RIALFrI

Jugement d'amour

Lisa Feletto, "Florença e Blancheflor". Edizione e traduzione della redazione franco-italiana del "Jugement d'Amour". Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnham 123, Tesi magistrale in Filologia moderna, Padova, Università degli Studi, 2016.

Edizione precedente: Edmond Faral, Recherche sur les sources latines des contes et romans courtois du moyen âge, Paris, librairie Champion, 1913.

Marcatura digitale a cura di Francesca Gambino

 

  TESTO APPARATO TRADUZIONE  

 

Note e apparato

a cura di Lisa Feletto

Apparato

4 pressenter] pre pressenter
17 ventaor] veritaor
23 guer] en ver
108 clerc] crlec
149 Pell] apell
161 sarment] sament
213 le] lesso, con -sso espunto da puntini sottoscritti
428 serverai] saverai
463 un eslaiz] sun elbiz

Note

Faral 1913 propone in nota una probabile correzione ‘quissot’. I jugements francesi (indicati da qui in poi come ‘i testi francesi’: Bibl. Nat., fr. 837, Bibl. Nat., fr. 1593, Bibl. de Berlin, Ham. 257, Bibl. Nat., fr. 19152, Bibl. de Vienne, 2621) riportano ‘qui cest conte vaut presenter’.
Il ms. legge ‘pre pressenter’ mentre i testi francesi offrono la lezione ‘representer’; Ashb. posticipa ‘presenter’ rimandolo con l’innovativo ‘propensser’; ‘pre’ sembrerebbe quindi attribuibile ad un errore di diplografia. Faral 1913 espunge ‘(pre)pressenter’ per ricondurre il verso ad octosyllabe.
Faral 1913 propone in nota la correzione vers sulla scorta dei testi francesi. Si può comunque considerare ‘versi’ o ‘racconto’ sottintesi da ‘cest’.
Faral 1913 propone ‘vanteor’ come correzione, ma non appare necessario tanto più che ‘ventaor’ ricorre invece al v. 17.
Il verso, così come i successivi, non trova corrispondenza nei testi francesi e risulta di difficile interpretazione. Faral 1913 mantiene a testo la lezione del ms. ‘A voz’ proponendo in nota la correzione in ‘Et volt’. Altra possibilità è considerare avoz < avoes, avoer < ADVOCARE oppure avoc, avoic < avuec, avec = ‘con’ (cfr. Glossario), ipotesi prescelta in fase di traduzione.
Qi < SI QUIS = ‘se uno’.
I versi 12-16 costituiscono un amplificatio di cui si fatica a cogliere il senso. Faral propone a testo al v.16 l’integrazione ‘Q’i[l]’ ed offre una possibile esegesi del passaggio: «Quand on veut plaire à celui qui ne sait tenir son coeur haut, quand on le fait, c’est peine perdue, car il est de la race de brutaux», aggiungendo un’ulteriore correzione al verso v. 14 in cui ‘fait hom’ verrebbe sostituito da ‘sait com’ o ‘haut’.
Faral 1913 propone in nota la correzione vers sulla scorta dei testi francesi. Si può comunque considerare ‘versi’ o ‘racconto’ sottintesi da ‘cest’.
Il verso, così come i successivi, non trova corrispondenza nei testi francesi e risulta di difficile interpretazione. Faral 1913 mantiene a testo la lezione del ms. ‘A voz’ proponendo in nota la correzione in ‘Et volt’. Altra possibilità è considerare avoz < avoes, avoer < ADVOCARE oppure avoc, avoic < avuec, avec = ‘con’ (cfr. Glossario), ipotesi prescelta in fase di traduzione.
Qi < SI QUIS = ‘se uno’.
‘Guer’, lezione del ms. non fa senso in questo contesto: potrebbe essere un’indicazione temporale “in poco tempo” tuttavia poco calzante. Si propone la correzione ‘en ver’ che si accorderebbe all’indicazione temporale-stagionale fornita nel medesimo luogo dai testi francesi: “el mois de mai” (Bibl. Nat., fr. 837, Bibl. Nat., fr. 1593, Bibl. de Berlin, Ham. 257) “un jor d’esté” (Bibl. Nat., fr. 19152, Bibl. de Vienne, 2621).
Faral propone la doppia correzione ‘treis’ ‘tressees’ dove ‘treis’ = ‘brin’, stelo. Ma non è necessario emendare alcunché cfr. ‘freis’ e ‘fressées’ in Glossario.
Apparentemente incomprensibili, i vv. 38-39 sono in realtà residui della descrizione dei mantelli fatati delle versioni francesi, intessuti di fiori, di baci e canti d’uccelli.
Il testo francese riporta ‘atakes’; ‘estaches’ è attestato col probabile significato di ‘ganci, bottoni’ cfr. RIALFrI Roman d’Alexandre (B), 10496.
Lettura ambigua ‘tel’/‘cel’.
Nelle versioni francesi le fanciulle rimirano i loro corpi nell’acqua di un ruscello, del quale però non rimane traccia, se non questa, nella versione italiana.
Faral 1913 suggerisce la correzione in ‘ot joia’; i testi francesi riportano Bibl. Nat., fr. 837, Bibl. Vienna, 2621 ‘k’aine ne se pot tenir d’amor’; Bibl. Berlino, Ham 257 ‘qui ne’; Bibl. Nat., fr. 1593 ‘que ne’; Bibl Nat., fr. 19152 ‘Ainz ne’. Per ‘e ioia’ si potrebbe pensare ad un italianismo III sing. ind. pr. ‘è gioia’ o una derivazione è < ai < AVIT = ‘ebbe’ quindi ‘che sempre aveva gioia’.
Faral 1913 propone in nota una correzione la segmentazione alternativa ‘primere por amor’
La prima a parlare è in realtà Florenza per cui si propone l’integrazione al v. 71.
Già Faral 1913 integra ‘lea[l]’.
Faral 1913 integra a testo ‘val[en]t’, suggerendo la correzione ‘non font li clerc’ al verso successivo.
Faral 1913 propone la correzione ‘brandist’ ma cfr. il fenomeno di scambio tra consonanti liquide in I.2 Studio linguistico.
Faral 1913 ipotizza ‘chaedra’, ma supponendo non si tratti di un errore di copia, pare plausibile la derivazione da CLAUSTRUM > fr. cloistre, clostre > fr.-it. chostra che vede il fenomeno di -e francese divenire -a e legge l’esito italiano del nesso CL-. Già in francese si trovano attestate le grafie chiostre, chostre.
‘Apell’ è attestato col significato di campanella, ma il contesto prevede più probabilmente ‘pell’ = ‘pergamena’: potrebbe trattarsi di una prefissazione a- comune in franco-italiano, oppure di dittografia, errata ripetizione della -a di cella.
Faral 1913 afferma di non riuscire a leggere ed ipotizza ‘De mal art’, ma non si riscontrano difficoltà di lettura.
‘le’ ha qui valore di pronome relativo plurale ‘les’.
Probabile grafia per ‘aloigne’ = ‘a lungo, prolungatamente’; Faral 1913 propone invece la correzione ‘avainna’.
