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Giovanni Villani, Nova cronica

Giovanni Villani, Nuova Cronica, a cura di Giuseppe Porta, Parma, 3 voll., Fondazione Pietro Bembo / Ugo Guanda Editore, 1990-1991.

Edizione digitalizzata e marcatura digitale a cura di Serena Modena

 

 

I



Libro VIII, cap. 5, vol. I, p. 413.
Avendo fatto il re Manfredi di fornimento a’ passi, come detto avemo, sì mandò suoi ambasciadori al re Carlo, per trattare co·llui triegue o pace; ed isposta loro ambasciata, il re Carlo di sua bocca volle fare la risposta, e disse in sua lingua in francesco: «Ales e dite moi a le sultam de Nocere: o gie metterai lui en enferne o il mettra moi em paradis»; ciò vuole dire: «Io non voglio altro che·lla battaglia, ove o io ucciderò lui, o egli me»; e ciò fatto, sanza soggiorno si mise al cammino.

II


Libro VIII, cap. 8, vol. I, p. 419.
Veggendo ciò il re Carlo, s’attenne e prese il suo consiglio, e per la grande volontà ch’avea del combattere, disse con alta voce a’ suoi cavalieri: «Venus est le iors ce nos avons tant desiré»; e fece sonare le trombe, e comandò ch’ogni uomo s’armasse e apparecchiasse per andare alla battaglia, e così in poca d’ora fu fatto.

III


Libro VIII, cap. 9, vol. I, p. 424.
Quando venne il conte Giordano sì si diede delle mani nel volto piagnendo e gridando: «Omè, omè, signore mio!»; onde molto ne fu commendato da’ Franceschi, e per alquanti de’ baroni del re fu pregato che gli facesse fare onore alla seppultura. Rispuose il re: «Si feisse ie volontiers, s’il non fust scomunié»; ma imperciò ch’era scomunicato, non volle il re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma appiè del ponte di Benevento fu soppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell’oste gittata una pietra, onde si fece grande mora di sassi.

IV


Libro VIII, cap. 10, vol. I, p. 425.
E quando il re Carlo venne in Napoli, da’ Napoletani fu ricevuto come signore a grande onore, e ismontò al castello di Capova, il quale avea fatto fare lo ’mperadore Federigo, nel quale trovò il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro di terì spezzato, il quale si fece venire innanzi, e porre in su’ tappeti ov’era egli e la reina e messer Beltram del Balzo; e fece venire bilance, e disse a messer Beltram che ’l partisse. Il magnanimo cavaliere disse: «Che a gie a fer de balance a departir vostre tesor?», ma co’ piedi vi salì suso, e co’ piedi ne fece tre parti: «L’una parte», disse, «sia di monsignor lo re, e l’altra di madama la reina, e l’altra sia de’ vostri cavalieri»; e così fu fatto.

V


Libro VIII, cap. 39, vol. I, p. 475.
Tornando a nostra principale materia, come per la detta vendetta fu morto il conte Arrigo, conte di Cornovaglia, fratello del re Adoardo, come dicemmo dinanzi, onde la corte si turbò forte, dando di ciò grande riprensione al re Carlo, che ciò non dovea sofferire, se·ll’avesse saputo, e se no·ll’avesse saputo no·llo dovea lasciare scampare sanza vendetta. Ma il detto conte Guido proveduto di compagnia di gente d’arme a cavallo e a piè, non solamente gli bastò d’avere fatto il detto micidio; perché uno cavaliere il domandò che egli avea fatto, e egli rispuose: «Ie a fet ma vengianze»; e quello cavaliere disse: «Comant? Vostre pere fu trainé»; incontanente tornò nella chiesa, e prese Arrigo per gli capelli, e così morto il tranò infino fuori della chiesa villanamente; e fatto il detto sacrilegio, e omicidio, si partì di Viterbo, e andonne sano e salvo in Maremma nelle terre del conte Rosso suo suocero.

VI


Libro VIII, cap. 75, vol. I, pp. 528-529.
E avendo il re Carlo una bacchetta in mano, com’era sua usanza di portare, per cruccio la cominciò a rodere, e disse: «Ai Dius, molt m’aves sofert a sormonter; gie t’en pri che l’avallee soit tut bellamant». E così si mostra che senno umano né forza di gente non ha riparo al giudicio d’Iddio.

VII


Libro VIII, cap. 93, vol. I, p. 554.
E avenne, come fu fatta la detta sconfitta e preso il prenze, che quelli di Surrenti mandarono una loro galea co∙lloro ambasciadori a Ruggieri di Loria con IIII cofani pieni di fichi fiori, i quali egli chiamavano palombole, e con CC agostari d’oro per presentare al detto amiraglio; e giugnendo a la galea ov’era preso il prenze, veggendolo riccamente armato e con molta gente intorno, credettono che fosse messer Ruggieri di Loria, sì gli si inginocchiarono a’ piedi, e feciongli il detto presente, dicendo: «Messer l’amiraglio, come ti piace, da parte del tuo Comune da Sorrenti ilocati quissi palombola, e stipati quissi agostari per uno taglio di calze: e plazesse a∙dDeo com’hai preso lo figlio avessi lo patre; e sacci che fuimo li primi che boltaimo». Il prenze Carlo con tutto il suo dammaggio cominciò a ridere, e disse all’amiraglio: «Per le san Dio, che sont bien fetable a monsignor le roi!». Questo avemo messo in nota per la poca fede ch’hanno quegli del Regno al loro signore.

VIII


Libro VIII, cap. 94, vol. I, p. 555.
Il giorno seguente che fu la detta sconfitta lo re Carlo arrivò a Gaeta con LV galee armate e con tre navi grosse cariche di baroni e cavalli e arnesi; e come intese la novella della sconfitta e presa del prenza suo figliuolo, fu molto cruccioso e disse: «Or fost il mort, por se qu’il a falli nostre mandamant!».

IX


Libro VIII, cap. 95, vol. I, p. 557.
Ma innanzi che morisse, con grande contrizione prendendo il corpo di Cristo, disse con grande reverenza «Sire Idius, con ie croi vraimant che vos est mon salveur, ensi vos pri que vos aies mersi de ma arme, ensi con ie fis l’amproise de roiame de Sesilia plus por servir sante Egrise que per mon profit o altre covidise, ensi me perdones mes pecces»; e passò poco appresso di questa vita; e fu recato il suo corpo a Napoli, e dopo il grande lamento fatto di sua morte fu soppellito all’arcivescovado di Napoli con grande onore.