe fo de Karoer
 (Ne quella spea no volse unqua cançer).
 Tel colpo li dona desor l’elmo verçer,
 Tuto li trença, nen lasa qe couper.
10795Trosqu’a le spales elo la fa aler, (1300)
 E pois escria, “Monçoja, çivaler!*
 Por Karlo el maine vinto avon li torner!”
 Adonc li rois e Naimes de Baiver,
 Teris d’Ardene e Morando de River,
10800Bernardo de Clermont et le dux Belençer, (1305)
 E des autres, plus de .X. miler,
 Li corent por lor esguarder.
 Quando li soit li soldan Ysorer,
 De gran dolor cuita li seno cançer.
10805Dist a sa jent, “Qui avon mal converser.* (1310)
 Dapoisq’è morti Sandonio e Karoer,
 De tot les autres nen daria un diner.
 Se qui avon longament demorer,
 E i ne poust ni prender ni bailer,
10810Tot l’or de·l mondo non aust mester (1315)
 Qe no·n faist a mala mort finer.”*
 Adonc farent ses arms torser*
 E si prendent ses muli e ses destrer.
 Avantqe de Rome se volist sevrer,
10815A l’inperer son venu a parler, (1320)
 E si le prist conçé a demander.
 “E inperer, sire,” ço dist Ysoler,
 “Dapoiq’è morto Sandonio e Karoer,
 E no intendo contra vos tençer.
10820Ço qe fo fato e no vojo stratorner, (1325)
 Mais ben vos poso desor Macon jurer,
 Q’el est morto li milor çivaler
 Qe se poust trovar da çela part de mer.
 De una ren e vos vojo en projer:
10825Qe vu le façés altament enterer.” (1330)
 Dist li rois, “Quel pla lasez ester,
 Qe si cun rois dux e amirer
 E li farò altament seveler,
 E a li major de ma çent aporter.”
 
 Rubric 316
 Coment s’en vait li soldan.
 Laisse 317
 
10830Quant li soldan fu da Karlo sevré, (1325)
 Tot en quito li lasò Roma la cité.
 Cun soa jent elo fo açaminé
 E si pasò oltra la mer salé.
 E lasò morto li fort rois Karoé,
10835Et avec lui Sandonio l’amiré. (1340)
 Gran dol en fait e Turchi et Asclé;
 Ne vos poroit nul hon dire ni conté.
 E l’inperer fo saço e doté;
 Avantiqe in Roma elo fose intré,
10840Li dos pain fo molto ben enteré, (1345)
 E a li major de sa jent aporté;
 E richament fo vesti e coroé,
 En un sarcol furent repolsé;
 Non pais mie in logo qe fust sagré,*
10845Porq’i no furent batezé e lavé. (1350)
 Quant à ço fato, qe pain fo sevré,
 Adonc li rois con tot li berné
 En furent entra in la çité.
 Quele maconarie q’i le ont trové*
10850Tot en furent e arse e brusé. (1355)
 Gran çoja fo da tot part mené;
 Por l’Apostoile i ont envojé.
 E cil le vene voluntera e de gre;
 Grande honor li fe Karlo l’inperé;
10855E l’Apostoilo no à l’ovra oblié. (1360)
 Çascun de ceus qe li forent trové
 Tuti li ses pezé li furent perdoné.
 Gran çoja n’oit çes Françés amené,
 Bia colu qe là fo envojé,*
10860Qe in sa vite avoit li gran peçé. (1365)
 
 Rubric 317
 Coment l’Apostoille . . .
 Laisse 318
 
 Gran çoja oit l’Apostoile Milon:
 Deliberé fu da Turs e da Sclavon
 La merçé de Deo e l’inperer Karlon,
 E de·l Dainois e de le dux Naimon,
10865E de Çarloto, li novel canpion. (1370)
 “Segnur,” dist l’Apostoilo, “porqe vos çelaron?
 Caçé fu de Rome por Turchi e Sclavon,
 Qe in Roma orent Trevigant e Macon,
 Et Apolin e ses deo Balatron.
10870Çascun de çeus q’è venu a perdon, (1375)
 Eo li do cotal remision,
 Qe tot li peçé q’oit fato n·iste mon,*
 No le seria remenbré unqua in l’altro mon.
 Ma una colse primiran nu faron:
10875Avantiqe vos ve departa de Ron, (1380)
 Par tot la tera entorno et environ,
 Nu aliron co·la precesion,*
 E de novo tuti li sagraron.”
 Dist li rois, “A Deo benecion!”
10880Lor se levò l’Apostoilo Milon, (1385)
 Cun veschivi, arçiveschivi, prete e clereçon;
 Tuti li altari quanti trovent in Ron
 Tuti quanti de novo li sagraron;
 Quando à ço fato, dè la benecion.*
10885Çascun s’en vait a le soe mason, (1390)
 E l’inperer e le dux Naimon,
 XV. jorni i demorò en Ron,
 Po pris conçé con tot li ses baron.
 Gran çoja en fait Manseli e Berton,*
10890E li Françeis, Normandi, e Guascon. (1395)
 A le çamin se metent, arer s’en tornon;
 E l’Apostoiles con tot li cleriçon,
 Le convoient trois defor de Ron.
 Karlo s’en vait, a Deo benecion,
10895E l’Apostoile remist a Deo non. (1400)