RIALFrI

La Geste Francor, Macario (ed. Zarker Morgan)

La Geste Francor, Édition of the Chansons de Geste of. MS. Marc. Fr. XIII (=256), with glossary, introduction and notes by Leslie Zarker Morgan, Tempe (Arizona), Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2009 («Medieval and Renaissance Texts and Studies», 348).



Edizione digitalizzata a cura di Leslie Zarker Morgan
Marcatura digitale a cura di Luigi Tessarolo

 

  TESTO CRITERI DI EDIZIONE  

 

i>Divisione delle parole

Preposizione e congiunzione sono scritti di seguito secondo l’uso italiano (per es., Porqe). Preposizione e articolo determinativo sono scritti di seguito con il punto in alto (per es., de·l canp) prima di consonante, ma separatamente e con l’apostrofo prima di vocale (per es., a l’ami).
Au, la forma velarizzata di a e l, nel verso 9424, unica occorrenza di questa forma, è scritta a sua volta con il punto in alto, a·u.
Qele e dele, congiunzione o preposizione seguita da pronome femminile, sono scritti Qe le e De le, di nuovo secondo la forma italiana (invece del francese Q’ele o D’ele, che sarebbero pure possibili).
Vocale palatale dopo consonante e prima di s impura (per es., sestoit) è scritta se stoit (invece di s’estoit; cf. a esperon vs. Le speron) dove c’è solo una vocale.
Per aler, andar(e), venir(e) e le loro forme, quando vi è la presenza di una a dopo la forma verbale, la si interpreta come a preposizionale prima dell’infinito dipendente (per es., aloit a prender).
Per i nomi di luogo che iniziano in A, o per i verbi con a- iniziale, si interpreta l’eventuale mancanza dopo la preposizione a come un’elisione, e si rappresenta il fenomeno con l’apostrofo (per es., a ’Ntone = “a Antone”; a ’Leris = “a Aleris”; a ’coler = a acoler).
di: dove la i potrebbe essere l’articolo determinativo, si inserisce il punto in alto (d·i enfant (v. 633) = “dei bambini”); altrimenti, le due lettere non si separano.

Abbreviazioni
(per chiarezza, le forme sciolte delle abbreviazioni in mezzo alle parole o in mezzo ad una frase qui sono scritte tra parentesi quadre, ma nel testo sono in corsivo)

7: È scritta et, con tre eccezioni (verso 17, e due volte in 15041) dove e permette una sillaba di meno nel verso, per mantenere il conto di dieci sillabe: il verso 17 si legge Morto l’abate, sença nosa [e] tencon; e il verso 15041, Cun li çivaler vait [e] arer [e] avant.
titulus: Il titulus segnala la mancanza della nasale. Si segue la forma più comune trovata dove non c’è abbreviazione, cioè, n.
[r]: Si segue la forma più comune altrove nel testo. Esempi: m[er], m[er]velos, P[er]sant, p[re]sant, p[ri]mer, p[ri]memant, p[ri]nçer, p[ri]s, p[ri]sé, s[er]pant, v[er]gognie.
ē: Per e[st] 8 volte nei versi 640, 14102, 14126, 16344, 16671, 16713, 16732, e 16818.
Jesu χ͡ρσ appare una volta (v. 9390), per Jesu [Christ]o.
s͡te appare una volta (v. 6187), per s[an]te.
I nomi propri si abbreviano in generale solo per i protagonisti più frequenti.
.K. si usa per Carlo Magno. Ci sono otto varianti tra le 88 forme scritte senza abbreviazioni: Karle, Karloete, e Karo (nelle rubriche); Karles e Karloto nel testo; Karleto 64 volte, nella sezione di Karleto; Karlon, sempre in rima; Karlo, all’inizio e nel verso. Nel Karleto (vv. 5491-9026), dunque, la forma abbreviata è sciolta K[arleto] con l’eccezione delle forme in rima dov’è necessario K[arlon]. Altrove, si è optato per K[arlo], a meno che la rima non richieda K[arlon].
.N. per Naimes è frequente. Seguendo le forme scritte per esteso, in rima si dà N[aymon]; altrove appare N[aimes].
.R. (.Ro., Rubriche 530, 580, 581, 585, 617) per Orlando. Nel testo appaiono Rolan (in rima); Rolandin; Rolando; e Rolant. Nel testo di Orlandino, Rolandin è la forma preferita, e dunque è questo lo scioglimento usato, a meno che la rima non richieda un’altra forma. Prima e dopo, secondo il numero di sillabe richieste e l’età del personaggio si risolve: prima di Orlandino (vv. 9393, 9480 e 9498) per il bambino e tre sillabe, R[olandin]. Dopo l’Orlandino, però, si usa R[olando] per tre sillabe, R[olant] per due sillabe e nelle rubriche, dove non sono in rima.
.B. per B[erte] (Rubrica 40).
.B. per B[ra]er (Rubrica 363, dopo v. 12649).
.G. per G[uier] (Rubrica 112, dopo v. 4272).
.M. per Macario (Rubriche 411 e 413).
.O. per O[liver] (Rubrica 631).

Emendazioni

Le aggiunte editoriali, emendazioni e cancellature sono tra parentesi tonde ( ); le spiegazioni si trovano nelle note alla fine nel testo stampato. Le parentesi ad angolo < > indicano le letture di altri editori che non sono chiare ma che sono ragionevoli (spiegazioni nelle note stampate).

Gli accenti scritti

a. la c con cediglia Ç si lascia tale e quale nell’originale. L’uso non è coerente prima di palatale e dunque l’emendazione sembra illogica. Per distinguere tra certe forme, però, è stata aggiunta o tolta la cediglia 12 volte: le forme di çuçer (< JUDICARE) e lessemi imparentati, nei versi 2824 ((çu(ç)ement), Rubrica 121 ((ç)uçé), 11652 ((ç)uçé), 14730 ((ç)u(ç)ement), 15345 (çu(ç)ement); inoltre, nel verso 4824 (ç)onto (Ital. “giunto”) (< lat. JUNGERE); (ç)u(b)ler (830, per correggere la metatesi dove nel manoscritto si legge bulçer); (ç)ura, v. 4560 (<JURARE per distinzione da curer < CURARE); (ço)strer (v. 897) e (ç)ostraren (v. 13117) per seguire altre forme di çostrer; (ç)ant, Rubrica 451, dopo v. 16011 (per seguire le altre forme < GENTE(M)). Una cediglia in più si toglie da (c)oment (Rubrica 388, dopo v. 3677).
Accenti editoriali aggiunti:
b. l’accento acuto si aggiunge solo su -e.
i. Per i participi passati (riflessi di, o analoghi a, i riflessi di participi passati della prima coniugazione latina in -ARE), per distinguerli dalla terza persona singolare o plurale del tempo presente dov’è possibile; dove non è possibile la distinzione, non c’è accento scritto.
ii. L’acuto si usa anche alla seconda persona plurale indicativo o imperativo per la prima coniugazione come alé e alés, ma non in -ez/-eç.
iii. Similmente, le parole con la sillaba tonica che hanno la stessa struttura: malvés; jamés; aprés; palés. Però, dove la tonica non è chiara, come demanes, non c’è accento scritto (italiano dománi o antico francese demanois?).
iv. Alcune parole di una sillaba si scrivono con l’accento acuto per distinguerli da altre parole di significato diverso (<DEUM, come Damnedé [<DOMINUS DEUS]); (< NATUM); (ital mod lieto); (fran mod mais). Non è possibile evitare ogni doppiatura; per esempio, ne può essere la particella negativa e la congiunzione equivalente al moderno “né”; le può significare “largo” e “lei” come pronome.
c. l’accento grave si aggiunge alle vocali finali a, e, i, o.
i. Per la terza persona singolare/plurale del passato remoto dei verbi regolari in -o, riflessi o analoghi alla prima coniugazione latina, in -ARE (per es., trovò) per distinguerlo dalla prima persona singolare presente. Dove non è chiaro se il verbo è presente o di una radice regolare o irregolare, come pote, non si usa l’accento. Ci sono due lasse con la rima in a finale che sono problematiche; il tempo verbale di alcuni verbi così non è evidente.
ii. L’accento grave si usa al futuro: , , (per es., farà), secondo l’uso dell’italiano moderno.
iii. Si usa sui nomi ossitoni come verità (290).
iv. Si usa sull’ -i finale dove vale come desinenza verbale della seconda persona plurale (= és); per es., condurì, avì. Questo include l’imperativo.
v. Inoltre, l’accento distingue tra omonimi e in alcuni casi, tempi verbali: ò (=ho) vs. o (=dove); à (=ha) vs. a (preposizione); è, (=è) vs. e (=e); (diede; deve) vs. de (preposizione); (dal verbo dare, dà e l’imperativo, da’) vs. da (preposizione e participio passato); (verbo, l’imperativo di dire) vs. di (preposizione); (imperativo) vs. fa (indicativo); (sei, siete) vs. si (se; e; sì); (dal verbo sapere) vs. se (pronome e congiunzione); , (avverbi) vs. li, la (pronomi).
vi. Il grave si usa anche su -e ed -i dove sono forme del passato remoto (per es., avì, trovè).
c. la dieresi: non si usa; siccome il conto delle sillabe è tanto variabile, si evita l’uso.
d. l’apostrofo: rappresenta l’elisione di una vocale. È spesso poco chiaro quale parte di un’espressione abbia subita l’elisione (per es., elo: sarà e < EGO + l < ILLU + o < HABEO? O sarà el < ILLU + o < HABEO?), allora si limita l’uso dell’apostrofo a:
i. congiunzione pronome soggetto: q’il; s’i
ii. articolo più aggettivo o nome che inizia con vocale: L’uno
iii. avverbi negativi seguiti da verbo o pronome oggetto che inizia con vocale: n’en; n’amo
iv. pronome oggetto seguito da verbo che inizia con vocale, o seguito da un altro pronome che inizia con vocale: l’à, s’en
v. a prima di lessema che inizia con a; per es., a ’Ntone, per a [A]ntone; questo è un esempio particolare, dove alla seconda parola manca la vocale iniziale. C’è un esempio di a più un’altra vocale (o e o i, che è simile, v. 10627: Lasa’n, dove l’apostrofo sta per la vocale iniziale di en o in (tutte e due le forme si trovano nel testo).
e. punto in alto: si usa per la combinazione di due lessemi dove il secondo inizia in consonante.
i. preposizione + articolo: a·l, de·l; l’eccezione qui è a·u, che appare una volta sola (v. 9424);
ii. verbo + pronome atono che segue: Fa·la, à·l, ecc. A causa della legge Tobler-Mussafia nella lingua antica (i pronomi oggetto non precedono un verbo all’inizio di verso o di frase) (Rohlfs, Grammatica storica, 170-72 [& 469]), è piuttosto frequente. Il punto in alto si usa anche con gli imperativi, infinitivi, e il futuro ossitono. I pronomi tonici non sono inclusi (moi, nos, vos);
iii. pronome soggetto + pronome oggetto: per es., ela·l, ele·l, ge·l per il moderno “lei lo” or “lei la,” “glielo” or “gliela”;
iv. congiunzione + pronome oggetto: qi·l, si·l per il moderno “che lo,” “se lo”;
v. in pochi casi, il verbo e il soggetto che segue che inizia in consonante: è·lo, è·la, fo·lo, ecc.;
vi. in casi di assimilazione: una nasale finale con una parola seguente che inizia in nasale; per esempio, i·me per in + me, “in mezzo a” (v. 10447); co·la, per con + la (v. 10877); una congiunzione a un pronome soggetto che segue, e·l, “et il” (per es., v. 10690), e·s, “et les” (v. 16344), ecc.; e similmente, l’avverbio negativo più pronome oggetto che segue, dove la nasale finale si assimila a l: no·l, moderno “non lo.”

Semivocali

Il manoscritto usa u per u e per v, i per i e j/y. Convenzionalmente, si usa j come la seconda dei due “i” i al plurale (per es., palij) e nei numeri (per es., xij). “j” si associa con tanti fonemi nelle tradizioni delle due zone. Contrariamente ad alcuni editori, in questa edizione si trasforma la “i” in “j” in ogni posizione della parola, non solo all’inizio.
J è scritta:
i. dove rappresenta il /ʤ/ nell’italiano moderno, /ʒ/ nel francese moderno: per es., jent, jant, jorno, je (= “gente / gens, giorno / jour, -/je”)
ii. dove rappresenta /j/: per es., çoja, nojer (= “gioia, noia”)
iii. dove rappresenta /λ/ nell’italiano moderno: per es., mujer (= riflesso di “moglie”)
-ij (sij, malvasij) come convenzione è scritta -ii secondo le pratiche moderne.
v appare:
i. nei numeri cardinali (romani) nel manoscritto.
ii. savrà e avrà perché le forme con la semivocale predominano.
iii. altrove, si segue l’uso moderno: per es., salver/saluer, che significano “salvare” e “salutare.”

I maiuscoli

Si usa il maiuscolo secondo le norme delle lingue romanze moderne. Nel manoscritto, si trova di solito un trattino rosso attraverso i nomi di persona, raramente un maiuscolo se non all’inizio di verso. Si scrivono qui anche con il maiuscolo i luoghi d’origine e gli epiteti usati come nomi (per es., Çudé, Apostoile, Ascler).

Per più dettagli, si rimanda al volume 1 dell’edizione, pp. 289-304, da cui è tratta questa presentazione abbreviata.

 

 
 
 Rubric 382
 Coment Karlo tenoit grant / Corte entre Paris. *
 Laisse 383
 
 Gran cort manten Karlo l’inperaor, ((25))
 Entro Paris son palés major.
13480Ilec estoit mant filz de valvasor,
 E manti dux, prinçes, e contor,
 E le dux Naimes, so bon conseleor; (2100)
 Unqes e·l segle non estoit nul milor, ((30))
 Ne qe de foi tant amase son segnor,
13485Ne qe tanto durase e pena e dolor.
 Sor tot les autres estoit coreor,
 Unde da Deo el n’avè gran restor, (2105)
 Da Deo de·l celo, li maine Criator. ((35))
 Quatro filz oit de sa çentil uxor,*
13490Qe fo d·i doçe pere e fo fin çostreor.
 En Roncival fo morti a dolor,
 Quando fo morto Rolant li contor, (2110)
 Por li malvés Gaino li traitor, ((40))
 Quant li traì a li rois almansor,
13495A li rois Marsilio, dont pois n’avè desenor,
 Dont fo çuçé a modo de traitor.
 
 Rubric 383
 Coment Macario volse vergogner Karlo.
 Laisse 384
 
 Gran cort manten Karlo man l’inperer, (2115)
 De gran baron, de conti, e de prinçer; ((45))
 Mais sor toti fo dux Naimes de Baiver,*
13500E li Danois qe l’omo apela Oger.*
 Tant avoit fato li traitor losençer,*
 Con son avoir e besant e diner,
 Qe in la cort son ama e tenu çer,* ((50))
 E con li rois vont a boir e a mançer.*
13505E un li est de lor plu ançoner:* (5)
 Machario de Losane se fait apeler.
 Or entendés de·l traitor losençer,
 Como vose li rois onir e vergogner, ((55))
 E por forçe avoir sa muler.
13510Qe una festa de·l baron san Riçer, (10)
 La çentil dame estoit en son verçer;
 Cun mante dame s’estoit a deporter,
 Si se fasoit davanti soi violer, ((60))
 E una cançon e dir e çanter.
13515E Machario entrò in le verçer;* (15)
 Avec lui avoi manti çivaler.*
 E començò la dama a donojer:
 “Dama,” fait il, “ben vos poés vanter; ((65))
 Sor tot dames qe se poust trover,
13520Plus bela dama hon non poust reçater.* (20)
 E ben estoit un gran peçé morter,
 Quant un tel home v’oit a governer.
 Se moi e vos s’aumes a conpagner,* ((70))
 Plus bela conpagne non se poust trover,*
13525Por gran amor e strençer e baser.”* (25)
 La dama l’olde si le prist a guarder,
 E en riando si le prist a parler,
 “Ai, sire Machario, vu sì e pro e ber; ((75))
 Queste parole qe vos oldo conter,
13530E so ben qe le dites por mon cors asaçer.”* (30)
 Dist Machario, “El vos fala li penser;
 El no è, dama, de ça ni de là da mer*
 Qe sovra nos è digni de vos amer.* ((80))
 E no è pena qe poese endurer,*
13535Q’eo non fese por vos cors deleter.”* (35)
 La dama l’olde q’el non dis por gaber,
 Ça oldirés como li responde arer.
 “Machario,” dist ela, “tu non sai mon penser. ((85))
 Avanti me lairoie tot le menbre couper,
13540E en un fois e arder e bruser, (40)
 E in apreso la polvere aventer,
 Qe mais pensese mal de l’inperer.
 E se mais ver moi e v’oldo si parler, ((90))
 E dever moi tel rason conter,
13545A mon sire le dirò sença entarder. (45)
 Malvasio hon, con l’olsas tu penser*
 De ton segnor tel parole parler?
 S’elo·l soit, no t’en poroit guarenter ((95))
 Toto l’avoir qe se poust trover,
13550Q’elo no te faist a dos fors apiçer. (50)
 Tosto da moi vos deça desevrer;
 E ben vos guardés de unchamais parler,*
 De ces paroles a moi derasner.” ((100))
 Machario l’olde, s’en pris a vergogner;
13555Da le se parte cun toto mal penser. (55)
 
 Rubric 384
 Coment la rayne retorne da·l çardin. /E coment oyt gran dollo.*
 Laisse 385
 
 Blançiflor la raine fu arere torné,
 Sor son palés s’en fo reparié;
 De dol e d’ire oit son cor abusmé. ((105))
 E Machario se ne fo travalé,
13560S’el no la oit a soa volunté, (60)
 De soa vita non cura un pelo pelé.*
 E die e noit par le stoit en pensé;
 Si se porpense por soa malvasité, ((110))
 Coment la poroit avoir ençegné.*
13565U(n) nano estoit en la cort l’inperé;* (65)
 Da·l rois e da la raina estoit molto amé.*
 Machario ven a lui, si l’oit aderasné:
 “Nan,” fait il, “en bon ora fusi né; ((115))
 Tanti te donarò de diner moené,
13570Qe richi farà tuto ton parenté,* (70)
 Se tu farà la moja volunté.”
 E cil le dist, “Ora si comandé
 Ço qe vos plas; e son aparilé.” ((120))
 Dist Machario, “Ces vojo qe vu façé:
13575Quando a la raina vu serés acosté, (75)
 Vu le dirés de moja belté,
 E s’ela faist la moja volunté,
 Plu bela conpagnia non seroit trové.” ((125))
 Dist li nan, “Ora plu non parlé.
13580Quando cun le eo serò acosté, (80)
 Mejo le dirò qe no m’avés conté.”
 Dist Machario, “In bona ora fust né;
 Tant avoir el te serà doné, ((130))
 Richo fa<rà> tuto to parenté.”*
13585Dist li nan, “De nian vos doté.”* (85)
 Da lu se parte, tuto çojant e lé;
 E Machario fo a sa mason torné,
 Çojant fo e baldo et alé.* ((135))
 Et a la cort fo li nan alé.
 
 Rubric 385
 Coment li na(in) parole.*
 Laisse 386
 
13590Or fu li nan retorneo arer; (90)
 Tuto quel çorno non finè de penser,
 Coment doit a la raina parler.
 E Machario, quando li po trover, ((140))
 El non cesa de lui adester,*
13595Coment deça quel pla finer. (95)
 E(n) una festa de·l baron san Riçer,*
 La raina estoit desor un so soler
 Con altre dame por son cor deporter, ((145))
 Si se fasoit davant soi violer,*
13600E mant se fasoit baler e caroer. (100)
 Le malvas nan si le vait a ’prosmer,*
 Apreso la raine si le vait a ’coster,*
 E in apreso soto so mantel colçer. ((150))
 Como estoit uso, l’à pris a donojer;*
13605E la raine, qi non oit mal penser, (105)
 Si le prist belemant careçer.
 Et elo la prist malament parler:
 “Dama,” fait il, “molto me poso merveler, ((155))
 Como vos poés Karlo maino amer;
13610Por dame donojer el non val un diner. (110)
 E vos estes tanto bele, e si avés le vis cler,
 Qe vestra belté no se poroit esmer.*
 Se vu volés a mon conseil ovrer, ((160))
 E vos farò a tel homo acoster,
13615Plus bel çivaler no se poroit trover; (115)
 E questo si è Macario, li ardi e li fer.
 Se vu e lu ve poisi aconter,
 Uncha de lui no ve porisi saoler, ((165))
 E ben vos porisi entro vos vanter,
13620De·l plu bel dru qe se poust trover.” (120)
 La dama l’olde, si·l prist a guarder;
 “Tasi, mato,” fait ela, “no me usar ste parler,
 Qe tosto le porisi cerament conprer.” ((170))
 “Dama,” fait il, “lasa ster quel penser;
13625Se so un baso Machario v’avese doner,* (125)
 Por nul homo no l’averisi cançer.”
 Tanto le dise li nan e davan e darer,
 Qe a la dama le prist si nojer, ((175))
 Q’ela pois le prist contra le son voler,
13630Q’elo no se pote da le defenser. (130)
 Çoso de quel soler ela le fa verser;
 Si le fa malament trabuçer,
 Qe la testa li fa in plusor lois froser. ((180))
 “Va·ne,” dist la raina, “malvasio liçer,
13635E no cre qe un altra fois me vegni quest nonçer!” (135)
 Quant le nan fo trabuçé çoso de li soler,
 Machario fo de sota, q’era de mal penser.
 Le nan el prist, si se ne·l fe porter; ((185))
 Por mires mandò, si le foit liger.
13640Plus de octo jorni stete, ne se pote lever; (140)
 Donde la cort s’a(v)oit a merveler;
 Meesmo li rois li fasoit demander.
 E tuta ora Machario li avoit scuser, ((190))
 Qe cau ert a costé d’un piler;*
13645Le çevo oit frosé ma tosto averà lever, (145)
 Qe a la cort porà reparier.*
 
 Rubric 386
 Coment li nan fu durés.
 Laisse 387
 
 Segnur, or entendés e siés certan,
 Qe la cha de Magançe e darer e davan ((195))
 Ma non cesò de far risa e buban.
13650Senpre avoit guere cun Rainaldo da Mo(n)tealban, (150)
 E si traì Oliver e Rolan,
 E li doçe pere e ses conpagna gran.
 Or de la raine vole far traiman; ((200))
 Par son voloir, elo non reman
13655Q’elo non onischa l’inperer Karlo man.* (155)
 Oto jorni stete a lever cele nan,
 E quando fo levé, si se fe en avan.
 La testa oit enbindea stroitament d’un pan, ((205))
 Dont ne parlent le petit e li gran;
13660Meesmo li rois s’en rise planeman. (160)
 E quello nan non fo mie enfant;*
 A nula persona qe estoit vivan,
 De la raine el non dise nian. ((210))
 Cun le çivaler stete da çel jor en avan;
13665Plus da la raina el non vait davan, (165)
 Porq’el conose sa ira e maltalan,
 Nen fo pais olso da le çire davan.*
 E la raine le quer e si·l deman, ((215))
 E li nan fu sajes si stoit pur da luntan;
13670Qi le donast tot l’avoir d’Orian, (170)
 No lì aliroit da cele jor en avan,
 Plus a parler ne aler en ses man.*
 E li malvas home qi sta senpre en torman, ((220))
 Senpre se porpense a far traiman.
13675Deo le confonde, le pere roiman;* (175)
 Por lui fo la raine meso in gran torman,*
 Cun vos oldirés se serés atendan.
 