Scripta di difficoltosa lettura; Faral 1913 legge ‘l’etriers’, lezione calzante nel senso e perciò accolta a testo.
Faral 1913 interpreta ‘il s’agit des plumes de la couette qui se sont collée à son corps’.
Faral 1913 legge ‘charera’ e propone la correzione in nota chaiera; il ms. legge ‘charega’ settentrionalismo italiano, diffuso anche a Genova, che potrebbe risultare una spia per la localizzazione, cfr. I.2 Studio linguistico.
Il significato del termine è dubbio cfr. Glossario.
Faral 1913 propone in nota la correzione ‘paiee’ che risulta nell’espressione fr. mal paié = ‘mal pagato, non soddisfatto’. Mantenendo la lezione dedl ms. ‘paree’ si ricorre invece all’it. ‘mal parata’ dal fr. parade = ’difesa’ o mal parée < parer < PARARE= ‘preparare’ è attestato nell’OVI. Il riferimento in entrambi i casi è ad una situazione di difficoltà o danno derivante dal fatto che sia assente il giudice in quel momento e non possa dunque smentire le affermazioni di Biancofiore.
La lezione del ms. ‘pleurent’ = ‘piansero’ è fuori contesto, perciò è accolta l’integrazione di Faral 1913 ‘plev[i]rent’.
Faral 1913: la tilde è posizionata in modo che si possa leggere indifferentemente ‘bone’ o ‘boen’.
Faral 1913 lascia a testo ‘bries’ in rima con ‘dez’; la confusione tra f/s rende ambiguo l’esito grafico, ed ammissibili entrambi le letture, restando chiaro il significato di ‘brief’=’lettera’.
Probabile lacuna di [clers], mancando una sillaba all’octosyllabe ideale. ‘Atrait’ può essere il ‘segno’ del sigillo (DMF trait1, B), l’impronta con il marchio del sigillo oppure la matrice del sigillo.
‘mirabel’ non trova riscontri calzanti in dizionari o banche dati in qualità di sostantivo: si può assumerne il senso ‘di pietra preziosa’ per traslato dall’aggettivo ‘mirabil’ = ‘mirabile, meraviglioso’ e considerando il contesto in cui è inserito. Anche in italiano è solo aggettivo, cfr. corpus OVI (ricerca per lemma ‘mirabile’ - è frequente il sintagma ‘mirabile cosa’ che potrebbe rinviare all’idea della pietra preziosa); resta in ogni caso la questione del passaggio dal femminile al maschile del termine presente nel manoscritto.
Faral 1913 propone la segmentazione alternativa ‘qu’ela e bella’ che frammenta però lo scioglimento del segno tachigrafico.
Il testo è visibilmente corrotto: si potrebbe ipotizzare che il verso, che conta diverse sillabe soprannumerarie, abbia inglobato qulache glossa marginale durante la trascrizione. Il passaggio vuole presumibilmente indicare il pregio dell’arcione che deriva dalla sua antichità.
Particolare di ascendenza classicheggiante, il cui parallelo corre con la versione di Hueline et Aiglantine, vv. 221-222 “Mais tant parvet tres simplemant,//que rosee ne sant noiant.”
Ipotizzabile un provenzalismo ‘na, ma’ per ‘madama’.
Faral 1913 trova difficile conservare i versi nella forma in cui si presentano; è comunque evidente che sono i due giovani che prendono la parola e si dovrà quindi leggere ‘aprés distrent corteissemant’. D’altra parte, sempre secondo Faral, il v. 388 non ha molto senso e si potrebbe ipotizzare qualcosa come ‘nos le recevons finemant’, riferendosi al saluto.
Integrazione in mancanza del segno tachigrafico per -ment- come già in Faral 1913.
Mancato l’accordo con ‘chastel’.
Cfr. Le flabel du Dieu d’Amour v. 327 (ed. Oulmont 1911)
Faral propone in nota la correzione ‘verroil’, non necessaria poiché si tratta invece di un termine che funge da spia linguistica della provenienza del testo cfr. I.2 Studio linguistico.
Faral propone in nota la correzione ‘eslaiz’ invece che ‘un laiz’ cfr. anche v. 463.
Faral corregge in nota ‘eslaiz’; accolta questa correzione paleograficamente (s > l, la > b) ricostruibile e adeguata al contesto, ma non quella corrispondente ipotizzata per il v. 451.
Faral 1913 propone in nota la correzione ‘mance’ = ‘manica’.
Faral 1913 afferma di voler apportare correzione a ‘repaire’ senza però sapere in che modo. Cfr. Glossario.
I baroni sono in realtà gli uccelli che compongono la corte del dio; errato l’accordo singolare-plurale.
Anche Faral 1913 integra il difetto del foglio, nonostante ciò propone la correzione in nota ‘nul’.
Faral 1913 indica che il verso è fuori posto e potrebbe accoppiarsi al 508 con il quale rima. Per l’identificazione dell’uccello tornano d’aiuto le versioni francesi in cui è indicato come ‘roietiaus’ cfr. Glossario.
Faral 1913 ricostruisce il verso in nota integrando ‘dessor’ invece che ‘sor’, ‘paille [grant e] bel’ e quindi espungendo, per far risultare il verso un octosyllabe, ‘grant’ prima di ‘paille’.
Faral legge ‘menai’ senza saperlo interpretare; si propone qui una differente segmentazione.
Si nota un segno tachigrafico nel ms. per cui si scioglie ‘conztouz’, ma il titolus deriva probabilmente da un errore di copia.
Difficile lettura poiché i versi 603-604 sono disposti nel ms. su un’unica linea, è comunque facilmente intuibile la conclusione del verso, anche grazie alla rima.
Faral integra la vocale finale, prevista tuttavia dal segno tachigrafico che segue l nel manoscritto.
Faral 1913 segmenta ‘l’astra’ affermando di non comprenderne il senso; si tratta di un altro termine italiano, probabile spia dell’origine genovese della riscrittura, cfr. I.2 Studio linguistico.
I chierici sono colti e dalla cultura deriva la loro cortesia: il passaggio trova riscontro nel ms. 795 BNF vv. 305-312 “Li livres lor monstre et enseigne// tout bien et tote cortoisie. Ne chevaliers ne porroit mie// envers clers amours maintenir,// si ne le saroit deservir.// Et si vous di tout sans mentir// que amours fust piecha perdue,// se clers ne l’eüst maintenue”.
Faral non comprende il senso delle ultime due parole del verso; si ipotizza qui una lacuna di ‘cuer’ o altro termine che indichi ‘cuore, animo’ o simili, in cui potrebbe sorgere il sentimento di dolore. L’integrazione renderebbe il verso ipermetro, situazione comunque accettabile per l’irregolarità metrica del testo.


