RIALFrI

La Geste Francor, Macario (ed. Bergo)

Matteo Bergo, Il "Macario" della "Geste Francor" (ms. Marciano Fr. Z 13, 256). Introduzione, revisione del testo, traduzione e glossario, tesi di laurea magistrale in filologia moderna, relatrice Francesca Gambino, Padova, Università degli Studi di Padova, 2015.

Edizione e marcatura digitale a cura di Matteo Bergo

Traduzione italiana di Matteo Bergo, Padova, RIALFrI, 2016.

 

  TESTO APPARATO TRADUZIONE  

 

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13513 violer ] viloler (prima l con segno di espunzione)

13534 endurer ] endurere

13565 U[n] ] V (con titulus verticale prima della V)

r. 385 Nain ] Nam

13602 si se vait ] si le vait

13638 si se ne'l fe porter ] fi se nel fe porter

13641 s'avoit ] sanoit

13650 Mo[n]tealban ] motealban

r. 387 li na[n] ] li na

13703 el se ] el se el se

r. 388 �o e meesme parole ] �oemee fine parole

13751 quando ] quando quando

13759 poust ] ponst

r. 389 se leve ] se lene

13891 respleteron ] resplenteron

13938 volse ] nolse

13978 i toa ] uoa (?)

14086 asolta ] ascolta

14093 grav�s ] guaves

14166 vu ] nu

14307 a tables ] arables

14398 vos ] nos

14405 �ascun ] Docu

14452 �ascun ] cascun

r. 408 can ] cam

14623 Baiv� ] baine

14681 E se de ses ] E de se de ses

14730 �u�ement ] cucement

r. 416 cong� ] coge coge

14892 Primera[n] ] primera

14940 Primera[n] ] primera

14978 come[n]�a ] come�a

14980 A[l] rois ] A rois

15084 most[r]er ] moster

15117 �ivaler ] �ilvaler

15157 vos ] nos

r. 428 demande ] demader

15420 e[l] la ] ela

r. 432 Bernardo ] berrado

15493 mesp[r]eson ] mespson

r. 435 saluirent ] sasuirent

15631 segno[r] ] segno

r. 438 inperere ] aliperere

r. 439 l'i[n]peraere ] liperaere

r. 441 i[n]perere ] iperere

15792 int[r]er ] inter

15850 Fra[n]�eis ] fra�eis

15856 mal inartos ] malinarcos

r. 448 l'i[n]perere ] liperere

r. 449 menoit ] memoit

15948 fait ] tait

15980 gra[n] ] gra

16229 penser ] perser

r. 455 Ber[n]ardo ] berardo

r. 456 ba[ta]ille ] baille

16584 No t�averoie ] noin veroie

16745 vos ] nos

r. 466 Coment � parolle al civaler ] Comont ... parolle aiavaler

r. 467 s�en vait ] senriait

16893 Qe se ] Qe sa


 

 r. 382
 Come Carlo tenne gran corte a Parigi.
 
 383
 
 Gran corte tiene Carlo l'imperatore,
 a Parigi nel suo palazzo maggiore.
13480C'eran là molti figli di valvassori,
 e molti duchi, principi e conti,
 e il duca Namo, suo buon consigliere;
 mai al secolo ce ne fu uno migliore,
 né che con fede tanto amasse il suo signore,
13485né che tanto sopportasse e pena e dolore.
 Fra tutti era il miglior esploratore,
 per cui da Dio ne ha gran ricompensa,
 dal Dio del cielo, il grande Creatore.
 Quattro figli aveva dalla sua gentil mogliere,
13490che furon fra i dodici pari e fini giostratori.
 Moriron di dolore a Roncisvalle,
 quando fu ucciso il conte Rolando,
 dal malvagio Gano il traditore,
 quando lo tradì per il re almansore,
13495per il re Marsilio, per cui poi n'ebbe disonore,
 per cui fu giudicato come traditore.
 
 r. 383
 Come Macario volle svergognare Carlo.
 
 384
 Tiene gran corte Carlo Magno l'imperatore,
 con gran baroni e con principi e conti;
 ma sopra tutti col duca Namo di Baviera,
13500e il Danese che si fa chiamare Ogier.
 Tanto aveva fatto il traditore sleale,
 con le sue ricchezze e bisanti e denari,
 che nella corte son amati e tenuti cari,
 e con il re vanno a bere e a mangiare.
13505;E uno è fra loro più tenuto in onore:
 Macario di Losanna si fa chiamare.
 Ora ascoltate del traditore sleale,
 come volle onire il re e svergognare,
 e per forza avere la sua mogliere.
13510Che alla festa del barone San Ricario,
 la gentil dama era nel suo verziere;
 con molte dame stava a diportarsi,
 e si faceva suonare la viola,
 e una canzone e intonare e cantare.
13515E Macario entrò nel verziere,
 c'eran con lui molti cavalieri.
 E cominciò con la dama a donneare:
 "Dama," dice, "ben vi potete vantare
 su tutte le dame che si possan trovare,
13520più bella dama non si può trovare.
 E ben sarebbe gran peccato mortale,
 quando un tal uomo abbia a che fare con voi.
 Se io e voi ci dovessimo accompagnare,
 più bella compagnia non si potrebbe trovare,
13525per grande amore e stringere e baciare."
 La dama lo ode e lo prese a guardare,
 e ridendo così cominciò a parlargli:
 "Ah, sire Macario, voi prode e valoroso;
 queste parole che vi odo raccontare,
13530so ben che le dite per tentare il mio corpo."
 Disse Macario: "Il pensiero v'inganna;
 dama, non c'è qua o di là del mare
 chi più di noi è degno di amarvi.
 Non c'è pena che possa soffrire,
13535che non sia per diletto del vostro cuore."
 L'ode la dama che non dice per gabbo,
 ora ascoltate come gli risponde indietro:
 "Macario" lei disse, "tu non sai il mio pensiero,
 prima mi lascerei straziare ogni membro,
13540e ardere e bruciare in una volta,
 e appresso la polvere sperdere al vento,
 piuttosto che mal pensassi dell'imperatore.
 E se mai con me vi odo parlare così,
 e in mia presenza tal cose narrare,
13545al mio sire le dirò senza tardare.
 Uomo malvagio, come osasti pensare
 di dire tali parole sul tuo signore?
 Se lui lo sa, non ti saranno difesa
 tutti gli averi che si posson trovare,
13550che lui ti farà a due forche impiccare.
 Tosto da me dovrete separarvi;
 E certo guardatevi dal parlare
 di queste parole che a me avete detto."
 L'ode Macario, incominciò a vergognarsi;
13555da lei si parte con tutti cattivi pensieri.
 
 r. 384
 Come la regina ritorna dal giardino. E come ebbe gran dolore.
 
 385
 Tornò indietro la regina Biancofiore,
 trovò riparo nel suo palazzo;
 il suo cuore afflitto di dolore e di ira.
 E Macario ne fu addolorato,
13560se non ha lei a sua volontà,
 la sua vita non vale un fico secco.
 Per lei giorno e notte stava in pensiero;
 e pensa fra sé per sua cattiveria,
 come potrebbe farle un inganno.
13565Un nano c'era nella corte imperiale;
 dal re e dalla regina molto era amato.
 Macario venne a lui e gli parlava:
 "Nano" fa lui, "nascesti in buon ora;
 Tanto ti donerò in moneta sonante,
13570che ricco farà tutto il tuo parentado,
 se tu farai la mia volontà."
 E quello gli disse: "Ora sì comandate
 ciò che vi piace: io sono pronto."
 Disse Macario: "Voglio che ciò facciate:
13575quando alla regina vi sarete accostato,
 voi le direte della mia bellezza,
 e se lei facesse la mia volontà,
 più bella compagnia non si potrebbe trovare."
 Disse il nano: "Ora più non parlate.
13580Quando a lei mi sarò accostato,
 dirò meglio di quel che avete detto."
 Disse Macario: "Nascesti in buon ora;
 tanti averi ti saranno donati,
 ricco sarà tutto il tuo parentado."
13585Disse il nano: "Non dubitate di nulla."
 Da lui si parte, tutto allegro e gioioso.
 E Macario ritorna alla sua magione,
 era gioioso e baldo e allegro.
 E alla corte il nano se n'era andato.
 
 r. 385
 Come parla il nano.
 
 386
13590Ora il nano ritornò indietro;
 tutto quel giorno non cessò di pensare,
 come deve alla regina parlare.
 E Macario, quando può trovarlo,
 non cessa di ammaestrarlo,
13595su come debba quel discorso filare.
 A una festa del baron san Ricario,
 la regina era sopra un solaio,
 con altre dame per diportare il suo cuore,
 e si faceva suonare la viola,
13600e molte facevano e balli e caròle.
 Il nano malvagio le si avvicina,
 si va accostare presso la regina,
 e poi sotto il suo mantello si corica;
 Com'era solito, la prese a lusingare;
13605e la regina, che mal non pensava,
 lo prese bellamente ad accarezzare.
 E lui cominciò malamente a parlarle:
 "Dama", fa lui, "molto mi posso meravigliare,
 di come potete amare Carlo Magno;
13610non vale un soldo a brigar con le dame.
 E tanto siete voi bella e dal viso chiaro,
 che stimare non si può la vostra beltà.
 Se voi volete seguire il mio consiglio,
 io vi farò a un tal uomo accostare,
13615più bel cavaliere non si potrebbe trovare;
 e questo è Macario, il fiero e l'ardito.
 Se voi e lui vi potreste incontrare,
 mai di lui non vi potreste saziare,
 e ben vi potreste fra voi vantare,
13620del più bel drudo che si possa trovare."
 La dama l'ascolta e cominciò a guardarlo:
 "Taci matto," fa lei, "non usarmi questo parlare,
 che tosto lo potresti a caro prezzo comprare."
 "Dama," fa lui, "lascia star quei pensieri.
13625se solo un bacio Macario v'avesse a donare,
 con nessun altro uomo lo vorreste cambiare."
 Tanto le dice il nano in ogni momento,
 che a la dama cominciò a venire a noia,
 che ella lo prese contro il suo volere,
13630che lui difendere da lei non si può.
 Giù da quel solaio lo fa gettare,
 tanto lo fa malamente cadere,
 che la testa gli ferisce in più punti.
 "Vanne," disse la regina, "brigante!
13635E ancora non credere di venire a dirmi questo!"
 Quando il nano giù cadde dal solaio,
 Macario era sotto, che era crucciato,
 il nano egli prese, e se lo fece portare;
 andò per medico, e lo fece legare.
13640Stette più di otto giorni, non si può alzare,
 donde la corte ne aveva meraviglia;
 il re stesso lo faceva richiedere.
 E sempre Macario lo aveva a scusare,
 che era caduto a lato d'un pilone;
13645la testa aveva ferita, ma tosto l'avrebbe alzato,
 perché possa alla corte fare ritorno.
 
 r. 386
 Come il nano scapolò.
 
 387
 Signori, ora ascoltate e siatene certi,
 che sempre la casa di Magonza
 mai non cessò rissa e arroganza.
13650Sempre ebbe guerra con Rinaldo da Monte Albano,
 e così Oliviero e Rolando tradì,
 e i dodici pari e la sua gran compagnia.
 Ora alla regina vuol far tradimento;
 per suo volere, lui non rimane
13655ché non onirà Carlo Magno l'imperatore.
 Stette otto giorni a levare quel nano,
 e gli si fece avanti, quando fu alzato.
 La testa aveva stretta bendata d'un panno,
 donde ne parlano i piccoli e i grandi.
13660fra la barba il re stesso ne ride.
 E mica era fantolino quel nano:
 a nessuna persona che vive,
 egli nulla non dice della regina.
13665Col cavaliere resta da quel giorno in avanti;
 più non si presenta davanti alla regina,
 perché sa la sua ira e il maltalento,
 non fu audace da andarle al cospetto.
 E la regina lo richiede e domanda,
 e il nano fu saggio e sta certo lontano;
13670chi gli donasse tutti i tesori d'Oriente,
 non più andrà da quel giorno in avanti
 a parlare o cadrà nelle sue mani.
 E l'uomo malvagio che sta sempre in tormento,
 sempre rimugina per far tradimento.
13675Dio lo confonda, il padre redentore,
 per lui la regina fu gettata in grande tormento,
 come voi udrete, se attenti sarete.
 
 r. 387
 Come Macario consiglia il nano.
 
 388
 Il malvagio Macario, traditore e fellone,
 venne al nano e ascoltando gli disse:
13680"Nano", fa lui, "mi dolgo per te,
 se tu hai avuto onta e scorno.
 Ma se volessi agire a mio talento,
 della regina prenderemo vendetta;
 al fuoco ardente arsa sarà."
13685Disse il nano: "Altro non chiedo.
 Se mai su di lei io vedessi vendetta,
 uomo sì gioioso mai ci sarà in tutta la mia vita.
 Quando mi rimembro che prima mi gettò,
 giù dal solaio indisposta contro di me.
13690Ho molto gran talento di vendicarmi."
 Disse Macario: "Voi siete prode e valente,
 e tanto argento e oro vi donerò,
 ricchi ne saranno tutti i vostri parenti.
 Pensato mi son tutto il tradimento,
13695come di lei subito ci vendicheremo."
 Disse il nano: "Parlate prima,
 e io lo farò tutto il vostro comando.
 Ma di parlarle, non ditemi niente,
 che più di un serpente la temo."
13700Disse Macario: "Noi faremo saggiamente.
 è usanza dell'imperatore dei Franchi,
 ogni notte, prima dell'apparire dell'alba,
 al mattino si leva per tempo;
 una volta cantato, se ne torna rapidamente,
13705coricandosi nel letto nella sua camera.
 Se tu vuoi fare vendetta, fa' lo stesso:
 sì saggiamente, che alcuno ti senta,
 dietro l'uscio andrai ad accovacciarti,
 ché non ti veda nessun uomo vivente."
 
 r. 388
 Di questo e delle stesse parole.
 