 Rubric 387
 Coment Macario conseja li na(n).*
 Laisse 388
 
 Li mal Macario, li fel e·l seduant,* ((225))
 Ven a li nan si le dist en ojant:
13680“Nan,” fait il, “de tois e son dolant, (180)
 Se tu ai eu onta ni engobramant.
 Ma se volisi ovrer a mon talant,
 De la raine prenderesemo vençamant;* ((230))
 Arsa seroit a li fois ardant.”
13685Dist li nan, “Et altro non demant. (185)
 Se eo de lei me veist vençamant,
 Si çojant non fu uncha a mon vivant.
 Quant me remenbre cun me çitò avant, ((235))
 Çoso de li soler oltra me maltalant,
13690De moi vençer aço molt gran talant.” (190)
 Dist Machario, “Vu sì pro e valant,
 Et eo vos donarò tant oro et arçant,
 Richi en serà tot li ves parant. ((240))
 Penseo m’ai tuto li traimant,
13695Como de le se vençaren a·l presant.” (195)
 Dist li nan, “Dites·le moi davant,
 Et eo li farò tuto li vestre comant.
 Mais de le parler, no me deisì niant, ((245))
 Qe plus la doto non faroie un serpant.”
13700Dist Macario, “Nu faron saçemant. (200)
 Usança est de l’inperer d·i Frant,*
 Çascuna noit, avanti l’aube aparisant,
 A le matin el se leva por tanp; ((250))
 Quant el estoit çanté si s’en torna eramant,
13705Entro son leito en la çanbra colçant. (205)
 Se tu vo far vendete, fà·la ensemant:
 Si saçement, qe nesun no te sant,
 Derer da l’uso t’alirà acovotant, ((255))
 Q’el no te veza nesun hon vivant.”*
 
 Rubric 388
 De (c)om(ent) si ne parole.
 Laisse 389
 
13710“Nan,” dist Machario, “se tu vo ben ovrer, (210)
 De una colsa eo te vojo conseler,
 Qe apreso la çanbre te diçi acovoter,
 Qe nul homo te posa veoir ni esguarder* ((260)).
 Quando li rois si s’averoit lever
13715Por aler a·l maitin a sa ora çanter, (215)
 Demantenant tu t’averà lever;
 Davanti son leit tu t’averà despoiler,
 Apreso la raina tu t’averà colçer. ((265))
 Tu è petit, si t’averà convoter;
13720Quando li rois reparirà darer, (220)
 Entro lo leto el t’averà trover.
 Senpre de toi el averà mal sper;*
 De toi ofendre li paroit vituper. ((270))
 El ne farà querir e demander,
13725E quando li rois te virà a demander, (225)
 Tu dirà senpre, no te dicar doter,*
 Qe la raina te g’à fato aler,*
 Sovente fois et aler e torner.” ((275))
 Dist le nan, “Lasa a moi quel penser.
13730Mejo le farò, ne·l saverés deviser. (230)
 Se me veese de le pur vençer,
 Ça major don nen vojo ni non requer.”
 Dist Macario, “No t’estove doter; ((280))
 Apreso serò por ton cor defenser.”
13735Dist li nan, “Vu farés como ber. (235)
 Or vos tasés e lasés moi ovrer,
 Qe je so ben ço qe li ait mester.”
 Dist Machario, “Tu n’atendi bon loer, ((285))
 Ça de çes ovra no t’en porà blasmer.
13740Quando li rois t’en averà demander, (240)
 Senpre dirà, e no t’averà doter,
 Qe sovente fois ela te g’à fato aler.
 Unde li rois, s’el no se vorà vergogner, ((290))
 Ad albespine elo la farà bruxer.”
13745Dist le nan, “Et altro non requer.” (245)
 Li nan remis a·l palés droiturer,
 E Macario s’en vait cun li altri çivaler,
 Entro sa çanbra a dormir et a polser. ((295))
 E li mal nan s’en vait a covoter
13750Derer da l’uso de la çanbra prinçer;* (250)
 E a·l maitin, quando li rois se vait lever,
 Si como el prist l’uso a trapaser,
 E cil nan no se fe mie lanier;* ((300))
 Davanti le leito se vait a seter.
13755El se despoile, si se pris a deschalçer;* (255)
 Desor la banca lasa so drape ester.*
 Entro lo leto se vait a colçer;*
 E la raine se dorme, qe non à mal penser. ((305))
 Nen cuitoit mie ço qe le poust encontrer;*
13760Da traitor nul homo se poit guarder.* (260)
 
 Rubric 389
 Coment li rois s(e) le(v)e.
 Laisse 390
 
 Li rois se leve quant le maitin fo soné,
 A sa çapela elo s’en fo alé.
 De nula ren non oit mal pensé, ((310))
 E li mal nan fo en son leto colçé.
13765E quant matin en fo dito e çanté, (265)
 Arer s’en torne como estoit usé,
 E quant el fo en sa çanbra entré,
 Davant son leto el oit reguardé. ((315))
 Vi sor la banche qui pani soso esté;
13770Quando le vi molto se n’è mervelé. (270)
 E pois en le leto vide de·l nan le çe;
 Anq’el fust petit, groso l’oit e quaré.
 Quando le vi, tuto fo trapensé;* ((320))
 Ne le dise ren, tuto fo trapensé.*
13775Grant oit li dol, par poi non fo raçé. (275)
 For de la çanbre, sença nul demoré,
 S’en fo ensu sor la sala pavé.
 Machario lì trove, qe ça estoit levé, ((325))
 Qe de quel ovra estoit ben doté.
13780D·i altri çivaler li furent plus de se; (280)
 Li rois li apelle, si le oit demandé:
 “Segnur,” fait il, “avec moi vené,
 Se le verés mon dol e ma ferté ((330))
 Qe me fa Blançiflor, qe tant avoit amé,
13785Qe por un nan ela m’à vergogné; (285)
 Se non creés, venés si la veré.”
 Toti li ont en sa çanbra mené;
 Le nan el g’oit tot primeran mostré. ((335))
 Quant cil le veent, molto se n’è mervelé
13790E la raine si se fo resveilé. (290)
 Quando vi qui baron, tota fo spaventé,
 De soi defendre nient en fust parlé.
 “Segnur,” dist li rois, “qe conseil me doné?” ((340))
 Le primeran Machario oit parlé:
13795“Bon rois,” fait il, “nen vos serà çelé; (295)
 Se vu no la brusés, vu serés desoré,
 E nu con vos; vu serì vitoperé
 Da tot li mondo e davant e daré.” ((345))
 Volez oir de·l traitor renojé?
13800Le nan el oit querì e demandé, (300)
 “Nan,” fait il, “dì mo por ton verié,
 Con fos tu olso eser ça entro entré?
 Con le venis tu, e por qual volunté?”* ((350))
 “Mon segnor,” dist le nan, “e vojo qe vu saçé;
13805Nen seroie mie in sta çanbra entré, (305)
 Ne in ste leto non seroie colçé
 Se no le fose clamé et apelé
 Da la raine, por far sa volunté, ((355))
 E una fois e ben quaranta sé.”
13810Cosi dist li nan, con li fo ordené, (310)
 Da Machario li falso renojé;
 Quel le destrue c’à li mondo en poesté!
 E l’inperer oit plevi e çuré, ((360))
 Qe la raina serà arsa e brusé.
13815De escuser soi, la raina non fo moto parlé;* (315)
 Tal vergogna oit, non oit le çevo levé.
 Ela se clama dolenta, malaguré.
 
 Rubric 390
 Coment fo presa la raina.
 Laisse 391
 
 Quant la raina oit veçu quele jent, ((365))
 E vi li rois de tanto maltalent;
13820Machario vi apreso lui ensement, (320)
 Qe l’acusa duro et asprament,
 Pur de bruser, e no d’altro torment.
 Donde fo presa da celle male jent; ((370))
 En une part l’amene secretament,*
13825Li nan da une altre part da un pendent. (325)
 Quela novele se sparse por la jent,
 Por me Paris e darer e davent.
 Çascun la plure, de le furent dolent.* ((375))
 Porqe tanto estoit savia et avinent.
13830De·l so donava a la povera çent, (330)
 A li poveri çivaler qi non avoit teniment;
 A ses muler dava le vestiment.
 Çascun pregava Deo dolçement, ((380))
 Qe la guardase da cosi fer torment,
13835Como estoit de le fogo ardent. (335)
 Meesmo l’inperer de le era dolent,
 Q’elo l’amava de fe e dolçement.
 Mais tanto temoit li blasmo de la jent, ((385))
 Qe de le scanper el non po far nient,
13840Q’ela non mora a dol e a torment. (340)
 E cil Macario cun tuti ses parent
 Encontra le senpre stava in atent,
 De condur·le a le fogo ardent. ((390))
 Conseil dona a li rois, spese fois e sovent,
13845Qe de le faça tosto le çuçement, (345)
 “E se no·l faites, saçé ad esient,*
 Qe blasmé en serés entres tota la jent;
 Petit e grandi vos tirà por nient.” ((395))
 
 Rubric 391
 Coment Macario acusoit la raine.
 Laisse 392
 
 Quando li rois intende li baron
13850(De sovra tot li parent Gainelon), (350)
 Qe contra la raine furent si enpron,
 De le oncir sença reençon,
 Le rois la plure et le duc Naimon; ((400))
 Li enperé, quando vide la tençon,*
13855Qe altri plas et altri non sa bon,* (355)
 De çuçer la raine fasoit mencion.
 Li rois si fe a seno de saçes hon;
 Li rois n’apela et Uçer e Naimon, ((405))
 E des autres qe furen de gran renon.*
13860Si le fo Machario, qe le cor Deo mal don, (360)
 Cil le destrue qe sofrì pasion,
 Qe lui e qui de Magançe son
 Senpre in le mondo i fe risa e tençon. ((410))
 Or fu asenblé a far questa çuçeson;
13865Li mal Macario nen dist si mal non, (365)
 Contra la raine c’oit clera façon.
 El dist a·l rois, “Entendés moi, Karlon;
 Qui qi vos ame si vos tent un bricon, ((415))
 Quant la justisie vos en menés si lon,
13870E se creerés a·l duc Naimon, (370)
 Vu serés desoré e vituperé i·l mon.
 Quest’è tal colse qe le petit garçon,*
 Si ne çanta de vu mala cançon.” ((420))
 Naimes l’intent, si ten le çevo enbron;
13875Tel dol en oit, par poi d’ire non fon. (375)
 Ça parlerà oldando li rois Karlon;
 “Çentil rois, sire, intendés ma rason;
 Deo me confonda qe sofrì pasion, ((425))
 S’eo dirò altro qe voir non.
13880Vu demandés conseil e ces le contradion, (380)
 Si cun çelor qe oit mal entencion
 De la raina qe Blançiflor oit non.
 De le i font grande la çuçeson, ((430))
 M’i no sa mie de qi fila ela son.
13885S’i saust ben qe avenir poron, (385)
 I taseroit, ni no la çuçeron,
 Trosqua i saveroit de le la çuçeson,
 Se son per le volese o non. ((435))
 S’el à peçé, ensi cun nu trovon,
13890Digna è de mort se proer se poron, (390)
 Colsa como no, nu la resplenteron.”*
 
 Rubric 392
 Coment Naimes parole.
 Laisse 393
 
 “Emperer, sire,” dist Naimes de Baiver,
 “Non crés pais consejo de liçer; ((440))
 Grande est l’ovra qi la vol deviser.
13895Blançiflor la raine, c’oit le viso tant cler, (395)
 De Costantinopoli ensi se fa clamer,*
 Soa fila estoit qi è grant enperer;
 Molto oit tere a tenir e guarder, ((445))
 Si poit de jent far asamiler.*
13900Quando oldirà le novele conter (400)
 De soa file si vilment çuçer,
 E no cre qe vos ami la monta d’un diner;
 Asa vos po far guere, onta et engonbrer. ((450))
 E vos dono conselo qe la deça conserver,
13905Tantqe a son per vu manda mesaçer, (405)
 Tot l’afaire e dire e rasner;
 E po, no v’en porà reprender ni blasmer.”
 Li rois l’intent, molto le pris a graer; ((455))
 Otrié l’aust quant Machario, le leçer,
13910Se le vait tot a contrarier, (410)
 E si le dist, “Çentil emperer,
 Con poés vos ces conseil ascolter?
 Qe ces vos done, qe no vos ama un diner, ((460))
 Quant vol qe metés en resplaiter
13915Questa justisie q’è de tan vituper, (415)
 Qe no se poit par nesun hon çeler?
 E s’el est nul qe la voja contraster,
 Prenda ses arme e monti en destrer.” ((465))
 Quant cil l’entendent qe deverent conseler,
13920Quando oldent Macario si altament parler, (420)
 Mal aça quel qe voja sego tençer;*
 Ne le fo nul qe le responda arer.
 Dont vi li rois, nen poit por altro aler, ((470))
 Qe la justisie no se faça sens tarder.
13925Quando vi Naimes li rois a soplojer,* (425)
 De ilec se parte et lasò li parler.
 De le palés, quando se volse devaler
 Quant l’inperer no li consent aler. ((475))
 
 Rubric 393
 Coment li rois parole.
 Laisse 394
 
 Quando Naimes oit la parola oie,*
13930De çuçer la raine li paroit gran stoltie. (430)
 De contrarier Macario li paroit gran folie;
 Voluntera s’en alast quant li rois li contralie,
 E li rois dolçement le preie, ((480))
 Qe cun Macario non contrarii ne mie:
13935Stia a veoir cun l’ovra serà finie.* (435)
 E quel Macario, c’oit li cor enbrasie
 Contre la raina qe peçé nen oit mie,*
 Porçoqe far non volse la soa comandie. ((485))
 Quant li rois l’intent, sa parola oit agraie;
13940De çuçer la raina son cor el se plie; (440)
 Davant se la fa mener, vestua de samie.
 Le rois la guarda, le cor sego omilie;
 Si la plurò veçando la baronie. ((490))
 
 Rubric 394
 Coment parlò la dame.
 Laisse 395
 
 Davanti li rois fo la raina mené;*
13945E fo vestua d’une porpora roé.* (445)
 Sa faça, qe sol eser bel e coloré,
 Or est venua palida e descoloré.
 Li rois la guarda, por le n’oit pluré;* ((495))
 E quela li guarde, si le oit dito e parlé:
13950“O çentil rois, mal conseil a pié, (450)
 Quan tu me çuçi a torto et a peçé.
 Colu qe a toi à le conseil doné
 No t’ama ren d’un diner moené. ((500))
 Deo sa li voir, la voira maesté,
13955Se contra to honor e ò fi uncha peçé, (455)
 Ne se mal avì encor ni en pensé.”
 Dist li rois, “De nient parlé.
 Atrové estes in le mortel peçé, ((505))
 Siqe escuser de ço ne vos poé.
13960De vestra arma or vos porpensé; (460)
 Vestra justisia est ça ordené:
 Qi fala son segnor doit eser brusé.”
 Dist la dama, “Vu farì gran peçé.” ((510))
 Dist Machario, “El vos torna a vilté,
13965Quando cun le tanto derasné.” (465)
 Naimes l’oldì, si n’oit le çevo corlé,*
 Et infra soi planeto conselé:
 “Questa justisia çer serà conpré. ((515))
 Mal verà Karlo de Gaino li parenté,
13970Qe senpre l’oit trai et engané.”* (470)
 
 Rubric 395
 Coment Karlo oit dol.
 Laisse 396
 
 Li enperer a cui França apant,
 De Blançiflor el fo gramo e dolant;
 Plus la amoit de ren qe fust vivant. ((520))
 Mais por la justisie non poit aler avant,
13975Qe de le non faça çuçemant, (475)
 Tuto·l malgré qi s’en rie ni çant.
 Li rois comande a li ses camerlant,
 Qe cela dame (i t)oa davant.* ((525))
 De noir soja vestue, e bindea ensemant,
13980Si como feme qi vait a tormant. (480)
 Desor la plaçe da li palés davant
 Fo aporté legne e spine q’è pongant;
 Enluminer li fait un gran fogo ardant. ((530))
 Por me Paris e darer e davant
13985Fu la novela portea por la çant. (485)
 Ne remis dona qe fust de valimant,
 Ne çivaler, peon ni merçaant,
 Qe non vegna a la plaça veoir le çuçemant; ((535))
 Çascun la plure de cor e de talant.
13990E Blançiflor si fo mené davant, (490)
 Suso la plaçe davant li fois ardant.
 Quando la vi le fois, en çenolon se rant,
 E dolçement prega Deo onipotant ((540))
 Qe de quela justisie li soja remenbrant;
13995Si como mor sença nul falimant, (495)
 Ne mostri Deo vendeta in breve tanp,
 Siqe le saça le petit e li grant.
 Or entendés, segnur e bona çant, ((545))
 Ço qe fe Machario le seduant:
14000El fo venu da li fois davant, (500)
 Li nan el porte en braçe solemant,
 E po aprés a domander li prant:
 “Nan, nan,” fait il, “dì mo seguremant: ((550))
 Fus tu cun la dama uncha a ton vivant?”
14005“Oil voir, sire, una fois e sesant, (505)
 Son sta cun le in leto et altremant.”*
 Quando Machario l’olde, veçando tote jant,
 En le fois le rue, si dis, “Va seduant!* ((555))
 Honi à tu li rois, ne t’en çirà vantant!”
14010Et ensi le fait arder in fois ardant. (510)
 Porço le fi Machario, qe mais en son vivant,
 De quella colse ma non deise niant.
 Or fo li nan arso, qe fe li tradimant; ((560))
 Çascun qe le voit, e petiti e grant,
14015En laudent Deo e la majesté sant.* (515)
 E la raine fo ilec davant;
 E plura e plançe e ses man destant,
 E prega Deo e la majesté sant, ((565))
 Merçé aça de sa arme a li son comant.
 
 Rubric 396
 Coment li rois apele la raine.
 Laisse 397
 
14020La raina fo davanti l’inperaor, (520)
 Et ilec stoit a dol et a plor;
 E prega Deo, li maine redentor,
 Qe de soa arma faça li mejor, ((570))
 Qe aler posa a la gloria major.
14025Li rois apele, si le dis por amor: (525)
 “Çentil rois, sire, por Deo le Criator,
 Faites a moi venir un saçes confesor,
 Qe moi saça conseler de me peçé major.” ((575))
 Dist li rois, “Volunter sens demor;*
14030L’abes de san Donis, e no so nul milor.” (530)
 Tosto le fe venir, qi ne çanti ni plor.
 
 Rubric 397
 Coment l’abes parole.
 Laisse 398
 
 A gran mervele fu saçes l’inperer;
 L’abes de san Donis elo fa demander, ((580))
 Davanti la raine e·lo fait apresenter.*
14035“Dama,” dist l’abes, “volez vos confeser?” (535)
 Dist la raina, “E vos e demando e quer.”
 Davanti l’abes se vait ençenoler;
 Tuti li so peçé li oit dito e conté,* ((585))
 Ne pur un solo ela no li oit lasé,
14040Quanti s’en oit a son tenpo remenbré. (540)
 Et in apreso li oit aderasné,
 Como estoit ençinte d’un arité,
 Le qual estoit de·l rois de Crestenté. ((590))
 E l’abes fo saço e dotriné;
14045Por rason la oit ademandé* (545)
 De cella colsa dont estoit calonçé.
 Dist la raina, “Dirò vos verité;
 Deo me confonde se dirò falsité. ((595))
 Çentil abes, e vojo qe vu saçé,
14050Qe una fois qe eo estoja deporté (550)
 En un çardin, çes me fo encontré.
 Li mal Macario si me fo acosté
 De drueria m’avoit apellé, ((600))
 Si como falso malvasio renojé.
14055Et eo da lui ben me fui defensé, (555)
 E malament eo li resposi aré.
 E se mais m’aust ces rason conté,
 A mon segnor li averoie derasné. ((605))
 Or savés vos qe me fe cil malfé?
14060A moi avoit li nano envojé, (560)
 Con ste parole q’il m’avoit conté;
 Et eo quel nan avì ben pagé,
 Donde le çevo el n’oit ensanglenté. ((610))
 Et in apreso quel traito renojé
14065Con quel nan el se fo conselé; (565)
 Entro ma çanbre lo mis a la çelé.
 Quando li rois fo a·l matin alé,
 Et in mon leto fo cel nan colçé, ((615))
 Siqe li rois li trovò quant fu reparié;
14070Et eo me dormia, tuta fo spaventé, (570)
 Quant vi li rois e li altri çivalé.
 Adoncha fu e presa e ligé,
 E a li fois eo sonto mo çuçé, ((620))
 A gran torto et a mortel peçé.
14075E vos ò dito tuta la verité, (575)
 Unde e vos (prego), nobel me abé,*
 Qe tuti li altri peçé vu me perdoné,
 Ma de questo, perdon no vos quero e.” ((625))
 L’abes l’intent, ferament l’oit guardé;
14080Et olde la dama, ço q’el oit parlé, (580)
 A la justisie quant estoit çuçé.
 Or voit il ben q’ela dise verité;
 L’abes fu saçes e ben doté, ((630))
 E dolçemant la oit reconforté,*
14085E si la oit benei e sagré, (585)
 Si l’oit asolta de tute li so peçé.*
 Quant à ço fato, si s’en retorna aré
 O vi li rois, cela part est alé ((635))
 Ça li serà mante rason conté.
 
 Rubric 398
 Coment la raine se confesse.
 Laisse 399
 
14090L’abes fu sajes e ben dotrinés; (590)
 E quela dame oit ben aderasnés.
 Nesun peçé oit en le trovés,
 Dont posa eser de nient g(r)avés.* ((640))
 O vi li rois, cela part est alés,
14095E pois apela d·i baron plu privés: (595)
 Naimes li dux, li saço e li dotés,
 E li Danois, qe tant est prisés,*
 A un conseil n’oit manti menés, ((645))
 De le milor e de mejo enparentés;
14100Mais de qui de Magançe no le fo un clamés.* (600)
 “Segnur,” dist l’abes, “e vojo qe vu saçés,
 Quant a la mort l’omo est aprosmés,
 D·i so peçé nesun oit çelés, ((650))
 Qe i non die tot la verités.
14105La raina est avec moi confesés; (605)
 Toti li so peçé m’à dito e palentés.
 Si so trois ben ço q’ela oit ovrés;
 Ela poit ester de tel colsa calonçés, ((655))
 Qe jamais por le non fo dito ni pensés.
14110E de un altra ren m’oit apalentés; (610)
 Qe inçinta estoit de filz e de rités.
 Unde, çentil rois, guarda que vu façés;
 De le oncir seroit major peçés, ((660))
 Qe non oit cil qe Deo oit acusés,
14115Donde elo fo sor la cros encloés.” (615)
 Naimes l’oldì, si l’entendì asés;
 A le parole qe l’abes oit contés,
 El conoit tota la verités; ((665))
 E de cella colsa qe la dama è calonçés
14120È calonçea a torto et a peçés. (620)
 
 Rubric 399
 Coment Naimes parole a Karlo.
 Laisse 400
 
 “Emperer, sire,” dist Naimes de Baiver,*
 “Se vos volés a mon conseil ovrer,
 Un tel conseil vos averò doner, ((670))
 Qe da la jent vu n’averì bon loer,
14125Ne nul serà qe vos posa blasmer. (625)
 Se la dama est inçinta, grant seroit li danger
 De le malement çuçer.*
 Ma s’el vos plas, e volez otrier, ((675))
 Vu la farés ad un d·i ves bailer,
14130Qe ve la deça e condur e mener* (630)
 Fora de tot li vestre regner.
 Et a le averì dir e comander,
 Q’ela no se lasi ni veoir ni guarder.” ((680))
 Dist li rois, “Quest’è ben d’agraer;
14135Meltre conseil ne me porés doner. (635)
 Daq’el vos plas, et eo li vojo otrier.”
 Adoncha fait la dama arer torner,
 E da li fois la fait desevrer. ((685))
 Tota la jent en pris Deo adorer;
14140Li rois vi la raine si le prist a conter: (640)
 “Çentil raine, molto v’avea çer,
 Colsa avì fato donda ne vos poso amer.
 E vos vojo la vita perdoner, ((690))
 Mais el vos convent in tal part aler
14145Qe mais no ve posa veoir ni esguarder. (645)
 E vos farò tros ben aconpagner,
 Tantqe serés fora de mon terer.”
 La dama l’olde, si comença a plurer. ((695))
 Dist li rois, “Alez vos coroer,*
14150En vestra çanbre e vestir e çalçer.* (650)
 E prendés de l’avoir qe ajés por spenser.”
 Dist la raina, “Et eo li vojo otrier.
 Vestre voloir non vojo stratorner.” ((700))
 Entro sa çanbre se vait ad atorner;
14155E l’inperer non volse l’ovra oblier. (655)
 Un son donçel elo fe apeler,
 Li qual estoit parent de Morant de River.
 En tota la cort no se poroit trover ((705))
 Nul damisel plus cortois e ber,
14160Ne qe plu amase l’onor de l’inperer. (660)
 Albaris oit non, ensi se fait clamer;
 Plus est lojal de nul altro çivaler.
 Le rois le vi, si le prist a ’peler; ((710))
 “Albaris, sire, alez vos pariler;
14165Cun la raine el vos convent aler. (665)
 Et in tal lois (v)u la deça mener,
 Tantq’ela soja fora de mon terer.
 E quant averì ço fato, si v’en tornez arer.”* ((715))
 Dist Albaris, “Ne le poso contraster.
14170Vestre voloir eo farò volunter.” (670)
 Adoncha Albaris no s’en volse entarder;
 Son palafroi el se fe enseler,
 E çinse li brando, non oit altro corer; ((720))
 Et in man el porte un sparaver.
14175Tutor li vait darer un so livrer; (675)
 La dama fait sor un palafroi monter;
 Via la mene, qi ne doja nojer,
 Por le çamin se mist ad erer. ((725))
 Gran dol ne moine peon e çivaler,
14180Meesmo li rois, cun Naimes de Baiver.* (680)
 
 Rubric 400
 Coment s’en vait Alabaris.
 Laisse 401
 
 Quant Albaris s’en vait desevrant,
 Gran dol ne mene le petit e li grant;
 Meesmo li rois la plure tendremant. ((730))
 E cil s’en vait por le çamin erant,
14185Quant Machario veoit qe estoit entant. (685)
 A son oster el s’en vene corant*
 - Cil le destrue qe formò Moisant!
 Par lui fo la raine mesa in gran tormant - ((735))
 Elo s’armò d’arme e de guarnimant,
14190E si montò sor un auferant. (690)
 Prist una tarçe, a li col se l’apant,
 Et in sa man una lança trençant.
 De Paris ese soeve e belemant; ((740))
 Rer Albaris el vait çivalçant.
14195Et Albaris s’en vait cun la dama ensemant; (695)
 Ne se dotava de persona vivant.
 Las, qe li rois no sa de·l traimant,
 Qe li oit fato Machario le seduant! ((745))
 Tant s’est Albaris alés avant,
14200Q’el çunse ad une fontane, a costé d’un pendant (700)
 De una selve mervilosa e grant.
 La raina la vi, a covoter la prant;
 Ela dist ad Albaris enn ojant,* ((750))
 “Albaris, sire, e vos pre e demant,
14205Qe a la fontane me metés davant; (705)
 Si son lasée, de boir n’ò talant.”
 Dist Albaris, “Vu parlé saçemant.”
 Elo desis de·l palafroi anblant; ((755))
 Ven a la dame, en ses braçe la prant,
14210De·l palafroi la desis mantenant; (710)
 Sor la fontane la mis en seant.*
 E la dama ne boit, qi n’oit gran talant;
 Si s’à lava le man, e le vis ensemant.* ((760))
 Pois si à levé le çevo, si s’à guardé davant,
14215E vide Machario venir esperonant; (715)
 E si estoit armé d’arme e de guarnimant.
 Quando le vi, nen fo mais si dolant;
 Molto durament a lamenter se prant. ((765))
 “Albaris,” fait ela, “el nos va malemant,
14220Qe de ça ven li malvas seduant, (720)
 Par cui e son caçea de·l reame de Frant.”
 Dist Albaris, “No vos doté niant.
 Ben vos averò defendre a tuto me poant.” ((770))
 Atant ecote vos li traitor seduant;
14225Ad Albaris elo dist enn ojant:* (725)
 “Tu no la po mener par nula ren vivant!
 De le farò tot li mon talant.”*
 “Nen farì,” dist Albaris, “por lo men esiant. ((775))
 Ançi, çercharés de·l trençer de mon brant.”
 