 

I Cortesia e valore ha assai nel suo cuore chi sa meditare il racconto che vi voglio offrire: con le sue parole difende colui che profondamente lo intende. Chi lo sa per vero, bene si guardi dal raccontarlo ad uomo malvagio, a villano o a garzone perché non sanno cosa sia l’amore. Amore ha una grandissima forza con coloro che hanno grande valore quando ci si comporta in modo da compiacerlo. Se non gli si lascia il proprio cuore, quando lo si fa, si è perduti come chi è di lignaggio di sciagurati. Né a ingannatore né a superbo si deve parlare d’amore; ma a chierico o a cavaliere se ne deve parlare di buon grado e così alle nobili fanciulle, poiché vi hanno alquanto a che fare. II Entrando un mattino di primavera due fanciulle in un giardino, si sollazzavano nella verzura e si abbracciavano per fino amore; e presesi mano nella mano se ne andavano discutendo per il giardino. Erano calzate di cuoio di Cordova intrecciato con un sottile filo d’oro; avevano tuniche candide allacciate ai fianchi. Erano rivestite di due mantelli bordati da fasce ricamate d’oro fino. Non erano vestite di panni di lana o di tessuti che fossero di grezza fattura: avevano abiti di vero amore foderati di fiori; i fermagli erano ben saldi e resistenti. S’abbracciavano e baciavano per fino amore. A fanciulle della loro età si addice un tale abbigliamento; per il giardino se ne andavano discorrendo, entrambe correndo graziosamente; rimiravano i loro corpi gentili che avevano riccamente adornato. Era cortese e saggia colei che per prima espresse il suo sentire: «Piacesse ora a Dio nostro Signore che fossero qui i nostri innamorati! Li potremmo baciare ancora e ancora, tanto quanto desiderano e l’una celerebbe all’altra quanto la vedesse fare.» L’altra rispose: «Voi dite il vero: l’amore vale molto più che grande saggezza.» Discussero molto quel giorno di saggezza e di stoltezza: mai si udì discutere meglio di cortesia e d’amore. Ma innanzi che suonasse l’ora prima si separarono in malo modo: rotta fu la loro compagnia, il loro affetto e l’amicizia. Si rattristarono in cuor loro e nel parlare furono prudenti. L’una aveva nome Biancofiore, che sempre ebbe gioia d’amore; l’altra si chiamava Florenza e fu lei ad iniziare lo scontro. [Alla] prima, Biancofiore, per prima si rivolse con affetto: «Ditemi ora, madamigella, che siete così virtuosa e bella, del vostro amore sincero e nobile a chi ne avete fatto dono? Quando m’avrete aperto il vostro cuore e rivelato chi amate, io vi manifesterò il mio e ve ne dirò tutta la verità.» Quando la bella Biancofiore la udì cambiò completamente colore: divenne pallida e poi arrossì, non c’è da meravigliarsene! Si pentì molto di ciò, ma prese a dire del suo innamorato: «Damigella, ora ascoltatemi quanto a ciò che m’avete domandato: ad un chierico cortese, che mi piace molto, ho dato tutto il mio amore: della sua bellezza o gentilezza non vi potrei raccontare per intero. Ora voglio, damigella Florenza, che manteniate il patto e mi diciate a quale signore avete dato il vostro amore, che uomo sia e che mestiere faccia, se sia un chierico o un cavaliere.» «Damigella non è certo un chierico, ha invece appreso l’arte del combattimento. Un cavaliere prode e cortese è il mio amante, da ben sei mesi. Gli ho riferito tramite il mio messaggero di me, del mio amore e dei miei desideri, e il sapere che gli sono cara mi renderà entusiasta ed orgogliosa poiché il cavaliere supera il chierico nell’amor cortese.» Rispose Biancofiore: «A voi che importa? Non la ritengo un’offesa. Chiunque volessi amare nessuno potrebbe beffarsene. Se vedessi un chierico cortese e volessi farne il mio amante per un altro, cavaliere o baccelliere, non ne baratterei l’amore. È giusto che lo dica perché egli si comporta con perfetta cortesia; mai sareste più malcapitata se foste l’amante di chi invece non esita ad ingannare tradire o farvi cattiveria, e non presenta virtù né lealtà. Ma è proprio ciò che voi preferite, credo.» Non perse affatto tempo Florenza e incominciò presto a dire: «Il mio innamorato va all’assalto e gli viene alla mente il mio amore; sprona il suo cavallo e brandisce la lancia e si ricorda della sua amata. Sempre afferma di essere mio: È la cosa che più ama. Per me mostra fermo coraggio tanto che non c’è uomo di lignaggio tale a cui, se questo osasse volgersi contro di lui, non darebbe un colpo tale da farlo cadere diritto a terra: nessuna forza può fermarlo. Per le redini prende il destriero e lo consegna al suo scudiero e lo invia velocemente affinché me ne faccia dono. Deve avere il mio amore colui che compie per me imprese cavalleresche! Il vostro amico invece, a mio avviso, nel suo chiostro sta seduto, con entrambe le mani tiene un salterio per ricordarsi il suo mestiere; gira e rigira quella pergamena che non sa fare altra mossa.» Rispose Biancofiore presa dalla collera: «Di ciò non vantatevi affatto: Nelle fila degli sventurati il cavaliere trova sempre posto, ché è costantemente al verde; ben lo potete confermare, in verità. Il cavaliere si reca al torneo prima ha bisogno di un ricco corredo, per cui deve farsi prestare del denaro con cui potersi equipaggiare; né sulla buona fede né dietro giuramento gli vogliono concedere fiducia finché non deposita un pegno che serva ai borghesi da garanzia. Quando gli viene meno il denaro si ritiene perseguitato dalla malasorte, se ne sta smarrito e preoccupato e maledice il giorno in cui è nato; si considera avventato, non saggio e allora è costretto a fornire una garanzia. Va di corsa alla sua abitazione per impegnare la sua spada; gli speroni e il morso invia tramite il suo servitore in cambio del fieno: il suo ronzino non magia prolungatamente per cui cade morto nel giro di una settimana. Le staffe scambia per una cena e la sella per un pranzo. L’indomani, quando non ha niente da barattare, deve vendere il suo destriero, sicché voi non degnate dirgli: “Venite avanti, amore, mio bel signore.” Ma io non ho di che pentirmi: un bel chierico ha il mio amore e vale più del cavaliere ché non ha bisogno di farsi prestare denaro, ma mi dà il mantello di cui il fermaglio costa più di cento soldi, mi regala l’abito e una buona veste di tessuto pesante; di cuoio di Cordova mi fa calzare e mi dà tutto quanto di cui ho bisogno. Ma l’amica del cavaliere senza lenzuolo si ritira la sera e fattosi mattino, al suo risveglio, deve levarsi le piume di dosso; io invece giaccio sotto il mio baldacchino nobilmente quanto una regina; il giorno mi siedo sulla mia sedia e davanti a me sta la mia cameriera che pensa sempre a servirmi e a fare ogni cosa a piacer mio. Ma se ci fosse una persona onesta che conoscesse il bene e il male dama Florenza, egli giudicherebbe, in fede mia, che ho ragione io.» Questo disse Florenza piccata «Mi trovo in una situazione difficile, poiché non vi è qui, ora, chi a noi facesse il giudizio: Ma deliberate un rinvio da qui, da questo lunedì, a quindici giorni. Così come dicono l’usignolo, lo stornello e l’oriolo e ognuno lo sentirà in quel giorno. Noi staremo presso il dio d’amore e quando saremo al suo castello dove si trovano tutti gli uccelli chiederemo loro il verdetto.» Disse Biancofiore: «È ciò che intendo fare.» Presero l’impegno di quel rinvio, quindi si separarono. Biancofiore non era per nulla sprovveduta: si recò dal suo amante, alla scuola e gli raccontò la situazione, la fine e il principio. La fanciulla gli stava davanti e il chierico le rispose sorridendo: «Mia dolce amica, in fede mia, davvero un buon consiglio avrete da me poiché vi farò qui un biglietto che voi porterete davanti al dio e prima che egli l’abbia letto solo per metà, saprà con certezza che io l’ho scritto.» Il chierico prese l'impronta del suo sigillo e la pietra dal suo anello, li consegnò a Biancofiore e tre volte la baciò per fino amore. Florenza invece s’introdusse in un verziere per consigliarsi col suo innamorato. Tre volte la baciò a suo talento e poi lei disse con fare cortese: «Signore, io sono la vostra amata, e sono venuta qui per consigliarmi.» «Mia dolce amica, volentieri vi aiuterò in questa occorrenza. Non vi dirà il dio d’amore cosa che vi torni a disonore, per quel che possa pensare del fatto che amiate un cavaliere; vi dono il mio anello dov’è incastonata una pietra meravigliosa; sempre, quando lo indosserete, del mio