 389
13710"Nano," disse Macario, "se tu vuoi bene operare,
 di una cosa ti voglio consigliare,
 che ti devi accovacciare presso la camera,
 che nessuno ti debba vedere o guardare.
 Quando il re si sarà alzato,
13715per andare a mattutino la sua ora a cantare,
 tu subito ti dovrai alzare;
 davanti al suo letto ti dovrai spogliare,
 presso la regina ti dovrai coricare.
 Piccolo sei e ti avrà a desiderare;
13720quando il re tornerà indietro,
 dentro al letto ti dovrà trovare.
 Sempre di te avrà mala speranza;
 di offenderti gli parrebbe vituperio.
 Lui ne farà chiedere e domandare;
13725e quando il re ti verrà a domandare,
 tu dirai sempre, non devi esitare,
 che la regina ti ha fatto andare,
 sovente fiate andare e tornare."
 Disse il nano: "Lascia a me quel pensiero.
13730Meglio farò, non lo sapreste spiegare.
 Se mai su di lei vedessi vendetta,
 dono maggiore non voglio chiedere."
 Disse Macario: "Non devi esitare;
 poi ci sarò per difendere il corpo."
13735Disse il nano: "Comportatevi come barone.
 Ora tacete e lasciatemi fare,
 che so quello che serve."
 Disse Macario: "Gran lode tu attendine,
 di quest'opera non ti si potrà biasimare.
13740Quando il re te ne chiederà,
 sempre dirai, e non avrai a dubitare,
 che sovente fiate ella ti ha fatto andare.
 Onde il re, se non vorrà svergognarsi,
 nel biancospino la farà bruciare."
13745Disse il nano: "E altro non chiedo."
 Rimase il nano al buon palazzo,
 e Macario se ne va con altri cavalieri,
 nella sua camera a riposare e dormire.
 E il mal nano va ad accovacciarsi,
13750dietro l'uscio della camera del principe.
 E a mattutino, quando s'alza il re,
 e una volta passato oltre l'uscio,
 quel nano non si fa mica codardo;
 davanti il letto se ne va a stare.
13755Si spoglia, comincia a scalzarsi;
 sopra alla panca lascia il suo drappo.
 Entro il letto si va a coricare.
 E dorme la regina, che non ha mal pensiero,
 non pensava a ciò che potesse incontrare:
13760dal traditor nessun uomo può guardarsi.
 
 r. 389
 Come il re si alza.
 
 390
 Il re si alza una volta che mattutino è sonato,
 alla sua cappella lui se ne va;
 non ha a mal pensare di nulla.
 E il mal nano si coricò nel suo letto.
13765E quando mattutino fu detto e cantato,
 torna indietro come era solito,
 e quando fu entrato nella sua camera,
 davanti il suo letto gettò lo sguardo.
 Posti sopra la panca vide quei panni;
13770quando li vede molto ne è meravigliato.
 E poi nel letto vede il ceffo del nano;
 anche se piccolo, grosso l'aveva e quadrato.
 Quando lo vide, tutto fu preoccupato;
 nulla dice, è tutto preoccupato.
13775Ebbe grande dolore, per poco non s'infuria.
 Fuori dalla camera, senza tardare,
 se ne fu uscito sulla sala pavimentata.
 Macario lo trova, che già era levato,
 che ben di quell'opera era dubbioso.
13780Gli furono presenti più di sei cavalieri;
 Il re li convoca, gli chiese così:
 "Signori," fa lui, "venite con me,
 se vedrete il dolore e la crudeltà
 che mi fa Biancofiore, che tanto avevo amato,
13785che per un nano mi ha svergognato;
 se non credete, venite e la vedrete."
 Sono tutti condotti nella sua camera;
 il nano gli venne mostrato per primo.
 Vedono e molto se ne meravigliano
13790e così la regina si risvegliò.
 Quando vide i baroni, tanto fu spaventata,
 che per difendersi non ebbe parola.
 "Signori," disse il re, "che consiglio mi date?"
 Il primo a parlare fu Macario:
13795"Buon re," fa lui, "celato non vi sarà:
 se voi non la bruciate; sarete disonorato
 e con voi anche noi; avrete vituperio
 ovunque nel mondo intero."
 Volete udire del traditore infingardo?
13800Al nano lui chiese e domandò:
 "Nano," fa lui, "dimmi in verità,
 come tu osasti entrare qua dentro?
 Come venisti, e con quale volontà?"
 "Mio signore," disse il nano, "Voglio che sappiate;
13805non sarei mica in questa camera entrato,
 né in questo letto non mi sarei coricato
 se non fossi stato chiamato e richiesto
 dalla regina, per sua volontà;
 e una volta e ben quaranta e sei."
13810Così gli disse il nano, come gli fu ordinato,
 da Macario il falso infingardo.
 Che lo distrugga chi regge il mondo!
 E promise e giurò l'imperatore,
 che la regina sarà arsa e bruciata.
13815Per scusarsi, la regina non dice parola
 ebbe tale vergogna, non ebbe ad alzare il capo.
 Ella si chiama sciagurata e dolente.
 
 r. 390
 Come fu presa la regina.
 
 391
 Quando la regina ebbe visto quella gente,
 e il re di tanto maltalento;
13820E vide insieme vicino a lui Macario,
 che l'accusa duro e aspramente,
 pur di bruciarla, e non d'altro tormento.
 Dunque fu presa da quella mala gente;
 in una parte la menano segretamente,
13825il nano da un'altra parte da un inserviente.
 Quella novella si sparse fra la gente,
 in ogni angolo per mezzo Parigi.
 Ciascuno la piange, son dolenti per lei.
 Perché tanto era saggia e avvenente.
13830Del suo donava alla povera gente,
 ai poveri cavalieri senza possedimenti;
 alle loro moglieri donava vestiti.
 Ciascun pregava Dio dolcemente,
 che la guardasse da così fiero tormento;
13835come era presso al fuoco ardente,
 l'imperatore medesimo era dolente per lei,
 ché lui l'amava dolcemente e fedelmente.
 Ma tanto temeva il biasimo della gente,
 che per scamparla non può fare niente,
13840che non muoia con tormento e dolore.
 E Macario con tutti i suoi parenti
 contro lei sempre stava in attenti,
 per condurla al fuoco ardente.
 Al re dona consiglio, spesse fiate e sovente,
13845che a lei si faccia tosto processo:
 "E se non lo fate, sappiate per vero,
 che biasimato sarete fra tutta le gente;
 niente vi considereranno piccoli e grandi."
 
 r. 391
 Come Macario accusava la regina.
 
 392
 Quando il re ascolta i baroni,
13850e sopra tutti il parente di Gano,
 che contro la regina furon sì pronti,
 di ucciderla senza via di scampo,
 la piange il re e il duca Namo.
 L'imperatore, quando vide la disputa,
13855che ad altri piace e ad altri no,
 fece menzione di giudicare la regina.
 Il re si rifà al senno del saggio;
 il re chiama Namo e Ogier,
 e altri che furono di gran rinomanza.
13860E c'era Macario, Dio lo maledica,
 lo distrugga che soffrì la passione,
 lui e quelli che son di Magonza,
 che sempre fecero nel mondo rissa e tenzone.
 Or fu chiamato a questo giudizio;
 il malvagio Macario non disse cattiva parola,
13865contro la regina che aveva il viso chiaro.
 Disse al re: "Ascoltatemi Carlone;
 chi vi ama vi tiene un briccone,
 quando portate così la giustizia lontano,
13870e se crederete al duca Namone,
 disonorato sarete nel mondo e vituperato.
 Questa cosa è tale che il ragazzo,
 ne canta di voi una mala canzone."
 Namo l'ascolta, e tiene il viso imbronciato;
13875ne ha tale dolore, per poco per l'ira non scoppia.
 Ora al re Carlo parlerà ascoltando:
 "Gentil re, sire, ascoltate la mia ragione;
 Dio mi confonda che soffrì la passione,
 se io dirò altro che la verità.
13880Voi domandate consiglio e lui la contraddice,
 sì come coloro che hanno mala intenzione
 della regina che ha nome Biancofiore.
 Di lei fanno un grande processo,
 ma certo non sanno di chi ella sia figlia.
13885Se sapesse che potrebbe avvenire,
 starebbe zitto, e non la giudicherebbe,
 finché non saprà del processo,
 se suo padre lo voglia o no.
 Se ella ha peccato, sì come noi la troviamo,
 degna è di morte se provare si potrà,
13890diversamente noi l'assolveremo.
 
 r. 392
 Come Namo parla.
 
 393
 "Sire, imperatore," disse Namo di Baviera,
 "certo non credete al consiglio di un furfante;
 grande è l'affare per chi lo vuole spigare.
13895La regina Biancofiore, che ha il viso tanto chiaro,
 si fa chiamare regina di Costantinopoli,
 è figlia di chi è grande imperatore;
 molte terre doveva custodire,
 e può far radunare molta gente.
13900Quando raccontare udrà la novella
 di sua figlia così vilmente a processo,
 certo non credo vi stimerà un quartarolo;
 vi può far gran guerra, onta e oppressione.
 Io vi do consiglio che la dobbiate custodire,
13905finché suo padre non mandi messaggero per voi
 tutta la faccenda e dire e chiarire;
 e poi, non vi potrà riprendere né biasimare."
 Il re l'intende, molto lo prende a gradire;
 avrebbe ceduto, quando Macario, il furfante,
13910cominciò a dargli contro,
 e gli disse così: "Imperatore gentile,
 come potete ascoltare questi consigli?
 Che questo vi dona chi non vi ama un quartarolo,
 ché vuole che diate assoluzione
13915a questo processo che è di tanto vituperio,
 che da nessuno può essere celato?
 E se qualcuno c'è che voglia contrastare,
 prenda le armi e monti il destriero."
 Quando quelli che dovrebbero consigliare l'intendono,
13920quando odono Macario così forte parlare,
 "Male abbia chi vuole con lui avere tenzone",
 nessuno ci fu che indietro gli risponda.
 E il re vide che altro non può fare:
 si faccia il processo senza tardare.
13925Quando Namo vide il re cedere,
 si parte di là e li lasciò parlare.
 Dal palazzo voleva partirsene
 quando l'imperatore non gli consente di andare.
 
 r. 393
 Come parla il re.
 
 394
 Quando Namo ebbe udita la parola,
13930gli parve stoltezza giudicare la regina,
 di contrariare Macario gli pareva gran follia;
 volentieri se n'andrebbe, ma il re è d'altro avviso,
 e il re dolcemente lo prega,
 che mica non contrasti con Macario:
13935stia a vedere come la cosa andrà a finire.
 E quel Macario, che aveva il cuore infiammato
 contro la regina che peccato non ha,
 perché non si procedeva secondo il suo volere.
 Quando il re l'ascolta, la sua parola era gradita;
13940ma il suo cuore si piega a giudicar la regina;
 se la fa menare davanti, vestita di sciamito.
 Il re la guarda, in lui il cuore s'umilia;
 e la pianse guardando la baronia.
 
 r. 394
 Come parlò la dama.
 
 395
 Davanti al re fu menata la regina;
13945e fu vestita d'una porpora ornata a strisce.
 La sua faccia, che suole essere bella e colorita,
 era divenuta pallida e scolorita.
 Il re la guarda, per lei non aveva pianto;
 e quella lo guarda, e gli dice parlando:
13950"Oh re gentile, mal consiglio hai pigliato,
 quando tu mi giudichi a torto e a peccato.
 Colui che ti ha dato un tale consiglio
 non ti ama certo un soldo.
 Sa il vero Dio, la vera maestà,
13955se contro il tuo onore io mai feci peccato,
 o ancor se abbia fatto cattivo pensiero."
 Disse il re: "Non dite parola.
 Siete stata trovata in peccato mortale,
 così che non potete scusarvi di ciò.
13960Ora occupatevi dell'anima vostra;
 su di voi si dà corso alla giustizia:
 chi inganna il suo signore deve esser bruciato."
 Disse la dama: "Voi farete gran peccato."
 Disse Macario: "Vi avvilite,
13965quando tanto ragionate con lei."
 Namo l'ascoltò, e aveva scosso il capo,
 e fra sé pian piano consiglia:
 "Sarà una giustizia a caro comprata.
 Carlo il male vedrà del parente di Gano,
13700che sempre l'aveva tradito e ingannato."
 
 r. 395
 Come Carlo ebbe dolore.
 