 Rubric 401
 Coment Macario parole a ’Lbaris.
 Laisse 402
 
14230“Machario,” dist Albaris, “e no vos quer nojer. (730)
 Tu m’è por mal avenu darer,
 Por la raine qe m’è donea a gujer.
 Quant li saverà Karlo maino l’inperer, ((780))
 E li Danois e·l dux Naimes de Baiver,
14235Tot ton avoir no t’averà çoer, (735)
 Q’elo no te faça a dos fors apiçer.
 Torna arer, no ne dar engonbrer;
 Ço qe tu pensi no te val un diner.” ((785))
 Dist Machario, “Tu no la po mener!
14240E se de ren tu la vo defenser, (740)
 El vos estoit a mala mort finer.”
 Quant Machario vi q’el no la vol bailer,
 Decontra lui el ponçe son destrer. ((790))
 E Albaris si fo pro e liçer;
14245El tira la spea, si le va calonçer.* (745)
 Se Albaris aust eu son corer,
 Ben l’aust defesa contra un çivaler.*
 L’un contra l’autre lasa le çival aler; ((795))
 Albaris ten li brant forbi d’açer;
14250Dever Macario s’en vait cun çengler. (750)
 E Macario ponçe e broça li destrer,
 E brandist l’aste a li fer d’açer.
 Macario est armé de arme e de corer, ((800))
 E Albaris non ait se no li brant d’açer,
14255Siq’el po mal cun Machario plaider. (755)
 Grant fu la bataile d’anbesdos çivaler;
 L’omo q’è desarmé non val un diner*
 Contre celu qe oit son corer. ((805))
 Machario fer Albaris de la lança plener;
14260El non oit arme qe·l posa defenser. (760)
 Por mi le cors le mis le spe d’açer,
 Morto le çeta in le pre verdojer.
 Quant la raina vi le pla si aler, ((810))
 En tant como la vi la bataila durer,
14265Si durament se pris a spaventer. (765)
 Entro le bois s’est alé a fiçer,
 Q’el no la posa avoir ni reçater.
 Tutora prega Deo, li vor justisier, ((815))
 Qe guardi Albaris da mortel engonbrer.
 
 Rubric 402
 Coment se conbate Macario con Albaris.*
 Laisse 403
 
14270Quando la raina à veçu quelo stor, (770)
 A gran mervele ela oit gran paor.
 Deo reclame, li maine Criator,
 E la Verçene polçele, qi le faça secor, ((820))
 En le gran boscho, en le major erbor,
14275Ela se fiçe et a dol et a plor. (775)
 E quant Machario oit morto cil valvasor,
 Elo reguarde environ et intor.
 Quant no la trove, el oit gran tristor; ((825))
 De ço q’el oit fato, el oit gran dolor.
14280El lasò Albaris çasando a l’arbor* (780)
 Prés la fontane de la verde color.
 Arer retorne a la cort l’inperaor;
 Ne cuita qe hon le saça, ni grant ni menor. ((830))
 E la raine s’en vait cun gran paor,
14285Par me cel bois menando gran dolor. (785)
 Deo la condue, qe fa naser le flor;
 De le lairon trosqu’a un altro jor,
 Como en le bois durò gran langor. ((835))
 
 Rubric 403
 Coment fu morto Albaris.
 Laisse 404
 
 Or fo Albaris en le preo versé,*
14290E son levrer sor lui fo acosté. (790)
 Le palafroi manue de l’erba por li pre;
 Trois jorni stete le livrer, q’el non oit mançé;
 Nen fo ma creatura in cesto mondo né ((840))
 Qe son segnor aça mejo pluré,
14295Con cel levrer qe tant l’oit amé.* (795)
 E quando tros jorni furent trapasé,
 La fame fo si grande a le levrer monté,
 Nen pote plus ilec avoir duré; ((845))
 Dever Paris elo fo açaminé;
14300Tant est alé q’el fo a la çité, (800)
 Ven a·l palés, montò sor le degré.
 E fo a tel ore q’el estoit aparilé;
 A le table erent le çivaler aseté. ((850))
 Quant le levrer fo sor la sala monté,
14305Elo reguarda avanti et aré. (805)
 O vi Machario, cela part est alé,
 O il estoit a tables aseté,*
 Sovra la table fo le levrer lançé, ((855))
 Entro le vis li oit asaçé,
14310Si le donò una gran morsegé, (810)
 E pois n’oit pris d·i pan quanti n’oit saçé.
 Via s’en vait, quant le cri fo levé;
 A son segnor elo fo retorné, ((860))
 O il estoit en le canpo versé.
14315E Macario remis a la tabla navré; (815)
 Çascun qe le veoit s’en est amervelé,
 E da plusur fo le levrer guardé,
 Qe entro soi ont dito e parlé - ((865))
 Se Albaris fust arer retorné*
14320Qe cun la raine l’oit Karlo envojé, (820)
 “A·l son levrer quel est asomilé.” -
 E Macario fo a sa mason alé;
 Por mires mande, qe le ont bindé. ((870))
 E Macario oit sa jent apelé:
14325“Segnur,” fait il, “se de nient m’amé, (825)
 Quant eo serò a li palés alé,
 Et a table eo serò aseté,
 Se quel levrer serà reparié, ((875))
 Çascun de vos aça un baston quaré
14330Faites qe a moi el non soja aprosmé.” (830)
 E cil le dient, “Volunter e de gre;
 Nu faron ben la vostra volunté.”
 E li can oit de cel pan mançé, ((880))
 Qe il avoit de la tabla porté,
14335Terço çorno stete q’el non fo sevré; (835)
 E quant il oit la fame asa duré,
 Dever la cort el fo açaminé,
 Pur a quel ore q’el estoit parilé. ((885))
 E Macario estoit a le table aseté;
14340Ancora avoit le viso inbindé. (840)
 Venu estoit a la cort, e si se fo mostré
 Porqe la jent n’aust mal pensé.
 E le livrer fo sor li palés monté, ((890))
 Tosto el fust a Macario alé.
14345Quant cele jent da li baston quaré, (845)
 Le escrient, si le done de gran colé.
 E li can fu a la tabla alé;
 Prende d·i pan, si fo via scanpé, ((895))
 Dont tot jent en fo amervellé.
14350A son segnor el fo reparié. (850)
 
 Rubric 404
 Coment Naimes parlò a Karlo.
 Laisse 405
 
 Naimes apella l’inperaor Karlon:*
 “Mon sir,” fait il, “entendés ma rason.
 Questa mervile jamais non vi nul hon; ((900))
 Se m’en creés, nu si en la faron:
14355Nu seren parilés, çivaler e peon, (855)
 Quant le livrer virà, qe nu le seguiron.
 Non è sença mervile de ço qe nu veon.”
 Dist l’inperer, “A Deo benecion.” ((905))
 E le levrer non fi arestason;
14360Quant avoit fame, non fe demorason; (860)
 A Paris vene como a useson.
 Quant fo a·l palés sor le mastre dojon,
 Le levrer guarde entor et environ, ((910))
 Por veoir Macario se el poust o non.
14365E qui qi aient en ses man li baston (865)
 Feru li aust s’el non fust Naimon
 Qe le contrarie, si le crie ad alto ton:
 “No le toçés, por li ocli de·l fron!” ((915))
 Cil le lasent, o il volist o non.
14370E l’inperer e·l duc Naimon, (870)
 E li Danois cun molti altri baron,
 A çival montarent qi tot mejo poon,
 E seguent li levrir a força et a bandon.* ((920))
 Tant alirent q’i no demoron;
14375Qe a li bois ili s’aprosmon, (875)
 Unde gran flé de lo morto venon,*
 E voit le can qe sor lui s’areston.
 Quant i le voit, arer se traon; ((925))
 Por me li pre i guardent e veon
14380Li palafroi d’Albaris coneon; (880)
 Quant i le voit, gran dol en demenon.
 
 Rubric 405
 Coment atrovent Alb(ar)is mort.
 Laisse 406
 
 Quant l’inperer oit pris a guarder,
 Conoit li palafroi d’Albaris en primer, ((930))
 Et in apreso conoit li levrer.
14385Çascun començe altament a crier, (885)
 “Questo è gran dalmaço, nobel enperer!”
 Karlo apela dux Naimes de Baiver:
 “Conselés moi, je vos vojo en projer.” ((935))
 E dist Naimes, “Questo no se po çeler,
14390Qe la justisie si fait li levrer; (890)
 Colu q’el plu ait sa tot le mester.
 Ora faites Macario pier,
 Q’el nos saverà tot li voir conter; ((940))
 E a Paris faron li corpo aporter,
14395E altament li faron enterer; (895)
 De la justisie pois averon demander.”
 Dist l’inperer, “Vu parlés como ber;
 Ço qe (v)os plait non vojo contraster.”* ((945))
 Adoncha fait Macario pier;
14400A soa jent ben le fait guarder. (900)
 Li corpo è fraido, nul homo li voit toçer;*
 Erbe prendent oliose e cler,
 A·l mejo qe il poit le fi a Paris porter. ((950))
 Con gran honor le font enterer;
14405(Ças)cun le plure, peon e çivaler,* (905)
 Dame e polçele, e petit baçaler.
 Quando fo seveli, li rois retorna arer,
 Et avec lui dux Naimes de Baiver. ((955))
 Tota la jent començent a crier,
14410Pur de justisia prendent a rojer.* (910)
 E li rois se fait Macario amener;
 “Machario,” fait il, “Molto me poso merveler,*
 Quando eo t’oldo a tota jent acuser, ((960))
 De la mort d’Albaris qe era pro e ber.
14415Droit a·l can te veço calonçer; (915)
 Se tu à morto Albaris, qe est de ma muler,
 Qe a ’Lbaris eo la dè a mener
 En estranço pais por mon cors vençer?” ((965))
 Dist Macario, “Bon rois, lasez ester,
14420Queste parole a moi aderasner. (920)
 Mais no le fi, ne no l’avì en penser;
 E qi de ço me vole calonçer,
 Apresté sui por bataja proer.” ((970))
 A ste parole ven Naimes de Baiver,
14425Oldì li traito si altament parler; (925)
 Por li so parenté, no le olsa nul contraster.
 Naimes le guarda, n’ait en lui qe irer;
 El dist a·l roi, “Or le lasez aler, ((975))
 E prendés conseil da li ves çivaler;
14430De le çuçer farì a son loer. (930)
 E se por paure vu ve retra arer,
 Nen serì degno d’eser mai enperer.”
 
 Rubric 406
 Coment li rois prist cons(e)il.*
 Laisse 407
 
 Li enperer nen demorò ne mie; ((980))
 Fe asenbler tota sa baronie,
14435E furent plus de cento de gran çivalerie. (935)
 Sor li palés de la sala antie,
 Fu asenblés q’i ne plançe ne rie.
 “Segnur,” dist li rois, “nen lairò nen vos die; ((985))
 Fato m’estoit una gran stoltie.
14440Calonçé m’estoit ma muler, donde son vergognie;* (940)
 Mo m’è morto Albaris, don son gramo et irie.
 Conselés moi, e vos demando e prie;
 Ne non guardés por paure d’omo qe sie.” ((990))
 Quant li baroni ont la parola oie,*
14445Mal aça quel qe un moto en die; (945)
 Por li traitor, çascun si s’omilie,
 Tant dotent la soa segnorie.
 
 Rubric 407
 Coment Naimes paroloe.*
 Laisse 408
 
 Tot primeran Naimes oit parlé: ((995))
 “Çentil rois, sire, e vojo qe vu saçé,
14450De li baron qi son qui asenblé (950)
 E veço ben tuta sa volunté,
 Qe por paure cascun se trait aré;
 Tant dotent d·i traiti la poesté. ((1000))
 Mais eo dirò un poi de mon pensé;
14455Qui de Magançe son grandi et honoré. (955)
 En Alamagne non è mejo enparenté;
 Ne non est homo en la Cresteneté,
 Qe sego volust faire bataja en pre, ((1005))
 E laser la justise seroit gran peçé.*
14460Un conseilo eo donarò segondo ma volunté; (960)
 E non cre qe da nul eo en sia blasmé:
 Q’el se prenda Macario qi n’est calonçé,
 Et in guarnelo elo sia despoilé,* ((1010))
 E in man aça un baston d’un braço smesuré,*
14465E sor la plaça soja fato un astelé;* (965)
 Machario e li can soja dentro mené.
 Ço est, li can d’Albaris (qe fo morto trové),
 Donde Machario n’estoit calonçé; ((1015))
 Si cun li can li oit au en aé.
14470Se li can est vinto, el soja delivré; (970)
 E se Machario è por lui afolé,
 Demantenent el soja çuçé
 Como traites e malvasio renojé.”* ((1020))
 Quant qi qe erent a li conseil privé
14475Oldent Naimes, coment ont parlé, (975)
 Çascun li oit molto ben agraé.
 Ne le fo nul qe se traist aré;
 Meesmo li rois li oit otrié. ((1025))
 Li parenti de Machario en son çojant e lé;
14480Nen cuitoit mie le fato fose si alé, (980)
 Qe por un can fose vinto ni maté.
 
 Rubric 408
 Coment Macario fe li bataille con li ca(n).
 Laisse 409
 
 Çojant fo li parenti Gainelon,
 De·l çuçement c’oit dito Naimon. ((1030))
 Nen cuitoit mie si alast la rason,
14485Qe por un can fose vinto un tel baron. (985)
 E l’inperer, qe Karlo oit non,
 Nen volse fare nula demorason;
 Desor la plaçe, davanti li dojon, ((1035))
 Una gran stelea fait lever enson.
14490Molto ben serà entorno et inviron,* (990)
 Pois fa crier un bando, qe s’el fose nul hon
 Qe la pasese sença redencion,
 Apendu ert a fors como laron: ((1040))
 Çascun guardi la bataile in pax, sença tençon.*
14495Adoncha li rois non fe arestason; (995)
 Tot primeran Machario prendon,
 En guarnelo i·le despoleron,
 Et in sa man li donò un baston,* ((1045))
 Qe de un braço estoit voire lon;
14500Elo no li n’oit nul autre guarison.* (1000)
 Quant à ço fato, in l’astelea li meton,
 E pois le mis le levrer, qi ne pi si o non.*
 Quant le levrés fo dens, el se guarda environ; ((1050))
 O vi Machario el se core a randon.
 
 Rubric 409
 Coment li can vait sovra Macario.
 Laisse 410
 
14505Quando li can oit Machario veu,* (1005)
 Sovra li cor cun li denti agu,
 E por li flanco elo l’oit prendu;
 E cil li oit cun li baston feru, ((1055))
 Una gran bote e por flanco e por bu,
14510E cil a lu fer cun li denti agu; (1010)
 Si grande fo la bataile, n’en fo major veu.
 Tota la jent qe in Paris fu
 Por veoir la justisie sont a la plaça venu, ((1060))
 Qe tot quant ont levé li u,
14515E braent e crient, “Santa Maria aju! (1015)
 Ancor ne soja la verité veu,
 Por Albaris mostrez vestra vertu!”
 Si grant fu la bataile, n’en fo tel veu, ((1065))
 Como en quel çorno en furent mantenu.
14520Quant li parenti Macario se ne aperçeu, (1020)
 Dient ensenbre, “Cun nu sen deceu!
 Par un can demo eser confondu?”
 Un de lor fu sor l’astelea salu; ((1070))
 Dentro fust alé, quant esclamé li fu,
14525Qe mantenent elo sia prendu (1025)
 Entro quel lois o il estoit salu;
 Quant cil l’intent, en fua fo metu.
 
 Rubric 410
 Coment fu grant la bataille.
 Laisse 411
 
 Va s’en li traito, no se volse entarder; ((1075))
 Quando li rois fait un bando crier:
14530“Çascun de qui qi le porà pier, (1030)
 Li rois li farà mile livre doner!”
 Quant un vilan oldì li banojer,
 Qe venoit da la vile a conparer, ((1080))
 A la cité por conparer soler,
14535En sa man oit un baston de pomer; (1035)
 Elo l’intopò a·l pasar d’un plaçer;
 Sovra li cor si le voit a pier,
 Por li avoir de voire guaagner. ((1085))
 Davant li rois li vait a presenter;*
14540Li rois le vi, molto li parse agraer; (1040)
 Le mile livre li fait doner,
 Pois fait celu e prender e liger,
 En cele lois o il volse paser. ((1090))
 Por la gorça elo li fe apiçer,
14545E pois apreso et arder e bruser. (1045)
 Gran dol n’oit qui de·l so parenter;
 Mais por li rois i no olsa mostrer.*
 Quela bataile fo tanto dura e fer; ((1095))
 Non est nul homo qe le poust conter.
14550A la deman apreso li vesprer, (1050)
 Si ne durò la meslea e li çostrer.*
 
 Rubric 411
 Coment fu grand la bataille tra Macario e li can.*
 Laisse 412
 
 Gran fu la meslée entro Machario e li can;
 Major non vi nesun homo vivan. ((1100))
 Lo can li morde por costes e por flan;
14555E cil le done de li baston sovan, (1055)
 Por me la teste siqe n’ese li san.
 Qui de Magançe ne fo en gran torman;
 Voluntera atrovast pato qe fust avenan, ((1105))
 Por oro et avoir e diner e besan.
14560E li rois çura Deo e meser san Jovan, (1060)
 Qe no li valerà tuto l’or qe fu an,
 Q’el non sia çuçés, se·l vinçe li can,
 Arso en fois o apendu a·l van; ((1110))
 A·l plasir son baron farà li çuçeman.
14565Grande fo la bataile tuto jor man a man; (1065)
 E li levrer li va si adestan,
 Qe Macario è fi laso e stan;*
 No se po aider ni de pe ni de man. ((1115))
 Por ira e maltalent li va sovra li can;
14570Entro le viso le mordì si fereman (1070)
 Le pomel de la golta li tole toto quan.
 E Macario si brait e crie alteman,
 “O estes vos alé, tot li me paran, ((1120))
 Qe no me secorés encontre da un can?”
14575Dist l’inperer, “I te son da luntan; (1075)
 Mal veisi Albaris e ma dama enseman,*
 Qe onceisi a dol e a torman.”
 Volez oir, segnur, coment la fe li can? ((1125))
 Sovra Machario el va por maltalan;
14580A la gola le prist, si·l ten si fereman, (1080)
 Q’elo l’abatì en tera a li plan.
 E cil cria, “Merci, por Deo e por li san!*
 O çentil rois, nobele e sovran, ((1130))
 No me lasar morir a tel torman!
14585Fà moi venir un qualche çapelan,* (1085)
 Qe vojo conter tot li mon engan.”
 Li rois l’intende, si·n fo legro e çojan;
 L’abes da san Donis fa apeler mantenan, ((1135))
 E cil le vene voluntera por talan.
 
 Rubric 412
 Coment Karlo fa apeler l’abes.
 Laisse 413
 
14590Le enperer nen fo pais demoré; (1090)
 L’abes da san Donis el oit demandé.
 E cil li vent, voluntera e de gre.
 Li rois li oit in l’astelea mandé, ((1140))
 O li can tent Macario seré;
14595Nen poit mover ne le man ni le pe. (1095)
 Cun bocha avoit molto planeto parlé,
 E l’abes, quant li fo acosté,
 Elo l’oit por rason demandé, ((1145))
 S’elo vole dire la verité
14600Q’elo soit ben cun l’ovra est alé, (1100)
 Segondo cun la raina li avoit conté.*
 Dist Machario, “Ora me confesé,
 Si me asolverì de tot li me peçé, ((1150))
 Qe je so ben qe son a mort çuçé,
14605E poco me varà toto me parenté.” (1105)
 Dist l’abes, “Si grant è li peçé,
 E cuito ben qe dites verité;
 Ma noportanto, se le vor contaré, ((1155))
 Por amor de la vestra nobilité
14610Li rois averà de vos merçé e piaté, (1110)
 E da moi meesme el ne serà projé.
 Ma e vojo quant vos li contaré,
 Qe li rois soja quialoga acosté, ((1160))
 E le dux Naimes e des autres asé,
14615Ni altrement n’en serisi amendé. (1115)
 Nian li can no t’averoit lasé,
 Qe questo est un miracolo de Dé,
 Quando un can à un tel homo afolé. ((1165))
 Donqua volt il q’el se saça li peçé,
14620Da tota jent e da bon e da re.” (1120)
 Dist Machario, “Faites ves volunté.”
 Adoncha l’abes oit li rois clamé,
 E le dux Naim de·l ducha de Bai(v)é;* ((1170))
 Si le fe venir totes, e boni e re,
14625Por de Machario oldir li peçé. (1125)
 Ça oldirés coment il oit ovré
 Celle malvés qe in malora fu né.
 Dist l’abes, “Ora si començé. ((1175))
 Dites le voir, e no me·l çelé,
14630Qe je so ben cun l’ovra est alé, (1130)
 Qe la raine ben me l’avoit conté
 Ço qe tu fisi e davant e daré.”
 Dist Macario, “Non dirò falsité; ((1180))
 Ma faites tanto q’el can m’aça lasé.”
14635Dist li rois, “Vu avì ben falé; (1135)
 Nen serì lasé si dirì verité.”
 Adonqua Macario avoit començé,
 A dire tot li so peçé, ((1185))
 Coment oit ovré avant e aré.
 
 Rubric 413
 Coment Macario se confese da l’abes.
 Laisse 414
 
14640Adoncha Machario començò primemant (1140)
 A dire de la raine, o fi li parlemant,
 Tot en primera en le çardin verdojant;
 Como d’amor li aloit derasnant, ((1190))
 E como a lui respose vilanemant.
14645Si le dist de li nan tot li convenant, (1145)
 Como li mandò a parler primemant,*
 E in apreso le dise ensemant
 De la çanbre e cun per li so comant, ((1195))
 Entrò en le leto por maltalant,
14650Por acuser la raine e far·li nojamant; (1150)
 E como en le fois le çitò voiremant,
 Açoqe de l’ovre no s’en saust niant;
 E quant la raine vide aler avant, ((1200))
 Qe Albaris la menoit, nen fo ma si dolant,
14655Q’ela non fo brusea a li fois ardant. (1155)
 E quando vide ço, prise son guarnimant,
 Arer li alò, armé sor l’auferant,
 Por avoir la raine a li so comant. ((1205))
 Quando Albaris la defese çentilmant,
14660Unde l’oncis a la spea trençant. (1160)
 “De la raine ne vos so dir niant,
 Q’ela a moi desparì si davant,
 Ne la potì veoir ni trover de niant; ((1210))
 En cele bois se ficò merviloso e grant.*
14665Et eo m’en retorne, nen fe arestamant;* (1165)
 De ço qe avea fato en fu gramo e dolant.
 Deo no me perdoni, s’elo fo altremant.”
 Dist li rois, “Tu m’à fato dolant; ((1215))
 Calonçé ma muler c’amava dolçemant,
14670Uncha non sie rois ni corone portant, (1170)
 Nen mançarò unqes a mon vivant,
 Si veroie de lu le çuçemant.”*
 “Naimes,” dist li rois, “quest’è mal seduant;* ((1220))
 Trai à ma muler par son inçantamant,
14675Morto m’oit Albaris qe eo amava cotant; (1175)
 De le çuçement m’alez conselant.”
 E dist Naimes, “Nu faron saçemant;
 Nu·l faron prendre a gran çival corant; ((1225))
 Por Paris li faron trainer in primemant.
14680E pois li faron arder a fois ardant; (1180)
 E (se) de se parente nesun dirà niant,*
 De lor meesme nu faron altretant.”
 Çascun escrie, “El parla çentilmant.” ((1230))
 Ancora li can lo ten si stroitemant,
14685El no s’en poit corler de niant.* (1185)
 Quant li enperer li proie dolçemant,
 Por son amor elo li vada lasant,
 E cil le fe a li ses comant, ((1235))
 Cun faroit creature qe aust esiant.
14690Si se fe li can toto li so comant, (1190)
 E quant li oit delivré voiremant,
 Avantiqe l’abes faist desevramant,
 Si le segnò, si le donò penetant. ((1240))
 
 Rubric 414
 Coment fu çuçé Machario.
 Laisse 415
 
 Segnur, or entendés como ovrò l’inperer:
14695Por li conseil dux Naimes de Baiver, (1195)
 Machario fait pier tot en primer,
 E a çivals elo lo fait trainer,
 Par tot Paris e davant e darer. ((1245))
 Darer lui vait peon e çivaler,
14700Piçoli e grandi, garçon e baçaler, (1200)
 Si grandement e uçer e crier.
 Çascun disea, “Mora, mora le liçer,
 Qe de la raina volse far vituper, ((1250))
 E qe ancis Albaris, li meltre baçaler
14705Qe se poust en Paris atrover!” (1205)
 Ensi le moine e davant e darer;
 Quant à ço fato, retorna a li plaçer.*
 Ilec fait un gran fois alumer, ((1255))
 Ilec le fi et arder e bruxer;
14710Parente q’el aust ne le pote contraster. (1210)
 Quant à ço fato, si le fe enterer,
 Qui de Magançe n’avoit gran vituper.
 Or laseron de lui quiloga ster, ((1260))
 Segondo l’ovre n’oit au son loer.*
14715A Paris remist Karlo maino l’inperer; (1215)
 Dolent fu (de) Blanciflor, sa muler,*
 E d’Albaris q’el avoit molto çer,
 E de Macario q’era so çivaler. ((1265))
 A la raine nu devon retorner;*
14720Quant ela vi l’ovra afiner, (1220)
 E vide Albaris de·l çival verser,
 Cun per li bois se mis ad erer,*
 Avantiq’ela trovase li bon Varocher,* ((1270))
 Gran pena e tormant li convene durer.
14725Grosa et inçinta estoit d’un baçaler, (1225)
 Qe a gran pene ela poit aler.
 