amore vi ricorderete.» Florenza prese l’anello, al suo amato fece un sorriso e lui per l’amore che provava, ché ella era bella, la baciò una quindicina di volte. III Biancofiore era cortese e bella come il sole al rinverdire degli alberi; al praticello giunse per prima. Di fiori di giglio era coronata: il giglio è simbolo d’amore poiché nessun fiore è più bianco e mai perde la sua bellezza né d’inverno né d’estate, col gelo o la calura, mai perde il suo candore. Attraverso un sentiero di bianco avorio decorato con grandi raffigurazioni se ne venne Florenza fino al praticello per tener fede all’accordo. La sua vita era circondata di fiori e di rose era incoronata. La rosa distingue chi dichiara amore ad un cavaliere. Florenza disse a Biancofiore: «Io non vi chiedo alcun favore ma vi invito, se volete, ad andare a giudizio, come s’era detto.» Biancofiore chiamò i servitori affinché venissero a sellare la piccola mula dal manto d’oro: mai nessuno ne vide una migliore. L’usignolo giunse per primo e poi venne lo sparviere: misero il morso e poi la sella, così come disse la tortorella. L’arcione era d’avorio vecchio di quattrocento anni; le barre dell’arcione erano d’oro fino che tanto caro era ad Apollonio. Il copriseggio era d’un prezioso tessuto perso, filato da fate in una sala; artigiani di Sòria realizzarono gli staffìli con smeraldi sfaccettati. Il merlo allacciò il pettorale lavorato con oro e cristalli; due falconi presero la fanciulla e la posero in sella, mentre a ciascun piede uno smeriglio le calzava uno sperone d’oro dov’era uno zaffiro. Ascoltate ancora della piccola mula ché di migliori non ve ne saprei descrivere: aveva la groppa fulva e il collo vaio, molto era bella in ogni sua parte. Tanto agilmente galoppa il mattino che non fa cadere nemmeno una goccia di rugiada; quando la mula se ne va all’ambio, le campanelle tintinnano e per tre leghe e mezza si potrebbe sentirne la melodia. Ora Biancofiore era pronta; Florenza se ne impensierì e invocò il dio dell’amore affinché le garantisse gentil soccorso. Molto cortese fu il dio d’amore verso Florenza, la bella, e le inviò un palafreno molto bello e con buona andatura: mai si vide animale che avesse un capo tanto leggiadro così come il manto e le orecchie. Tutti lo guardavano meravigliati: sopra era vermiglio, verde e bianco e aveva un morso molto fine bellissimo e ben ornato con smeraldi e cristalli. Aveva pietre di diversi colori e nessuno potrebbe descriverne uno migliore. La sella era di bianco avorio elegantemente lavorata con grandi fregi. D’una bianca e ricca seta era il copriseggio: lo filò madama Elena, la bella. Aveva ora un palafreno addobbato e preziosamente apparecchiato perciò Florenza chiamò l’oriolo col suo compagno, l’usignolo; i due presero la fanciulla e la misero in sella, poi venne il pavone che le allacciò gli speroni. Entrambe andavano all’ambio e andavano galoppando a lor misura. Biancofiore non indugiò affatto, con delicatezza spronò la mula e Florenza incitò il suo palafreno. Entrambe cavalcarono di gran lena attraverso un giardino colmo di fiori, ricco d’erbe e fronde; vi erano sempre foglie e fiori perpetuamente in pieno rigoglio. Cavalcavarono in mezzo ad un prato in declivio, sempre dritte, verso oriente. Lì sorgeva una fontana che gli autori dicono essere risanatrice, le sponde erano di bianco marmo e al di sopra era piantato un albero. Sui rami dell’albero c’erano due uccelli che cantavano per fin’amore: l’usignolo e l’oriolo. Cantavano del dio d’amore e così dicevano nel loro latino, che da mattina a sera deve sforzarsi di fare cortesia chi vuol davvero piacere alla sua amata. Bisogna amar molto la cortesia e guardarsi bene dal parlare con malignità e mai si deve amare chi sia villano o malalingua! Ciò disse la semplice tortorella: «Bisogna sempre servire una fanciulla per la sua grande avvenenza e che sempre mostri bell’aspetto.» Sopra tutti gli uccelli disse la ghiandaia: «Ora ascoltate quello che dirò. Un baccelliere che non ha amica fa ignobile villania: noi non lo dobbiamo consentire, ma dobbiamo farlo tutti insieme.» Ciò disse il merlo subitamente: «Certamente costei ha un retto giudizio.» Là cantavano tutti gli uccelli e li ascoltarono anche due giovani: verso di loro cavalcava Biancofiore. Salutò in nome del dio d’amore Poi dissero cortesemente: «Noi lo conosciamo perfettamente, ma qui più avanti c’è un passaggio dove noi prenderemo il pedaggio: se voi volete, per un bacio vi lasceremo passare oltre.» Disse Biancofiore: «Io vi acconsento; ora venitene a me per prima.» Così andarono entrambi a scambiarsi dei baci per riscattare il pedaggio. Sole se ne andavano per il bosco e non vi menarono altra compagnia: ciascuna portava una rosa e perciò non temevano alcun pericolo. Uscirono a mezzo giorno dalla foresta e poi vennero ad un prato fiorito. In mezzo al campo quando vi è la rugiada l’acqua scorre in un rivolo sottile sì che quattro mulini vi macinavano: due vi macinavano pepe e cumino il terzo zenzero e galenga, peperoncino e curcuma. Il quarto macinava in un singolo giorno quindici mogge di buon frumento. E l’acqua di quel campo scorreva verso il castello del dio d’amore. Era fatto davvero a meraviglia, di pietre verdi e vermiglie; d’oro erano i portoni e il portello e al di sopra sedeva un grande uccello. Quando vedeva giungere qualcuno poneva loro un indovinello: «Non ho mai avuto padre né madre, io stesso fui mio padre. Chi non potrà risolvere ciò, non lo lascerò entrare.» Ben conosceva l’indovinello Biancofiore, che fu nobilmente istruita, e disse: «Mi lascerete entrare se lo potrò indovinare?» L’uccello disse così: «Lo farò di certo e di buon grado sarò al vostro servizio.» «Ora ascolta, nobile uccello, tu sei piccolo e sì bello, Ma quando hai vissuto cent’anni e sei vecchio e completamente canuto, sopraggiunge un fuoco in cui sei arso e la tua carne va tutta in cenere. Quando il tuo corpo è in brandelli e la fiamma ti ha completamente devastato, rinasci dalla cenere, che è tua madre, e tu stesso sei tuo padre. Sei nuovamente piccolo e meraviglioso.» «Voi dite il vero» disse l’uccello; col suo becco verde e vermiglio trasse il chiavistello dal portone, fece loro aprire le porte d’oro e lasciò proseguire le fanciulle; parlarono al portiere, ciascuna gli diede un bacio e poi scesero da cavallo su una lastra di marmo, all’ombra fresca di un albero; Il palafreno e la muletta legarono all’ombretta. L’usignolo prese a suonare un lai e volando se ne andò entro il palazzo; si inchinò al dio d’amore e poi gli disse nel suo latino: «Sire io ho visto meraviglie: nessuno ne ha mai viste di simili. Là di fuori, al pietrone di marmo, all’ombretta sotto l’albero, sono scese da cavallo due fanciulle, ma non so perché siano venute qui.» «Andate» rispose «per mio ordine, fatele venire qui davanti a me.» L’usignolo spiccò un salto e volando se ne uscì dal palazzo. Alle fanciulle disse cantando: «Venite avanti fiduciose perché vi condurrò per certo, vi dico, nel palazzo, davanti al re.» Le fanciulle non erano sciocche e intesero bene le sue parole: non vi fu altro indugio, l’unsi impegnò con l’altra e salirono una gradinata ornata di bianco avorio. Quando il dio le vide venire non si poté trattenere, si levò in piedi dal faldistorio e si dimostrò entusiasta di loro: «Venite avanti belle fanciulle e raccontatemi la vostra storia.» Biancofiore gli rispose: «Bel signore della nostra disputa vi vogliamo riferire: a nostro tempo abbiamo servito con follia e con saggezza, e male si sforzano di amare fanciulle e baccellieri.» Dopo che il dio udì la novità, comandò di far sedere le fanciulle e fece portar loro tre fiori di rosa da mangiare e da bere della rugiada delle mattine del mese di maggio. Dopo il pasto Biancofiore incominciò a parlare con gran sicurezza: «Ascoltatemi, signore dio d’amore, e così lo intendano quei baroni: i chierici di scuola sono più saggi di chiunque altro della nostra specie. Questo dico per certo e non mento affatto ché essi sono il fiore della cortesia. Questa fanciulla vuole mostrare che il cavaliere vale di più.» In quel momento era giunta lì la cicogna, poi arrivarono la gru, l’allodola e il regolo, il pettirosso e il fringuello, il cardellino e lo stornello, il verzellino e il durobecco. Poi vennero l’oriolo e il suo compagno, l’usignolo; poi la