 396
 L'imperatore a cui la Francia appartiene,
 per Biancofiore fu gramo e dolente;
 più l'amava d'ogni cosa al mondo.
 Ma non può trascurare di dar corso alla giustizia,
13975che non si faccia un processo per lei,
 malgrado tutto se la ride e se la canta.
 Il re comanda ai suoi ciambellani,
 che dalla vista gli tolgano la dama.
 Di nero sia vestita, e pure bendata,
13980sì come femmina che va al tormento.
 Disopra la piazza davanti il palazzo
 legna fu portata e spine che pungono;
 fa loro accendere un gran fuoco ardente.
 In ogni dove per mezzo Parigi
13985la novella fu portata dalla gente.
 Non rimane donna di valore,
 né cavaliere, pedone o mercante,
 che non venga alla piazza a vedere il giudizio;
 ciascuno la piange con cuore sincero.
13990E fu avanti menata Biancofiore,
 sulla piazza davanti al fuoco ardente.
 Quando vide il fuoco, ginocchioni si getta,
 e con dolcezza prega Dio onnipotente
 che si ricordi di quella giustizia;
13995e come senza fallo ella muoia,
 e mostri Dio vendetta in breve tempo,
 così che lo sappiano i piccoli e i grandi.
 Ora ascoltate, signori e buona gente,
 ciò che fece il seduttore Macario:
14000egli arrivò davanti al fuoco,
 il nano porta in braccio da solo.
 E poi incomincia a domandare:
 "Nano, nano," fa lui, "di' ora senza indugio:
 fosti mai con la regina in vita tua?"
14005"Certo, signore, una volta e sessanta,
 sono stato a letto con lei e altre volte."
 Quando l'ode Macario, vedendo tutta la gente,
 nel fuoco lo getta, e dice: "Va' seduttore!
 Hai il re svergognato, con vanto non te ne andrai!"
14010Così lo fa ardere nel fuoco ardente.
 Per questo lo fece Macario, che mai in vita sua
 non si facesse alcuna parola di quella cosa.
 Arso fu il nano, che fece il tradimento.
 Ciascun che lo vede, e piccoli e grandi,
14015ne lodano Dio e la sua santa maestà.
 E la regina è là davanti;
 e si lamenta e piange e le mani distende,
 e prega Dio e la sua santa maestà,
 al suo comando abbia mercé della sua anima.
 
 r. 396
 Come il re chiama la regina.
 
 397
14020La regina fu davanti l'imperatore,
 e là stava in dolore e lamento;
 e prega Dio, il gran redentore,
 che faccia il meglio per la sua anima,
 che possa giungere alla gloria maggiore.
14025Il re la chiama, lei disse per amore così:
 "Re gentile, sire, per Dio Creatore,
 fate venire per me un saggio confessore,
 che sappia consigliarmi sul mio peccato maggiore."
 Disse il re: "Volentieri senza tardare;
14030 l'abate di di San Dionigi, non ne so uno migliore."
 Tosto lo fece venire, chi non canta e non piange.
 
 r. 397
 Come parla l'abate.
 
 398
 Fu gran meraviglia la saggezza dell'imperatore:
 l'abate di San Dionigi egli fa domandare,
 davanti la regina lo fa presentare.
14035"Dama", disse l'abate, "volete confessarvi?"
 Disse la regina: "Io ve lo chiedo e domando."
 Davanti l'abate si va a inginocchiare;
 tutti i suoi peccati gli ha detto e raccontato,
 non uno solo aveva tralasciato,
14040di quanti se n'era ricordati a suo tempo.
 E poi gli aveva riferito,
 com'era incinta di un erede,
 il quale era del re della Cristianità.
 E l'abate fu saggio e ricco in dottrina;
14045la ragione le aveva domandato
 di quella cosa per cui era accusata.
 Disse la regina: "Vi dirò la verità;
 Dio mi confonda se dirò falsità.
 Gentile abate, voglio che sappiate,
14050che una volta che camminavo per svago
 in un giardino, questi incontrai.
 Il malvagio Macario mi si fece vicino,
 per druderia mi aveva chiamato,
 sì come falso malvagio infedele.
14055E da lui ben mi sono difesa,
 e malamente gli risposi indietro.
 E se mai m'avesse detto questi ragionamenti,
 al mio signore l'avrei riferito.
 Ora sapete che fece quel demonio?
14060Mi aveva il nano mandato,
 con queste parole che m'aveva raccontato;
 e io ho ben ripagato quel nano,
 per cui il ceffo n'ebbe insanguinato.
 E poi quel traditore infedele
14065con quel nano si fu consigliato;
 lo mise nascosto nella mia camera.
 Quando il re se ne fu andato al mattino,
 quel nano si coricò nel mio letto,
 sicché nel ritornare il re lo trovò.
14070e io dormivo, tutta fui spaventata,
 quando il re vidi e gli altri cavalieri.
 Dunque fui presa e legata,
 e degna del rogo ora son giudicata,
 di gran torto e di peccato mortale.
14075Vi ho detto tutta la verità.
 dunque vi prego, mio nobile abate,
 che mi perdoniate tutti gli altri peccati,
 ma di questo perdono non chiedo."
 L'abate l'intende, la guarda severamente;
14080e ode ciò che ha detto la dama,
 quando era stata condannata dalla giustizia.
 Ora vede bene che lei dice il vero;
 l'abate fu molto dotto e saggio,
 e dolcemente l'ebbe a confortare,
14085e l'aveva benedetta e comunicata,
 e l'aveva assolta da tutti i suoi peccati.
 Una volta fatto ciò, se ne torna indietro;
 quando vide il re, in quella parte ove è andato,
 qua grande ragione gli sarà raccontata.
 
 r. 398
 Come la regina si confessa.
 
 399
14090L'abate fu saggio e ricco in dottrina;
 e bene aveva parlato la dama.
 Nessun peccato aveva in lei trovato,
 in cui possa esserci qualcosa di grave.
 Quando vide il re, in quella parte ove è andato,
14095poi chiama fra i baroni più fidati:
 il Duca Namo, il dotto e il saggio,
 e il Danese, che tanto è apprezzato,
 a consiglio ne aveva molti menato,
 dei migliori e dei meglio imparentati;
14100ma fra quelli di Magonza non ne fu uno chiamato.
 "Signori," disse l'abate, "voglio che sappiate,
 quando alla morte l'uomo s'avvicina,
 nessun peccato tiene celato,
 che non dica tutta la verità.
14105La regina si è confessata con me;
 tutti i suoi peccati mi ha detto e palesato.
 Certo so bene quello che ha fatto;
 lei non può essere accusata di una tal cosa,
 ché mai una tal cosa ha detto o pensato.
14110E di un'altra cosa mi ha messo al corrente;
 che è incinta d'un figlio e d'un erede.
 Perciò, re gentile, guardate a quello che fate;
 ucciderla sarà un peccato maggiore,
 di colui che aveva Dio accusato,
14115donde egli fu inchiodato alla croce."
 Namo l'ode, e l'intende assai;
 dalle parole dette dall'abate,
 egli conosce tutta la verità;
 e di quella cosa di cui la dama è calunniata
14120è calunniata a torto e a peccato.
 
 r. 399
 Come Namo parla a Carlo.
 
 400
 "Sire, imperatore," disse Namo di Baviera,
 "se volete operare secondo il mio consiglio,
 un tale consiglio vi dovrò donare,
 ché dalla gente una buona lode ne avrete,
14125ne certo vi sarà chi vi possa biasimare.
 Se la dama è incinta, il pericolo sarà grande
 di giudicarla in malo modo.
 Ma se vi piace, e volete concedere,
 a un vostro bailo voi l'affiderete,
14130che in nome vostro la meni e conduca
 fuori da ogni vostro regno.
 E le dovrete dire e comandare
 che ella non si lasci vedere o guardare."
 Disse il re: "Questo molto m'aggrada;
14135consiglio migliore non mi potreste donare.
 Dacché a voi piace, io lo concedo."
 Dunque fa tornare indietro la dama,
 e dal fuoco la fa allontanare.
 e tutta la gente prese Dio ad adorare;
14140il re vide la regina, e cominciò a raccontarle;
 "Regina gentile, mi eravate molto cara,
 avete fatto una cosa, per cui non vi posso amare.
 Io voglio risparmiarvi la vita,
 ma vi conviene andare in tal luogo
14145che mai non vi possa vedere o guardare.
 Molto bene vi farò accompagnare,
 finché sarete fuori dal mio territorio."
 Lo ascolta la dama, e comincia a piangere.
 Disse il re: "Andate a prepararvi,
14150nella vostra camera a vestirvi e calzarvi.
 E prendete quei beni che avete per spenderli."
 Disse la regina: "E avvenga così.
 Il vostro volere non voglio ostacolare."
 Dentro la camera si va a preparare;
14155e l'imperatore non volle scordar la faccenda.
 Un suo donzello egli fa chiamare,
 il quale era parente di Morando di Riviera.
 In tutta la corte non si potrebbe trovare
 nessun donzello più valoroso e cortese,
14160o che più amasse l'onore dell'imperatore.
 Albaris aveva nome, così si fa chiamare;
 è più leale di qualsiasi altro cavaliere.
 Il re lo vide, e cominciò a dirgli:
 "Albaris, sire, andate a prepararvi;
14165con la regina bisogna che andiate.
 E in tal luogo la dovete menare,
 finché ella sia fuori dal mio territorio.
 E quando avrete ciò fatto, indietro ve ne tornerete."
 Disse Albaris: "Non posso contrastare.
14170Farò volentieri il vostro volere."
 Dunque Albaris non volle tardare;
 fa sellare il suo palafreno,
 cinse il brando, non aveva altro corredo;
 e nella mano porta uno sparviero.
14175Sempre gli va dietro un suo levriero;
 la dama fa montare un suo palafreno;
 via la mena, chi non le deve dar noia,
 per il cammino si mise ad errare.
 Gran dolore ne hanno cavaliere e pedoni,
14180il re stesso, con Namo di Baviera.
 
 r. 400
 Come se ne va Alberis.
 
 401
 Quando partendosi Albaris se ne va,
 gran dolore ne hanno piccoli e grandi;
 il re stesso piange teneramente.
 E se ne va errante per il cammino,
14185quando Macario, che era attento, lo vede.
 Se ne va correndo al suo oste
 - lo distrugga chi fece Mosé!
 Per lui fu la regina messa in grande tormento -
 lui d'armi s'armò e d'ogni arnese necessario
14190e montò sopra un'alfana.
 Prese uno scudo, al collo l'appese,
 e nella sua mano una lancia tranciante.
 Da Parigi esce bello e tranquillo;
 dietro Albaris egli va cavalcando.
14195E Albaris se ne va insieme alla dama;
 non dubitava di persona vivente.
 Lasso!, che il re non sa del tradimento,
 che gli ha fatto Macario il seduttore!
 Tanto se n'è andato avanti Albaris,
14200che giunse ad una fontana, a lato d'un clivo
 di una selva meravigliosa e grande.
 La regina la vide, cominciò a desiderarla;
 ella disse ad Albaris ascoltando:
 "Alberis, sire, vi prego e domando,
14205che mi portiate davanti alla fontana;
 sono sì stanca, ho desiderio di bere."
 Disse Albaris: "Voi parlate saggiamente."
 dal palafreno che va all'ambio discese,
 venne alla dama, nelle sue braccia la prende,
14210dal palafreno la fece scendere immantinente;
 la mise seduta presso la fontana.
 E ne beve la dama, che n'aveva gran desiderio;
 e si è lavata il viso insieme alle mani.
 Alzato poi il capo, ha guardato davanti,
14215e vide Macario venire spronando;
 ed era amato d'arme e di tutto il corredo.
 Quando lo vide, non fu mai sì dolente;
 molto duramente comincia a dolersi:
 "Albaris," fa lei, "ci va male,
14220che qua viene il malvagio seduttore,
 per cui sono cacciata dal reame dei Franchi."
 Disse Albaris: "Non abbiate paura di nulla,
 certo vi difenderò per quanto è in mio potere."
 Eccovi allora il traditor seduttore;
14225ad Albaris ello disse ascoltando:
 "Tu non la puoi portare, per nessuna cosa al mondo!
 Di lei io farò secondo il mio talento."
 "Non lo farete," disse Albaris, "per la mia vita.
 Anzi cercherete di trinciare il mio brando."
 
 r. 401
 Come Macario parla ad Albaris.
 
 402
14230"Macario," disse Albaris, "noie non cerco.
 mi sei venuto dietro per mala avventura,
 per la regina che devo guidare,
 quando lo saprà Carlo Magno l'imperatore,
 e il Danese e il duca Namo di Baviera,
14235tutti i tuoi averi non ti faranno scampare,
 che non ti faccia a due forche impiccare.
 Torna indietro, non dare intralcio;
 ciò che tu pensi non vale un denaro."
 Disse Macario: "Non la puoi tu menare!
14240E se proprio la vuoi difendere,
 dovrete a mala morte finire."
 Quando Macario vide che non la vuole lasciare,
 contro di lui egli punge il destriero.
 E Albaris fu agile e prode;
14245egli tira di spada, e l'accusa.
 Se avesse avuto Albaris il suo equipaggiamento,
 bene l'avrebbe difesa contro un cavaliere.
 Lascia andare i cavalli l'uno contro l'altro;
 Albaris tiene il brando forbito d'acciaio,
14250se ne va verso Macario come un cinghiale.
 E Macario punge e broccia il cavallo,
 e brandì l'asta col ferro d'acciaio,
 Macario è armato d'armi e di tutto il corredo,
 ma Albaris altro non ha che il brando d'acciaio,
14255sicché può mal confrontarsi con Macario.
 Grande fu la battaglia d'entrambi i cavalieri;
 l'uomo che è disarmato non vale un quartarolo
 contro colui che era armato di tutto punto.
 Macario ferisce Albaris con un colpo pieno di lancia;
14260armi non aveva che lo possan difendere.
 Nel mezzo del cuore gli mise la spada d'acciaio,
 morto lo getta nel prato verdeggiante.
 Quando la regina vide la cosa andare così,
 come vede tanto la battaglia durare,
14265molto comincia a spaventarsi.
 Dentro il bosco è andata a ficcarsi,
 ch'egli non la possa avere o braccare.
 Sempre prega Dio, il giudice vero,
 che guardi Albaris da danno mortale.
 
 r. 402
 Come Macario combatte Albaris.
 