 Rubric 415
 Coment vait la raina per li bois.*
 Laisse 416
 
 Via vait la raine a dolo et a torment;*
 A gran mervile ela estoit dolent ((1275))
 De Albaris, dont vi le finiment.
14730M’ela no soit mie de le gran (ç)u(ç)ement* (1230)
 Qe estoit fato de·l traito puelent,
 Qe au n’aust qualqe restorament.
 Tant est alea por li bois en avent; ((1280))
 A l’ensua de·l bois en un pre verdojent,
14735Ela vide un hon venir erament, (1235)
 De li gran bois un faso portent,
 De legne por soi norisiment,
 Por noir sa feme e ses petit enfent. ((1285))
 Quando vi la raine, a demander la prent:
14740“Dama,” fait il, “vu alé malement, (1240)
 Cosi sole sença homo vivent.
 Senblai moi la raina, se eo no ment.
 Como alez vos? V’è fato nojament?* ((1290))
 Dites·le moi, si ne prendrò vençament.”
14745“Ami,” dist la raina, “tu parli de nient; (1245)
 De mon afaire te dirai le covent.
 E son ben la raine, e de ço no te ment;
 Acusea son a li rois durement, ((1295))
 Por un traites, qe li cor Deo crevent,
14750Qe me fait aler si malement. (1250)
 Unde eo te prego, çentil homo valent,
 Qe tu me façi qualche restorament,
 Qe aler poust par toi segurement* ((1300))
 En Costantinopoli, o son li me parent.
14755E se tu le fa, bon gujerdon n’atent;* (1255)
 Ancora por moi serà rico e manent.”
 Dist Varoché, “Vu parla de nient;*
 Ne vos ò abandoner a tot mon vivent.* ((1305))
 Venez rer moi, eo alirò avent,
14760Trosqua a ma mason qe est qui davent, (1260)
 O aço ma muler e dos beli enfent;
 Conçé eo demandrò, pois aliren avent.”
 Dist la raine, “Soja a li ves coment.” ((1310))
 Adoncha s’en vait, anbes comunelment,
14765Tantqe a sa mason i se vait aprosment. (1265)
 
 Rubric 416
 Coment Varocher demande / (co(n)gé) da sa dama.*
 Laisse 417
 
 Quant Varocher fu a sa mason venu,
 El entra en la mason, la soma deponu.
 “Dama,” fait il, “no m’atendez plu; ((1315))
 Si seroit ben tot li mois conplu.”
14770E quela li demande, “Mon sir, o alez vu?” (1270)
 E cil le dist, “Or sta a·l Deo salu.
 De·l revenir, eo no te so dir plu.”
 En soa man oit un gran baston prendu; ((1320))
 Grant fu e groso e quaré e menbru.
14775La teste oit grose, le çavi borfolu;* (1275)
 Si strançes hon no fo unches veu.
 Via s’en vait, a força et a vertu,
 E la raine si vait derer lu. ((1325))
 I pase Françe, qe aresté non fu,
14780E la Proençe, q’i no fo conou, (1280)
 E Lonbardie, tota quanta por menu.
 Tant sont alé, q’i no sont arestu,
 Qe a Veneze i se sont venu. ((1330))
 En neve entrent, oltra forent metu;
14785Çascun qe Varocher avoient veu, (1285)
 Çascun li guarde, si s’en rise rer lu.
 Tant alirent por cele poi agu,
 Pasent ces porti, le vals e le erbu. ((1335))
 En Ongarie i se sont venu;
14790A cha d’un bon oster i sonto desendu, (1290)
 Qe avoit dos files, uncha plu bele non fu,
 E una sa dame, qe fo de gran vertu,
 Qe molto amoit li povre e la çent menu. ((1340))
 E li oster fu saçes e menbru;
14795Et oit nome Primeran, molto en fo coneu, (1295)
 Da tota jent, e grandi e menu. . . . *
 Çascun qe le voit, croit qe soja deceu,
 E q’elo soja de lo seno ensu, ((1345))
 Por li baston q’el oit groso e quaru,
14800E por li çevo q’el oit si velu. (1300)
 E li oster li oit por rason metu,
 Donde il est, e donde il est venu.
 Dist Varocher, “D’oltra li po agu. ((1350))
 E quest’è ma muler, qi m’est rer venu.”
14805Quant li oster li oit entendu, (1305)
 El dist a sa muler qe ben soja servu
 Quella dame, et ad asio metu.
 E quella le fait, qe ben ovrea fu. ((1355))
 
 Rubric 417
 Coment la raina estoit inn Ongarie.*
 Laisse 418
 
 Ora fu la raine molto ben ostalé, (1310)
14810De tuto ço qe li estoit a gre*
 Quella dame li donò a sa volunté*
 P<or>q’ela li par dona de gran bonté.
 Quando la guarda por flans e por costé, ((1360))
 Graveda la voit, si le pris piaté.
14815Ele la demande, “Qe est quel malfé,* (1315)
 Qe senpre porta quel gran bastun quaré?
 Ait il nul seno, o est desvé?”
 Dist la raine, “Cosi è costumé. ((1365))
 No la adastés, ne no le coroçé,*
14820Qe de seno non est ben tenpré. (1320)
 Mon segnor est, in guarda m’oit mené.”
 Diste le dame, “Soja a li honor de Dé.*
 A nostro poer serì servi et honoré.” ((1370))
 A Varocher donent ço qe il oit comandé,
14825Plu per paura ca por bona volunté; (1325)
 Cuitent pur q’el soja desvé.
 A la terça noit q’i furent alberçé,
 Cella dame partorì una bela rité.* ((1375))
 E la ostera si le oit alevé,
14830E si le oit e bagné e fasé. (1330)
 De celle colse qe le venent a gre
 A quela dame cele ont doné,
 Ne plus ne (men) le servont a gre,* ((1380))
 Como ela fust de li so parenté.
14835E la raine li oit ben a gre; (1335)
 E Varocher vait et avant e aré
 Con li baston e groso e quaré,
 E guarda ben l’infant q’elo non fose anblé, ((1385))
 Ne de ilec eser via porté.
14840La dama stete in leto oto jorni pasé, (1340)
 Con fa le altre dame fora por le çité,
 E posa fo levea a li fois colçé.
 Con celle dame s’estoit a parlé,* ((1390))
 E li oster si fo alé a le:
14845“Dama,” fait il, “nu avon ben ovré, (1345)
 Quant a nu avez bel filz aporté.
 Quando ve plaserà q’el sia batezé,
 E vorò eser vestre conper clamé.” ((1395))
 Dist la raine, “Mile marçé n’açé;
14850De mun enfant farez la vestra volunté. (1350)
 Clamer le farés con vos vent a gre.”
 Dist Primeran, “E l’ò ben porpensé:
 Quant el serà en fonte batiçé, ((1400))
 E d’olio santo benei e sagré,
14855Par so droit nome elo serà clamé (1355)
 Primeran, como eo sonto e.”*
 
 Rubric 418
 Coment Primiran demande l’infant a la dama.*
 Laisse 419
 
 Quando vene li terme di oto jorni pasant,
 Primeran ven a la dame, e si la demant ((1405))
 Q’ela le die e baili quel enfant,
14860Q’elo lo porti a li batezamant. (1360)
 E quela li donò e ben e dolçemant,
 Donde Primeran in ses braçe li prant,
 E in son mantel li vait envolupant. ((1410))
 Verso li monester el s’en vait erant;
14865Nen fo cun lui nula persona vivant, (1365)
 S’el non fu Varocher qe va dre planemant;
 En son col porte li gran baston pesant.
 Avantqe in le monester el vait entrant, ((1415))
 E li rois d’Ongarie çivalça lì davant,
14870Con molti çivaler de li so tenimant. (1370)
 El vi Primeran, a demander li prant,
 “Primeran,” fait il, “o alez si erant?
 Qe avez vos en ves mantel pendant?” ((1420))
 “Mon sir,” fait il, “un molto bel enfant,
14875De una dame bela et avenant. (1375)
 A mon albergo desis por çir se ostalant;
 Ces enfant à partori, qe porto a l’olio sant.
 E questo è son per, qe darer ven erant.” ((1425))
 Li çivaler li guarde, si s’en rise belemant,
14880Q’elo li par un homo de niant. (1380)
 Dist l’un a l’altro, “El me par un troant;
 Homo salvaço, el n’oit li senblant.”
 E cil rois si se fe in avant; ((1430))
 Le mant le prist, si levò atant,*
14885Porq’elo volt veoir cele enfant. (1385)
 Quando le vi, q’el i voit reguardant,
 Desor la spala droit le vis una cros blant.
 Quando la vi, molto s’en vait mervilant; ((1435))
 Or voit il ben, non è filz de truant.
14890El dist a Primeran, “Alez planemant; (1390)
 E vojo eser a batezer l’infant.”*
 Dist Primera(n), “Soja a li Deo comant!
 Molto me plas, se Deo ben me rant.” ((1440))
 
 Rubric 419
 Coment Leoys li rois fi bateçer l’infant.
 Laisse 420
 
 Adoncha li rois nen volse demorer;
14895Cun Primeran el vait a li monster. (1395)
 Li rois si fait quel abes demander.
 “Abes,” fait il, “e vos vojo en projer,
 Se vu m’amés e tenés ponto çer, ((1445))
 Qe ces enfant vu deça batiçer,
14900Como elo fust filo d’un enperer, (1400)
 E filo de rois e de per e de mer;
 E si altament li oficio çanter,
 Como el se poit fare par nul mester.” ((1450))
 Dist l’abes, “Ben vos do otrier.”
14905Adoncha jos desis de·l destrer, (1405)
 Et avec lui tuti lo çivaler.
 Tuti ensenbre entrent i·l monster;*
 L’abes prist l’infant quant li volse sagrer, ((1455))
 E primament l’olio santo doner;
14910Et in apreso quando vene a·l bateçer, (1410)
 Dist l’abes, “Con le volés nomer?”
 “Leoys,” dist li rois, “como me faço clamer.”
 Dist l’abes, “Ben est da otrier.” ((1460))
 Le infant fait Leoys apeler;
14915Quando el fo batiçés, q’el s’en voloit aler, (1415)
 E li rois si apelò l’oster:
 “Primeran,” fait il, “vos vojo en projer,
 Qe cella dame ben diça honorer ((1465))
 De tuto ço qe li ait mester.”
14920E a Varocher, qe dist q’è son per, (1420)
 El fi doner una borsa de diner,
 Açoq’i abia molto ben da spenser.
 Quant Varocher va l’avoir a bailer, ((1470))
 Se il oit çoie, non è da demander.
14925Çojan s’en vait con le visaço cler; (1425)
 Quant fo a la raine, qe li parlò l’oster:*
 “Dama,” fait il, “ben vos poez priser,
 Quant vestre filz à fato batiçer ((1475))
 Li rois d’Ongarie qi tant è pro e ber,
14930E vestre fil el à fato nomer (1430)
 Le ses nome; ne li so milor cançer.
 Leoys oit nome li vestre baçaler,
 E a çestu, qe dis q’i è son per, ((1480))
 Oit doné dineri por spenser.”
14935La dama l’olde, molto le prist a graer; (1435)
 Ora li fa l’osto, ses filz e sa muler,
 Major honor qe non fasoit en primer,
 Porq’i avoit mejo avoir da spenser. ((1485))
 Ensi remis tros le quinçe çorner,
14940Qe li rois envoie por Primera(n) l’oster.* (1440)
 E cil le vait de grez e volunter;
 “Primeran,” dist li rois, “vu averez aler
 A la dame e dire e conter, ((1490))
 Qe son conper li voroit parler.”
14945Dist l’oster, “Ben est da otrier.” (1445)
 Da li rois se partì, nen vose entarder;
 Ven a la dama sta novela nonçer:
 Quando li plait, dover se pariler,* ((1495))
 Qe li rois, li qual è son conper,
14950Si vol venir a le a parler. (1450)
 Dist la raine, “E li vojo vonter;
 Ço qe li plait, non vojo contraster.”
 Adoncha la raine se vait a ’dorner, ((1500))
 A mejo q’ela poit cun fema strainer.
14955E Primeran va li rois nonçer: (1455)
 Parilé est la dame d’oldir·lo volonter,
 Et avec lui stare e conseler.
 Adoncha li rois nen volse entarder; ((1505))
 El est monté cun pochi çivaler,
14960Cun Primeran l’è venu a l’oster. (1460)
 La dama, quant le vi in le oster entrer,
 Contra lui se leve si le vait a incliner,
 E si le dist, “Ben venez, meser.” ((1510))
 E li rois le dist, “Ben stia, ma comer.”
14965Desor un banco i se vont a seter, (1465)
 Planetament anbes ad un çeler;
 E pois se prist anbes a conseler.
 “Dama,” fait il, “molto me poso merviler ((1515))
 De ves enfant, quant le fi bateçer,*
14970De un signo qe le vi sor la spala droiturer, (1470)
 Qe non ait nul, se no filz d’inperer.
 Unde çentil dame, e vos vojo en projer,
 Por amor de Deo, li voir justisier, ((1520))
 Si cun comadre qe non doit boser,
14975Par nul ren a li soe conper, (1475)
 Donde estes vos, e qi vos fait erer,
 Cun çeste hon straine tere çercher?”*
 La raine l’olde, come(n)ça de plurer; ((1525))
 Ça li dirà un poi de son penser.
 
 Rubric 420
 Coment la raine parloit a li roys.
 Laisse 421
 
14980“A, rois, sire,” la raina oit parlé,* (1480)
 “O çentil rois, e vojo qe vu saçé,
 E vos dirò lo voir se oir lo voré.
 Mojer sui de Karlo l’inperé, ((1530))
 Le meltre rois qe posa eser trové.
14985Par un malvas hon e son sta condané, (1485)
 E de mon reame e son sta caçé,
 Malvasement, e cun grande peçé.
 Deo soit ben tota la verité, ((1535))
 Se unchemais eo l’avì pensé,
14990Si cun li rois m’avit çuçé. (1490)
 Ça estoit li fois preso et alumé,
 Quando un abes m’avoit confesé.
 E quando oldì toti li me peçé, ((1540))
 Adoncha fui de la mort deliberé.
14995E mon segnor, si cun fo conselé, (1495)
 Ad un çivaler el m’avoit doné,
 Qe mener me devoie in estrançe contré.
 Quando da Paris eo fu delunçé, ((1545))
 Quelo traitor qi m’avoie acusé
15000Moi vene arer, molto ben armé.* (1500)
 Cun quel çivaler qi m’avoja amené,
 Si me l’oncis cun li dardo amolé.
 Quando ço vi, tuta fu spaventé, ((1550))
 Si m’en foçì in la selva ramé.
15005E questo hon li qual me ven daré, (1505)
 A l’insua de·l bois eo si l’atrovè;
 Unde el m’oit trosqu’a qui conpagné.
 Et in tal lois eo sonto arivé, ((1555))
 Donde eo son servia et honoré,
15010E questo est por la vestra bonté; (1510)
 Unde, çentil rois, e vos prego por Dé,
 Qe je non sia par vos abandoné:
 Tantqe a mon per elo soja mandé, ((1560))
 Qe a grant honor m’avoja marié;
15015Par moi manderà çivaler aprisé. (1515)
 E v’ò dito de moi tota la verité.”
 Quando li rois l’intende, tuto fo trapensé;
 El voit ben q’ela dis verité, ((1565))
 E soit qe est raina de la Cresteneté,
15020De Costantinopoli, fila de l’inperé. (1520)
 Molto altament li avoit encliné;
 “Dama,” fait il, “vu siés ben trové;
 Vu ne serés in tel lois ostalé, ((1570))
 O vu serés servi et honoré,*
15025Tantoqe a vestre per el serà envojé; (1525)
 De ves afaire ben li serà conté.”
 
 Rubric 421
 Coment li roys fait granti honor a·lla dame.*
 Laisse 422
 
 Li rois d’Ongarie si fo saço e valant;
 A cele dame elo fe onor tant, ((1575))
 Cun se posoit penser par nul senblant.*
15030Ne la lasò en oster da cil jor en avant; (1530)
 Robe le fi fare de diversi senblant,*
 Como a raine se convant.
 E a Varocher, ne fe far ensemant; ((1580))
 E pois a son palés li menò a·l presant;*
15035Cun sa muler in conpagna la rant. (1535)
 Non è nul cose se ela li demant,
 Q’ela non açe tot son talant.
 Qi donc veist Varocher aler ardiemant, ((1585))
 El non senbloie eser mie truant,
15040Quando se vi vestì si richamant; (1540)
 Cun li çivaler vait e arer e avant.*
 Adoncha li rois non demorò niant;
 Una galée fe pariler mantinant. ((1590))
 Quatro anbasaor, d·i meltri de sa jant,
15045En Costantinopoli l’invojò a·l presant, (1545)
 Conter a l’inper tuto çertanemant,
 Como sa file Blançiflor, la valant,
 En Ongarie vene poveremant. ((1595))
 Blasmea fu a grande traimant,
15050Donde li rois a qi França apant, (1550)
 De son reame la caçea vilanemant.
 “Venua è in Ongaria, et ilec vos atant;
 Qe le mandés a dire de le vestre talant.” ((1600))
 Va s’en li mesaçer por la mer naçant;
15055Tant alirent, nen fi arestamant, (1555)
 Qe a·l porto de Costantinopoli desant.
 Quant furent desendu i s’en vait avant,
 Ad un albergo i s’en vait ostalant. ((1605))
 Quant l’inperer soit li convenant,
15060Donde venent, e qi von querant, (1560)
 Elo li recoit, e ben e çentilmant;
 Si le convie a son palés grant,
 Por oldir novelle li quer e demant. ((1610))
 
 Rubric 422
 Coment li mesaçe parle a·lli rois.*
 Laisse 423
 
 Quando li rois vi<de> li mesaçer,*
15065Elo li demande, e pois si le requer, (1565)
 Qe anbasea i le doit nonçer.
 E cil tosto li prendent a conter:*
 “Emperer, sire, nu vos devon conter,* ((1615))
 Qe vestra file, Blançiflor a·l vis cler,*
15070Calonçea est par un malvasio liçer. (1570)
 Donde Karlo maino l’inperer
 De son reame l’avoit fato sbanojer,
 Si la donò in guarda ad un çivaler ((1620))
 Qi la devoja e condur e mener
15075Fora de son reame e tot son terer. (1575)
 Quant cil traites qe l’avè acasoner,*
 Armé de totes arme si le vene darer,
 E si l’oncis a·l brant forbi d’açer. ((1625))
 Donde por li bois s’en convene aler;
15080Venua est en Ongarie, desis ad un oster, (1580)
 Et ilec partorì d’un petit baçaler.
 E quando l’infant s’aloit a batiçer,
 Si le portava Primeran, son oster. ((1630))
 Quando li rois si se le fe most(r)er,
15085Una cros le vi sor la spala droiturer, (1585)
 Dont il conoit non estoit filz de paltroner.
 Donde l’infant el vose batiçer,
 Si altament como se poit deviser. ((1635))
 E quant el vene a sa mer parler,
15090Ela le prist toto quant a conter, (1590)
 Ço qe le vene e davant e darer.
 Onde elo la fe mener a son oster,
 E richament vestir e calçer; ((1640))
 Si grant onor le fi toti le çivaler,
15095Con se poroit ne dire ne parler. (1595)
 Li rois vos mande, cun vos volez ovrer?*
 Parilé est de tot otrier,
 E vestra fila si vos manda projer, ((1645))
 Qe no la deça par nula ren abandoner.”
15100Quant l’inperer li oldì si parler, (1600)
 E de sa file la novela conter,
 S’el oit dol non è da merviler.
 Qui anbasaor qi li vene a nonçer ((1650))
 Altament elo le fe onorer;
15105E li rois d’Ongarie altament gracier. (1605)
 
 Rubric 423
 Coment li rois fi apelere oto de ses baron.
 Laisse 424
 
 Quant quela novela oldì quel inperaor,
 De soa file, c’oit fresco li color,
 A gran mervile n’avoit gran dolor; ((1655))
 Siqe por le non pote ester non plor.
15110Dist a li anbasaor, “Nu faren li milor;* (1610)
 Qe eo prenderò d·i me anbasor,
 E por ma file manderò ad estor,
 Si me la farò venir a gran onor. ((1660))
 Mais non fala guera a Karlo l’inperaor,
15115Quan a ma file fato oit tel desenor.” (1615)
 Adoncha li rois nen volse far sejor;*
 Fe apeler ses çivaler mior.
 Octo n’apele de li so parentor, ((1665))
 Li qual erent de lor tota la flor.
15120“Segnur,” fait il, “or non farés demor; (1620)
 Alez m’amener ma fila Blanciflor,*
 Qe m’avoit sbanojé Karlo l’inperaor
 De son reame e de sa tera ancor. ((1670))
 Uncha non açe mai de inperio honor,
15125Se çer no li vendo Blançiflor sa uxor, (1625)
 Q’el oit caça a cotanto desenor,
 Quant venua est in cotanto tenebror.”
 