quaglia e la pernice. Il merlo e la ghiandaia si erano posati; giunse quindi il pavone che primeggia per beltà. Poi vennero la tortorella, il colombo e la sua compagna, il pappagallo e il falcone, il moschetto e lo smeriglio. Tutti gli uccelli erano lì convenuti, grandi e piccoli, su di un drappo grande e bello: non ve n’erano di migliori nel castello. Si erano posati l’astore e lo sparviere e il girfalco, che è assai feroce. Quando gli uccelli si furono accomodati, il dio dell’amore disse: «Ora ascoltatemi nobili uccelli che siete seduti nel mio castello: devo emettere un giudizio e voglio sapere certamente e per vero chi abbia più cortesia, i chierici o la cavalleria. Non indugiate affatto: chi meglio lo sa, lo dica.» «Per primo mi sono assiso» disse il verdone perciò devo parlare per primo. Il chierico è da apprezzare più di quanto non lo sia baccelliere o cavaliere. Chi tiene in conto quel che dico detiene il fiore della cortesia, chi dice che non è vero, per certo può averne battaglia.» Disse l’allodola: «Io ti voglio contraddire: tu hai mentito deliberatamente. Hai fatto grande ardire esprimendo tale opinione: la fama della fina cortesia va tutta alla cavalleria.» Disse poi il regolo: «Ha parlato assai male questa piccola canaglia ché nessun uomo sarà giammai cortese se non stima il chiericato. Si deve maggiormente pregiare il cortese chierico che il cavaliere.» Disse il fringuello: «Io non lo permetto, ché non è come credi. Il cavaliere compie per l’amata assai volentieri nobili imprese, poi grida, per fino amore: “Voglio battermi per la mia amata”. Sprona il suo cavallo, che è un buon corridore, e va a torneare per fino amore. Perciò nessuno deve parlare del chierico confrontandolo al cavaliere.» Al fringuello rispose il cardellino: «Tu mi consideri oltremodo ingenuo, ma prima della tua partenza ti dimostrerò che menti. Il chierico cortese quando possiede la sua amata, in quel giorno non trova pace, ma lo vuole celare nel suo cuore e la vuole amare cortesemente. Il cavaliere, a chi non può dirlo, lo fa sapere per messaggio e lo rivela a chiunque lo domandi, facendola sembrare una prostituta a cortesi e villani. Per questo ha più merito di ogni altra persona il gentile chierico.» «Quale sdegno» disse lo stornello «mi suscitano questi minuti uccelli: chi diede loro tanto ardire da osare esprimere un parere? Il cavaliere, quando va in battaglia e molti cavalieri fa rovesciare a terra, lo fa per amore della sua innamorata e per questo non gli viene meno il coraggio. Perciò lo ritengo più cortese di ogni altro della nostra legge.» «Signor stornello» disse il verzellino «Frenate la lingua e non dite sì gran menzogna ché non vi dovesse tosto tornare ad onta. Il cavaliere non giostra affatto per il pensiero della sua amata! Se egli mette a rischio la sua vita non lo fa se non per guadagnare. Se guadagna un destriero ne avrà bisogno di altri cento ché egli è povero, ma dispendioso e sempre bisognoso di risorse.» Disse l’oriolo in preda alla collera: «Riguardo a ciò, non vi credo per nulla! Il cavaliere compie imprese belliche col pensiero dell’amata. Deve avere gioia dalle fanciulle chi per il proprio valore monta in sella.» Disse quindi l’usignolo: «Ci prende assai in giro questo oriolo, ma io lo ritengo un vile ché egli ha parlato in modo scorretto in coscienza: non c’è spregevole villania che non provenga dalla cavalleria. Il cavaliere ciò che dà alla sua innamorata poi glielo toglie chiedendolo in prestito e con vergognosi imbrogli in poco tempo la fa mendica, sicché se una credesse a un cavaliere quello la farebbe girare tutta nuda. Il cortese chierico le dà la camiciola e le procura una pelliccia grigia per cui egli vale di più nell’amare di quanto non faccia donzello né cavaliere.» «Il cavaliere» disse la quaglia «dà alla sua amata tutto quanto guadagna: ben potete dirlo e con certezza che hanno onore sopra tutta la gente. Nessun altro deve parlare d’amore se non baccellieri e cavalieri.» Disse la pernice: «Sei molto sciocca quando osi pronunciare un tale discorso in cui dici che il cavaliere è signore nel fino amare. Il cavaliere fa alla sua amata assai sovente degli sgarbi; prende il suo vestito migliore e lo impegna presso un prestatore in cambio di quindici denari parigini con cui riscatta il suo ronzino. Poi prende in prestito anche il suo mantello: “In verità” dice lui “ve lo farò più bello.” Lo porta all’usuraio e lo va a giocare in malora. La sua amata se ne va senza mantello e maledice l’ora in cui è nata.» Il merlo disse alla pernice: «Hai parlato bene, questo è il tuo avviso: ma hai parlato male del cavaliere e mi trattengo a stento dal farti la festa. Infatti non è nel mondo, senza fallo, cavaliere che dimostri valore in battaglia che non debba avere per il suo coraggio gioia e piacere dalla sua amata.» Ciò disse la ghiandaia: «Siete proprio una canaglia ché osate riferire tale ragione; dovreste proprio perdere entrambi gli occhi visto che avete parlato con sì grande superbia! Il cortese chierico dà un mantello ben fatto ed elegante alla sua amata e poi le procura la veste del colore che preferisce la sua bella; di stoffa pesante le fa la camicia e un vestito raffinato tutto a suo gusto. Per questo ama in modo migliore il cortese chierico e non il cavaliere.» Questo disse la gru di contro alla ghiandaia: «Voi avete parlato e io farò altrettanto e farò con ragione tutto il mio discorso e la mia riflessione. Molta cortesia è presente fra i chierici, ma vale molto di più la cavalleria.» Alla gru disse il pavone: «Tu non lo sai dire secondo logica e se non fossi in questa corte saresti già dappresso alla tua morte! Nessuno deve parlare d’amore eccetto i chierici che ne sono signori.» Al pavone disse la tortorella: «Un cavaliere deve amare una fanciulla che abbia gioia e largamente faccia cortesia poiché si sente amata ed omaggiata; a tutti egli farà gentilezza per osservare cortesia. Coloro cui importa ciò che dico, non altri, sanno cosa sia la cortesia.» «Tortorella» disse il colombo: «ti smentisco fino in fondo poiché tu sei ingenua per natura e non conosci il giusto né la rettitudine. Il cavaliere saccheggia per la via quando dice d’averla al meglio assicurata.» Al dio dell’amore disse il girfalco che della corte era il più ardito: «Sire questo dibattito si è prolungato fin troppo e fosse per noi non sarebbe mai concluso ché ciascuno vuole esprimere il proprio sentire. Voi dovete emetterne la sentenza.» Il dio disse allo sparviere: «Voi siete saggio nel parlare: di voi farò il mio fino amico se condurrete al fine questo giudizio.» «E io lo farò,» disse lo sparviere: «secondo ragione e molto volentieri. Sono assai cortesi i cavalieri, saggi e prodi e buoni conversatori. Con gran merito e intenso desiderio amano i cavalieri di alto valore. Ora ho detto della cavalleria quindi devo parlare del chiericato. Il chierico tiene a mente gli autori che gli dimostrano come amare, per questo ha più cortesia il chierico che la cavalleria. Più sono cortesi e maggiormente hanno merito e se ne hanno onore, è giusto.» Quando Florenza lo intese a stento non infuriò: desiderò la morte in animo suo, grandissimo dolore nacque nel suo cuore, e uscì dal palazzo senza congedo. Florenza montò sul palafreno e se ne andò sola senza indugio. Disse Biancofiore: «Assai mi fa piacere, in questa corte sono molto onorata! E mille grazie al dio d’amore che in questo giudizio mi ha dato lustro e cinquecento allo sparviere che è tanto saggio nel giudicare e dunque sempre lo voglio servire e fare tutto a suo piacimento. E poi a tutti gli uccelli che sono seduti in questo castello.» A quel punto Biancofiore se ne voleva andare ed ebbe grandissimo onore. Allora il dio dell’amore le disse sorridendo per la gran tenerezza: «Biancofiore, volete andare?» «Sì signore, molto volentieri!» La mula fu ben sellata e nobilmente apparecchiata: il dio dell’amore prese la fanciulla e la mise sulla sella. Poi comandò a tutti gli uccelli che erano seduti nel castello di andare con Biancofiore cantando armoniosamente per fino amore. Ciascuno cantò nel suo latino dalla sera al mattino fintanto che nel suo palazzo l’ebbero condotta, là dove la bella Biancofiore era nata. Così si concluse l’intesa di Biancofiore e Florenza e qui termina il racconto del fino amore, di dama Florenza e Biancofiore.
 