 403
14270Quando la regina ha veduto quello scontro,
 a gran meraviglia ne ebbe una grande paura.
 Invoca Dio, il grande Creatore,
 e la Vergine pulzella, che le diano soccorso,
 nel gran bosco, nel più grande prato,
14275ella si nasconde col dolore e col pianto.
 E quando Macario ebbe ucciso quel valvassore,
 ello riguarda tutto d'attorno.
 Quando non la trova, ne ebbe grande tristezza;
 per ciò che aveva fatto, ne aveva grande dolore.
14280Egli lasciò Albaris a giacere vicino all'albero
 presso la fontana dal verde colore.
 Torna indietro alla corte dell'imperatore,
 e pensa che alcuno sappia, né piccolo o grande.
 E la regina se ne va con grande paura,
14285nel mezzo del bosco portando un grande dolore.
 Dio la conduce, che fa nascere i fiori;
 da lei ci partiremo fino a un altro giorno,
 come nel bosco sopportò grande languore.
 
 r. 403
 Come fu morto Albaris.
 
 404
 Ora fu Albaris riverso sul prato,
14290e gli accostò il suo levriero.
 Il palafreno mangia l'erba del prato;
 tre giorni stette il levriero senza mangiare:
 mai ci fu creatura nata in questo mondo
 che meglio abbia pianto il suo signore,
14295come quel levriero che tanto aveva amato.
 E quando tre giorni furon passati,
 ebbe una sì grande fame il levriero,
 in quel luogo non può più resistere.
 Verso Parigi s'incamminò,
14300finché fu raggiunta la città,
 venne al palazzo, la scala salì.
 E giunse a quell'ora in cui è pronta ogni cosa,
 a tavola eran seduti i cavalieri.
 Quando il levriero alla sala salì,
14305ello riguarda e davanti e didietro.
 Quando vide Macario, è andato in quella parte,
 dove era seduto alla tavola,
 il levriero si lanciò sopra la tavola,
 lo addentò proprio nel viso,
14310e gli dette un gran morso
 e poi prese quanti più pani poté.
 Via se ne fugge, quando il grido fu levato,
 fa ritorno al suo signore,
 dove era riverso nel campo.
14315E Macario rimase a tavola ferito:
 ciascun che lo vede n'è meravigliato,
 e dai più fu il levriero guardato,
 e fra sé hanno detto e parlato -
 se per caso fosse tornato indietro Albaris
14320che con la regina Carlo aveva inviato,
 "Quello proprio assomiglia al suo levriero." -
 E andò Macario alla sua magione,
 chiama un medico, ché lo hanno bendato.
 E Macario aveva la sua gente chiamato:
14325"Signore," fa lui, "se almeno un poco mi amate,
 quando io sarò andato al palazzo,
 e sarò seduto alla tavola,
 se quel levriero dovesse fare ritorno,
 ciascuno di voi abbia un bastone robusto:
14330fate che a me non s'abbia ad avvicinare!"
 E quelli gli dicono: "Con piacere e volentieri.
 Noi certo faremo il vostro volere."
 E il cane aveva mangiato del pane,
 che dalla tavola aveva portato,
14335tre giorni stette senza partirsi.
 E quando ebbe patito la fame più nera;
 verso la corte si incamminò,
 pure a quell'ora era apparecchiato.
 E Macario era seduto alla tavola;
14340ancora aveva il viso bendato.
 Era venuto alla corte e si fece vedere
 ché la gente ne avesse tristo pensiero.
 E salì a palazzo il levriero,
 finché giunse a Macario.
14345Quando quella gente dai bastoni robusti,
 lo sgridano, gli danno gran colpi.
 E alla tavola il cane se ne andò:
 prende del pane, e se ne fugge,
 donde la gente ne fu meravigliata.
14350Al suo signore fece ritorno.
 
 r. 404
 Come Namo parlò a Carlo.
 
 405
 Namo appella Carlo l'imperatore:
 "Mio sire", fa lui, "intendete la mia ragione.
 Mai nessun uomo vide tal meraviglia;
 se mi credete, così noi faremo:
14355noi saremo pronti, cavalieri e pedoni,
 quando il levriero verrà, lo seguiremo.
 Non è senza meraviglia ciò che vediamo."
 Disse l'imperatore: "Sia lode a Dio."
 E il levriero non si fermò;
14360quando aveva fame, non indugiava;
 A Parigi venne come suo solito.
 Quando fu a palazzo, alla torre maggiore,
 il levriero guarda in ogni dove,
 se può o meno vedere Macario.
14365E quelli che hanno in mano i bastoni
 ferito lo avrebbero se non fosse stato per Namo
 che li contrasta, e grida ad alta voce:
 "Per gli occhi della testa, non lo toccate!"
 Quelli lo lasciano, volenti o nolenti.
14370E l'imperatore e il duca Namone,
 e il Danese con molti altri baroni,
 a cavallo montarono quelli che possono il meglio,
 e seguirono il levriero in corsa sfrenata,
 tanto andarono che non tardarono,
14375che al bosco s'avvicinarono,
 da dove veniva il grave odore del morto,
 e videro il cane che su lui si fermò.
 Quando lo videro, indietro si trassero,
 in mezzo al prato guardano e vedono
14380il palafreno d'Albaris riconoscono;
 quando lo videro, mostrano grande dolore.
 
 r. 405
 Come trovano Albaris morto.
 
 406
 Quando l'imperatore incominciò a guardare,
 per prima cosa conosce il palafreno d'Albaris,
 e poi riconosce il levriero.
14385Ciascuno comincia ad alta voce a gridare:
 "Questo è gran danno, nobile imperatore!"
 Carlo chiama il duca Namo di Baviera:
 "Consigliatemi, io ve ne prego."
 E disse Namo: "Questo non si celi,
14390che il levriero si faccia giustizia:
 lui che più lo odia sa tutta la faccenda.
 Ora fate pigliare Macario,
 che ne saprà tutto il vero contare.
 E a Parigi faremo il corpo portare,
14395e solennemente lo faremo interrare;
 poi della giustizia avremo a domandare."
 Disse l'imperatore: " Voi parlate come barone.
 Ciò che vi piace, non voglio contrastare."
 Fa dunque pigliare Macario;
14400lo fa ben guardare dalla sua gente.
 Il corpo è freddo, nessuno lo vuole toccare.
 Predono erbe oleose e chiare,
 come meglio poté lo fece portare a Parigi.
 Con grande onore lo fanno interrare;
14405ciascuno lo piange, cavalieri e pedoni,
 dame, pulzelle, e giovani baccellieri.
 Quando fu seppellito, il re torna indietro
 e con lui il duca Namo di Baviera.
 Tutta la gente comincia a gridare,
14410e anche giustizia prendono a invocare.
 E il re si fa portare Macario:
 "Macario", fa lui, "molto mi posso meravigliare,
 quando ti sento da tutta la gente accusare
 della morte di Albaris che era prode e valoroso.
14415Dal cane ti vedo calunniare:
 se tu hai ucciso Albaris, che n'è di mia moglie,
 che io diedi da condurre ad Albaris
 in paese straniero per vendicare il mio cuore?"
 Disse Macario: "Buon sire, cessate,
14420di rivolgermi queste parole.
 Mai non lo feci e non lo pensai,
 e chi di questo mi vuol calunniare,
 io sono pronto per dare battaglia."
 A Namo di Baviera giunsero queste parole,
14425sentì il traditore con tanta superbia parlare;
 per il suo parentado, nessuno lo osa contrastare.
 Namo lo guarda, qualcosa lo irrita in lui.
 Disse egli al re: "Ora lasciatelo stare,
 e prendete consiglio dai vostri cavalieri;
14430per ricompensa lo farete giudicare,
 e se per paura vi tirate indietro,
 non sarete mai degno d'essere imperatore."
 
 r. 406
 Come il re prende consiglio.
 
 407
 L'imperatore certo non indugiò;
 fece radunare tutta la sua baronia,
14435e furon più di cento di gran cavalleria.
 Sulla sala antica del palazzo,
 arrivò chi non piange e non ride.
 "Signore," disse il re, "non vi lascerò un sol giorno.
 M'è stata fatta una grande stoltezza!
14440Calunniata è stata mia moglie, donde ne son svergognato,
 ora m'è morto Albaris, per cui sono irato e gramo.
 Consigliatemi, vi domando e prego
 non abbiate riguardo per paura dell'uomo in questione."
 Quando i baroni hanno udito la parola,
14445maledetto chi non dice parola;
 per il traditore ciascuno s'umilia,
 tanto stimano la sua signoria.
 
 r. 407
 Come Namo parla.
 
 408
 Fu per primo Namo a parlare:
 "Re gentile, sire, voglio che sappiate,
14450dei baroni che son qui radunati
 io ben vedo la loro volontà,
 che per paura ciascuno si tira indietro;
 tanto temono la forza del traditore.
 Ma io dirò un po' il mio pensiero:
14450quelli di Magonza sono grandi ed onorati.
 In Alemagna non c'è meglio imparentato,
 non c'è uomo nella Cristianità,
 che con lui voglia avere battaglia campale,
 ma tralasciare la giustizia sarebbe grande peccato.
14460Un consiglio donerò secondo la mia volontà
 e non credo che da nessuno io sia biasimato:
 che si prenda Macario che n'è calunniato
 e, spogliato, gli sia lasciato solo il guarnello
 e in mano abbia un bastone d'un braccio smisurato
14465e sulla piazza sia fatto uno steccato;
 il cane e Macario vi siano dentro menati.
 Questo è, il cane d'Albaris (che morto fu trovato),
 da cui era accusato Macario;
 sì come il cane lo aveva avuto in odio.
14470Se il cane è vinto, sia liberato;
 ma se Macario è ferito da lui,
 subito egli sia giudicato
 come traditore e malvagio infedele."
 Quando quelli che erano a consiglio privato
14475odono Namo, come ha parlato,
 ciascuno è d'accordo con lui.
 Non ci fu nessuno che si tirò indietro,
 il re stesso lo aveva concesso.
 I parenti di Macario ne sono lieti e gioiosi:
14480non credeva mica che il fatto andasse così,
 che da un cane fosse vinto e ammazzato.
 
 r. 408
 Come Macario fece battaglia con il cane.
 
 409
 Contenti furono i parenti di Gano,
 del giudizio che Namo aveva detto.
 Non credeva che così andasse la cosa,
14485che da una cane fosse vinto un tale barone.
 E l'imperatore, che Carlo ha nome,
 non volle di certo indugiare.
 Sopra la piazza, davanti alla torre,
 un gran steccato fa levar su,
14490Sarà molto ben chiuso tutto attorno,
 poi fa gridare un bando, che se ci fosse uomo
 che l'oltrepassasse, senza redenzione
 sarà appeso a una forca come ladrone:
 ciascuno guardi in pace la battaglia, senza tenzone.
14495E dunque il re non fece indugio;
 Macario presero per primo,
 spogliato aveva solo il guarnello,
 e nelle mani gli misero un bastone,
 che era ben più lungo di un braccio;
14500ello non aveva nessun altra protezione.
 Ciò fatto, all'interno dello steccato lo misero,
 e poi misero il levriero, nolente o volente.
 Quando il levriero fu dentro, si guarda attorno,
 dove vede Macario egli corre con impeto.
 
 r. 409
 Come il cane va sopra Macario
 
 410
14505Quando il cane ebbe visto Macario,
 sopra il cuore con i denti aguzzi,
 e sul fianco lo aveva preso.
 E quello lo aveva con un bastone ferito,
 una gran botta sul fianco e sul busto,
14510e quello lo ferisce con i denti aguzzi:
 sì grande fu la battaglia, mai ne fu vista una maggiore.
 Tutta la gente che c'era in Parigi
 per vedere il giudizio è venuta alla piazza,
 che han tutti quanti levato un urlo,
14515e gridano e sbraitano: "Aiuto Santa Maria!
 Ancor che non sia veduta la verità,
 per Albaris mostrate la vostra virtù!"
 Sì grande fu la battaglia, non ne fu una tale veduta,
 come in quel giorno la fecero durare.
14520Quando se ne avvidero i parenti di Macario,
 dicono insieme: "Come siam decaduti!
 Saremo sopraffatti da un cane?"
 Uno di loro lo steccato saltò,
 entrò dentro, quando esclamato gli fu,
14525che immantinente ello sia preso
 entro quel luogo ove era saltato;
 in fuga fu messo, quando quello li intende.
 
 r. 410
 Come fu grande la battaglia.
 