 Rubric 424
 Coment li rois mande per la fille.*
 Laisse 425
 
 Li enperer nen fo mie enfant; ((1675))
 Dolent fo de sa file, bela e avenant;
15130Nen fo uncha plus a tuto son vivant. (1630)
 El si l’amava de cor lialmant,
 Nen vos mervelés s’elo ne fo dolant.
 Oto n’apele d·i ses milor parant; ((1680))
 Por sa file envoie en un legno corant,
15135E a li quatro anbasaor qe li vene en avant, (1635)
 Qe li rois d’Ongarie l’invojò a·l presant.
 Molto li onorò, si le donò vestimant,
 E a çascun un palafroi anblant. ((1685))
 E li rois d’Ongarie (vait) altament regraciant,*
15140E proferando a lui son oro e son arçant, (1640)
 E son reame e darer e davant.
 Va s’en li anbasaor, e legri e çojant;
 E qui de l’inperer s’en vait ensemant. ((1690))
 Tant sont alé por la mer naçant,
15145Venent en Ongarie, et ilec desant. (1645)
 Li rois, quando le vi, le recoit çentilmant;
 Honor le fait merviloso e grant,
 E cil le vait molto regraciant, ((1695))
 De ço qe oit fato a sa fila valant.*
15150Li rois d’Ongarie li recoit si çentilmant, (1650)
 Con se poroit conter par nul senblant;
 E Blançiflor, la raine de Franç,
 Quando le voit, contre lor li vait corant. ((1700))
 Ben li conoit, qe i son so parant;
15155De son per demande primemant, (1655)
 E de sa mer, q’ela perame tant.
 “Dama,” fait il, “de (v)os i son dolant;*
 Par vos i mande, si (n)os atant.* ((1705))
 Or li verés, madame, e vos e ves enfant.”
15160Ela le dist, “Voluntera por talant.” (1660)
 
 Laisse 426*
 
 Li rois d’Ongarie, li saço e li ber,
 A li anbasaor el vait a incliner.
 Tanto honor li fait como i fose son frer; ((1710))
 E a quela raine el fi robe taler,
15165Como se convent de palio e de çender. (1665)
 Et ensement le fait a Varocher,
 Qe oit la dame a son justisier.
 E li rois d’Ongarie, quando se vene a sevrer, ((1715))
 Tota soa galea el fait apariler,
15170De tote quelle colse qe li avoit mester: (1670)
 De pan e de vin, de carne da mançer,
 Et in apreso, quatro de ses çivaler
 Elo fait richament coroer, ((1720))
 Qe quela dame alè a convojer.
15175En nave entrent quando volent naçer; (1675)
 E cela dame, q’è tanto pro e ber,
 Ven a li rois, conçé a demander,
 E a la raine, la bela a·l vis cler;* ((1725))
 Non obliò mie Primeran, son oster:
15180Gran don li fe, a lui et a sa muler. (1680)
 Una colsa fe dont fo molto a loer:
 Qe una de ses file volse sego mener,
 Qe pois le fe richament marier, ((1730))
 E grant avoir li fe doner a son ser.*
15185Quant à ço fato, se metent a naçer; (1685)
 Via s’en vait con toto Varocher.
 Or un petit averon qui laser,*
 Si contaron de Karlo l’inperer, ((1735))
 E de·l dux Naimes de·l ducha de Baiver.
15190Le primer jorno q’el trovò sa muler (1690)
 Entro li leto cun li nano ester,
 Avantiqe de·l toto la volese çuçer,
 Le conselò le dux Naim de Baiver,* ((1740))
 Qe in Costantinopoli envojase mesaçer,
15195Tuto l’afaire por rason conter, (1695)
 Ço qe de lui à fato sa muler:
 Como co li nan la trovò in avolter.
 Ben li poit de ces ovra nojer, ((1745))
 E questo fu qe alò por mesaçer:
15200Un conte de Françe e nobel e ber, (1700)
 Qe oit nome Bernardo da Mondiser.
 “Bernardo,” dist li rois, “tu t’en averà aler
 En Costantinopoli, parler a l’inperer; ((1750))
 Da la ma part tu le deverà nonçer
15205Qe soa file trova ò in avolter, (1705)
 No pais mie cun dux ni con prinçer
 Mais cun un nan, dont m’è gran vituper.
 No s’en merveli, se m’en vojo vençer; ((1755))
 Qe tel colse non è da loer;
15210Ne li baron de Françe ne·l poroit conporter.”* (1710)
 Dist Bernardo, “Ben li averò nonçer,
 Se Dé me dona in Costantinopoli aler.”
 A·l çamin se mist, e prende soi aler, ((1760))
 Tros en Costantinopoli nen volse seçorner.
15215Li rois trova, e soa çentil muler, (1715)
 E sa baronie, conti e çivaler;
 Par una festa, fato li oit asenbler.
 Ça olderés la novela de·l cortos mesaçer. ((1765))
 
 Rubric 426
 Coment Ber(n)ardo parole.*
 Laisse 427
 
 “Enperer, sire,” Bernardo oit parlé,
15220“Karlo li rois, le maine encoroné, (1720)
 Qe soit en tot le mondo de la Cresteneté
 A vos m’oit por mesaçer mandé.
 E de quela anbasea non son mie alé;* ((1770))
 Quando vu le savrés, ne serì coruçé.
15225De una ren e vojo qe vu saçé: (1725)
 Nen fo ma raina ni dama coroné
 Da un baron eser tanto honoré*
 Cun vestra file, da·l rois de Cresteneté. ((1775))
 Mais ela est dever lui mal porté:
15230Qe cun un nan l’oit atrové en peçé. (1730)
 En avolterio ela s’est atrové,
 Unde a vos elo m’oit envojé
 Qe vos de ren no ve mervelé ((1780))
 Se por justisia ela serà çuçé.”
15235Quando li rois l’oit oldi et ascolté, (1735)
 A gran mervile en fu amervilé.
 Mais sor tot la raina, qe l’avoit alevé,
 Qe conose de sa file son cor e son pensé, ((1785))
 Nen pote ester; a·l mesaço oit parlé:
15240“Mesaçer, frer, le seno avés cançé; (1740)
 Ben conosco ma file qe in mon ventre portè.
 Ço qe vos dites, tot est falsité;
 Ne non poroit estre, por toto l’or de Dé, ((1790))
 Qe <mi>a file en fust tanto olsé,*
15245Qe a son segnor aust fato falsité. (1745)
 Ben poit ester a torto calonçé,
 Mais a droiture el no è verité;
 Plus lojal dame non è en Crestenté! ((1795))
 Mal fa li rois quando de ço l’à blasmé.”
15250Dist l’inperer, “Mal avoit porpensé* (1750)
 Karlo li rois, quant ma fila oit calonçé,
 De un nan donde sui si abosmé;
 Par un petit non ai li seno cançé. ((1800))
 A vestre rois, quan tornarez aré,
15255Da la ma parte vu si le conté, (1755)
 Qe ben se guardi, et avant et aré,
 Qe a ma fila non faça nul engonbré.
 E s’elo l’oit trové en nul peçé, ((1805))
 A moi l’envoie, non soja entardé.
15260Savoir e vojo da le la verité, (1760)
 S’ela serà voire, in malora fo né;
 Colsa como no or no me la blasmé,
 Qe de ma file non ò nul mal pensé; ((1810))
 E s’el è calonçea el est a falsité,
15265Da malvasio hon, e pesimo e re. (1765)
 Ço qe vos di, or ne le oblié.”
 
 Rubric 427
 Coment li rois parlle a·lli mesancer.
 Laisse 428
 
 “Mesaçer, frer, non avoir nul dotançe;
 Da la ma part dirà a l’inperer de Françe, ((1815))
 Qe de ma fila non ò mal entendançe,
15270Onde eo le prego, q’el aça pietançe: (1770)
 Envoi a moi ma file, si savrò la certançe.
 Se voir serà, meterò·la en balançe;
 Çuçea serà sença nul demorançe, ((1820))
 E de questa colse non aça dubitançe.
15275E s’elo la çuça, sença moi entendançe, (1775)
 Qe da le non saça la çertançe,
 Eo n’averò a·l cor gran tristançe,
 Si le meterò tota la mia posançe, ((1825))
 De le prendere gran vengançe.”
15280Dist li mesaçer, “Lojal è li rois de Françe; (1780)
 Non farà ren sença gran consejançe.
 Vestra anbasea farò sença nul demorançe.”
 
 Rubric 428
 Coment li mesancer (demande) congé.*
 Laisse 429
 
 “Emperer, sire,” ço dist li mesaçer, ((1830))
 Ben dirò vestra anbasea a Karlo l’inperer.”
15285Conçé demande, si s’en tornò arer; (1785)
 Mes avantiq’el poust en França entrer,
 Elo oldì de Macario la novela conter,
 E d’Albaris li cortois e li ber; ((1835))
 Quant le oldì, molto s’en pris merveler.
15290Tanto çamine, et avant et arer, (1790)
 Ven a Paris si se vait ostaler.
 E pois, sença nul demorer,
 Va a la cort a l’inperer parler, ((1840))
 Por son mesaço dire e retorner.
15295“Enperer, sire,” ço dist li mesaçer, (1795)
 “En Costantinopoli (fu) a cele enperer*
 Vestra anbasea e dire e conter.
 Saçé por voir, quando m’oldì parler, ((1845))
 Presente estoit ilec sa mulier.
15300Molto s’oit de ço a merviler, (1800)
 E por nul ren ne le poit creenter
 De soa file nesun mal penser.
 E ben guardés de le açuçer;* ((1850))
 Mais el vos proie, qe la deça envojer,
15305Qe avec le elo ne vol rasner, (1805)
 Savoir s’el est voir, o falsa calonçer.
 S’el serà voir, q’el se posa proer,
 Si asprament elo la farà çuçer ((1855))
 Qe toto le mondo s’en avrà merveler.
15310S’el no è voir, no la vol calonçer; (1810)
 E ben guardés por dito de liçer
 Ne le faisés onta ni engonbrer.”
 Li rois l’intent, molto li parse nojer. ((1860))
 Elo reguarde dux Naimes de Baiver;
15315“Naimes,” dist il, “grant est li destorber, (1815)
 Qe m’oit fato le traito losençer,
 Qe a torto me calonçò ma muler.
 Conselés moi, e vos vojo en projer, ((1865))
 Como me poroie da cele enperer,
15320De soa file dire et escuser.” (1820)
 E dist Naimes, “Vu farés como ber;
 Vu le farés dire e creenter,
 Qe vestre dame l’invojesi l’autrer, ((1870))
 Par un çivaler cortois e ber;
15325Mais un Macario, malvasio e lainer, (1825)
 Contra vos voloir si le aloit arer,
 Si le oncis a·l brant forbi d’açer.*
 Qe devenise de la raine, quel no le savés conter, ((1875))
 Qe quel Macario, quando se vene a çuçer,
15330De le non soit nula rason mostrer, (1830)
 Qe la ast lasé in boscho ni in river.”*
 Dist l’inperer, “E si le vojo otrier,
 Q’elo se ge diça dire a derasner.” ((1880))
 
 Rubric 429
 Coment Namo parlloe.*
 Laisse 430
 
 Naimes parole, qe no fo pais vilan:
15335“Entendés moi, çentil rois sovran, (1835)
 De la raine estoit molto gran dan.
 Sença peçé si è morta ad ingan,
 Por cil malvés traitor seduan. ((1885))
 Cil le confonde, li qual formò Adan!
15340Jamés non fo veu un si pesimo tiran. (1840)
 E vos estes rois tros en Jerusalan,
 Sor tote rois estes li sovran.
 A quele rois, q’era vestre paran ((1890))
 Excuser vos estoit, qe non savés nian,
15345Dapoqe fo parti da vos por çu(ç)emant,* (1845)
 Donde a·l traitor en desì tel torman,
 Qe arso fo in le fois ardan,
 Contra voloir d’amisi e de paran.” ((1895))
 Dist l’inperer, “Vos estes li sovran,
15350Qe se trovase tros en Jerusalan, (1850)
 Qe en vos se fie po ben eser certan;
 Non avoir mal la sira ni la deman.
 Sor tot li saçes, estes li capitan; ((1900))
 Vu serisi ester eser bon çapelan,*
15355Por conseler tot le Cristian.” (1855)
 
 Rubric 430
 Coment anchor parlle Naimes.
 Laisse 431
 
 “Çentil mon sire,” ço dist li cont Naimon,
 Sentencia qe se dait contre rason,
 Molto desplait a tota çente de·l mon. ((1905))
 E quel qi la dà, n’atende bon gujerdon,
15360Da celle qi sostene li tron.* (1860)
 Çuçé fo la raine sença cason,
 La plu bela dame de tot li mon,
 E la plu saçe, e de milor rason, ((1910))
 Qe unchamés en fose Salamon.*
15365Como l’aust mais pensea nesun hon, (1865)
 Qe Macario, q’era ves conpagnon,
 Aust pensé ver vos tel traison,
 Ne aust morto Albaris sença cason, ((1915))
 Por avoir la raine a soa sobecion?
15370De cella raine non saven si ne non, (1870)
 Qe n’est devenue dapoisq’ela s’en alon,
 Mais mon cor me dist, si ne sto en sospicion,*
 Qe sana e vive ancora l’averon.* ((1920))
 Mais s’el vos plait, tenpo nu atenderon,
15375Tantoqe altre novelle oldiron (1875)
 De la raine, s’el è morta o non.”
 Dist l’inperer, “A Deo benecion.”
 
 Rubric 431
 Coment parlloe Naimes.
 Laisse 432
 
 “Enperer, sire,” çe dist Naimes de Baiver,* ((1925))
 “Se a mon conseil vos volez ovrer,
15380Tel vos donarò, non ert da oblier. (1880)
 Ancora en Costantinopoli envojaria mesaçer,
 A celle rois dire e conter,
 Cun la justisie avés fata si fer, ((1930))
 De Macharie li traito lesençer,
15385Qe soa file aloit a ’cuser, (1885)
 Sença colpe <i ve> la fe sbanojer.*
 Ne se poroit de la justise dire ne rasner;
 De soa file ren ne le pois derasner. ((1935))
 Ne le so pais dire ni conter,
15390Coment se posa avoir ni trover, (1890)
 Qe in le bois se aloit a fiçer,
 E se de le vole mendança demander,*
 Parilé estes de a lui delivrer, ((1940))
 D’or e d’avoir, e de besant e de diner.”*
15395Dist li rois, “B<e>n est da otrier; (1895)
 Qi le poren ancora envojer?”
 Dist dux Naimes, “Bernard da Mondiser,
 Qe lì alò autre fois l’autrer.” ((1945))
 Adoncha li rois fe par lui envojer,
15400E cil le vene de grez e volunter. (1900)
 “Bernard,” fait il, “el vos convent aler
 En Constantinopoli ancor a l’inperer.
 E si le averì e dire e conter, ((1950))
 Qe de sa fille e non so nul sper.
15405Ma quel qi l’acusò n’oit au son loer; (1905)
 Arso fo en fois, la polvere a venter;
 Und eo le prego, q’el me diça perdoner;
 Qe parilé sui de le amender, ((1955))
 D’oro e d’avoir, de besant e de diner.”
15410Dist Bernard, “Ben le vojo otrier. (1910)
 Donez moi li conçé, qe eo m’en vojo aler.”
 Dist li rois, “Alez e non tarder.”
 E cil Bernardo si ven a son oster; ((1960))
 Parilé fu de ço qe li oit mester,
15415Por le çamin s’en prist ad aler. (1915)
 Et avantq’el poust en Costantinople entrer,
 Estoit la raine venua a son per.
 E tot le dist, non lasò qe conter: ((1965))
 De le rois, cun la fe sbanojer,
15420E for de son reame e·la fe envojer;* (1920)
 E por Machario li vene quel (in)ojer,
 Qe li rois volse onir e vergogner.
 De Albaris non lasò qe conter, ((1970))
 Como le oncis quel malvasio liçer,
15425E como en le bois s’aloit a fiçer; (1925)
 E coment l’avoit convojé Varocher,
 En Ongarie e davant e darer.
 E si le conte de li cortois oster, ((1975))
 E de ses fille e de sa muler.
15430“De li rois d’Ongarie ne vos poria conter (1930)
 Qe mon filz el me fe batiçer.
 Tant honor m’à fato, ne·l devez oblier;
 En vestra vie, le devés gracier.” ((1980))
 Qi doncha veist la mer la fia baser!
15435Atanto ecote vos de França li mesaçer; (1935)
 Avantiq’el poust in la cité entrer,
 A l’inperer el fo fato nonçer.
 E quant le rois le soit, elo fe sbanojer, ((1985))
 Qe de sa file nu hon deust parler.
15440Nen vol pais mie qe quelo mesaçer, (1940)
 De le ne saça novela aporter.
 
 Rubric 432
 Coment Ber(n)a(r)do arivé est in Constantinopolle.*
 Laisse 433
 
 Quando Bernard fo en Costantinople entré,
 E qe a l’albergo elo fo ostalé, ((1990))
 A le palés elo s’en fo alé;
15445Davanti li rois se fo presenté. (1945)
 La novela li conte qe li oit aporté;
 Quando li rois l’intende, elo li responde aré.
 “Mesaçer, sire, or tornarez aré; ((1995))
 Vestra anbasea no m’è pais a gre.
15450A·l rois de Françe direz e conté* (1950)
 Sovente, qe ma file por mujer li donè,
 Et ensement me la retorni aré;*
 Qe s’el me donast tuto l’or de Crestenté, ((2000))
 Por moja file non seroit moto parlé.
15455Doncha cuita de França l’inperé (1955)
 Avoir ma fille de·l reame sbanojé,
 Donde morta est e da bestie devoré?
 Ora me demande merçé e pieté, ((2005))
 Coment me poroit il avoir amendé?
15460No, por tot l’avoir de la Crestenté! (1960)
 Unde eo vos di, qe tosto tornez aré,
 E quando serés in França reparié,
 Direz a·l roi de França l’aloé, ((2010))
 Qe da ma part el est desfié.
15465S’el no me rende ma fille, q’eo li donè, (1965)
 Verò Paris avanti tros mois pasé.”*
 Bernardo l’olde, no l’à pais agraé;
 De maltalant el prist li conçé. ((2015))
 De la filla li rois no li fo moto parlé;
15470Donde Blançiflor ne fo çojant e lé. (1970)
 E·l mesaçer s’en torne tot abusmé;
 Quant a Paris el fo reparié,
 Li rois trova, e Naimes l’insené. ((2020))
 La novela li conte, qe cil li oit mandé;
15475Quando li rois l’intende, tuto fo trapensé, (1975)
 E dist Naimes, “Mal avon esploité,
 Qe cil rois oit gran poesté,
 De çivaler, de conti, e de casé; ((2025))
 Ben estoit guarni de riçe parenté,
15480De soa file mal vos avés porté. (1980)
 En strançe part l’avez envojé;
 Ne savon de le novele por verité,
 S’ela est viva o morta delivré. ((2030))
 S’el ne fa guera, nu sen desarité;
15485Nen lasarà çastel ni fermité, (1985)
 El n’arderà le vile e le çité.”
 Dist li rois, “Soja a·l voloir de Dé.”
 
 Rubric 433
 Coment Naimes parolle.*
 Laisse 434
 
 “Emperer, sire,” ço le dis Naimon, ((2035))
 “Da vestra part è venu la cason,
15490De la raine sens mal contençon. (1990)
 De le non avés fato se mal non;
 Senpre avez creu li parant Gainelon,*
 Qe vos ont fato cotante mesp(r)eson.* ((2040))
 Se l’inperer n’asalt, nu si defenderon;
15495El à li droito, e nu torto avon. (1995)
 Deo ne conseili, qe sofrì passion,
 Qe no li so dire altra rason.”
 Or lasaren de l’inperer Karlon, ((2045))
 E de Bernardo, e de le dux Naimon;
15500De l’inperer nu si ve contaron,* (2000)
 Qe sir estoit de Costantinople, entorno et inviron,
 De soa filla, q’el voit, estoit en gran fricon.*
 S’el no la vençe, no s’apresia un boton; ((2050))
 E quando ela li conte soa menespreson,
15505Si grant oit li dol, par poi d’ire non fon.* (2005)
 Elo apelle ses conti e ses baron:
 “Segnur,” fait il, “oez qe mespreson
 M’avoit fato l’inperaor Karlon ((2055))
 De mia file da la cler façon.
15510Sbanojé la oit, cun se fait li laron; (2010)
 Sor le oit atrové blaximo e cason.
 Se no m’en venço, no varò un boton.
 Conselés moi, coment nu la faron.” ((2060))
 Le pr(i)meran qe parle oit nome Floriamon;*
15515E cil fu sajes, e de bona rason; (2015)
 Elo parole, non senblò a bricon.
 “Droit enperer, porqe vos çeleron?
 Grand è toa tera e grande reençon, ((2065))
 E toa çent sont de gran renon;
15520Asa avés çivaler e peon. (2020)
 Or envojés a l’inperer Karlon,
 Qe vestra file, c’avoit le çevo blon,
 Ello v’envoi sença nula cason. ((2070))
 Colsa como no, qe nu le desfion.”
15525Dist l’inperer, “A Deo benecion.” (2025)
 
 Rubric 434
 Coment Salladin parlle.
 Laisse 435
 
 Aprés Floriamon parole un çivaler;
 Saladin oit nome, molt se fait priser.
 En alto parole, cun homo pro e ber: ((2075))
 “Enperer, sire, li vestre çivaler
15530Vos doit a dritura conseler, (2030)
 Ne por paure, ne por nesun engonbrer,
 L’omo no se doit retrar arer.
 Ora prendés d·i vestre çivaler, ((2080))
 Qe soja saçes de dir e de parler,
15535Si le envojés a Karlo l’inperer, (2035)
 Qe vestra file ve diça envojer.
 E s’elo no la poit avoir ni reçater,
 Por le vos diça tant avoir doner, ((2085))
 Como ella poroit por nula ren peser;
15540E quel oro sia de le plu çer, (2040)
 De quel de Rabie, qe plu se fait apriser.
 E s’el non vol faire, mandés le desfier,*
 Qe da vos el se deça guarder. ((2090))
 E posa faites vestra jent asenbler,
15545Tantqe n’ajés plus de cinquanta miler.” (2045)
 Dist li rois, “Ben est da otrier.
 Qi li poron nos envojer?”
 “Floriamont, sire,” cil li respont arer, ((2095))
 “Et avec lui, Çirardo e Rainer,
15550E Gondifroi li ardi e li fer.” (2050)
 “Par foi,” dist l’inperer, “ça milor no le requer.
 Or le faites mantenant atorner;
 E no vojo pais q’i diça demorer.” ((2100))
 Si altament elo le fi atorner,
15555Con se convent a droito enperer. (2055)
 E cil s’en vait fora por la river;
 Tant alirent, nen volent seçorner,
 I vent en Françe, si se font ostaler. ((2105))
 A Paris trove Karlo l’inperer;
15560Et avec lui dux Naimes de Baiver, (2060)
 E li Danois, Ansois e Guarner,
 E mant des autres qi fo bon çivaler.
 I se desent ad un bon oster; ((2110))
 E quant furent repolsé si se vait a monter
15565Sor li palés a li rois a parler. (2065)
 
 Rubric 435
 Coment li mesancer sa(l)uirent li rois.*
 Laisse 436
 
 Quant qui baron fo a Paris venu,
 Sor le palés montent quant repolsé fu.
 Li rois trovent dolent et irascu, ((2115))
 Por sa muler qe il avoit perdu,
15570Qe a gran torto calonçea li fu. (2070)
 Li mesaçer ne fo mie esperdu;
 Quant davant lui i furent venu,
 I le salue da la part de Jesu: ((2120))
 “Cil Damenedé qi ait la gran vertu,
15575Ve salvi, rois, e vu e vestri dru.” (2075)
 Dist li rois, “Vu siez ben venu.
 Dont estes vos, e qi vos oit trametu?”
 E cil le dient, “Ves amigo e ves dru, ((2125))
 Ço est, l’inperer qe oit la gran vertu.
15580Sire est de Costantinople, si le oit eu, (2080)
 Si le obedient, li grandi e li menu.”
 Dist l’inperer, “Vu siez ben venu.”
 
 Rubric 436
 Coment li mesançer parlerent a Karlo.
 Laisse 437
 
 “Emperer, sire,” ço dist li mesaçer, ((2130))
 “A vos n’oit envojé li nostro enperer,
15585Qe soa fille le diça envojer, (2085)
 Qe elo a vos en donò a muler;
 Por grant amor vos fa nocier*
 E se vos no la poez envojer, ((2135))
 Tanto esmés quanto la poit peser,
15590A fin oro vos la convent lojer;* (2090)
 De le milor qe se porà trover,
 De quel de Rabie, de·l milor e de·l plu cler.”
 Dist li rois, “Duro est da otrier; ((2140))
 De la dame e non ò nul sper,
15595E de l’oro no se vol ren parler; (2095)
 Briga seroit tanto oro atrover.”
 Dist li mesaçi, “El vos cunven penser
 De vos guarnir e pariler. ((2145))
 E vos so ben dire, sença boser,
15600Qe mon segnor, q’è orgoloso e fer, (2100)
 Vos en mande par nos a desfier.”
 Dist li rois, “Deo soja nostra sper;
 A nos poir saveron defenser.”* ((2150))
 A le parole dist Naimes de Baiver:
15605“Mesaçer, frer, e no vos vojo çeler; (2105)
 Gran torto oit li vestre enperer,
 Dapoisqe l’omo à prendu sa muler,
 Ne le doit de le a faire ni son per ni sa mer. ((2155))
 Colu qe l’oit presa a nocier,
15610N’en poit fare de le le son voler. (2110)
 E tantqe vivo estoit, ne se po desevrer,
 S’ela no fese ver de lui avolter,
 E por celle la poit a martirio livrer. ((2160))
 Unde vos en dirés, a li ves enperer,
15615Q’elo lasi soa fila ester. (2115)
 Viva o morte, no la po recovrer;
 Nian porço no meta quel penser,
 Q’elo n’açe ne or coito ne diner. ((2165))
 S’elo ven in França a guerojer,
15620Elo li trovarà tanti bon çivaler, (2120)
 Qe in toto li mondo non ait son per,
 Por ben ferir et in stormeno çostrer.”
 