 I
 
 De cortoissie e de barnage [f.7vb]
 Ot il assez en son corage
 Qui·sset lo conte propensser
 Qe ie voz voeil pressenter:
5En sa parolle defendoit
 Cil qi prefunt l’entendoit.
 Qi cest voir set, mol bien se gart
 E no lo conte a hom buxart,
 Ni a villain ne a garçon,
10Qar il ne seuvent qe·ssoit amor.
 Amor si est trop grant possança
 Avoz celz qi hont grant vaillança
 Quant hom fait a cellui a plaissir.
 Qi non fait hom sun cuer tenir,
15Quant hom le fait, com hom si es perdus
 Qi est de ling de malastruz.
 Ne a losenger ne a ventaor
 Non doit hom dire rien d’amor;
 Maiz a clerc o a chivaler
20Lo doit om dire vollentiers
 E a polcelles debonnaires,
 Qar cellez hy ant auques a feire.
 
 
 II
 
 Entranz en ver per un matin
 Does pulcelles entr’un iardim,
25Esbalneant per la verdor
 E s’enbracent per fim amor;
 Elle se pristrent a man a man,
 Per le Iardin s’en van jugan.
 De cordoan furent chauceez
30A bon fil d’or menu treceez;
 Cesti horant bliaut mol blanz
 Estroitement laceez per lez flancs.
 De deuz mainteuz furent aflubeez
 A bon freis d’or menuz fressees.
35No sunt vestie de draps de lanna
 Ni de oevra qi soit villanna:
 Qotes horent de veraie amor
 E lez penes furent de flor;
 Les estaches furent fermes e fors.
40E bon baissier les fait por fin amors.
 A pulcelles de lor iovent
 Convient mult bien tel garniment;
 Per lo iardin s’an vont iugant,
 Anb doiz ientament corant;
45Ellez remiront lors ienz cors
 Q[ue] horent adobe mui fors.
 L’unna estoit corteissa e sage,
 Qi tot primier dist son corage:
 “C’or plaquest a dex nostre seignor
50Qe ici fussent nostre amador
 Qe noz poreonz baxer sovant [f.11ra]
 Tant con sereont le lor talant
 E l’una l’autra celleroie
 De ce qe faire la verroie.”
55Co dit l’autre: “Voz dites voir:
 Maiz valt amors qe granz savoir.”
 Asez porparlerent celui ior
 E de savoir e de follor:
 Unca ne vistes mielz parller
60De cortessia ne d’amer.
 Maiz ainc qe prima fos sonea,
 Mult fo mala lor desseverea:
 Derota fo la lor conpagnia,
 Lor amor e lor druaria.
65De lor corage furent serees
 E de parler furent senees.
 Le unna hot a nom Blanchaflors,
 Que toz tens e ioia d’amors;
 E l’autra si a nom Florenssa.
70E per cella encomenca la tenssa.
 Qe celle prime [a] Blancheffor
 Parlla primer e por amor:
 “Or me dites, ma damoisselle,
 Qe tant per estez prou e belle,
75Del vostre amor lea[l] e bon
 A qui n’aves fait le don?
 Quant vostre cuer m’avroiz descovert
 E qi voz ames dit en [a]pert,
 E ie del mien vos conterai
80E tot le voir voz en dirai.”
 Quant le oy la belle Blancheflor,
 Toute tresmue son collor:
 Paille devien e puiz vermeilla,
 Qe ne li fu paz mie merveilla.
85De zo tote se repenti,
 A dire prist por son ami:
 “Damissel, or m’intendez
 De zo qe demandes m’aves:
 A un cortoiz clerc qe mol m’agrea
90Ai ge tot mon amor donea:
 Sa belte ni·ssa corteissia
 Ne voz poroie cointer mia.
 Or voeil damoissella Fllorenssa,
 Qe m’arendez ma covenenssa,
95E dites moi a quel seignor.
 Aves domnés le vostre amor,
 qual hom ni de qual mestier,
 Se il est clerc ou chivaler.”
 “Damoisselle clerc nen est il mie,
100Maiz a apris l’art de chivalerie.
 Un chivaler prouz e cortoiz [f.11rb]
 Est mon ami, bien est siz moiz.
 Ge l’ai trasmiz per mon messages
 Moi e m’amor e mon corages,
105Et, se ie sai que il m’aie chiera,
 Ge ne serai e balda e fiera;
 Que mielz valt le chivaler,
 Nom fait le clerc por fin amer.”
 Dist Blancheflor: “A voz qe monta?
110Ge ne mel tieng mie a honta.
 De cui qe ie voeille amer,
 Nullz hom ne m’en poroit gaber.
 Se ge ai un corteiz clerc veu
 De cui ie vuella faire mon dru,
115Por chivaler ni por dunzelz
 Nen laiserai l’amor de celz.
 Il est bien droit que ie le die,
 Qe il maintient tota cortexia;
 Maiz vos sereiz plus mal venua
120Se voz estes de cellui drua
 Qui ne redota tricheria
 Ni traisson ni·ffellonia,
 Ni no porta verte ni fei.
 Cellui amez voz mielz, zo crei.”
125Non i tarda noient Florença,
 Isnellament a dir encomença:
 “Lo mien ami vait a l’estor,
 Si·lli sovient de le mien amor;
 Poing son cheval e blandist sa lanssa,
130Si·lli remenbra de sa amança.
 Trestuit le ior por mi se clama:
 Ce est la chosse que il plus ama.
 Por moi porta tan ferme corage
 Qe il non est hom de tel paratge,
135S’en encontre lui ossa torner,
 Qe il ne li vait tel cot donner
 Qe tot de plain en tera ne le fait ferir:
 Nulla vertu ne·lle pot tenir.
 Por la resne prent lo destrier
140E livralo a son escuier
 E mandali isnellemant
 Qe il en faça a moi pressant.
 Cel doit avoir ma drueria
 Qui por moi fait chivaleria.
145Maiz vostre amiz, zo me est aviz,
 En·ssa chostra sta assiz,
 Con anbaz manz tient un saltier
 Hu il recorda son mestier;
 Torna e retorna cella pell,
150Qe il non seit faire hautre cenbel.”
 Dist Blancheflor por maltallent: [f.11rc]
 “De ce ne voz van[t]es noient:
 Se il est nulz hom qi mal hait,
 Le chivaler senpre y a sa part,
155Que il sta senpre en poverté,
 Bien le poez dir por verité.
 Lo chivaler vait allo tornei,
 Devant li vient un gran conrei
 Dont li convient denier enprunter
160Dont il se possa conreer;
 Ni·ssor sa·ffoi ni·ssor sa[r]ment
 Ne·llor vuellent croire noient,
 Se il ni y met primier l’ostage
 Dont li boriers hayant le gage.
165Qant li diniers li sunt failliz,
 Adonc se tient por mar bailliz,
 Smari ne sta e strapenssiz
 E maldit l’ore que il fu neiz;
 Per follz se tient e non por sage,
170Adonc li estoit metre le gage.
 Vait a s’aberg a la foiea
 Por enpegnier la·ssoe espea;
 Seuz esperonz e puiz son frein
 Per son servent le trametent por faen:
175Son Roncinel non mania allonna,
 Y zo chiet mort en la·ssemainna.
 L’etriers donne per un super
 E la·ssella per un dissner.
 A l’eindemain, que il n’a qe prendre,
180Adonc li estoit son destrier vendre,
 Qe voz ne li degnies dire:
 “Venez avant, ami, bel sire.”
 Maiz de ce ne me repent mia:
 Belz clers a ma drueria,
185E mielz valt qe lo chivaler
 Qe ne li a bessoing de diner enpronter,
 Qe cel me donna le mantel
 Dont valent plus de cent souz li taissel,
 E cel mi donna la gonella
190E le bon bliaut de baudinella;
 Et de cordoan me fait chaucier
 E me donna quant moi est mestier.
 Maiz l’amia del chivaler
 Senza leinçor s’en vait a·sser,
195E le bien matin, a son lever,
 Son qur li estoit a desplu[mer];
 Maiz je me iayi sote ma cortinna
 Tant ientament comme reinna;
 Le iors me sezo en ma charega,
200E devant moi esta moie chanberera:
 Qe tot jor pensa de moi servir [f.11va]
 E de feire tot a mon plaissir.
 Mez se ci foz un hom lealz
 Qui connoissez le bien e le mal,
205Dama Fllorenza, il iugeroit,
 Mon essiant, qe ie ai droit.”
 Ce dit Florenca ailossengnee:
 “De ce me tieng per mal paree
 Qu’il nen est a ore en pressente
210Qui a noz feist le iugement:
 Maiz prenenz respit aici
 De cest lunne a XV di.
 Aussi con diz le Rossignol
 E·lle stornel e l’auriol
215E chascum lo entendra en cel jor.
 Et nos serem al dez d’amor
 E quant nos seronz a·sson chastel,
 Ou seront tuit li oissel,
 Si·lli queronz le iuiemant.”
220Dis Blancheflor: “E ie l’entent.”
 De celz respit ffoi en plev[i]rent
 Et en aprés se departirent.
 Blanchefflor non est mie folle:
 A son ami vait all’esqolle
225Si·lli conta le convenente,
 La·ffin e le comencament.
 La pocelle li sta devant,
 E li clers li respont en riant:
 “Ma douce amie, per ma ffoy,
230Conssoil avroiz mult boen da moy
 Qar vos ferai ayci un brief
 Qe vos porteres devant le dez,
 E, devant que il l’aia demi legit,
 Il sara bien ce que ie li ai escript.”
235El [clerc] prist l’atrait del seel
 Et la piera del son annel,
 E si le donna a Blanchefllor
 E troiz foiz la baissa por fin amor.
 E Florenca s’en entre en un vergier
240A son ami per consseillier.
 Troiz foiz la baissa a·sson tallant
 E poi li dit cortoissemant:
 “Sire, ie sum vostrra drua,
 E per consseiller son ci venua.”
245“Ma dolça amia, vollunptiers
 A cest bessoing vos voeil aidier.
 Ne vos dira le dex d’amor
 Chosse qi a voz torne a dessenor
 Per ce qe posse pensser
250Qe vos amoiz un chivaler;
 E voz doing le mien anel [f.11vb]
 Ou est assiz un mirabel;
 Adez quant vos le porteres
 De mon amor vos remenbrerez.”
255Hor a Florenca l’anel pris,
 A·sson ami n’a fait un riz,
 E per amor que la e bella
 Si la baissa unna quenzeinna.
 