 411
 Se ne va il traditore, non volle tardare,
 quando il re fa un bando gridare:
14530"Colui che pigliare lo potrà,
 il re gli farà mille libbre donare!"
 Quando un villano il bando udì,
 che veniva dalla villa per comprare,
 alla città per comprare delle scarpe,
14535nella sua mano aveva un bastone di melo:
 l'urtò quando passò per la piazza,
 sopra il cuore lo colpisce,
 per poterlo vincere davvero.
 Davanti al re lo va a presentare;
14540il re lo vide, molto lo prese a gradire.
 Gli fa donare le mille libbre,
 poi quell'altro fa prendere e legare,
 in quel luogo ove volle passare.
 Per la gola lo fece impiccare
14545e poi ardere e bruciare.
 Gran dolore n'ebbero i suoi parenti,
 ma per il re non l'osan mostrare.
 Quella battaglia tanto fu dura e feroce:
 non c'è uomo che la possa contare.
14550Fin l'indomani dopo il vespro,
 la battaglia e il giostrare durò.
 
 r. 411
 Come fu grande la battaglia tra Macario e il cane.
 
 412
 Grande fu la mischia fra il cane e Macario,
 maggiore non ne vide nessun uomo vivente.
 Il cane lo morde sul costato e sul fianco
14555e quello spesso gli dà col bastone,
 sulla testa così che il sangue ne esce.
 Quelli di Magonza furono in grande tormento:
 volentieri cercherebbero un patto piacevole,
 in oro e in averi, in denari e bisanti.
14560E il re giura per Dio e messer san Giovanni,
 che non gli varrà tutto l'oro che mai fu,
 che quello sia giudicato, se il cane lo vince,
 arso nel fuoco o appeso al vento;
 a loro piacere faranno i baroni giudizio.
14565Grande fu la battaglia lungo tutto l'arco del giorno.
 E il levriero lo va incalzando così,
 che Macario diviene lasso e stanco;
 non si può aiutare né con il piede né con la mano.
 Per ira e maltalento gli va sopra il cane;
14570nel viso lo morse sì fieramente
 della gota il pomello gli toglie tutto quanto.
 E Macario sì sbraita e grida a voce alta:
 "Dove siete andati, tutti voi miei parenti,
 che contro un cane non mi soccorrete?"
14575Disse l'imperatore: "I tuoi sono lontano;
 mal vedesti Albaris e insieme madama,
 che uccidesti con dolore e tormento."
 Volete udire, signori, che fece il cane?
 Sopra Macario egli va per maltalento:
14580alla gola lo prese, e lo tenne sì fieramente,
 che lo gettò proprio per terra.
 E quello grida: "Mercé, per Dio e per i santi!
 O re gentile, nobile e sovrano,
 non mi lasciare morire in un tale tormento!
14585Fa' per me venire un qualche cappellano,
 che voglio contare per intero il mio inganno."
 Il re l'ascolta e ne fu allegro e gioioso;
 L'abate da san Danis fa immantinente chiamare,
 e quello venne volentieri per zelo.
 
 r. 412
 Come Carlo fa chiamare l'abate.
 
 413
14590L'imperatore non fece mica indugio;
 l'abate da san Donis egli aveva richiesto.
 E quello venne, volentieri e con piacere.
 Il re lo aveva mandato nello steccato,
 ove il cane tiene Macario braccato,
14595non può muovere né piedi né mani.
 Con la bocca aveva piano parlato,
 e quando gli si fu accostato l'abate,
 per sapere gli aveva chiesto,
 se lui vuole dire la verità
14600che lui sa bene come è andata la cosa,
 come la regina gli aveva raccontato.
 Disse Macario: "Ora mi confessate,
 se mi assolverete dai miei peccati,
 che so bene che a morte son giudicato,
14605e poco mi varrà tutto il mio parentado."
 Disse l'abate: "Sì grande è il peccato,
 credo bene che diciate la verità;
 tuttavia, se il vero racconterete,
 per amore della vostra nobiltà
14610il re avrà di voi mercede e pietà,
 e da me stesso ne sarà lui pregato.
 Ma voglio, quando voi racconterete,
 che il re venga in questo luogo,
 e il duca Namo e molti altri,
14615non altrimenti fareste contrizione.
 Nemmeno il cane ti vorrebbe lasciare,
 ché questo è un miracolo di Dio,
 dacché un cane ha un tal uomo fiaccato.
 Vuole dunque che sia conosciuto il peccato,
14620da tutta la gente e da buoni e da rei."
 Disse Macario: "Fate la vostra volontà."
 Dunque l'abate il re aveva chiamato,
 e il duca Namo del ducato di Baviera
 e tutti li fece venire, buoni e cattivi,
14625per udire il peccato di Macario.
 Ora udrete come si comportò
 quel malvagio che nacque in ora cattiva.
 Disse l'abate: "Ora cominciate,
 dite il vero, e non lo celate,
14630che so ben come è andata la faccenda,
 ché la regina bene me l'aveva raccontato
 ciò che tu facesti prima e dopo."
 Disse Macario: "Non dirò falsità;
 ma fate in modo che il cane mi molli."
14635Disse il re: "Voi molto avete ingannato;
 non sarete lasciato pur se direte la verità."
 Dunque Macario aveva incominciato
 a dire tutto il suo peccato,
 come aveva operato e prima e dopo."
 
 r. 413
 Come Macario si confessa dall'abate.
 
 414
14640Dunque Macario cominciò per prima cosa
 a dire della regina, quando conversarono,
 all'inizio nel verdeggiante giardino;
 come d'amore l'andava desiderando
 e come a lui rispose villanamente.
14645E gli disse il fatto del nano,
 come per prima cosa lo mandò per parlare,
 e poi allo stesso modo gli disse
 della camera e come per il suo comando,
 per maltalento entrò nel letto,
14650per accusare la regina e darle fastidio.
 E come nel fuoco lo gettò veramente,
 acciocché del fatto nessuno sapesse.
 E quando vide andare la regina,
 che Albaris la menava, non fu mai sì dolente,
14655che al fuoco ardente non la si bruciasse.
 E quando vide ciò, prese il suo equipaggiamento,
 dietro gli andò, armato sopra l'alfana,
 per avere la regina al suo comando.
 Quando gentilmente la difese Albaris,
14660per cui l'uccise con la spada tranciante.
 "Della regina non vi so dire niente,
 che ella mi sparì da davanti,
 né la potei vedere né altrove trovarla;
 in quel bosco meraviglioso e grande si ficcò.
14665Ed io me ne tornai, non feci indugio;
 di ciò che avevo fatto nei fui gramo e dolente.
 Dio non perdoni, se la cosa andò diversamente."
 Disse il re: "Tu mi hai fatto dolente:
 calunniata mia moglie, che amavo dolcemente,
14670mai non sia re, né mai porti corona,
 né mai in vita mia mangerò,
 se non vedrò su di lui cadere condanna."
 "Namo," disse il re, "è un malvagio seduttore!
 Ha tradito mia moglie con un suo sortilegio,
14675mi ha ucciso Albaris ch'io amavo tanto;
 sul giudizio consigliatemi ora."
 E Namo disse: "Noi faremo saggiamente;
 noi lo legheremo a cavallo che corre;
 per Parigi lo faremo trainare per prima cosa.
14680E poi ardere lo faremo al fuoco ardente;
 e se dei suoi parenti qualcuno parlerà,
 di loro stessi faremo altrettanto."
 Grida ciascuno: "Parla gentilmente."
 Ancora il cane lo teneva stretto,
14685in nessun modo riesce a staccarselo.
 Quando dolcemente lo prega l'imperatore,
 che lo lasci per amor suo,
 quello fece secondo il suo comando,
 come farebbe creatura d'intelletto dotata.
14690Così il cane al suo comando obbedì,
 e quando alla fine lo liberò,
 prima che se ne partisse, l'abate
 lo segnò, gli donò la penitenza.
 
 r. 414
 Come fu giudicato Macario.
 
 415
 Signori, ora ascoltate come operò l'imperatore:
14695per il consiglio del duca Namo di Baviera,
 per prima cosa fa pigliare Macairo
 e trascinare lo fa dal cavallo,
 per tutta Parigi in ogni suo angolo.
 Dietro lui vanno pedoni e cavalieri,
14700piccoli e grandi, ragazzi e baccellieri,
 a gran voce urlano e gridano.
 Ognuno diceva: "Muoia, muoia il furfante,
 che volle fare vituperio della regina
 e che uccise Albaris il miglior baccelliere
14705che si potesse trovare in Parigi!"
 Così lo menano così per ogni dove;
 quando hanno ciò fatto, ritornano in piazza.
 Là accendono un grande fuoco,
 là lo fanno bruciare ed ardere;
14710parente che avesse non li può contrastare.
 Una volta fatto questo, lo fanno interrare.
 Quelli di Magonza ne avevano gran vituperio.
 A questo punto lasciamo stare,
 secondo l'agire ha avuto ricompensa.
14715A Parigi rimase Carlo Magno l'imperatore;
 fu dolente per sua moglie Biancofiore,
 e d'Albaris che aveva molto a caro,
 e di Macario che era suo cavaliere.
 Alla regina noi dobbiamo tornare.
14720Quando vide la faccenda conclusa
 e vide cadere dal cavallo Albaris,
 quando per il bosco si mise ad errare,
 prima che trovasse il buon Varocher,
 dovette sopportare gran pena e tormento.
14725Grossa era incinta d'un baccelliere,
 che con grande pena può muoversi.
 
 r. 415
 Come la regina va per il bosco.
 
 416
 Va via la regina con tormento e dolore;
 a gran meraviglia lei era dolente
 di Albaris, di cui vide la fine.
14730Ma mica non sa del processo
 ch'era stato fatto al traditore immondo,
 donde poterne avere qualche ristoro.
 Tanto è andata avanti per il bosco,
 sulla soglia del bosco in un prato verdeggiante,
14735vide un uomo venire errando,
 che porta un fascio dal bosco,
 di legna per suo sostentamento,
 per nutrire i bambini e la moglie.
 Quando vide la regina, comincia a domandare:
14740"Dama," fa lui, "male voi andate,
 sola così senza la scorta d'un uomo.
 Se non m'inganno, sembrate la regina.
 Come andate? Vi è stata data qualche noia?
 Ditelo, così vendetta ne prenderò.
14745"Amico," disse la regina, "non dire altro;
 del mio affare ti dirò quello che è giusto.
 Io certo son la regina, su ciò non ti mento;
 sono stata accusata duramente dal re,
 da un traditore, che Dio maledica il suo cuore,
14750che mi fa andare così malamente.
 Per cui ti prego, gentil uomo valente,
 che tu mi dia qualche conforto,
 che possa andare per te con sicurezza
 a Costantinopoli, ove sono i miei parenti.
14755Se tu lo fai, attendine buon guiderdone;
 io ti farò ricco e potente."
 Disse Varocher: "Non dite altro;
 in vita mia, mai io vi abbandonerò.
 Venite dietro a me, andrò avanti io,
14760fino alla mia casa che è qui davanti,
 ove sono due bei bambini e mia moglie;
 domanderò congedo, poi andremo avanti."
 Disse la regina: "Sia come volete."
 Dunque entrambi insieme se ne vanno,
14765finché si vanno avvicinando alla casa.
 
 r. 416
 Come Varocher domanda congedo dalla sua dama.
 
 417
 Quando Varocher fu arrivato alla sua casa,
 entra nella casa, la soma depone.
 "Dama," fa lui, "non attendetemi oltre;
 finché il mese intero non sarà passato."
14770E quella gli chiede: "Mio sire, ove andate?"
 E quello le disse: "Rimettiamoci a Dio.
 Del ritorno, non so dire di più."
 In mano aveva preso un grande bastone:
 era grande e grosso e robusto.
14775La testa aveva grossa, scapigliati i capelli;
 uomo sì strano non fu mai veduto.
 Se ne va via, con forza e con virtù
 e la regina se ne va dietro a lui.
 Passano la Francia senza fermarsi,
14780e la Provenza, che essi quasi non videro,
 e la Lombardia, tutta quanta in ogni angolo.
 Tanto sono andati, senza fermarsi,
 che a Venezia sono arrivati.
 Entrarono in nave, andarono oltre.
14785Quelli che avevano visto Varocher,
 ciascuno lo guarda, se ne ride di lui.
 Tanto andarono per alti poggi,
 passano i porti, le valli ed i prati.
 In Ungheria sono arrivati;
14790alla casa di un buon oste son scesi,
 che aveva due figlie, mai ci furon più belle,
 e una sua dama, che era di grande virtù,
 che molto amava i poveri e la gente minuta.
 E forte e saggio era l'oste
14795e aveva nome Primeran, molto era conosciuto,
 da tutta la gente, da grandi e piccini
 ciascun che lo vede, crede che sia decaduto
 che lui sia uscito di senno,
 per il bastone che aveva grosso e quadrato
14800e per il viso che aveva villoso.
 E l'oste gli aveva posto la domanda,
 da dove viene e di dove era.
 Disse Varocher: "Da oltre l'alto poggio.
 e questa è la mia dama, che mi è venuta dietro."
14805Quando l'oste ebbe ascoltato,
 disse a sua moglie che ben sia servita
 quella dama, e messa a suo agio.
 E quella lo fa, che ben fu trattata.
 
 r. 417
 Come la regina era in Ungheria.
 