 Rubric 437
 Coment li mesançer desfient Karlo.*
 Laisse 438
 
 Li mesaçer si fo saçi e valent; ((2170))
 De l’inperer a cui França apent
15625Oit entendu son cor e son talent, (2125)
 E de·l dux Naim, oì le convenent:
 De son avoir no le daria nient.
 Ni de la dame no soit li convenent, ((2175))
 Se viva soit o morta ensement.
15630Conçé demande, ma prima li content, (2130)
 Como son segno(r) loro se desfient.*
 E dist Karlo, “E (nu) lui ensement.*
 Anche ne sia e gramo e dolent, ((2180))
 Ben so qe vestre sire oit grant ardiment,
15635Dolent sui quant a lui ofent; (2135)
 Mais a çeste fois no alò altrement.”
 Dist li mesaçe, “A Damenedé vos rent.”
 Conçé demande, a·l çamin se metent; ((2185))
 Via s’en vait, non fait arestament.
15640Tant sont alé, por poi e por pendent, (2140)
 Asa durò pena e torment.
 Ven a Costantinopoli et ilec desent;
 Li roi trovon ad un son parlement* ((2190))
 O il avoit de baron plus de çent,
15645Qe tot erent e saçi e valent. (2145)
 
 Rubric 438
 Coment li mesacer parlent a l’i(n)perere.
 Laisse 439
 
 Li mesaçer no fo mie vilan;
 Tant çerchent li mont e li plan,
 Qe in Costantinopoli venent une deman. ((2195))
 Li enperer trovent ilec davan,
15650De soa file molto estoit çojan, (2150)
 Qe avec lui l’avoit viva e san.
 S’elo·l saust l’inperer Karlo el man,
 En soa vite nen fust si çojan, ((2200))
 Qe plu l’amava de ren qe fust vivan.
15655Dist li mesajes, “Çentil rois sovran, (2155)
 Parlé avon cun li rois Karlo el man,
 E cun le dux Naimes, le conseler altan
 Qe soja en Crestenté e darer e davan. ((2205))
 Par nos vos mande, ne vos dote nian;*
15660De dar·ve avoir non ait nul talan. (2160)
 Se vu le desfiés et i vu enseman,*
 Asa avoit de çivaler valan,
 Qe li vestri non dota un diner valisan.” ((2210))
 Dist l’inper a cui Costantinople apan,
15665“Questo saverà li rois in breve tan, (2165)
 Se in questo mondo eo serò vivan,
 O mo o lui seremo a nian.”
 
 Rubric 439
 Coment l’i(nper)ere fi asenbler sa jent.
 Laisse 440
 
 Quant l’inperer olde li mesaçer, ((2215))
 Qe Karlo el maine de França e de Baiver*
15670Ne le dote valisant un diner, (2170)
 Por li conseil de li ses çivaler
 Fe bandir oste par tot son terer.
 Nen lasò villa, ne borgo ni docler, ((2220))
 Qe no li faça li banior aler.
15675Avant un mois tant ne fait asenbler, (2175)
 Q’elo n’avoit ben .lx. miler;
 Or defenda Deo Karlo maino l’inperer!
 
 Rubric 440
 Coment li roi fi adorner sa fille.*
 Laisse 441
 
 L’inperer de Costantinople nen demorò niant; ((2225))
 El oit mandé par tot son tenimant,
15680A burs, a vile, a çasté et a pendant, (2180)
 Par tota sa jent e amisi e parant.
 Quant il oit asenblé tote la soe jant,
 Lx. milia furent a verdi elmi lusant, ((2230))
 A palafroi et a destrer corant.
15685Li enperer non fait arestamant; (2185)
 Elo fe sa file adorner riçemant,
 Et ensement ses petit enfant.
 E Varocher, li pros e li valant,* ((2235))
 Nen seçornò mie longamant;
15690Elo pris arme e guarnimant, (2190)
 Le qual furent tot a son talant;
 Un gran baston q’era quarés davant,
 S’avoit fato e groso e tenant,* ((2240))
 E sença quello non vait tant ni quant.
15695Or oit l’inperer asenblé sa oste grant; (2195)
 Dever Françe çivalçe ireamant.
 Ora conseili Deo Karlo maino li posant;
 Por un traitor fo mis en tormant. ((2245))
 
 Rubric 441
 Coment l’i(n)perere çivalçe ver Paris.
 Laisse 442
 
 Via çivalçe quel grant enperaor,
15700Qe de Costantinople estoit enperaor; (2200)
 E mena sa fille, la belle Blançiflor,
 E ses petit enfant avoit avec lor,
 E Varocher, qi non fu li pejor; ((2250))
 Plus en fe guere de nul altre pugneor.
15705Tant alent, qe non farent demoror, (2205)
 Qe i vene in Françe et ilec farent sejor.*
 Quant forent a Paris fora por quel erbor,
 Tende e pavilon fait tendre entor. ((2255))
 Quando le voit Karlo l’inperaor,
15710Nen pote muer qe des oili non plor. (2210)
 Naimes apelle, ses bon conseleor:
 “Naimes,” fait il, “ben poso avoir dolor,*
 Quando me voi entrer in tel freor; ((2260))
 Mal averò veçu ma muler Blançiflor.
15715Ai, Machario, malvasio peçeor, (2215)
 Mal ò veçu aver·te nul amor,
 Qe por celle amor tu me fusi traitor!
 Et Albaris m’onceisti a dol e a freor, ((2265))
 Dont ma muler m’est alea a desenor.”
15720E dist Naimes, “Porqe faites vos plor? (2220)
 S’el vos remenbra de·l tenpo ancienor,
 Qui de Magançe v’à mis en tel iror;
 Trai vos ont de sa cha li plusor.* ((2270))
 Deo li confonde, li maine Criator!”
 
 Rubric 442
 Coment Naimes parolle.*
 Laisse 443
 
15725Naimes parole, ni à talent q’en rie;* (2225)
 “Droit enperer, nen lairò nen vos die;
 Qui de Magançe e soa segnorie
 Nos oit metu en si malvasia vie, ((2275))
 Qe je non sai qe de lor eo m’en die.
15730Trai nos oit Macario e fato tel vilanie, (2230)
 De Blanciflor qe non so qe m’en die.
 Or n’è sovravenu una tel çivalerie,
 Qe deveroit eser nos privé et amie; ((2280))
 Et i seroit mortel enemie.
15735A nos en croit e bataila e brie, (2235)
 Qe mais in França nen vene tel stoltie.*
 Or ne secora la santa Mere pie,
 Qe da moi en avant, e no so qe m’en die, ((2285))
 Quant me remenbra de ma ancesorie,
15740Qe por traitor ne sen toti finie,* (2240)
 S’e n’ò dolor e tristeça e irie,
 De çela colse no m’en demandés mie;
 Ne sa qe dire, se Deo me beneie.” ((2290))
 
 Rubric 443
 Coment anchor parloit Naimes.
 Laisse 444
 
 “Emperer, sire,” ço dist li cont Naimon,
15745“E no so pais coment nu la faron, (2245)
 Ni bon conseil doner non poit hon.
 Quant l’on porpense la gran menespreson,
 E li gran dol e la confosion, ((2295))
 Qe vos avés fato de sa fila Blançiflon,
15750Le milor conseil qe prender poson, (2250)
 Estoit, rois, qe nu se parilon,
 Et ensemo fora a la defension;
 Qe mejo est morir, qe star qui en preson, ((2300))
 Poisq’el non vole merçé ni perdon,
15755De soa file avoir la reençon.” (2255)
 Dist l’inperer, “E nu si le faron.”
 Adoncha fait asenbler ses baron;
 Ben furent .xxx. mil quant furent en arçon. ((2305))
 A Ysoler donò ses confalon,
15760E li Danois e li cont Fagon; (2260)
 E Beliant le fu de Besençon,
 Quist guient l’insegna li rois Karlon
 Ver l’inperer, qe de Costantinople son.
 
 Rubric 444
 Coment Karlo fi aparilere sa jent.*
 Laisse 445
 
 Li emperer Karlo nen volse demorer; (2265)
15765Fe sa çent guarnir e pariler.
 XXX. milia forent a corant destrer:
 Li bon Danois e Naimes de Baiver,
 E Ysoler fo li confaloner. ((2315))
 La porta font avrir e despaser,
15770Fora ensent qe ne doja nojer. (2270)
 Quant la novela alò a l’inperer
 De Costantinople et a so çivaler,
 Demantenent ello le fait monter, ((2320))
 E forent .xl. mile ad arme et a corer.
15775Volez vos oldir cun la fe Varocher? (2275)
 El non fe mie a mo de paltroner;
 Nen oit çival, palafroi, ne destrer.
 Arer vait cun li altri peoner, ((2325))
 So gran baston non volse oblier.
15780Quando vi l’oste de Karlo l’inperer, (2280)
 El se porpense de sa çentil muler,
 E de ses enfant q’el se lasò darer,
 Quant la raine el oit a convojer, ((2330))
 Quant in le bois ello l’avì trover.*
15785Qi le veist son baston palmojer, (2285)
 Ben cuitaroit qe fust un averser.
 Non va in rote cun altri çivaler;
 Ançi vait darer cun li scuer, ((2335))
 E si se fe de lor ses avoer.
15790Qe vos diroie de le pro Varocher? (2290)
 Elo savoit le vie e li senter,
 E de Paris e l’insir e l’int(r)er,
 E le mason d·i alti çivaler. ((2340))
 Elo aloit la noit avanti l’aube cler,
15795E si se ficoit en l’oste l’inperer, (2295)
 E si aloit a modo de scuer,
 Si se ficoit in la tenda l’inperer,
 Là ò il savoit qe estoit li bon destrer. ((2345))
 Tot le milor elo fe enseler,
15800Via le moine qi ne doja nojer. (2300)
 E quando fo a l’oste de li ses çivaler,
 Elo comença, “Monçoja, çivaler!”
 Altament e brair e crier; ((2350))
 “Levezé vos, ne vos aça entarder,*
15805Qe l’oste Karlo el maine venemo da preider; (2305)
 Tot li avon li ses milor destrer,*
 I non averà sor qi posa monter.”
 Quant cil l’intent, se prendent a merveler ((2355))
 De la parole qe dist Varocher.
15810Qi doncha veist cella jent monter, (2310)
 Le arme prendre e montar en destrer,
 E l’ost Karlo el maine venir a ’salter!
 Meesmo li rois, quando volse monter, ((2360))
 Entro le stale non trovò son destrer,
15815Ne de les autres qe estoit plus da priser. (2315)
 Adoncha parole dux Naimes de Baiver:
 “Je vos le disi ben, nobel enperer,
 Qe qui de Magançe vos faroit mal ariver. ((2365))
 Nu n’avon guere cun pere e cun frer;*
15820Colu qe est de Costantinople enperer, (2320)
 Sa fila nos demanda, Blançiflor a·l vis cler.*
 Saçés por como là li porisés bailer?
 Nu l’averon si cer a conprer, * ((2370))
 En nostra vite no le veron oblier.”*
15825E dist Karlo, “Como la poon ovrer, (2325)
 Qe pax e concordia poumes reçater?”
 E dist Naimes, “Si grant è li danger,
 Qe bon conseil e no ve so doner.” ((2375))
 
 Rubric 445
 Coment fu grant la bataielle.
 Laisse 446
 
 L’inperer a qi França apent,
15830A gran mervile il estoit dolent; (2320)
 Elo oit pris arme e guarniment.
 E le dux Naimes e tota sa jent,
 Da l’altra part s’arment ensement. ((2380))
 Qui de l’inperer a qi Costantinople apent,
15835Montent a destrer isneli e corent; (2325)
 Gran fu la nose a quel començament.
 Qi donc veist qi çivaler valent,
 Ferir de lançes e de spee trençent! ((2385))
 Qi de Costantinople non furent mie lent;
15840E l’inperer de Françe le foit ensement, (2340)
 E·l dux Naimes e Oger li valent.
 Por la gran presie vent isnelement,
 Un çivaler ardio e posent ((2390))
 (Cil avoit nome li pros Floriadent,*
15845Plus valent hon non est in Orient. (2345)
 Nevo ert e prosman parent
 De l’inperer a qi Costantinople apent,
 E Blançiflor el ama dolçement) ((2395))
 En la bataile se mis ireement;
15850Fer un Fra(n)çeis por tel envasament, (2350)
 La tarça li speçe e l’aubergo li fent.
 A·l cor le mis le glavio trençent;
 Morto l’abate dont Karlo en fo dolent; ((2400))
 El s’apeloit ses proçan parent.
 
 Rubric 446
 Coment fu grant la me(s)lé.*
 Laisse 447
 
15855A gran mervile fo Floriamont orgolos,* (2355)
 Fort et ardi e de mal inar(t)os,*
 E de bataile estoit molto ençegnos.
 Quant il oit mort cil çivaler deblos,* ((2405))
 Elo dist a sa jent, “Segnur, qe faites vos?
15860Car or me vençés la bela Blançiflos, (2360)
 Qe Karlo el maine n’oit fato tel desenors.”
 E cil le font, quant oent li contors;
 Doncha oisés d·i colpi gran sons, ((2410))
 E qui de Françe le ferent ad estors.
15865Doncha verisés un stormeno dolors; (2365)
 Mant çivaler furent de·l çevo blos.
 Mal vide Karlo li culverti traitors,
 En cui senpre à metu son amors. ((2415))
 Ço fo qui de Magançe, e de ses parentors,
15870Qe senpre fe a Karlo onta e desenors. (2370)
 Mes Damenedé, li pere glorios,*
 Le fi asa avoir onta e desenors,
 E a mala mort çuçé li ses milors. ((2420))
 Le primer fu dan Gaines li contors,
15875Qe trai in Spagne li doçe conpagnos,* (2375)
 Rolant et Oliver, Belençer et Ontos,*
 E li vinte mille qe oncis Marsilions.
 Mais por Machario vene tel tençons, ((2425))
 Qe Cristian cum Cristian avoit tel perdons,*
15880Qe non fust estoré par nesun hon de·l mons. (2380)
 
 Rubric 447
 Coment Danois se ferì con Floriamont in l’estorta.*
 Laisse 448
 
 Grande fu la bataile, e li stormeno fu fer;
 Qi donc veist qui çivaler,
 Qe de Costantinople venent por çostrer, ((2430))
 Cun le espée e ferir e capler,
15885E qui gran colpi doner e enplojer. (2385)
 A qi dona uno colpo, ni à mester projer,
 Q’i non oncie loro o son destrer.*
 Floriamont vent por li estor plener; ((2435))
 En me la voie s’incontrò cun Uger,
15890Le bon Danois, qe tant se fa pro e fer; (2390)
 Anbidos se ferirent quant se vene a incontrer.
 Fendent soi le targes trosqu’a li aubergi cler,
 E qui son bon, nen po maje falser. ((2440))
 Le aste se ronpent d’anbes le çivaler;
15895Oltra le porte li corant destrer. (2395)
 Quant à ço fait, s’en retornent arer;
 L’un contra l’autre, cun fust dos çengler;
 E trait le spee, c’oit li pomo dorer, ((2445))
 E si gran colpi i se voit a doner,
15900Desor li eume qe fois en fait voler. (2400)
 De qi non trençe, qe Deo li volse aider!
 Tot le targe e li scu a quarter
 Font a la tera cair e trabuçer. ((2450))
 Si grant fu la bataile d’anbes li çivaler,
15905Nen est nul homo qe le saust conter. (2405)
 Ça un de loro fust morto sença sper,
 Quant li sorvene Karlo maino l’inperer,
 E le dux Naimes de·l ducha de Baiver. ((2455))
 Da l’altra part venent altri çivaler,
15910Por Floriamont secorer et aider. (2410)
 Adonc le fait anbidos desevrer;
 Si grant fu la bataile, e si dura e fer,
 Ne vos la poroit ne dire ni conter. ((2460))
 E Blançiflor la raine a·l vis cler,
15915Estoit a·l pavilon de l’inperer son per, (2415)
 E plançe e plure e fait gran danger.
 Quant ela voit onçir son çivaler,
 Donde raina ela se fa clamer. ((2465))
 O ella vi son per, si le prist a parler,
15920“Pere,” fait ela, “molt è grant li danger, (2420)
 De questa jent qe faites atuer;
 Si sont de moi tuti amisi e frer.”
 “Filla,” fait il, “non poit por altro aler; ((2470))
 Questo fi fato a onta l’inperer,*
15925A cui primament e vos dè a muler. (2425)
 Ne vos doit pais de ceste ovre graver,
 Quant el vos fi si vilment onober,*
 Quando de Françe el vos fe desariter, ((2475))
 Ça no me poso quela ovra oblier.”
 
 Rubric 448
 Coment l’i(n)perere parloit a sa fille.*
 Laisse 449
 
15930“Filla,” dist li rois, “ne me oblia mie;* (2430)
 Quant li rois de Françe oit fato tel stoltie,
 Qe vos oit caçé por la landa hermie,
 Como vos fustes esté una soa amie. ((2480))
 No le poso oblier tot li tenpo de ma vie.”
15935Dist la dama, “Nen lairò nen vos die, (2435)
 Pere,” fait ela, “elo non sa ne mie,
 Qe eo soja in la vestra bailie.
 S’elo·l saust, forsi seroit repentie* ((2485))
 De ço q’elo m’aust fato en sa vie,
15940Si vos clamaroit perdon e mercie.” (2440)
 Dist li rois, “Questo non voie mie,
 Se primament no me son vençie.”
 E la dama l’olde, no sa q’ela se die. ((2490))
 
 Rubric 449
 Coment Varocher me(n)oit dos civals a·lli rois.*
 Laisse 450
 
 Endementir cun tenent la tençon,
15945Atant vene Varocher sovra un aragon (2445)
 E si menoit dos destrer aragon,
 Tot d·i milor qe avoit li rois Karlon.
 O vide l’inperer, si le (f)ait delivrason: ((2495))
 “Mon sir,” fait il, “de ces vos faço li don.
15950Eo fu a la tende de Karlo e de Naimon, (2450)
 E no son çivaler, ançi son un poltron;
 Ma s’el vos plais çençer moi a·l galon,
 Le brant d’açer, qe me clami per ves non, ((2500))
 Çivaler adobés como li altri son,
15955Eo farò la bataile cun li meltri canpion, (2455)
 Qe soja in l’oste de l’inperer Karlon.”
 Dist l’inperer, “E nu li otrion.”
 Dist la raine, “Ben li avés rason; ((2505))
 Plus lojal homo non è in tot li mon.
15960Quant me porpenso de la soa mason, (2460)
 Qe par moi lasò sa muler e ses garçon,
 Si me cunvojò cun lojal e drito hon
 Trosqua en Ongaria, a moja guarison.” ((2510))
 Dist l’inperer, “E nu ben li savon.
15965No li doit falir non aça le gujerdon.” (2465)
 Adonc fait apeler ses dux e ses baron,
 E la raine a la cler façon
 Nen volse faire longa demorason; ((2515))
 Molto richament cun altre dame q’i son,
15970Varocher fa despoler tot nu environ, (2470)
 Pois le fi revestir de riçes siglaton.
 Quant à ço fato l’inperer Cleramon,*
 Si le çinse li brando a·l galon. ((2520))
 E le dux Naimes si le calçò li speron,*
15975E Varocher çura san Simon, (2475)
 Qe a·l rois Karlo serà mal conpagnon.
 
 Rubric 450
 Coment Varocher fo fa civaler.
 Laisse 451
 
 Quant Varocher fo fato çivaler,
 Qe soloit vivre in bois et en river, ((2525))
 Quando s’è çinto li brant d’açer,
15980A gra(n) mervile el se fait priser. (2480)
 E la raine qe oit le vis cler,
 Si le donò un bon auberg dopler,
 E un bon eume da le çercle dorer. ((2530))
 Quant Varocher se vi si atorner,*
15985El fo monta sor un corant destrer, (2485)
 E prist un aster a li fero d’açer,
 E una tarçe d’un olinfant cler.
 Qi le veist corer e stratorner, ((2535))
 Nen senblaroit mie eser paltoner;
15990Senblant oit de nobel çivaler. (2490)
 Dist l’un a l’altro, “Veez Varocher,
 Como soit ben stratorner quel destrer!
 A gran mervile resenbla bon guerer.” ((2540))
 Tel mil de lor qe volent guagner,
15995Se vont a lui acoster, (2495)
 Qe le çurent ne lui avoir faler.
 E Varocher le prist volunter;
 Dist Varocher, “E no vos vojo çeler,* ((2545))
 Qui qi verà cun moi a berojer,*
16000De li guadagno no li quer un diner. (2500)
 Mais el vos estoit eser pro e fer,
 Qe in tel lois vos averò mener,
 O nu trovaron tante arme e destrer, ((2550))
 E tant avoir d’oro e d’arçento cler,
16005Çascun n’averà plus nen savrà demander.” (2505)
 Quant cil l’intendent si altament parler,
 Çascun le vait parfont ad incliner.
 Dist Varocher, “Or v’alez a polser, ((2555))
 Et a·l matin avant l’aube cler,
16010Nu averon ensenble çivalçer.” (2510)
 E qui le font, sença nul entarder.
 
 Rubric 451
 Coment Varocher amonisoit sa (ç)ant.
 Laisse 452
 
 A grant mervele fo Varocher valant;
 Nen senbloit mie eser truant. ((2560))
 E quant il oit asenblea sa jant,
16015Elo li parole altament en ojant: (2515)
 “Segnur,” fait il, “entendés mon talant;
 De una ren vos vo amonischant,
 Qe çascun de vos soja pros e valant. ((2565))
 Se vos serés ardi e conosant,
16020Tant averon or coit et arçant, (2520)
 Qe tot en farés richi vestri parant.
 Venerés aprés moi, non alirés avant;
 E vos averò mener a la tenda l’amirant, ((2570))
 De Karlo el maine, lo riçe sorpojant.
16025Là trovaron li bon destrer corant, (2525)
 Li palafroi e li moliti anblant;
 S’el g’è avoir, nesun no ne demant.”
 E cil le dient, “Faren li ves talant.” ((2575))
 E Varocher non demorò niant;
16030Quando el fu monté en auferant, (2530)
 E tota sa jent avec lui ensemant,
 E çivalçent secreta e bellamant
 Fora de l’oste sença nosa e bubant, ((2580))
 Ne non apelle amigo ni parant.
16035E çivalçent da la part d’Oriant, (2535)
 Par un çamin a costa d’un pendant,
 Prés de Paris li trato d’un arpant.
 En l’oste entre de l’inperer de Franç;* ((2585))
 Tros a la tende no vait rene tirant,
16040E vait criando altament en ojant, (2540)
 Cun fait le guaite qe vait çerchant li chant.
 Françeis l’oent, ne le dient niant;
 Cuitent q’el soja de li ses voiremant. ((2590))
 Et in tel mo i vont pur avant;
16045En le stable entrarent o son li auferant. (2545)
 Çascun ne prende qi le ven a talant;
 E qi ait mal çival si le vait cançant.
 A Karlo maine tole son auferant, ((2595))
 Q’elo çivalçe a stormeno en cant,
16050Et a·l dux Naimes font lo somiant,* (2550)
 Et a li altres qe son plus en avant.
 Li ses lasarent qe non valent niant,
 E menent qui qi son bon e grant.* ((2600))
 Ne s’en percoit escuer ni sarçant;*
16055E quando i trovent le çivaler endormant, (2555)
 I le tolent le arme e li guarnimant,
 E le espée cun tot le vestimant;
 Ne le lasent or coito ni arçant. ((2605))
 Tel fu la soire richo e manant,
16060Qe a la deman a l’aube aparisant, (2560)
 No s’atrovò un diner valisant;
 Robé furent d’avoir e d’arçant.
 