 
 III
 
 Blanchefllor es corteissa e bella
260Con el solleil, quant el ramella;
 iusque au pradel en vient primiera.
 De flor de liz est coronea:
 Le liz est d’amors significance,
 Qe nulle flors non est plus blanche,
265Ni non perde onques sa beltes
 Ni per yver ne per estés,
 Ni per froide ne per challor
 Ne pert onques son qollor.
 Per un sentier de blanche avoile,
270Bien entaille per grant estoire,
 Iusqu’al pradel i vint Florenca
 Por atendre la convenença.
 Entor sa cinta avironea
 De flor e de rossa est coronea.
275Einsint significa de la rossa:
 Cil qi d’amor de chivaler es qossa.
 Florenza dist a Blancheflors:
 “Ge ne vos quier negun secors,
 Maiz vos semonz se vos vores
280Aler al plait, si con savez.”
 Blancheflor soi servent apelle,
 Qe il vegnant metre la·sselle
 A la mulete al pei d’or:
 Unques nulz hom ne la vit meillor.
285Lo rosignor i vient primier,
 Apres y vient le sparvier:
 Missen lo frein e puiz la·sselle
 Aissi con diz la tortorella.
 Li arçonz ffurent de olliffans,
290E non fu faite passe ot .CCCC. anz;
 Lez alvez furent de fin or
 Qe Apolloine tant chier hot.
 Li·ssorselle fu d’un brun paille,
 Feez le firent en une salle;
295Sorianz firent lez estreveres
 A esmeraudes entallieez.
 Lo merle li laze lo peitral
 D’or est intailliez e con crestalz;
 Doi falcom pristrent la pulcella
300Si la mistrent suz en la sella,
 A chascon pe i ot un smeril [f.11vc]
 Qi li met un esperon d’or ou est un saf[ir].
 De la mulleta poez odir
 Qar de meillor ne vos sai dir:
305La cola ot sors e le col vairs,
 Mult est belle de totes pars.
 Tant s’en vait la maitinea
 Que rem n’abat de la rossea;
 Quant la muleta vait anblant,
310Lez chanpanet vant sonant
 Per troiz liuez et migia
 Podroient oïr la mellodia.
 Hor est Blanchefllor adornea
 E Florenca s’en est porpenssea
315E reclama le dex de l’amor
 Qe li faza un ient secors.
 Mult fu corteiz lo de de l’amor
 Per ma Florenza la genssor,
 Si li tramist un pallefroit
320Qe mui bel e bien anbloit:
 Anc ne fu veu nulle beste
 Qui tant eust avenant teste
 E·lle poil e lez oreillez.
 Touz la regardent a merveillez:
325Sor est vermeille e vert e blanche
 Si hot un frein mult avenant
 Mult fu bel e bien entailla
 Con smeraude e com crestal.
 Pierres hi ot de tant collor
330Nul poroit conter un meillor.
 La·ssella fu d’un blanche avoille
 Qe fu ient faita e per grant estoire.
 D’un blanche paille fo li sorselle:
 Si le fist dame Helleynne la belle.
335Hor hot palefroi conree
 E ientement appareillie
 Fllorenza apella l’auriol
 E son conpaing lo rossignol;
 Cil dui pristren la polcelle
340E la mistrent suz en la·sselle,
 En apres y vient le paom
 Qui li lace l’esperom.
 Anbe deues sunt a l’anblaura
 E vant conrei a lor messura.
345Blancheflor ne·sse tarçe mia,
 La mula point per cortessia;
 Florença point son pallefroi.
 Anbe chevauchent a gran destroi
 Per un vergier mol bien flori
350D’erbez e de fueillez bien garni;
 Tos tens y a fueillez e flors [f.12ra]
 Que ades istant en ssa vallors,
 E mi le pre tot en pendant,
 Tot droit envers levant,
355E illueques sorioit unna fontaina
 Qe li autor dient qe est sanna,
 Lez espondes sunt de blanche mabre
 E desuz hot planté un albre.
 Sor li ramel de l’albre sont
360Doi auxel que per fin amor chantent:
 Lo rossignol e l’auriol.
 Chantont andui del de d’amor
 Si dient en lor latin,
 Qe la seira e lo matin
365Se doit penner de feire cortessia
 Qui bien voelt pleissir a s’amia.
 Cortoissia mont la doit amer
 E de mal dire se doit hon mult garder,
 Maiz nulz hom non doit amer
370Qui soit villain ne malparler.
 Zo dist la·ssinple tortorella:
 “Tos tenz doit l’en servir polcella
 Qar celle est bien avenanz
 E tos iors mostra bel senblanz.”
375Sor tos li oisselz dit li gai:
 “Or entendéz qe ie dirai.
 A bachallier que non a amia
 Fait laida villania:
 Nos nol devem paz consentir,
380Mais i devonz trestug venir.”
 Zo dist le merl isnellemant:
 “Certes ci a bon iuiemant.”
 Aqi chantont tuit li oixelz
 E si lez esqoltont deuz donzelz:
385Ver elz chivauche Blancheflor
 Salu lor dist del des d’amor
 Apres lor dist corteissemant:
 “Nos le savonz bien finemant,
 Maiz ci devant hot un passage
390Unde nos prenderons lo peage:
 Se vos vollez, per un baixer
 Vos laisseron oltra passer.”
 Dist Blancheflor: “E je l’otroy;
 Or en venes primer a moy.”
395Si aleront andoi baissier
 Per le peage desrainer.
 Solle s’en vont per le bosqaie
 Qe no i mennont conpaignage:
 Chascunna porta unna rossa
400E per ce ne tement mala chossa.
 De la foresta yssent a mei di [f.12rb]
 E poiz vienent en le chanp flori.
 En mig del chanp quant est rossea
 Coroit un aigua a fillea
405Si qe y mollent qatre mollin:
 Li deuz moillent poivre e comin
 Li tiers gienger e galengal
 E pig[ment]o e citoal.
 Li qart mollunt chascun di
410Quinze moia de bon trig.
 E l’aigua de cel chanp si cor
 En le chastel del de d’amor.
 Mult est faita a meraveilla,
 De pierres verde e vermeilla;
415D’or sunt lez portez e le portel
 E desoure sist un grant oixel.
 E quant il voit venir la ient
 Si llor dit un endevinament:
 “Unques non hoit pere ne mere,
420Maiz ie meesme fui mon pere.
 Qui ce ne pora adeviner
 Nel laisserai aici entrer.”
 Ben sab Blancheflor l’endevinament,
 Ensegnea fo gentament,
425E dist: “Lasseres vos moi entrer
 Se ie le porai endeviner?”
 Ce dit l’oissel: “Ben le ferai
 E bon gré vos en serverai.”
 “Or escotai le franch oixel,
430Tu ez petit e si ez bel
 Et quant tu az C anz vesquz,
 Tu ez vielz e tot chanuz;
 Pueiz vient un feuz ou tu es ars
 E en cener vait tota ta chars.
435E quant tun cors est toz brussez
 E la flama t’a toz gastez
 De la ceindre naiz, que es ta mere,
 E tu meemes es tun pere.
 Tu es petit e mult bel.”
440“Vos dites voir” ce a dit l’oixel;
 Con le suen bec vert e vermeil
 Della porta trait le ferogel,
 Les portes d’or lor fist avrir
 Les pollcellez avant fait venir;
445Et despueiz parlerent al porter
 E chasconna li donna un baissier
 E pueiz descendirent sor un marbre
 A l’onbra fresqa sot un albre;
 Lo palefroi e la mulleta
450Atacherent ad celle onbreta.
 Lo rosignor prist asonner un laiz [f.12rc]
 Vollant s’en vait en cel pallaiz;
 Al dex d’amor n’a fait un enclim
 E poiz li dit en son latim:
455“Sire ie ai vist meraveillez:
 Unques nul hom n’en vit pareillez.
 La defor est a un peron de malbre,
 Desoz a l’unbreta sot un albre,
 Sont doez polcellez descenduez,
460Nen·ssa porqoi elle i·ssunt venuez.”
 “Allez” fait il “per mon coman
 Faites les ici a moi venir devant.”
 Lo rossignol prists un eslaiz
 Vollant s’en vait for del pallaiz.
465A lez damoisselles dist en chantant:
 “Seuremant venez devant
 Qar bien vos conduerai, zo crei,
 al pallaiz devant lo rey.”
 Lez polcellez ne sunt paz follez
470Bien entendiront les parollez:
 Non y hot plus de demorance,
 L’unne prist l’au[t]re per la convenance
 Poez muntunt suz per un degré
 De blanche avoille repairé.
475Et quant lo dex le vit venir
 Vers cellez ne·sse puet tenir,
 Del faldestuor sailli en pez
 E por elles se demoustroit alegres:
 “Venes avant belles polcelles
480E dites me vostre novelles.”
 Blancheflor li respont: “Bel sirez
 Dele nostre pleit nos a vos volluns dire:
 Servi avem en nostre tenz
 E de follia e de senz
485E mal se peinnent tuit d’amer
 E polcelles e bachallier.”
 Poiz que le dez oi cellez novelles,
 Si comanda asseer cellez polcellez
 si lor a feit aporter
490Tres flors de rossa a disner
 E a boivre de la rossea
 Del meiz de mai de la matinea.
 Aprez lo disner Blancheflor
 Parler comenca a gran baudor:
495“Entendez moi, sire dex d’amor,
 E si l’entandant cil baron:
 Li clerc d’escole sunt pluz sage
 Qe n[ule] ient de nos linage.
 E ce di ie bien e no mento mia
500Q[u]’ cil hont tot la flor de la cortessia.
 Ceste polcelle voelt moustrer [f.12va]
 Que valt mielz lo chivaller.”
 Atant la cigoigne i est venua
 E en apres i vient la grua,
505L’alloete e le realté,