 418
 Ora fu molto ben ospitata la regina,
14810di tutto ciò che l'aggrada
 quella dama le donò a volontà
 perché le sembra donna di grande bontà.
 Quando la guarda nei fianchi e nel costato,
 gravida la vede, e le prende pietà.
14815Ella domanda: "Chi è quel malvagio,
 che sempre porta quel bastone robusto?
 Ha senno o non c'è con la testa?"
 Disse la regina: "Così è abituato.
 Non lo istigate non lo crucciate,
14820che non ha senno ben forgiato.
 è il mio signore, fin qui mi ha scortata."
 Disse la dama: "Sia lode a Dio.
 Per quanto potremo sarete servita e onorata."
 A Varocher donano ciò che ha comandato,
14825più per paura che per buona volontà;
 credono pure che egli sia pazzo.
 La terza notte che erano albergati
 un bell'erede partorì quella dama.
 E l'ostessa l'aveva levato
14830e l'aveva bagnato e fasciato.
 Di quelle cose che le vanno a genio,
 quelle hanno donato alla dama,
 ne più ne meno la servono di buon grado,
 come se fosse del loro parentado.
14835E alla regina certo piacevano
 e per ogni dove va Varocher
 con il bastone e grosso e quadrato,
 e guarda che l'infante non fosse rubato,
 o che da là fosse portato via.
14840La dama stette a letto otto giorni interi,
 come fanno le altre dame fuori dalla città,
 e poi fu alzata e pure calzata.
 Con quella dama stava parlando,
 e l'oste le si avvicinò:
14845"Dama," fa lui, "ci siamo ben comportati,
 quando a noi avete portato un bel figlio.
 Quando vi piacerà che sia battezzato,
 io vorrò essere vostro compare chiamato."
 Disse la regina: "Mille grazie;
14850del mio fantolino farete la vostra volontà.
 Gli metterete il nome che più vi piace."
 Disse Primeran: "Ho molto pensato:
 quando al fonte sarà battezzato
 e d'olio santo benedetto e consacrato,
14855lui sarà chiamato con vero nome
 Primeran, come proprio son io."
 
 r. 418
 Come Primeran domanda il bambino alla dama.
 
 419
 Quando passò il termine di otto giorni,
 Primeran venne alla dama, e le domanda
 che in custodia gli dia quel bambino,
14860ché lui lo porti per dargli il battesimo.
 Quella dolcemente con grazia lo diede,
 e Primeran lo prende fra le sue braccia
 e lo avvolge nel suo mantello.
 Se ne va errando verso il monastero;
14865non c'era con lui proprio nessuno,
 se non fosse per Varocher che piano lo segue.
 Sul collo porta il grande bastone pesante.
 Prima che entrasse nel monastero,
 il re d'Ungheria gli cavalca davanti,
14870con molti cavalieri del suo seguito.
 Vide Primeran, comincia a domandargli,
 "Primeran," fa lui, "dove andate errando così?
 Che avete nel mantello che penzola?"
 "Mio sire," fa lui, "un fantolino molto bello,
14875di una dama bella e avvenente.
 Venne alla mia casa per averne ostello,
 questo bambino ha partorito, che porto per l'olio santo.
 E questo è suo padre, che vien dietro errando."
 Lo guardano i cavalieri, ne risero in silenzio,
14880ché quello gli pare un uomo da niente.
 Disse l'uno all'altro: "Mi pare un poveraccio;
 un uomo selvatico, ne ha proprio l'aspetto."
 E il re così si fece avanti:
 il manto gli prese, e frattanto lo alzò,
14885perché voleva vedere il bambino.
 Quando lo vide, ché aveva guardato,
 sopra la spalla destra vide una croce bianca.
 Quando la vide, prova molta meraviglia;
 ora lo vede bene: figlio non è d'uno zoticone.
14890Egli disse a Primeran: "Andate piano!
 Voglio essere io a battezzare il bambino."
 Disse Primeran: "Sia come piace a Dio!
 Molto mi piace, se Dio me ne dà merito."
 
 r. 419
 Come Langlois il re fa battezzare il bambino.
 
 420
 Dunque il re non volle tardare
14895con Primeran egli va al monastero.
 Il re fa chiedere dell'abate.
 "Abate," fa lui, "vi voglio pregare,
 se mi amate e un poco tenete a me,
 che questo bambino sia battezzato,
14900come se fosse figlio di un imperatore,
 e figlio di re e di padre e di madre.
 E fate cantare un ufficio maestoso,
 come non si potrebbe fare di meglio."
 Disse l'abate: "Certo ve lo concedo."
14905Dunque giù scese dal destriero,
 e tutti i cavalieri con lui.
 Tutti insieme entrarono nel monastero;
 l'abate prese il bambino, ché gli volle dar sacramento,
 e l'olio santo dargli per prima cosa.
14910E poi quando venne al battesimo,
 disse l'abate: "Come lo volete chiamare?"
 "Langlois," disse il re, "come io mi faccio chiamare."
 Disse l'abate: "Ebben così sia."
 Mette nome Langlois al bambino;
14915Quando fu battezzato, ché se ne voleva andare,
 e il re all'oste così rivolse:
 "Primeran," fa lui, "vi voglio pregare,
 che quella dama sia ben onorata
 di tutto ciò che le è di bisogno."
14920E a Varocher, che disse di esser suo padre,
 fece donare una borsa di denari,
 acciocché abbia molto da spendere.
 Quando Varocher riceve gli averi,
 se prova gioia, non è da domandare.
14925Con il viso chiaro gioioso se ne va;
 quando fu dalla regina, l'oste parlò:
 "Dama," fa lui, "ben vi potete pregiare,
 che vostro figlio ha fatto battezzare
 il re d'Ungheria che è tanto prode e valoroso,
14930e vostro figlio ha fatto chiamare
 con il suo nome; non so miglior cambiamento.
 Ha nome Langlois il vostro baccelliere,
 e a costui, che disse di esser suo padre,
 ha donato denari da spendere."
14935La dama l'ascolta, molto l'aggrada;
 ora l'oste le fa, con le sue figlie e sua moglie,
 maggior onore che non fece prima,
 perché aveva più averi da spendere.
 Così fu fino al quindicesimo giorno,
14940in cui il re invia l'oste Primeran.
 E quello ci va volentieri e di grado;
 "Primeran," disse il re, "dovete voi andare
 alla dama e dire e raccontare,
 che il suo compare le vorrebbe parlare."
14945Disse l'oste: "è cosa certo da fare."
 Dal re si partì, non volle tardare;
 venne alla dama ad annunciare questa novella:
 quando le piace, dovrà prepararsi,
 che il re, il quale è suo compare,
14950vuole venire a parlarle.
 Disse la regina: "Volentieri lo voglio;
 ciò che gli piace, non voglio contrastare."
 Dunque la regina va ad adornarsi,
 al meglio che può con donna straniera,
14955E al re Primeran va ad annunciare:
 la dama è pronta d'udirlo volentieri
 e stare con lui e consigliarsi.
 Dunque il re non volle tardare:
 è montato con pochi cavalieri,
14960con Primeran è giunto all'alloggio.
 La dama, quando lo vide entrar nell'alloggio,
 s'alza verso di lui e lo va a riverire
 e gli disse così: "Benvenuto, signore."
 Le disse il re: "Stia bene, comare mia."
14965Vanno a sederi sopra una panca,
 entrambi pian piano in un luogo appartato
 e poi cominciarono entrambi a consigliarsi.
 "Dama," fa lui, "molto mi posso meravigliare
 del vostro bambino, quando lo feci battezzare,
14970per un segno che vidi sopra la spalla destra,
 che non hanno, se non i figli d'imperatore.
 Per cui dama gentile, voglio chiedervi,
 per amore di Dio, il giudice vero,
 sì come comare che non deve mentire,
14975per nessuna ragione al suo compare,
 da dove venite, e chi vi fa errare,
 con questo uomo a cercare terre straniere?"
 La regina l'ascolta, comincia a piangere;
 ora gli dirà un poco del suo pensiero.
 
 r. 420
 Come la regina parlava al re.
 
 421
14980Al re sire la regina ha parlato:
 "Oh re gentile, voglio che sappiate,
 e vi dirò il vero se udire lo vorrete.
 Moglie sono di Carlo l'imperatore,
 il re migliore che si possa trovare.
14985Per un uomo malvagio sono stata condannata
 e dal mio reame sono stata cacciata,
 malvagiamente e con grande peccato.
 Sa bene Dio tutta la verità,
 se mai l'avessi pensato,
14990sì come il re mi giudicò.
 Già ardeva il fuoco che era acceso,
 quando un abate mi confessò.
 E quando ascoltò tutti i miei peccati,
 allora fui liberata da morte.
14995E il mio signore, sì come fu consigliato,
 ad un cavaliere mi aveva affidato,
 che mi doveva menare in contrada straniera.
 Quando da Parigi mi allontanai,
 quel traditore che m'aveva accusata
15000armato di tutto punto mi venne dietro.
 Con quel cavaliere, che mi aveva condotta,
 e me l'uccise con dardo affilato.
 Quando ciò vidi, da spavento fui presa,
 così me ne fuggii nella selva ramosa.
15005E questo uomo, che mi vien dietro,
 l'ho trovato sulla soglia del bosco,
 così mi ha accompagnata fin qui.
 E in tal luogo sono arrivata,
 dove son servita ed onorata,
15010e questo è per la vostra bontà;
 per cui, re gentile, vi prego per Dio,
 che non sia da voi abbandonata:
 finché lui non sia mandato a mio padre,
 che con grande onore mi aveva sposata;
15015per me manderà cavalieri stimati,
 tutta la verità vi ho detto di me."
 Quando il re l'ascolta, fu tutto pensieroso;
 vede bene che lei dice verità,
 e sa che è regina della Cristianità,
15020di Costantinopoli, figlia d'imperatore.
 Con grande onore l'aveva riverita;
 "Dama," fa lui, "siete ben capitata;
 voi sarete in tal luogo ospitata,
 dove sarete onorata e servita,
15025finché sarà inviato a vostro padre.
 Della vostra faccenda ben gli sarà raccontato."
 
 r. 421
 Come il re fa grandi onori alla dama.
 
 422
 Il re d'Ungheria fu saggio e valente;
 tanti onori fece a quella dama,
 come mai si potrebbe pensare.
15030Dall'oste non la lasciò da quel giorno in avanti;
 le fece fare vesti d'aspetti diversi,
 come si conviene ad una regina.
 Allo stesso modo a Varocher ne fa fare
 e poi subito li condusse a palazzo
15035le offre la compagnia della moglie.
 Non c'è cosa che se lei la domandi,
 non abbia poi a suo desiderio.
 Chi vedesse Varocher andare arditamente!
 Non sarebbe sembrato uno zoticone.
15040Quando riccamente vestito si vide,
 con i cavalieri va a destra e a sinistra.
 Il re dunque per nulla tardò;
 subito fece una galea preparare.
 Quattro ambasciatori, dei migliori fra i suoi,
15045subito inviò a Costantinopoli,
 a raccontare all'imperatore ogni cosa,
 come sua figlia Biancofiore, la valorosa,
 con difficoltà venne in Ungheria.
 Fu accusata di un gran tradimento,
15050per cui il re a cui la Francia appartiene,
 dal suo reame l'aveva cacciata con grande viltà.
 "è venuta in Ungheria, e là vi attende
 che le mandiate a dire il vostro talento."
 Se ne vanno i messaggeri navigando per mare;
15055tanto andarono, non fecero sosta,
 che giunsero al porto di Costantinopoli.
 Quando furono scesi procedono oltre,
 trovano albergo presso un alloggio.
 Quando l'imperatore sa la faccenda,
15060da dove vengono, e chi vanno cercando,
 li riceve, con ogni gentilezza
 e li scorta al suo grande palazzo,
 li domanda e richiede per udir la novella.
 
 r. 422
 Come i messaggeri parlano al re.
 
 423
 Quando il re vide i messaggeri,
15065a loro domanda e poi richiede,
 quale ambasciata gli debbano annunciare.
 E quelli tosto incominciano a raccontare:
 "Sire, imperatore, dobbiamo raccontare,
 che vostra figlia, Biancofiore dal viso chiaro,
15070è accusata da un malvagio fellone.
 Per cui Carlo Magno l'imperatore
 l'aveva sbandita dal suo reame,
 così la donò alla custodia di un cavaliere
 che la doveva condurre e menare
15075fuori dal suo reame e da ogni suo territorio.
 Quando quel traditore che l'ha accusata,
 le venne dietro armato di tutte le armi
 e l'uccise col brando forbito d'acciaio.
 Per cui per i boschi dovette andare;
15080giunta in Ungheria, trovò alloggio da un oste,
 e là partorì un piccol baccelliere.
 E quando si andò a battezzare il bambino,
 così lo portava Primeran, il suo oste.
 Quando il re se lo fece mostrare,
15085una croce gli vede sulla spalla destra,
 da cui riconosce che figlio non era d'uno straccione.
 Dunque lui volle battezzare il bambino,
 sì grandemente, come si può raccontare.
 E quando egli venne a parlare a sua madre,
15090lei cominciò a raccontare ogni cosa,
 ciò che le successe per filo e per segno.
 Poi lui la fece dal suo oste condurre
 e riccamente vestire e calzare;
 e grande onore le fecero i cavalieri,
15095come non si potrebbe dire o narrare.
 "Il re vi domanda, che volete fare?
 è pronto a concedere tutto
 e vostra figlia così vi manda a pregare,
 che non l'abbiate per nessuna ragione abbandonare."
15100Quando l'imperatore li udì parlare così,
 e di sua figlia la novella raccontare,
 se ebbe dolore non c'è da meravigliarsi.
 Gli ambasciatori, che gli vennero ad annunciare,
 fastosamente lui fa onorare
15105e il re d'Ungheria ringraziare profondamente.
 
 r. 423
 Come il re fa chiamare otto dei suoi baroni.
 