 Rubric 452
 Coment Varocher se retorne.*
 Laisse 453
 
 Varocher s’en torne quando il oit robé ((2610))
 Tota la tende de Karlo l’inperé,
16065E si ne moine son corant destré. (2565)
 E si le oit en so çanço lasé;*
 Et in apreso ançiq’el fust sevré,
 Tot le cope c’avoit Salamoné,* ((2615))
 E l’arçentere de gran nobelité,
16070Via la oit tota quanta porté,* (2570)
 Le armaure cun li brant amolé.
 No s’en percoit homo de mere né
 De cella colse no s’avoit doté; ((2620))
 Nen cuitoit qe lairon fust là dens entré,
16075Por la paure d’eser apiçé. (2575)
 E Varocher cun tota sa masné
 S’en retornò tuti çojant e lé,
 A la soa oste avanti li jor sclaré.* ((2625))
 Quando celli le vent cosi ben atorné,*
16080Qe de avoir erent tot carçé, (2580)
 E li destrer mener si abrivé,
 Dist l’un a l’altro, “O son costor alé,
 Qe tant avoir avont guaagné?” ((2630))
 Dist Varocher, “Or nen vos mervelé;
16085Qe de tel lois l’avemo aporté, (2585)
 Là o de l’altro estoit a gran planté.”
 Dist l’uno a l’altro, “E non serò daré.”
 Plus de doa mille li sont avoé,* ((2635))
 Cun Varocher aler a la çelé.
16090Mais Varocher no li oit pais refusé; (2590)
 Davanti son sir elo est alé,
 Le bon çival de Karlo l’inperé
 Tot primament elo li oit doné, ((2640))
 E de l’avoir q’i ont guaagné,*
16095Qe le fu en sa part toçé, (2595)
 A la raine li oit delivré,
 Et a Leoys, sa petit arité.
 E Blançiflor si n’avoit larmojé, ((2645))
 Quando son avoir vide si malmené,
16100Et a tel gent le voit despensé, (2600)
 Qe no l’oit mie par nul tenpo guaagné.
 E Karlo maine fu por tenpo levé;
 Vide de sa çanbre li avoir anblé,* ((2650))
 E son çival estoit via mené:
16105Quando ço vi, molto se n’è mervilé.* (2605)
 Naimes apelle de·l ducha de Baivé:
 “Naimes,” fait il, “qi oit questo ovré?”
 “Mon sir,” dist il, “or ne vos lamenté. ((2655))
 Se vu avés perdu, nient ai guaagné,
16110Qe mon çival m’estoit via amené.” (2610)
 E tel s’en rist, quando oit ben çerché
 Qe non trovò li brandi amolé,
 Ne le aubergi, ne le tarçe roé, ((2660))
 Qe Varocher ne le avoit aporté
16115Cun sa masnea planeto a la çelé. (2615)
 Ne s’en pensoit li rois qe si fust alé;
 Ançi cuitoit qe fust de qui de sa contré,*
 Dont plus de mil en fu pris e ligé. ((2665))
 
 Rubric 453
 Coment l’inperere fiste apariler sa jent.
 Laisse 454
 
 Varocher s’en torne cun li ses conpagnon;
16120Aporté n’avoit l’avoir de l’inperer Karlon, (2620)
 E si n’amenoit son destrer aragon,
 Donde ne fu in gran sospicion.
 E l’inperer de Costantinople non fait arestason; ((2670))
 El fa monter ses çivaler baron,
16125E prender arme e monter in aragon, (2625)
 Por asalir l’inperaor Karlon.
 E furent .xxx. mile quant furent en arçon;
 E quisti çivalçent sens nosa e tençon. ((2675))
 Blançiflor, la raine a la cler façon,
16130Si s’è remis plurando a·l pavilon. (2630)
 Dolente estoit de l’inperer Karlon,
 E de son pere, c’avoit cun lui tençon.
 E qui çivalçe a força et a bandon ((2680))
 L’oste asalì, qi ni pi si o non.
16135Gran fu la nose quant levent li ton; (2635)
 E Karlo maine e le dux Naimon,
 Bernardo da Mondiser e le dux Sanson,
 E Ysoler e le dux Folcon, ((2685))
 Prendent les armes, montent en aragon;
16140L’oriaflame desplojarent amon. (2640)
 L’una gent cun l’autre se ferirent a bandon;
 Ne le fo cil, ni veilard ni garçon,
 N’aust sanglent le vermio siglaton. ((2690))
 Gran fu la nose, le cri e la tençon;
16145E li daumaçe, qi ni pi si o non. (2645)
 E tuti son Cristian qe in Deo creon;
 Mal fo celle hore e celle pon,
 Qe Machario naque in le mon, ((2695))
 Qe por soe ovre e soa rason,
16150Si ne morì a gran destruçion (2650)
 Plus de mil qi ne pi si o non.
 Donde Damenedé li fe remision
 De ses peçé si oit confession. ((2700))
 
 Rubric 454
 Coment fu grand la bataille.
 Laisse 455
 
 Grande fu la bataile, mervilosa e fer;
16155L’un enperer cun l’autre, quant se vait encontrer. (2655)
 Doncha verisés cair qui çivaler,
 L’un morto sor l’autre cair e trabuçer.
 Davant les autres s’en vait Varocher; ((2705))
 Ben fu armés sor un corant destrer,
16160Ne senbloit mie quel ch’el fo in primer, (2660)
 Quant in le bois aloit a converser,
 Qe cun l’asenel menoit li somer
 Dentro li bois por sa vie salver;* ((2710))
 E vesti estoit a lo de paltoner.
16165Ora se voit sor un corant destrer, (2665)
 E ben armés a lo de çivaler;
 S’el oit proeçe, non è da demander.
 En man el tent un aste d’un pomer, ((2715))
 Et a son col un escu de quarter.
16170Unches Rolant ne le dux Oliver, (2670)
 Tant no se fe de proeze apriser
 Como se fait por li canpo Varocher.
 En me la voie, delez un senter, ((2720))
 El s’encontrò en le dux de Baiver.
16175Por grant esforço le ferì Varocher; (2675)
 Le scu li speçe, ne le valse un diner;
 Le auberg fu bon, ne le pote daner.
 Si grant colpo li donò Varocher ((2725))
 Qe sor l’arçon de la sella darer
16180Fait le dux Naimes tot quant plojer, (2680)
 Mais ne le poit de·l çival deroçer.
 “Sante Marie,” dist Naimes de Baiver,
 “Questo no è hon, anç’è li vor malfer! ((2730))
 Jamés tel colpo n’avì da çivaler.”
16185El ten la spea si se vorà vençer; (2685)
 Varocher, quant le vi, ne le vose aspeter;
 Ben le conoit, q’el non è baçaler.
 Son çival retorne, lasa Naimes ester. ((2735))
 Atant ecote vos Karlo maino l’inperer:
16190Dist dux Naimes, “Veez quel malfer? (2690)
 Le ver diable le fe ençendrer.
 Tel colpo me donò de·l brando d’açer
 Desor mon elme q’el me fe enbronçer, ((2740))
 Desor l’arçon de la sela darer,
16195Deo me guari, in carne no me pote bailer.”* (2695)
 Dist l’inperer, “De lui me poso blasmer.
 E cre par voir, si le ò quela sper,
 Q’el est cil malvasio liçer* ((2745))
 Qe l’altro jor me furò mon destrer.
16200A moi resenble qe eo le voi çivalçer; (2700)
 Ma se a lui eo me poso aprosmer,
 Çer li venderò a mon brando d’açer!”
 E Varocher non cura de so tençer; ((2750))
 Tutora vait et avant et arer.
16205En me la voie delez un senter, (2705)
 Oit encontra Bernard da Mondiser.
 Tel li dona de li brando d’açer,
 Desor li elme qi fo lusant e cler,* ((2755))
 De quel non trençe la monta d’un diner.
16210Si grant colpo li donò Varocher, (2710)
 Q’elo l’abate de·l corant destrer.
 O voja o no li ait por presoner; ((2760))
 Via l’en mene sens nosa e tençer,*
 Tros a la tende de li so enperer.
16215A Blançiflor li donò a guarder, (2715)
 E quant la dama li poit aviser,
 Ben li conoit q’è le so çivaler.* ((2765))
 Demantenant le fait desarmer,
 E pois le fait vestir e coroer
16220De riche robe, de palio e de çender. (2720)
 E Bernardo prist la dama a guarder;
 Quant la conoit, qe la poit aviser,
 Nen fust si legro par tot l’or de Baiver.
 Davanti da le se vait a ençenoler;
16225E Blançiflor le fi su lever, (2725)
 Apreso le le fait aseter,
 E si le prist por rason demander, ((2775))
 Como se mante(n) Karlo maino l’inperer.*
 “Dama,” fait il, “par vu est en pe(n)ser;
16230De vu jamés non ait nul sper. (2730)
 Cre qe siés morte, sença nul recovrer.”
 
 Rubric 455
 Coment Ber(n)ardo parolle a la dama.
 Laisse 456
 
 Bernardo parole, qe oit çoie grant,* ((2780))
 De la raine a la çera riant;
 Qi le donast tot l’or d’Oriant,
16235El non seroie si legro e çojant. (2735)
 “Dama,” fait il, “molto me vo mervelant,
 De questa ovre como soferés tant. ((2785))
 Qualqe se more, son ves apertinant;
 Nen fust Damenedé qe me fo in guarant,
16240Morto m’averoit a la spea quel truant.” (2740)
 Dist Blançiflor, “El è pro e valant;
 Non è in ste mondo nesun hon vivant, ((2790))
 Qe a mon segnor aça servi cotant.
 Quando fu morto Albaris l’infant,
16245Qe Machario l’onçis, li traito seduant, (2745)
 Par me li bois eo m’en foçì erant.
 Eo atrovè Varocher primemant;* ((2795))
 Par moi lasa muler et enfant.
 Jamai da moi el no fo desevrant;
16250Tant fu lojal e ben reconosant, (2750)
 Par moi durò gran poine e tormant.
 Quant le trovè in le bois primemant, ((2800))
 Non avoit mie arme ni guarnimant;
 Ançi estoit a modo de truant.
16255Entro le bois stava par tot tanp, (2755)
 E fasoit legne por noir ses enfant.”
 Dist Bernardo, “Mué oit senblant. ((2805))
 Meltre çivaler non porta guarnimant;
 Or plaist a Deo, li pere roimant,
16260Questa novella saust li rois de Franç, (2760)
 Qe vos sojés vive, e legra e çojant;*
 Nen fust si legro in tuto son vivant.” ((2810))
 Dist la raine, “Or lasez atant,
 Q’el se repente de l’ovra en ojant.
16265Çuçer me volse a torto vilanemant; (2765)
 Si m’envojò çativa e poveramant,
 Por altru tere alere mendigant, ((2815))
 Tota solete cun un de soa çant.
 Ma noportant, e son grama e dolant,
16270Quando sa jent à nul ennojamant. (2770)
 Mon pere le fait, ne no altro hon vivant,
 Par soi vençer de l’ovre aparisant, ((2820))
 Q’elo de moi en fe vilanemant.”
 E Varocher si s’en retorna atant;
16275Lasa la dame e Bernard ensemant, (2775)
 A la bataile s’en vait apertemant.
 
 Rubric 456
 Coment fu grande la ba(ta)ille.
 Laisse 457
 
 Grande fu la bataile, forte et aduré, ((2825))
 L’un enperer cun l’autre mostre sa poesté,
 Donde dux Naimes en fo gramo et iré,
16280Por Bernardo, qe fo pris, en fo tot abosmé. (2780)
 E Karlo maine tant fu avant alé,
 Qe cun l’autre enperer el se fo encontré. ((2830))
 Cun Karlo estoit Naimes e Salatré.
 Morando li pros e li cont Salatré,
16285Çascun tenoit in man li bon brando litré, (2785)
 Sor qui de Costantinople menoit gran ferté.
 Ça fust son enperer recreant clamé, ((2835))
 Quant li rois d’Ongarie li oit secorso doné,
 A .x. mile Ongari de sa contré.
16290E Varocher non fo pais daré; (2790)
 D’anbesdos part fo si grant la meslé,
 Dir ne se poroit in carta ni in bre.* ((2840))
 Tuto quel çorno, tantq’el fo vespro soné,
 D’anbedos part ela estoit duré.
16295Quant Karlo maine li avoit escrié, (2795)
 L’inperer de Costantinopole oit demandé;
 E cil a lui vene tot coroé ((2845))
 Par lui parler, çascun se fait aré;
 “Enperer, sire,” ço dist Karlo l’insené,
16300“De una ren molto me son mervelé; (2800)
 Quando avés soferto et enduré,
 Venir en Françe asidier ma çité. ((2850))
 De vestra file e son gramo et iré;
 S’ela est morte vengança n’ò pié,*
16305De le traitor qe me l’à acusé. (2805)
 Ma noportant se mendança en volé,
 E vos la farò a vestre volunté, ((2855))
 D’oro e d’avoir e de diner moené.”
 E cel le dist, “Mal en fu porpensé,
16310Quant por ma file fo li fois alumé. (2810)
 Nen fust l’abes donde fo confesé,
 Q’el da le soit tota la verité, ((2860))
 E qe inçinta estoit de filo e de rité,
 Demantenant ela fose bruxé.
16315De le non fust merçé ni piaté (2815)
 E posa fo de França sbanojé.
 A un sol çivaler ela fo delivré, ((2865))
 Qe por Machario fo morto et afolé.
 Ça çeste pla non serà aquité,
16320Se por bataile el non è afiné; (2820)
 Un çivaler co<ntr>o un autre in bataja de pre.”*
 E dist Karlo, “El soja otrié. ((1870))
 Vu romarés et eo tornarò aré;
 A le matin quant l’aube ert levé,
16325Un de ves çivaler en serà adobé, (2825)
 E un d·i me en serà da l’altro le.
 S’el meo estoit e vinto e maté, ((2875))
 (D)ecliner m’averò a vestra volunté;*
 De vestra file tel vengança ne prenderé,
16330<Com(e) vos virà> en voler et in gre.* (2830)
 E s’el vostro serà e vinto e maté,
 De bon voloir en tornarez aré, ((2880))
 Si serà entro nos pax e bona volunté.”
 E cil le dist, “El soja otrié.”
16335Dont Karlo maine l’oit parfont encliné. (2835)
 Çascun de lor s’oit molto onoré;
 Arer s’en torne e fo l’oste sevré. ((2885))
 E Karlo maine oit Naimes apelé,
 E li Danois e des autres asé.
16340Tot l’afaire li oit dito e conté, (2840)
 De la bataile como ert devisé;
 Çascun la oit graé et otrié. ((2890))
 E li Danois primeran fus vanté
 Q’el farà la bataile se a li rois est e·s gre.*
16345Demantenant n’en fo conseil pié;* (2845)
 Li rois demanes li oit li guanto doné.
 Da l’autre part si fu l’autre amiré,* ((2895))
 Qe de Costantinople est enperer clamé.
 Dist a sa çent ço q’el oit devisé,
16350Cun Karlo maine, li rois de Crestenté; (2850)
 La bataila ert da dos sol a·l pre,*
 “Qi lì alirà?” li rois li oit parlé. ((2900))
 Çascun escrie, “Varocher l’amiré!”
 E cil respont, “Et el soia otrié.”
16355Gran çoja oit li rois e li be; (2855)
 A la raina fu la nova conté,
 Qe Varocher oit la bataila enguaçé,* ((2905))
 Ver li Danois oit li guanto pié.
 Quant ela li soit, ela fo porpensé,
16360Q’ela soit ben tota la verité (2860)
 Qe in Crestenté, e davant e daré,
 Meltre çivaler nen seroit trové ((2910))
 De li Danois, e de plu poesté.*
 Saçés par voir, sença nul falsité,
16365Qe Varocher oit lojalment amé. (2865)
 Par lui parler oit un mesaço mandé,
 E cil le vene ne l’oit pais contrasté. ((2915))
 
 Rubric 457
 Coment la raina apeloit Varocher.
 Laisse 458
 
 Quant davant la raine fo venu Varocher,
 La çentil dame le prist a apeler;
16370“Varocher,” dist ela, “vu sì un forsoner, (2870)
 Quant contra mon voloir vos faite anomer.
 Nen conosés mie li nome de·l çivaler, ((2920))
 Qi çerchese França tota quanta por inter,
 Nen trovaroit plus argolos ni fer,
16375Cun li Danois qi s’apela Oçer. (2875)
 Meltre çivaler ne se poroit trover,
 Ne qe li rois plus ami e tegna çer.” ((2925))
 Dist Varocher, “Ne le doto un diner, *
 E d’una ren vos vojo en projer:
16380Se vos m’amés, e de ren m’avés çer, (2880)
 Qe vos de mi lasez quel penser.
 S’el fose vivo Rolando et Oliver,* ((2930))
 N’i dotaria la monta d’un diner.”
 Dist Bernardo, qe estoit presoner,
16385“Dama,” fait il, “el est pro e ber; (2885)
 Jamais tel colpo non avì da çivaler.
 Mais de una ren e vos vojo en projer; ((2935))
 Qe de bone arme le faça adober,
 Qe li Danois qe s’apella Oger,
16390Oit una spea qe trença volunter. (2890)
 Curtana l’apelent Alemant e Baiver;
 Plu trença fer rubio açer,* ((2940))
 Qe nula falçe la erba de·l verçer.”
 Dist la raine, “E l’ò ben en penser.”
16395Dist Varocher, “Pensés de l’esploiter, (2895)
 Qe primament vojo a li canpo entrer.”
 Dist Bernardo, le sir de Mondiser, ((2945))
 “Sire Varocher, vu avés bon penser.
 Non aça l’ovre si forte adaster,
16400Qe tel se cuita vendere e cançer, (2900)
 Qe a la fin si le conpra molto çer.
 Mal conosés li Danois Oger; ((2950))
 En tot le mondo, e davant e darer,
 En Paganie e por li Batister,
16405No se trovaria un milor çivaler.” (2905)
 Dist Varocher, “Ben l’ò oldu nomer;
 Ma noportant, e no·l doto un diner; ((2955))
 E d’una ren vos vojo creenter,
 Poisqe mon sir me donò li corer,
16410Eo devente si argolos e fer, (2910)
 Quando de le bois me ven a remenbrer
 Qe sor li doso portava tel somer, ((2960))
 Como faroit un corant destrer
 De retorner plus a quel mester,
16415Saçés par voir, se Deo vole aider, (2915)
 De retorner a·l bois, e non faço penser.
 Soloja aler vesti de pani de paltoner, ((2965))
 Et in man portoie un baston de pomer.
 E mo si son vesti a lo de çivaler,
16420E a mon la, li brando forbi d’açer. (2920)
 Quando ço voi, e(n) mon cor son si fer,
 Qe non redoto homo vivo de mer.* ((2970))
 Converser soloie cun bestie averser;
 Ora demoro en çanbra d’inperer,
16425E quando vojo sonto so camarler.” (2925)
 Dist la raine, “Tu à molt bona sper;
 Nen so q’en die, ne responder·t arer. ((2975))
 Tant è tu saço en dir et en parler,
 Le to parole e non vojo amender.
16430Ma tota fois, averò par toi projer (2930)
 Jesu de glorie, li vor justisier,
 Qe de la bataile te lasi arer torner, ((2980))
 E sano e salvo dever le dux Oger.”
 Dist Varocher, “Or lason li parler,
16435E si me faites le arme aporter.” (2935)
 Dist la raine, “De grez e volunter.”
 
 Rubric 458
 Coment la raina foit armer Varocher.*
 Laisse 459
 
 Blançiflor la raine a la clera façon, ((2985))
 De Varocher oit gran doteson,
 Arme li fa aporter, le meltre de li mon;
16440E cil vestì l’auberg flamiron. (2940)
 Mis le ganbere, e calçò li speron,
 E posa çinse le brando a·l galon. ((2990))
 Un elmo à laçé, qe fu rois Faraon;
 Nen fo ma spee q’en trençase un boton.
16445Montò a çival corant et aragon, (2945)
 E la raine a la clera façon
 Le fe aporter una tarça reon. ((2995))
 A·l col se la mist Varocher, li prodon,
 E posa prist un aste cun un penon.
16450Li fer trençant si le sont enson; (2950)
 “Dama,” dist Varocher, “e vo a li Deo non.”
 Dist la raine, “A ma beneçion.” ((3000))
 E Varocher punçe li aragon,
 A l’inperer vene sença tençon.
16455“Enperer, sire, e vo a·l canpion, (2955)
 A fornir la bataile, se vinçer la poron.”
 Dist l’inperer, “Soja a li Deo non; ((3005))
 Se Deo me done de là retornason,
 Tant vos donarò or coito e macon,
16460E bona tere con çastel e dojon, (2960)
 Qe in vestra vite en serés riçes hon.”
 Dist Varocher, “E nu li prenderon,* ((3010))
 Si vos faremo homaço cun fare se devon.”
 Li rois le segne, dè le beneçion,*
16465E cil s’en voit, a cuite de speron. (2965)
 Plu se ten fer qe liopart ne lion;*
 Tanto çivalçe, non fait arestason, ((3015))
 Ven a la tende de l’inperer Karlon;
 Ad alta vos elo mis un ton,
16470“Enperer, sire de França e de Lion, (2970)
 O avés vos li vestre canpion?
 Vol il conbatre? Dites moi si o non.” ((3020))
 Karlo l’oì, e le dux Naimon;
 Dist l’un a l’autre, “Cil est un mal garçon;
16475Meltre diable non è in ste mon.”* (2975)
 Atant li Danois venoit por li pavilon;
 De Varocher el oldì la tençon. ((3025))
 Quando l’oldì, el se tene a bricon;
 Ven a sa tende, o le ses drui son.*
16480Querì ses arme, si vestì li braçon, (2980)
 So blanc aubers, si calçò li speron.*
 Çinse Curtane a·l senestre galon, ((3030))
 Alaça l’eume a guise de baron;
 Monta a çival corant et aragon;
16485A·l col la tarçe, o è pinto li schalon.* (2985)
 Una asta pris, o li fer son inson;
 El non fi moto, nen dist autre sermon, ((3035))
 Ver Varocher s’en vait a speron.
 Karlo le vi, si n’apellò Naimon:
16490“Veez li Danois, cun s’en vait a bandon; (2990)
 Ça serà la bataile qe ne pi si o non.”*
 E dist Naimes, “Deo vinçer ne la don, ((3040))
 E si metese pax et acordason,
 Entro color qe imparenté son.”*
 
 Rubric 459
 Coment li Danois apeloit Varocher.
 Laisse 460
 
16495Quant li Danois fo a Varocher venu,* (2995)
 Elo l’apelle, si l’oit a rason metu;
 “Çivaler, sire, vu m’avés deçeu, ((3045))
 Quant avant moi estes a li canpo venu.
 Volez contra moi mostrer vestra vertu,
16500O dever moi clamar·ve recreu?” (3000)
 Dist Varocher, “Avez li seno perdu?
 Creez qe soja quialoga venu, ((3050))
 Por dir çanson ne faire nul desdu,*
 Se no por conbatre a li brandi nu?
16505Se tel serés como avés li nome eu, (3005)
 Ça ver de moi non serés recreu.”*
 Dist li Danois, “E v’ò ben entendu.” ((3055))
 De·l canpo se donent una arçea e plu;
 L’un cuntra l’autre ponçe li destrer crenu,
16510E brandise le lançe a li feri agu. (3010)
 Comunelment i se sont feru;
 Frosent le tarçe tote quant por menu. ((3060))
 Li fer trençant ont in le auberg metu;
 E qui son bon, da mort li oit defendu.
16515Le aste è grose, e li fer trençant en fu; (3015)
 Anbi li baron sonto de gran vertu,
 E si gran força i le ont metu, ((3065))
 Qe inçenoclé son le çivali anbidu.
 E qui le pinse ben qe ont gran vertu,
16520Siqe le aste son in troncon cau. (3020)
 Oltra s’en pase li bon çival crenu,
 Ne l’un ni l’autre no lì à ren perdu. ((3070))
 
 Rubric 460
 Coment fu grande la meslé tra li dos canpion.*
 Laisse 461
 
 Le çivaler si son pro e valant;
 Oltra l’inporte anbes li auferant.
16525Ne l’un por l’autre no se ploja niant. (3025)
 Li destrer torne çascun trait li brant;
 L’un dever l’autre a guise d’olifant. ((3075))
 Ma Varocher se trait plus avant;
 E fer Oger desor l’eume lusant.
16530Gran colpo li done, ma no l’inperia niant, (3030)
 Qe Damenedé li estoit en guarant.
 La spee torne sor la tarça davant; ((3080))
 Toto ne trençe quant ela ne prant.
 E de l’aubergo la gironée davant.
16535“Santa Marie,” dist Oçer li valant, (3035)
 “Cun quella spee trençe teneremant!
 E cil qi l’à doné, si no m’ama niant.” ((3085))
 Gran colpo li done desor l’eume lusant;*
 Ver Varocher el ven ireemant.
16540Nen po trençer un diner valisant, (3040)
 Car cel heume fu e forte e tenant.
 La spea torne, qe la tarça porprant; ((3090))
 Cun tota la guinche el la çeta a li canp,
 E de l’aubergo cento maje in avant;
16545Tros in l’erbete va la spea clinant. (3045)
 Si grande fo li colpo de Oger li valant,
 Qe sor l’arçon de la selle davant, ((3095))
 Varocher se vait toto quanto plojant.
 Par un petit non cade en avant;
16550Reclama Deo, li pere onipotant, (3050)
 “Sante Marie, raine roimant,
 Anco si me siés de la morte guarant!” ((3100))
 Dist Oger, “Me va tu reconosant?
 Rende·te a moi, non aler plu avant.”
16555Dist Varocher, “Vu parlé de niant; (3055)
 Ancor no sui e vinto ne recreant.”
 A questo moto anbi li conbatant ((3105))
 Se requerent a li brandi trençant.
 L’un dever l’autre no s’apresia un guant;
16560De ben ferir çascu se fa avant. (3060)
 
 Rubric 461
 Coment fu grande la bataille.
 Laisse 462
 
 A gran mervile fo pro li çivaler; *
 L’un no presia l’autre la monta d’un diner. ((3110))
 A li brandi d’açer anbidos se requer;
 Se l’un è pro, li autre est liçer.*
16565Le armaure for li eume d’açer (3065)
 Sont trençé tros a la çarne cler.
 “Sante Marie,” dist li Danois Oger, ((3115))
 “A gram mervile è fer ste malfer!*
 Jamai non vi homo de tel airer;
16570A gran mervile est pro çivaler.” (3070)
 Elo l’apelle, si·l prist a derasner:
 “Çivaler, sire,” dist li Danois Oger, ((3120))
 “En la corte de le vestre enperer,*
 Par nome cun vos faites clamer?”
16575E cil le dist, “E ò nome Varocher; (3075)
 Petit è·l termen qe eo fu çivaler.
 Eser soloie prima un paltoner, ((3125))
 E in foreste senpre a converser.
 Par un servise qe fi a l’inperer,
16580El m’à doné le arme e li corer, (3080)
 E de novel m’à fato çivaler.
 De quella colsa qe mo sta a çeler, ((3130))
 S’el la saust Karlo maino l’inperer,
 No (t’a)veroie mandé qui a çostrer,*
16585Par moi oncire, confondre e mater. (3085)
 Ançi, m’averoit amer e tenir çer.”*
 Dist li Danois, “Noble çivaler, ((3135))
 Se a vos plaist a moi çel deviser,
 E <la cre>ençe dire e palenter,*
16590E moi e vos sença nosa e tençer, (3090)
 E senç<a> colpo ferir ni capler,
 E moi e vos s’averesemo acorder.” ((3140))
 Dist Varocher, “Me le poso enfier,
 Qe ço qe vos dirò, vu si diça çeler,
16595Ne a nul persone dire ni aconter?”* (3095)
 Dist li Danois, “E vos l’averò çurer.”*
 Dist Varocher, “Et eo mejo non requer. ((3145))
 Et eo vos contarò le fato tot enter,
 Si cun l’ovre fo fata da primer.
16600Nen vos remenbré de li tenpe ançioner,* (3100)
 Quant Albaris fo morto a li verçer,
 A la fontane por la dama mener, ((3150))
 Donde Machario si n’avè son loer?
 La dama s’en foçì por li bois dur e fer;
16605Et eo si l’encontrè ad un terter paser. (3105)
 A moi se rende; eo l’avì a convojer
 Trosqua en Ongaria; ilec fi la repolser, ((3155))
 Si la desis a cha d’un bon oster;*
 La prima noit q’e l’avì ostaler,*
16610Un enfant partorì. Quant le fi bateçer, (3110)
 Li rois d’Ongarie li vene ad alever;
 Son nome le mist, si se fa apeller;* ((3160))
 Quant conove la dame, molto l’avoit çer;
 Grant honor le fi, si mandò a son per.
16615E son pere mandò por lei de nobeli çivaler, (3115)
 En Costantinople el se la fe mener.
 E por le à fato questa oste asenbler, ((3165))
 E si te poso par droito voir conter,
 Qe quella dame cun tot li baçaler,
16620Si est en l’oste de l’inperer son per. (3120)
 E qi la volt, là la porà trover,
 E sana e salva sença nul engonbrer.” ((3170))
 Quant li Danois li oldì si parler,
 E tel rason dire e deviser,
16625Qi le donast li onor de Baiver, (3125)
 Nen seria si çojant par nula ren de mer.
 El se decline enverso Varocher; ((3175))
 Entro le fro mis le brando d’açer.*
 “Varocher,” dist il, “e vos ò molto çer.
16630Non plaça Deo, li vor justisier,* (3130)
 Qe contra vos e voja plu çostrer.
 Çer vos tirò cun vos fustes mon frer; ((3180))
 Nen averò ren, ni avoir ni diner,
 Avec vos ne serò parçoner.”
16635E Varocher l’en pris a mercier. (3135)
 