 El petoros e lo franguel,
 E la qardarinna e lo stornel,
 E la sereina e lo durbec.
 En apres i vient l’auriol
510E son conpaing, lo rossignol;
 E poiz la quailla e la perniz.
 Lo merl e le gai se sunt assiz;
 En apres i vient lo paon
 Qi per bealte a le confanom.
515E apres i vient la tortorella,
 E lo colunb e la femella,
 El papagai e lo falcon,
 Et lo moschet e lo merllion.
 Tot li oixel issunt venuz,
520E li groissel e li menuz,
 sor un grant paille bel:
 Nen n’i est meillor en le chastel.
 Asetes si est l’astor e le sparvier
 E lo gilfac, qi mult est fer.
525Quant li oixel furont assiz,
 Lo dex de l’amor alor a diz:
 “Or m’entendes noblez oixelz
 Qui seiz assiz en mon chastel:
 Ge n’ai a feir un iugemant
530Si voeil saveir certainemant
 Voire qi a pluz de cortoissie,
 Ou clers ou la chivalerie.
 E non vos tardiez mia:
 Qui mielz lo set si lo dia.”
535“Primiers m’asiz” dist la verdera
 “E por ce doi parler primiera.
 Li clerc se fait plus da prexier
 Non fait doncel ni chivaler.
 A cui que peiz ce qe je dia
540Cil hont la flors de la cortessia,
 Qui vol dire que ce ne soit voir,
 Bataille bien en puet aveir.”
 Dist l’aloeta: “E ie le te contradi:
 Tu as ton essiant menti.
545Tu as fait mult grant ardiment
 Qe tu az fait tal iugement:
 Le pres de finna corteissia
 Vait tota per la chivaleria.”
 En apres dist lo realte:
550“Mult a mal dit ceste glotonnel
 Qe nul hon ne sera ia corteiz [f.12vb]
 Se clergia non a en preiz.
 E per co doit hon plus proissier
 Lo cortoiz clerc qe lo chivaler.”
555Dist lo franguel: “Ie no l’autroy,
 Qel non est pas si con tu croy.
 Lo chivaler fait per s’amia
 Mult volunpter chivaleria,
 Despueiz escrie, por fin amer:
560“Por m’amie me voeil iostrer.”
 Poinge son cheval, qi es coreor,
 E vait iostrer por fin amor.
 E por ce non doit nullui parller
 De clers encontre chivaler.”
565Al franguel respont la cardalinna:
 “Tu me tienz trop per fantinna,
 Maiz avant de ton departiment
 Te mosterai qe tu te ment.
 Lo corteiz clerc quant il a s’amia,
570El non a paz a quello dia,
 Maiz en son cuer lo voelt celer
 E cortoissement la voelt amer.
 Lo chivaler, a cui il ne le puet dire, si lo manda
 E a chascon lo dit que lo demanda,
575E si la fait tenir putain
 E a cortoiz e a villaim.
 Por ce hot plus d’enseignament
 Li cortoiz clerc que autre gent.”
 “E qual desdeing” dist lo stornel:
580“Me n’ai de cist menus oixelz:
 Qui lor donna tant de ardiment
 Qe il ossent faire iugement.
 Lo chivaler quant il est en guera,
 E mult chivaler fait verser en tera,
585Ce fait per amor de sa drua
 Dont son corage ne li mua.
 Per ce lo teing per plus cortoiz
 Que nulla ienz de nostra loys.”
 “Sire stornel”, dist la serenna
590“Refrenez vos de vostra lengua
 E non dites pas si gran mencongna
 Qe ne vos tornasse ia tost a honta.
 Lo chivaler ne iostra mia
 Por remenbranca de s’amia.
595E se il met son cors en abandon
 Il ne lo fait se per gaagnier non.
 E se il gaagnet un destrier
 Bien le n’averea C mestier
 Qe il est povre et conztouz
600E de l’aveir mult bessoignos.” [f.12vc]
 Dist l’auriol per maltallent:
 “De ce ne vos croi noient.
 Chivaler fait chivaleria
 Por remenbrança de s’a[mia].
605Cil doit avoir ioie de polcelle
 Qui per vertu sta en la·sselle.”
 En apres dist lo rossignol:
 “Mult nos gaba ceste auriol,
 Maiz ie le tieng por recreant
610Qe il a mal dit a son essiant:
 Que il non est laide villenia
 Qui non viegna per chivaleria.
 Lo chivaler donna a sa drua
 E pueiz le lo toeil e enpremua
615E per laida tricheria
 En poi de tenz la fait mendia,
 Qe se ella croit lo chivaler
 Tota nua la fait aller.
 Le cortoiz clerc li fait chamissa
620Silli achate peliza grissa
 Per or ce valt mielz por amer
 Non fait doncel ni chivaler.”
 “Lo chivaler” co dis la quailla
 “Donna a s’amia quant el guaagna:
625Bien poent dire seurement
 Que il hont lo pres sor tota ient.
 Autre hom non doit d’amor parler
 Se no donzel e chivaler.”
 Dist la perniz: “Mult es folle
630Quant ossez dire tel parolle
 Que tu diez de chivaler
 Que il soit seignor de fin amer.
 Lo chivaler fait ass’amia
 Molt sovent villania
635Que il prent sa gonella meillor
 E si l’enpeigna al prestaor
 Per XV diners paressinz
 Dont il desgaia le suen roncim.
 Despueiz li enpremua le suen mantel:
640“Voire” dit il “ie le vos ferai plus bel.”
 E portalo alo enprestaor
 E vaille iuer en malaor.
 S’amia s’en vait desfublee
 E maldis l’ore quele fu nee.”
645Lo merle dit a la perniz:
 “Bien as parlé, ce toi est aviz:
 Tu as mal dit del chivaler
 A poc m’ateng que ie ne te fier. [f.13ra]
 Que non est in el mond, senz faille,
650Qui chivaler vaille en bataille
 Cel doit avoir per baronnia
 Ioie e deport de sa amia.”
 Ce dit le gai: “Bien es gloton
 Quant ossez dire tel reisson;
655Bien ne devroiez perdre les oil
 Que tu as dit si grant orgoil.
 Le corteiz clerc donna le mantel
 Ass’amia e bon e bel
 En apres li fait gonella
660De qual collors voelt la bella;
 De baldinela li fait camissa
 E bon bliaut tot a sa guissa.
 Por ce fait meillor amer
 Le cortoiz clerc qe lo chivaler.”
665Ce dit la grua contra el gai:
 “Vos aves dit e ie dirai
 Si dirai tot per reisson
 Moie parolle e mon sermon.
 Mult es de cortesia en la clergia,
670Maiz mult valt mielz la chivaleria.”
 A la grua dist lo paon:
 “Tu nel saz dire per raixon
 Maiz se tu ne fussiez en cesta cort
 Bien seroiz pres de ta mort.
675Null’om non doit parller d’amor
 Fors li clerc qui ne son seignor.”
 A lo paon dist la tortorella:
 “Chivaler doit amer polcella
 Qui ioie a e largement fa cortoisia
680Por ce que il se sent bella amia;
 A tote ient fait a plaissir
 Per corteissia maintenir.
 A qi peiss ce que je dia
 Autre hon non sa que soit cortoisia.”
685“Tortorella” dist lo colunb:
 “ie te desment por le fond
 Que tu es folle per natura
 E non saiz droit ne dritura.
 Lo chivaler deroba la stra
690Quant il l’a miel asegurà.”
 Al de de l’amor dist lo gilfalc
 Que de la cort est lo plus balde:
 “Sire cest plait est troiz mene [f.13rb]
 E ia per noz non sera fines
695Chascun voelt dire son talent.
 Vos en deves feire le iugament.”
 Lo de dist a le sparver:
 “Vos estes sagez de parler:
 De vos fera mon ami fim
700Se me traiez cest plait a fim.”
 “Et ie le ferai,” ce dit le sparvier:
 “Tot per reisson mult volentier.
 Mult sont cortoiz li chivaler,
 Sages e pros e bien parller.
705A grant pris e a grant amor
 Amant chivaler de grant vallor.
 Hor ai dit de la chivaleria.
 Hor me estuet dire de la clergia.
 Li clerc recorda li autor
710Qui li demostra aveir amor,
 Por ce an plus de corteissia
 Li clers qe la chivaleria.
 Plus son cortoiz e plus an droit
 Se il n’an l’onor, ce est droit.”
715Qant l’entent Florence a poi n’enraie:
 La mort desire en son corage
 E mult grant dollor en son [cuer] naiz,
 Senza congie isse del palaiz.
 Suz en le palefroi monta Florenca
720Sola s’en vait senz demoranca.
 Dist Blancheflor: “Ben m’agrea,
 E en cesta cort sui mult hennorea.
 E mil mercis al des d’amor
 Qui de cest plait m’a feit honor
725E cinque cento a le sparver
 Qui est tant sages de plaider
 Qe tos tenz li voil servir
 E de tot feire a son plaissir.
 Ennapres a tuit li oixel
730Qui sont assiz en ceste chastel.”
 A tant s’en vuelt aler Blancheflor
 E mult hot grant honor.
 Adonc li dit lo de de l’amor
 Tot en riant per gran dolcor:
735“Blancheflor vollez vos en aler.”
 “Oil sire mult vollentiers.”
 La mula fu bien ensellea
 E ientament apareillea:
 Lo dex de l’amor prist la polcela
740E si la miz sus en la sella.
 Des pueiz comanda a tuit li oixel
 Qui sont asiz en son chastel [f.13rc]
 Que il viegnent con Blancheflor
 Mol bien chantant per fin amor.
745Chascun chantet en son latin
 E la seira e lo matim
 Tant que en son palaiz l’ont menea,
 La ou la bele Blancheflor fu nea.
 Ici est difinia la concordanca
750De Blancheflor e de Florenca,
 Aici finist le conte del fin Amor,
 De dame Florenca e de Blancheflor.