 424
 Quando quell'imperatore udì la novella,
 di sua figlia, che aveva fresco colore,
 a gran meraviglia ne ebbe grande dolore
 sicché per lei non può tenersi dal piangere.
15110Disse agli ambasciatori: "Noi il meglio faremo;
 prenderò dei miei ambasciatori,
 per mia figlia manderò per battaglia,
 la farò venire con grande onore.
 Mai non fallisce guerra a Carlo imperatore,
15115quando a mia figlia ha fatto un tal disonore."
 Non volle dunque porre tempo nel mezzo,
 fece appellare i suoi cavalieri migliori.
 Otto ne chiama del suo parentado,
 i quali fra tutti ne erano il fiore.
15120"Signori," fa lui, "non farete ora indugio:
 andate a riportarmi mia figlia Biancofiore,
 che Carlo imperatore aveva messa al bando
 dal suo rame e pure da ogni sua terra.
 Mai non abbia onore d'impero,
15125se cara non gli vendo sua moglie Biancofiore,
 che egli ha cacciato con tanto disonore,
 che è giunta in tanta desolazione."
 
 r. 424
 Come il re invia per la figlia.
 
 425
 Il re non era mica un bambino:
 dolente fu per sua figlia, bella e avvenente,
15130non mai lo fu di più in vita sua.
 Egli tanto l'amava con cuore sincero,
 non meravigliatevi se lui ne prova dolore.
 Otto ne chiama fra i suoi migliori parenti;
 per sua figlia li manda su legno che corre,
15135e i quattro ambasciatori che vennero prima,
 che già gli inviò il re d'Ungheria.
 Li onorò molto, e vestiti donò,
 e un palafreno che va all'ambio a ciascuno.
 E molto ringrazia il re d'Ungheria,
15140anche donandogli l'oro e l'argento
 e terre del suo reame a destra e a sinistra.
 Se ne vanno gli ambasciatori, allegri e gioiosi
 e quelli dell'imperatore pur se ne vanno.
 Tanto sono andati navigando per mare,
15145arrivano in Ungheria, e scendono là.
 Il re, quando li vide, li riceve gentilmente:
 gli fa onori grandi e meravigliosi
 e quelli lo ringraziano molto
 per ciò che aveva fatto a sua figlia valorosa.
15150Il re d'Ungheria li riceve sì gentilmente,
 come in nessun modo si potrebbe raccontare,
 e Biancfiore, la regina di Francia,
 quando li vede, corre loro incontro.
 Ben li conosce, che son suoi parenti:
15155di suo padre domanda per primo,
 e di sua madre che tanto ama senza misura.
 "Dama," fa lui, "sono dolente per voi;
 li manda per voi, e ci aspettano.
 Ora li vedrete, mia dama, e il vostro bambino."
15160Ella disse: "Volentieri con desiderio."
 
 r. 425
 [...]
 
 426
 Il re d'Ungheria, il nobile e saggio,
 riverisce gli ambasciatori.
 Tanto onore gli ha fatto come fossero fratelli
 e a quella regina fece vestiti tagliare,
15165come si conviene di pallio e di zèndalo.
 E allo stesso modo fa a Varocher,
 che aveva la dama al suo comando.
 E il re d'Ungheria, quando se ne partì,
 tutta la sua galea fa preparare,
15170con tutte quelle cose di cui c'era bisogno:
 di pane e di vino, e di carne da mangiare,
 e poi, quattro dei suoi cavalieri
 egli fa riccamente preparare,
 che quella dama vadano a scortare.
15175Entrano in nave al momento di navigare.
 E quella dama, che è tanto nobile e prode,
 venne al re, a domandare congedo,
 e alla regina, la bella dal viso chiaro,
 mica dimenticò il suo oste Primeran:
15180grandi doni gli fece, a lui e alla sua moglie.
 Una cosa fece per cui molto è da lodare:
 che una delle sue figlie volle seco menare,
 che poi la fece riccamente maritare,
 e grandi averi fece donare al suo signore.
15185Quando ha ciò fatto, cominciano a navigare;
 se ne va via con Varocher.
 Ora un po' qui la dovremo a lasciare,
 e conteremo di Carlo l'imperatore
 e del duca Namo del ducato di Baviera.
15190Il primo giorno che sua moglie trovò
 con il nano entro il letto giacere,
 prima che per sempre l'avesse a giudicare,
 lo consigliò il duca Namo di Baviera,
 che a Costantinopoli un messaggero inviasse
15195per tutto l'affare raccontare con cura:
 ciò che di lui ha fatto la sua mogliere,
 come col nano la trovò in adulterio.
 Questa cosa gli reca gran noia,
 e fu costui che mandò qual messaggero:
15200un conte di Francia e nobile e valoroso,
 che aveva nome Bernardo da Mondidier.
 "Bernardo," disse il re, "andare te ne dovrai
 a Costantinopoli, per parlare all'imperatore:
 da parte mia gli dovrai annunciare
15202che sua figlia ho trovato in adulterio,
 e non certo con duca o con principe
 ma con un nano, per cui ho gran vituperio.
 Non si meravigli, se mi voglio vendicare,
 ché una tale cosa non è da lodare,
15210né i baroni di Francia la posson sopportare."
 Disse Bernardo: "Bene gli annuncerò,
 se Dio mi dona di arrivare a Costantinopoli."
 In cammino si mise, e comincia ad andare,
 fino a Costantinopoli, non volle sostare.
15215Il re trova e la sua mogliere gentile
 e la baronia conti e cavalieri;
 per una festa, li aveva fatti radunare.
 Ora udrete la novella del gentil messaggero.
 
 r. 426
 Come Bernardo parla.
 
 427
 "Sire, imperatore," Bernardo ha parlato,
15220"re Carlo, il miglior incoronato,
 che sia in tutto il mondo della Cristianità,
 a voi mi ha mandato qual messaggero.
 E di questa ambasciata non son mica allegro:
 quando voi la saprete, ne sarete crucciato.
15225Voglio che sappiate una cosa:
 non ci fu mai né regina o dama incoronata
 da un barone tanto onorata
 come vostra figlia, dal re della Cristianità.
 Ma lei si è verso di lui mal comportata,
15230ché con un nano l'ha trovata in peccato:
 si è trovata in adulterio,
 per cui egli mi ha inviato da voi
 che voi di niente vi meravigliate
 se per la giustizia ella sarà giudicata."
15235Quando il re l'ebbe udito ed ascoltato,
 a gran meraviglia ne fu meravigliato.
 Ma la regina su tutti, che l'aveva allevata,
 che il cuore conosce e il pensiero della figlia,
 non può tenersi, al messaggero parlò:
15240"Messaggero, fratello, il senno avete perso!
 Ben conosco mia figlia che nel mio ventre ho portato.
 Ciò che voi dite, è tutta menzogna;
 non potrà essere, per tutto l'oro di Dio,
 che tanto abbia osato mia figlia,
15245che al suo signore abbia fatto falsità.
 Ben può essere a torto calunniata,
 ma per davvero non è verità.
 Dama più leale non c'è nella Cristianità!
 Male fa il re se per questo l'ha condannata."
15250Disse l'imperatore: "Male ha pensato
 Carlo il re, quando ha accusato mia figlia,
 per un nano, per cui son sì afflitto;
 per poco non sono uscito di senno.
 Al vostro re, quando ritornerete,
15255da parte mia voi direte così,
 che si guardi bene, davanti e didietro,
 che non faccia nessun male a mia figlia.
 E se lui l'ha trovata in qualche peccato,
 a me la mandi, senza tardare.
15260Voglio sapere da lei la verità,
 se è vero, nacque in mala ora;
 se così non è, non la biasimate,
 ché di mia figlia non ho cattivo pensiero.
 E se lei è accusata lo è a falsità,
15265da uomo malvagio, e pessimo e reo.
 Ciò che voi dite, ora non scordate."
 
 r. 427
 Come il re parla al messaggero.
 
 428
 "Messaggero, fratello, non nutriamo alcun dubbio;
 da parte mia direte all'imperatore di Francia,
 che di mia figlia non ho cattiva opinione,
15270per cui lo prego, che egli abbia pietà:
 a me mandi mia figlia, avrò così certezza.
 Se vero sarà, la rimetterò alla giustizia:
 senza indugio alcuno sarà giudicata
 e di questa cosa certo non dubiti.
15275E se egli la giudica, senza il mio consenso,
 che da lei non sappia quello che è certo,
 il mio cuore avrà grande tristezza,
 e impiegherò ogni mia forza,
 per lei prendere grande vendetta."
15280Disse il messaggero: "Leale è il re della Francia,
 non farà cosa senza grande saggezza.
 Senza tardare recherò la vostra ambasciata."
 
 r. 428
 Come il messaggero domanda congedo.
 
 429
 "Sire, imperatore," disse il messaggero,
 "Ben dirò la vostra ambasciata a Carlo l'imperatore."
15285Congedo domanda, e se ne tornò indietro;
 ma prima che in Francia potesse entrare,
 egli udì raccontare la novella di Macario
 e di Albaris il cortese e valente.
 Quando l'udì, molto cominciò a meravigliarsi;
15290Tanto cammina, a destra e a sinistra,
 venne a Parigi e va prendere alloggio.
 E poi, senza porre altro tempo nel mezzo,
 va alla corte a parlare all'imperatore,
 per dire e riferire il suo messaggio.
15295"Sire, imperatore," disse il messaggero,
 "A Costantinopoli fui a quell'imperatore
 per dire e raccontare la vostra ambasciata.
 Sappiate per vero, quando parlare m'udì,
 era là presente la sua mogliere.
15300Molto s'ebbe a meravigliare di ciò
 e per nessun motivo può concedere
 alcun cattivo pensiero sulla sua figlia.
 E ben guardatevi dal giudicarla;
 ma egli vi prega, che l'abbiate a mandare,
15305che con lei ne vuol ragionare,
 sapere se vera o falsa calunnia.
 Se sarà vero, che si possa provare,
 così aspramente la farà giudicare
 che tutto il mondo se ne avrà a meravigliare.
15310Se non è vero, non la vuole accusare
 e ben guardatevi o fellone chiamatevi
 non fatele onta o danno."
 Il re l'intende, molto lo prese a noia.
 Guarda il duca Namo di Baviera:
15315"Namo," disse, "grande è l'impiccio,
 che m'ha fatto il traditore sleale,
 che a torto calunniò la mia mogliere.
 Consigliatemi, lo voglio e ve lo chiedo,
 come potrei a quell'imperatore,
15320dire di sua figlia e chiedere scusa."
 E disse Namo: "Farete saggiamente;
 voi gli direte e di ciò lo farete sicuro,
 che la vostra dama l'inviaste l'altroieri,
 con un cavaliere prode e cortese;
15325ma un Macario, malvagio e fellone,
 contro il vostro volere dietro gli andava,
 e l'uccise col brando forbito d'acciaio.
 Quel che accade alla regina, non lo sapete raccontare,
 che quel Macario, quando si venne a giudicarlo,
15330su di lei non disse alcuna parola,
 se l'ha lasciata nel bosco e in qualche paese."
 Disse l'imperatore: "Io voglio che sia così,
 che questo si dica e di questo si parli."
 
 r. 429
 Come Namo parla.
 
 430
 Namo parla, che non era villano:
15335"Ascoltatemi, re gentile sovrano,
 molto era grande il danno della regina.
 Senza peccato è morta ad inganno,
 per quel traditor seduttore malvagio.
 Che lo disperda, chi Adamo formò!
15340Non fu visto mai un così pessimo tiranno.
 E re voi siete fino a Gerusalemme,
 su tutti i re voi siete sovrano.
 Con il re, che era vostro parente
 vi dovete scusare, che non sapete niente,
15345dopo che da voi fu partita per la condanna,
 per cui tante al traditor ne diceste a tormento,
 che fu arso nel fuoco ardente,
 contro il volere d'amici e parenti."
 Disse l'imperatore: "Voi siete il migliore,
15350che si possa trovare fino a Gerusalemme,
 chi si fida di voi ben può essere certo:
 non avrà né sera né il giorno che segue cattivo.
 Di tutti i saggi, voi siete il capitano;
 voi certo sareste stato buon cappellano
15355per consigliare tutti i Cristiani.
 
 r. 430
 Come ancora parla Namo.
 
 431
 "Mio sire gentile," disse il conte Namone,
 "sentenza emessa contro ragione,
 molto dispiace a ogni gente del mondo.
 E quel che la dà, n'attende buon guiderdone,
15360da quelli che sostengono il trono.
 Giudicata fu la regina senza motivo,
 la dama più bella del mondo intero,
 e la più saggia e di senno migliore,
 che mai fu dai tempi di Salomone.
15365Chi mai l'avrebbe pensata,
 che Macario, ch'era vostro compagno,
 avesse contro di voi pensato un tal tradimento,
 e avesse ucciso Albaris senza ragione,
 per avere la regina in suo potere?
15370Della regina non sappiamo alcun che,
 che n'è successo dopo che se ne andò,
 ma il mio cuore mi dice, se non sono in sospetto,
 che sana e viva ancora l'avremo.
 Ma se vi piace, tempo aspetteremo,
15375finché ne sentiremo novelle
 della regina, se è morta oppure no."
 Disse l'imperatore: "Dio sia benedetto."
 
 r. 431
 Come parla Namo.
 