 Rubric 462
 Coment li Danois apelloit Varocher.
 Laisse 463
 
 Quant li Danois oit oldu la novelle,
 A gran mervile ela li paroit belle. ((3185))
 De çoja qe il oit, tot li cor li saltelle;
 Deo mercie, e la Verçen polçelle.
16640O el vi Varocher, dolçement l’apelle: (3140)
 “Varocher,” fait il, “dito m’avés tel novelle,
 Plus m’è·la chara qe l’onor de Bordelle,* ((3190))
 De vos amer tot li cor me renovelle.
 A Karlo m’en çirò, q’è segnor de Bordelle
16645Dirò qe m’avés (vinto) et abatu de selle.”* (3145)
 
 Rubric 463
 Coment li Danois parolle.
 Laisse 464
 
 “Varocher,” dist li Danois, “nen vos ert çellé;
 Tel colsa m’avés dito e conté, ((3195))
 Plus n’ò e çoja qe se aust guaagné,*
 Eser segnor de Roma la çité,
16650De la raine qe viva est trové. (3150)
 A Karlo maine e tornarò aré.
 Ça questa colse no le serà conté, ((3200))
 Mes altrament le serà devisé,
 Donde la pax en serà fata de anbi le.”
16655Dist Varocher, “Vu farì gran bonté. (3155)
 Or vos alez, e plus non demoré.”
 E li Danois si oit preso conçé; ((3205))
 Da Varocher è parti e sevré;
 A l’oste Karlo el fu reparié.
16660E quant el fo queri e demandé, (3160)
 De la bataile coment estoit ovré,
 Elo le dist qe vinto est e maté; ((3210))
 E quant el fo de·l çival desmonté,
 E de ses arme el fo desarmé,
16665Elo si vent davanti l’inperé. (3165)
 “Bon roi,” fait il, “e vojo qe vu saçé:
 Conbatu son e vinto e maté, ((3215))
 Da·l milor çivaler de la Crestenté.
 Unde e vos pri, par droita verité,
16670Qe vu tratés pais e bona volunté (3170)
 Cun l’inperer qe est de Costantinople clamé.
 E se vos le faites, vu farés gran bonté.” ((3220))
 Dist Karlo maine, “Ben me veroit a gre,
 Se envers lui atrovase piaté,
16675Qe de soa fille qe morta est trové (3175)
 Elo me fist perdon de tot son gre.”
 Dist li Danois, “Ora li envojé ((3225))
 Un ves mesajo qe soja de bonté,
 Qe ben saça parler e querir pieté.”
16680Dist l’inperer, “E l’ò ben porpensé. (3180)
 Qi lì alirà?” dist Karlo l’inperé.
 Dist li Danois, “Eo li ò ben trové; ((3230))
 Naimes li dux et eo da l’altro le.”
 Dist l’inperer, “Et el soja otrié,
16685Ça dos milor non è in Crestenté.” (3185)
 Adoncha Naim si se fo coroé,
 De riche robe vesti et adorné; ((3235))
 E li Danois non oit l’ovra oblié,
 Qe ben savoit tota la verité
16690Si cun Varocher li avoit conté; (3190)
 E por quela chason li vait çojant e lé.
 Anbidos se partent, quant pris ont conçé. ((3240))
 Por li çamin tanto sonto alé;
 Le primer homo q’i ont trové,
16695Cil fu Varocher, cun avoit ordené (3195)
 Cun li Danois, quant da lui fo sevré.
 Quant elo le vi, gran çoja oit mené, ((3245))
 Le dux Naimes oit por man gonbré,
 E li Danois prist da l’altro le;
16700Davanti l’inperer li oit amené. (3200)
 Li rois le vi, por lor se fo levé;
 Naimes asist a son destro costé. ((3250))
 Da l’autre part, da le senestre le,
 Sest li Danois de bona volunté,*
16705E Varocher davanti lor en pe. (3205)
 Molto furent da li baron guardé;
 Laudé furent e da boni e da re. ((3255))
 
 Rubric 464
 Coment Naimes parolle.
 Laisse 465
 
 Naimes parole toto primerement:*
 “Droit enperer,” dist il, “a moi entent.
16710Voir vos dirò, por lo men esient, (3210)
 Non est nul colse in ste segol vivent,
 Poisq’el è fato et oit pris feniment, ((3260))
 De retorner arer de le est nient.
 Unde eo pri, por Deo onipotent,
16715Qe a Karlo maine, qe fu vestre parent, (3215)
 Li perdonés de cor e de talent.
 Et el serà a ves comandament, ((3265))
 D’obeir vos e lui e sa çent.”
 Dist l’inperer, “Vu parlés saçement.
16720E vos vojo dire a vos apertament, (3220)
 Quando ma file mariè primement,
 E non avoie amigo ni parent, ((3270))
 Qe tant amoie cun Karlo lojalment.
 Or oit il fato ver moi deslojalment;
16725De ma file (à) fato deslojalment,* (3225)
 Si la çuçoit a li fois ardent;
 Calonçea fo a torto, vilment ((3275))
 De quela colsa qe estoit falsament,
 Nen poso ester qe a vos non palent.
16730Se Deo m’oit ameo lojalment, (3230)
 De ma fille vos dirò li convent.
 Non est morte; ançi est viva e çojent.* ((3280))
 E se de ço vu fosi descreent,
 Verì li voir, alo amantinent.”*
16735Alora dist a Varocher, en rient, (3235)
 “Varocher,” dist il, “vu sì saço e valent.
 Alez a Blançiflor, non demorés nient; ((3285))
 Davant moi la menez a·l present,
 Siqe Naimes la voie e Oger ensement.”
16740Dist Varocher, “Vu parlé saçement.” (3240)
 El se departe, non fait demorament;
 Ven a la çanbre, o ela estoit çeleament; ((3290))
 Avec Bernard de soto un paviment.
 Dist Varocher, “Dama, ad esient,
16745E (v)os aporto un noble present.* (3245)
 Vestre per v’invoie sençe demorament,
 Venez a lui açesmeament, ((3295))
 Qe de vos non açe blasmo de nient,
 Qe avez eu nesun enojament;
16750Veoir vos vol de la Françescha jent: (3250)
 Uçer e Naimes, qe son vestre servent.”
 La dama l’olde, a Deo merçé ne rent; ((3300))
 Gran çoja n’oit, se vestì riçement;
 Ad un fil d’oro soa crena destent.
16755Ela e Bernardo se partì mantenent; (3255)
 E fo venua da la tenda davent,
 Davant son pere o Naimes la atent. ((3305))
 Quant Naim la vi, li cor si le sorprent;*
 Parler non poroit par tot l’or d’Orient.
 
 Rubric 465
 Coment Naimes parolle a la raina.
 Laisse 466
 
16760Gran çoja ont le çivaler, (3260)
 Quant verent la raine qe oit le vis cler.
 I se partent davant l’inperer;* ((3310))
 O verent la raine, se vont a ençenoler,
 E çentilment la vont a saluer.
16765“Dama,” dist Naimes, “se l’olsase parler, (3265)
 Eo vos diroe un poi de mon penser,
 Qe l’inperer, li qual è vestre per,* ((3315))
 Plu saçes rois no se poroit trover.
 Quando ces ovre à saçé si mener,
16770Ma se li plais e li vol otrier, (3270)
 Quel qe dirò non voja deveer.
 Entro lui e Karlo, e le vojo apaser; ((3320))
 E vos, raine, s’el vos est a agraer,
 Si tornarés ves reame a guarder.
16775A vos declinaroit Alemans e Baiver, (3275)
 E tota jent q’è soto l’inperer.”
 Dist la raine, “Ne m’en so conseler, ((3325))
 Quando me poso li jor aremenbrer,
 Qe si vilment elo me fe mener;
16780E quando vi le fogo alumer (3280)
 O dedens me voloja ruer.
 Se eo avì paure, non è da demander; ((3330))
 Quando le bon abes m’avì a confeser,
 De quela poine el me fe resploiter,
16785Quando mon segnor me fe via mener (3285)
 Ad Albaris li cortois e li ber.
 De le traites qe li vene darer,
 Par mon cors onir e vergogner, ((3335))
 Par moi defendre, le vi morto çiter.
16790E quant ço vi, si m’alè a fiçer (3290)
 En le gran bois por ma vita salver.
 Asa m’aloit çerchando quel liçer;
 Ne me pote avoir si s’en tornò arer.* ((3340))
 Nen veez vos çestu Varocher?*
16795A gran mervile le dovez amer, (3295)
 Sor tot ren amer e tenir çer!
 Par moi lasò e fio e muler,
 Ne ma da moi ne se volse sevrer. ((3345))
 Prima estoit un truant a guarder;
16800Ma mo oit lasé quel mester, (3300)
 Dapoisqe mon per si le fe çivaler;
 Da ora avanti el s’à fato apriser.”
 Dist li Danois, “A·l mondo non ait son per, ((3350))
 Por ben ferir e gran colpi doner,
16805Meltre de lui non pote mais trover.” (3305)
 
 Rubric 466
 Com(e)nt la raina parolle a·(l) civaler.
 Laisse 467
 
 “Segnur,” dist la raine, “entendés mon talant.
 Ço qe dirò, saçés ad esiant,
 En mon per est tot l’acordamant, ((3355))
 E quel po faire de moi li son talant;
16810Nori el m’oit, e moi e mon enfant, (3310)
 Dapoisqe de Françe en fi desevremant.
 S’elo l’otrie, serò molto çojant.”
 Dist le dux Naimes, “Vu parlé saçemant.” ((3360))
 A l’inperer i se vait declinant;
16815“Enperer, sire,” dist Naimes li valant, (3315)
 “Por Deo vos pri, qe naque in Beniant,*
 Qe avec Karlo faites acordamant.
 Sa dama li rendés, qe droit est voiremant, ((3365))
 Qe partir ne le poit homo qe soja vivant.”
16820Dist l’inperer, “Vu parlé saçemant.* (3320)
 Mais d’une ren saçés ad esiant;
 Par un petit qe eo no me repant,
 Quant me porpenso de l’inçuria grant ((3370))
 Qe a ma file el fi malvasiemant,
16825E ben savés se digo voir o mant. (3325)
 Mais noportant, eo vos dono li guant,
 Qe de çes ovre façé li ves comant.”*
 Quant li baron olde li convenant, ((3375))
 I le merçie, clina·le perfondamant,
16830Si l’en merçie e ben e dolçemant. (3330)
 Se la raine oit çoie, nesun no ne demant;
 A le dux Naim ela dist en riant, ((3380))
 “Naimes,” fait ela, “se vivo longemant,
 De questa pais n’atendés gran presant.
16835Ma s’el ve plas, prendez mon enfant; (3335)
 A son per li menés tot in primeremant,
 Q’elo li voie, qe mais no li fo davant.” ((3385))
 “Deo,” dist Oçer, “molto è richo li presant.”
 Adoncha la dame non demorò niant;
16840O vi son fil, por me la man li prant; (3340)
 A Naimes le delivre, e ben e çentilmant.
 E qui prende conçé da·l roi e da sa çant, ((3390))
 E mena Varocher avec l’infant.
 De lui non se fioit en nesun hon vivant;
16845Dapoq’el fo nasu si·l norì ben e çant. (3345)
 
 Rubric 467
 Coment li mesacer s’en (v)ait a l’ost Karlo.
 Laisse 468
 
 Va s’en li mesaçer, nen fait demorason;
 E mena avec lor le petit garçon, ((3395))
 E Varocher, li saçes e li bon.
 Quant s’aprosment a l’oste Karlon,
16850Contra li vent çivaler e peon, (3350)
 Per oldir novelle, se la pas averon.*
 Virent Varocher, e le petit garçon, ((3400))
 Qe plu fu bel qe non fu Ansalon:*
 Le çevo blondo cun pene de paon;
16855Plu bel damisel uncha non vi nul hon. (3355)
 Quant i furent davant li rois Karlon,
 Li rois li apelle, si le mis por rason: ((3405))
 “Or dites moi, qi est quel garçon?
 L’avì trové en via o in boschon?
16860Un plu bel damisel uncha non vi nul hon.”* (3360)
 E dist Naimes, “Quan saverés ses non,
 Plu l’amarés qe li ocli de·l fron.* ((3410))
 Oldés miracle de Deo, qe manten li tron.”
 L’enfant se partì de braçe de Naimon,
16865E ven a Karlo, si·l prist a·l menton; (3365)
 “Pere,” fait il, “ben so la leçion
 De moja mere, coment s’en alon. ((3415))
 Vestre fil son par droita nasion;
 E se no·l creés, q’en fosi en sospicion,
16870Trover me poés le segno qe avon (3370)
 Desor la spala, la crox droita son.”*
 Li rois l’olde, si n’apella Naimon; ((3420))
 “Naimes,” fait il, “qe dist ste garçon?
 Ne poso entendre niente de sa rason.
16875Donde l’avés? Dites moi qe il son.” (3375)
 E dist Naim, “Vu le saverés par non;
 Tel colsa vos dirò dont gran çoja n’averon ((3421))
 Tota la cort, çivaler e peon;
 Çama in Françe tel çoja non veron,
16880Cun vu averés por le petit garçon.” (3380)
 
 Rubric 468
 Coment Naimes parolle.
 Laisse 469
 
 “Enperer, sire,” dist Naimes de Baiver,
 “Tel novela vos averò conter ((3430))
 Donde n’averés forment a merveler.
 Nen veés vos ste petit baçaler?
16885Por voir vos di, si ve le poso çurer, (3385)
 Qe por ves filz le poez clamer.*
 Si ò veçu Blançiflor sa mer ((3435))
 Q’ ella estoit en la cort de son per.*
 Non è pais morte; ançi è sana e cler.”
16890Quant sta novela oì l’inperer, (3390)
 Sor tot ren s’en pris a merviler.
 El dist a Naimes, “Questo non poso creenter, ((3440))
 Qe s(e) fose vive, nen poroit endurer
 De veoir sa çent onçir e detrençer.”
16895E dist Naimes, “E vos li poso çurer, (3395)
 Q’e l’ò veçue e parlé a·l çeler.
 La pax è fata, se la volés otrier.” ((3445))
 Dist l’inperer, “Tropo longo è l’intarder.”
 Karlo li rois prist l’infant a guarder,
16900E si le prist querir e demander: (3400)
 “Bel filz,” fait il, “como à nome toa mer?
 E dì a moi li nome de ton per.” ((3450))
 Dist l’infant, “Ne vos li ò çeler;
 Dama Blançiflor oì anomer ma mer;
16905Mon per oit nome Karlo maino, l’inperer, (3405)
 Cun ma mer me conte quando me ven parler.”
 Li rois si le reguarda, si le prist a baser. ((3455))
 “Bel filz,” fait il, “vu me sì molto çer;
 Depos ma mort ve farì rois clamer,
16910De França belle, Normandie, e Baiver.” (3410)
 Or dist Naimes, “Lasez li parler,
 Qe de l’acordo ora se vol penser, ((3460))
 Siqe ajez emena ves muler.”
 Dist li rois, “A ves ven quel plaider,
16915De far la pais e la guera laser.” (3415)
 
 Rubric 469
 Coment ancor parloit Naimes.
 Laisse 470
 
 “Emperer, sire,” ço dist le duc Naimon,
 “Cun la raine sonto ste a tençon; ((3465))
 Tot m’à conté de soa entencion.
 Un parlamento vo fare, qe ne pi si o non;
16920Vu e l’altro enperer serez a un bolçon.* (3420)
 L’acordo farés per bona entencion;
 Prenderés la raine a la clera façon.” ((3470))
 Dist l’inperer, “E nu li otrion.”
 Adoncha Naimes e Oçer li baron
16925Se departent sens nosa e tençon; (3425)
 A l’oste de Costantinople s’en vent a bandon.
 O vi li rois, si·l mist por rason: ((3475))
 “Enperer, sire,” ço dist le duc Naimon,
 “Salu vos mande l’inperaor Karlon,
16930Qe a vos vol parler par bona entençion. (3430)
 S’el v’à mesfait, en vol fare amendason;
 Sa dama li donés, qe droit est e rason.” ((3480))
 E cil le dist, “E nu li otrion.
 Ren qe vos plaçe nen serà se ben non.”
16935Adoncha Naimes mis Oçer por Karlon,* (3435)
 Qe a lu vegne por far acordason,
 Cum l’inperer qe de Costantinople son. ((3485))
 Quant la novella oì li rois Karlon,
 El çura Deo, san Polo e san Simon,
16940Qe mais non fu, ni serà in ste mon,* (3440)
 De seno e de savoir e de bona rason,
 Qe somiler se posa a (N)aimon.* ((3490))
 
 Rubric 470
 Coment Karlo vait a l’ost de le roy de Costantinop(o)ple.
 Laisse 471
 
 Quant l’inperer a cui França apent
 Vi le mesaje, molto s’en fa çojent.
16945Adoncha apelle li meltri de sa jent, (3445)
 Si fo vesti d’un palio d’Orient,
 E fo monté sor un palafroi anblent. ((3495))
 A l’oste l’inperer, a cui Costantinople apent,
 Est venu tosto et isnellement.
16950Li rois le vi venir, non fait arestament; (3450)
 Contre li vait cun d·i ses plus de çent.
 L’un ver l’autre se mostra bel senblent; ((3500))
 De pax faire entro lor se content.
 Atant ven la raine, qe partì li parlament;
16955Karlo, quando la vi, s’en rise bellement. (3455)
 Et ella li dist, “Çentil rois posent,
 Non vojo recorder la ira e·l maltalent;* ((3505))
 A vu fu calonçea a torto vilment.
 Machario de Losana, le traitor seduent,
16960Onir vos volse a torto falsament; (3460)
 Albaris onçis a la spea trençent,
 Vengança ne prendisi, cun dise tota la jent. ((3510))
 E son vestra muler, altro segnor non atent;
 Da moja part fat’è l’acordament.”
16965E dist Naimes, “Vu parlé saçement; (3465)
 L’ira e·l maltalent nu meten por nient.”
 Li rois si la guarda, tot li cor li sorprent; ((3515))
 Ça parlirà a lo d’omo valent.
 “Enperer, sire,” dist Karlo li posent,
16970“Non vojo avec vos tençere lungement; (3470)
 S’e ò fa(t)o nul ren a vestre nojament,*
 Parilé sui a far·ne ’mendament. ((3520))
 Nen so qe dire; a Deo et a vos me rent;
 En primement eo fu vestre parent.
16975Apreso sui, se la dama li consent.”* (3475)
 Dist la raine, “Nen fu ma si çojent.
 Mais d’une ren vos di apertement: ((3525))
 De plus en faire, ne vos vegna en talent.”*
 
 Rubric 471
 Coment Karlo oit acordamant con l’enp(e)riere.
 Laisse 472
 
 Segnur, or entendés e si siés çertan,
16980En tote rois prinçes et amiran, (3480)
 Karlo maine estoit li plus sovran.
 Jamais non amò traitor ne tiran; ((3530))
 Justisia amoit, e droiture e lian.
 Cun l’inperer fato oit acordaman;
16985Toto s’oit perdoné la ire e·l maltalan.* (3485)
 Gran fu la çoie, mervilosa e gran;
 En Paris entrarent totes comunelman. ((3535))
 E la raine a la çera rian,
 Sor son palés ela monte çojan.
16990Gran fu la feste en Paris là dan;* (3490)
 Dame e polçelle s’en vait carojant.*
 La festa dure .xv. jor en avan; ((3540))
 E l’inperer qe Costantinople destran
 Conçé demande a l’inperer d·i Fran, (3495)
16995E li rois d’Ongarie avec lui enseman.
 I se departe baldi, legri e çojan,
 E lasa la raine a la çera rian ((3545))
 Avec Karlo, le riçe sorpojan.
 Da lor avanti fo pax tot tan;
17000Ne no le fo ni nosa ni buban. (3500)
 
 Rubric 472
 Coment s’en torn l’enperere in Constantinople.
 Laisse 473
 
 L’imperer fo en Costantinople torné
 Et avec lui el menò son berné. ((3550))
 E Leoys, le bon rois coroné,
 En Ongarie s’en fo reparié;
17005Gran çoja moine tot qui de le contré. (3505)
 Karlo remist a Paris sa cité;
 E la raine a son destro costé. ((3555))
 Jamais de ren nen fu tel çoja mené,
 Cun de la raine qe viva fu trové.
17010De Varocher e vojo qe vu saçé (3510)
 Ancor non est a sa muler alé,
 Ne mais non vi ne fio ne rité, ((3560))
 Dapoisqe da lor el se fo desevré,
 E si estoit un gran termen pasé.
17015Quando quel ovre el vi si atorné, (3515)
 E in la pax è la guera finé,*
 A la raine el demandò conçé: ((3565))
 “Dama,” fait il, “vu savés ben asé,
 Li jor e li termen q’eo me fu sevré
17020Da ma muler e mes petit rité, (3520)
 Si le lasè in grande poverté.
 Mais la marçé de Deo, e de vestra bonté ((3570))
 Asa ò avoir, e diner moené,*
 E bon çivail, palafroi e destré,
17025Siqe in ma vie ne serò asié. (3525)
 Unde vos pri, le conçé me doné.”
 Dist la raine, “Eo ne son çojant e lé.” ((3575))
 Ela li done d’avoir una charé;
 “Varocher,” dist la dama, “or vos en alé.
17030Quant vu averés vestra ovra devisé, (3530)
 Venerés a la cort, q’el non soja oblié.”
 Dist Varocher, “E l’ò ben porpensé.” ((3580))
 A çival monte cun petita masné,
 For qe quatorçe oit sego mené.*
17035Ben soit la vie, qe no l’oit oblié.* (3535)
 Quant a sa mason el se fo aprosmé,
 En me la voie oit du ses filz trové ((3585))
 Qe venoit de·l bois cun legne ben cargé,
 Si cun son per li avoit costumé.
17040Varocher, quan le vi, si le parse piaté;* (3540)
 A lor s’aprosme, de doso li oit rué.
 Quando li enfant se vi si malmené ((3590))
 Çascun de lor oit gran baston pilé
 Verso son per s’en vont airé.
17045Feru l’averoit quant se retrase aré, (3545)
 E si le dist, “Ancora averì bonté,
 Bel filz,” fait il, “vu no me conosé? ((3595))
 Vestre per sui, qe a vos son torné,
 E tant avoir vos dono amasé,
17050Richi en serés en vestra viveté; (3550)
 Si çivalçarì bon destrer seçorné;
 Çascun serà çivaler adobé.” ((3600))
 E quant li enfant li ont avisé,
 Poés savoir, gran çoja à demené.
 
 Rubric 473
 Coment Varocher foit vestir sa dama e ses enfa(n)t.*
 Laisse 474
 
17055Quant Varocher entra en sa mason, (3555)
 Ne le trova palio ne siglaton,*
 Ne pan ne vin, ne carne ne peson. ((3605))
 E sa muler non avoit peliçon;
 Mal vestia estoit cun anbes ses garçon.
17060E Varocher non fi arestason; (3560)
 Tot le vestì de palii d’aquinton,
 De tot quel colse qe perten a prodon ((3610))
 Fe aporter dentro da sa mason,
 Si fe levar palasii e dojon.
17065En la corte Karlo fo tenu canpion; (3565)
 Da qui avanti se nova la cançon.*
 E Deo vos beneie qe sofrì pasion.* ((3615))
 Explicit liber Deo gracias amen amen.