 432
 "Sire imperatore," ciò disse Namo di Baviera,
 "Se volete agire secondo il mio consiglio,
15380ve ne darò uno, che non è da dimenticare.
 Ancora a Costantinopoli messaggero invierei,
 a dire e raccontare a quel re,
 come avete fatto sì fiera giustizia,
 di Macario il traditore sleale,
15385che sua figlia andava accusando,
 senza colpa ve la fece mettere al bando.
 Del processo non si potrebbe né dire e ragionare,
 di suo figlia non gli può dir alcunché.
 Né certo so dire o raccontare,
15390come si possa avere o trovare,
 che si andò a ficcare nel bosco.
 E se di lei vuol chiedere ammenda,
 siate voi pronto a concederla,
 d'oro e d'averi, e bisanti e denari."
15395Disse il re: "Bene è da farsi;
 chi gli potremo ancora inviare?"
 Disse il duca Namo: "Bernardo da Mondidier,
 che andò lì che non è molto."
 Dunque per suo conto il re lo mandò
15400e lui andò felice e volentieri.
 "Bernardo," fa lui, "vi conviene andare
 ancora a Costantinopoli dall'imperatore.
 E gli dovrete dire e raccontare,
 che di sua figlia speranza non ho.
15405Ma colui che l'accusò, ebbe il suo merito;
 arso fu nel fuoco, la polvere sparsa nel vento,
 per cui lo prego, che mi debba perdonare,
 che pronto sono a fare ammenda,
 con oro e averi, e bisanti e denari."
15410Disse Bernardo: "Ben voglio che sia.
 Datemi il congedo, che voglio andare."
 Disse il re: "Andate e non tardate."
 E se ne va Bernardo al suo ostello;
 era fornito di tutto il necessario,
15410incominciò ad andare per il cammino.
 E prima che potesse entrare a Costantinopoli,
 la regina era giunta a suo padre.
 E tutto gli disse, non tralasciò di raccontare:
 del re, come la fece sbandire,
15420e fuori dal suo reame la fece mandare;
 e per Macario quella noia gli venne,
 che il re volle onire e svergognare.
 Di Albaris non tralasciò di raccontare,
 come l'uccise quel malvagio fellone,
15425e come s'andò a ficcare nel bosco
 e come l'aveva scortata Varocher,
 in Ungheria a destra e a sinistra.
 E poi gli racconta dell'oste cortese
 e delle sue figlie e della sua moglie.
15430"Del re d'Ungheria potrei raccontarvi
 che fece battezzare mio figlio.
 Tanto onore m'ha reso, non lo dovete scordare
 in vita vostra, lo dovete ringraziare."
 Chi dunque vedesse la madre la dovrebbe baciare!
15435A questo punto eccovi di Francia il messaggero:
 prima che potesse entrare in città,
 all'imperatore egli è fatto annunciare.
 Quando il re lo sa, lo fa sbandire,
 ché di sua figlia nessuno deve parlare.
15440Non vuole mica che quel messaggero,
 di lei sappia novella da riportare.
 
 r. 432
 Come Bernardo è arrivato a Costantinopoli.
 
 433
 Quando Bernardo fu entrato a Costantinopoli,
 e trovato alloggio all'ostello,
 se ne andò egli a palazzo,
15445davanti al re si presentò.
 Gli racconta la novella che gli reca,
 il re l'intende, gli risponde indietro.
 "Messaggero, sire, ora tornerete indietro;
 la vostra ambasciata per niente m'aggrada.
15450Al re di Francia direte e racconterete
 più volte, che mia figlia gli donai per mogliere,
 e parimenti me la rimandi indietro,
 che s'egli mi donasse tutto l'oro della Cristianità,
 per mia figlia non sarà detta parola.
15455Dunque crede l'imperatore di Francia
 aver messo al bando dal reame mia figlia,
 per cui è morta e divorata da bestie?
 Ora mi domanda grazia e pietà,
 come potrebbe ottenere perdono da me?
15460No, per tutto l'oro della Cristianità!
 Per cui vi dico, che tosto torniate indietro;
 e quando sarete in Francia tornato,
 direte al re della Francia il forte,
 che è sfidato da parte mia.
15465Se non mi rende mia figlia, ch'io donai,
 verrò a Parigi prima che sian passati tre mesi."
 Bernardo l'ascolta, non l'ha certo gradito;
 con maltalento egli prese congedo.
 Della figlia del re non gli fu detto nulla,
15470per cui Biancofiore ne fu lieta e gioiosa.
 Il messaggero costernato ritorna,
 quando a Parigi se ne fu ritornato,
 trova il re e il nobile Namo.
 La novella gli racconta, che quello gli aveva inviato;
15475quando il re l'intende, tutto fu pensieroso
 e disse a Namo: "Male abbiamo agito,
 che quel re ha grande possanza,
 in cavalieri, conti e in nobili di rango;
 bene è fornito d'un ricco parentado,
15480con sua figlia male vi siete comportato.
 In terra straniera l'avete mandata,
 in verità non sappiamo notizie di lei,
 se è viva o è caduta in mano alla morte.
 Se egli ci fa guerra, noi siamo rovinati,
15485non lascerà né castello o fortezza,
 egli arderà territori e città."
 Disse il re: "Sia la volontà di Dio."
 
 r. 433
 Come Namo parla.
 
 434
 "Sire, imperatore," ciò disse Namo,
 "La cosa è partita da voi,
15490della regina senza cattiva contesa.
 Nient'altro che male a lei avete fatto:
 sempre avete creduto ai parenti di Gano,
 che tante offese vi hanno recato.
 Se l'imperatore ci assale, ci difenderemo;
15495egli è nel giusto, e noi abbiamo torto.
 Dio ci consigli, che soffrì la passione,
 che non so dire altri discorsi."
 Ora lasceremo di Carlo l'imperatore
 e di Bernardo e del duca Namo.
15500Vi racconteremo dell'imperatore,
 che era signore di Costantinopoli, dentro e di fuori,
 per sua figlia, che vede, era in grande timore.
 non si stima un bottone, se non la vendica;
 e quando lei gli raccontò per intero il suo oltraggio,
15505ebbe sì grande dolore, per poco non scoppia per l'ira.
 Egli chiama i suoi conti e baroni:
 "Signori," fa lui, "udite che oltraggio
 m'ha fatto l'imperatore Carlone
 di mia figlia dal viso chiaro.
15510L'ha sbandita, come si fa con i ladri;
 su lei ha trovato biasimo e motivo d'accusa.
 Se non mi vendico, non varrò un bottone.
 Consigliatemi, come noi agiremo."
 Il primo che parla aveva nome Floriamon;
15515ed egli fu saggio, e di saggi pensieri;
 lui parla, non sembrò mica un briccone.
 "Giusto imperatore, perché ve lo nasconderemo?
 Grande è la tua terra e grande è la salvezza,
 e tutta la tua gente è di grande prestigio;
15520avete molti cavalieri e pedoni.
 Ora inviate all'imperatore Carlone,
 che vostra figlia, dal capo biondo,
 egli vi mandi senza scusa nessuna.
 Come che sia noi lo sfideremo."
15525Disse l'imperatore: "Dio sia benedetto."
 
 r. 434
 Come Saladino parla.
 
 435
 Dopo Floriamon parla un cavaliere;
 Saladin aveva nome, molto si fa apprezzare.
 Parla a voce alta, come uomo prode e valoroso:
 "Sire, imperatore, i vostri cavalieri
15530vi devon consigliare saggiamente,
 né per paura, né per altro motivo,
 tirarsi indietro l'uomo non deve.
 Ora prendete fra i vostri cavalieri,
 chi sia saggio in dire e parlare,
15535e lo inviate a Carlo l'imperatore,
 che vostra figlia vi debba inviare.
 E s'egli non la può avere o trovare,
 per lei vi deve tanti averi donare,
 quanto che sia il suo peso;
15540e quell'oro sia fra il più chiaro
 d'Arabia, che più si fa prezzare.
 E s'egli non vuole, disfida mandategli,
 che da voi si debba guardare.
 Fate poi radunare la vostra gente,
15545finché n'abbiate più di cinquanta migliaia."
 Disse il re: "Ben è da concedere.
 Chi gli potremmo inviare?"
 "Floriamon, sire," quello rispose,
 "E con lui Girardo e Rainer
15550e Gondifroi il fiero e l'ardito."
 "In fede," disse l'imperatore, "di miglio non chiedo.
 Ora fateli preparare immediatamente;
 certo non voglio che debban tardare."
 E grandiosamente egli li fa preparare,
15555come si conviene a giusto imperatore.
 E quelli se ne vanno fuori per la contrada.
 Tanto vanno, non vogliono soggiornare,
 arrivano in Francia, e si fanno ospitare.
 A Parigi trovano Carlo l'imperatore
15560e con lui il duca Namo di Baviera
 e il Danese, Ansois e Guarner
 e molti degli altri che furon buoni cavalieri.
 Essi scendono a un buon ostello;
 e quando furono riposati vanno a salire
15565al palazzo per parlare col re.
 
 r. 435
 Come i messaggeri saluteranno il re.
 
 436
 Quando quei baroni son giunti a Parigi,
 salgono a palazzo riposati che furono.
 Trovano il re irato e dolente,
 per sua mogliere che aveva perduto,
15570che a gran torto gli fu calunniata.
 Il messaggero non fu mica smarrito,
 quando davanti gli furon venuti,
 lo salutano nel nome di Gesù:
 "Domineddio che ha gran virtù,
15575vi salvi, voi e vostri amici."
 Disse il re: "Voi siate i ben venuti.
 Da dove siete e chi vi ha inviato?"
 E quelli gli dicono: "Il vostro amico fidato,
 cioè, l'imperatore che ha gran virtù.
15580è sire di Costantinopoli, ne ha il possesso,
 e gli obbediscono i piccoli e grandi."
 Disse l'imperatore: "Voi siete il benvenuto."
 
 r. 436
 Come i messaggeri parleranno a Carlo.
 
 437
 "Sire, imperatore," ciò disse il messaggero,
 "A voi ci ha inviato il nostro imperatore,
15585che sua figlia si debba mandare,
 che lui a voi donò per mogliere.
 per grande amore vi fece sposare
 e se voi non la potete mandare,
 tanto stimate quanto possa pesare,
15590a oro fino la dovrete ripagare
 del migliore che si possa trovare,
 oro d'Arabia, del migliore e più chiaro."
 Disse il re: "Duro è da concedere;
 della dama non ho nessuna speranza,
15595e dell'oro non ne voglio sentire parlare.
 Sarebbe una briga tanto oro trovare."
 Disse il messaggero: "Vi conviene pensare
 di prepararvi ed armarvi.
 E ben vi so dire, senza mentire,
15600che il mio signore, che è fiero ed orgoglioso,
 manda noi per lanciarvi la sfida."
 Disse il re: "Dio sia la nostra speranza!
 Come potremo noi ci difenderemo."
 Alla parola disse Namo di Baviera:
15605"Messaggero, fratello, non voglio celarvi:
 gran torto ha il vostro imperatore,
 dacché l'uomo ha preso sua moglie,
 su lei più non comanda né padre né madre.
 Colui che l'ha presa in matrimonio,
15610ne può far di lei a suo volere.
 E finché è vivo, non si può separare,
 se lei non commise adulterio verso di lui,
 e per questo liberare con martirio.
 Per cui voi direte al vostro imperatore,
15615che lasci stare sua figlia.
 Viva o morta, non la può recuperare;
 Né gli giri per la testa il pensiero,
 ch'egli ne abbia oro fino o denari.
 Se lui viene in Francia a guerreggiare,
15620tanti buoni cavalieri troverà,
 che in tutto il mondo non ce ne sono di pari,
 per ben ferire e in mischia giostrare.
 
 r. 437
 Come i messaggeri sfidano Carlo.
 
 438
 Il messaggero fu saggio e valente;
 dell'imperatore a cui la Francia appartiene
15625hanno ascoltato l'intenzione più vera
 e del duca Namo udì l'intenzione:
 dei suoi averi nulla vuole dargli.
 Né della dama non sa che ne avvenne,
 se sia viva o morta parimenti.
15630Chiede congedo, ma gli racconta,
 come il suo signore li sfidi.
 E disse Carlo: "E pure io.
 Benché ne sia gramo e dolente,
 ben so che il vostro sire ha grande ardimento,
15635dolente sono perché offeso da lui;
 ma questa volta è andata in modo diverso."
 Disse il messaggero: "A Dio vi raccomando."
 Congedo chiede, si mette in cammino;
 via se ne va, non fa alcuna sosta.
15640Tanto son andati per salite e discese,
 sopportarono molte pene e dolori.
 Vengono a Costantinopoli e là discendono,
 il re trovano a una conversazione
 ove c'erano più di cento baroni,
15645che tutti erano saggi e valenti.
 
 r. 438
 Come i messaggeri parlano all'imperatore.
 
 439
 I messaggeri non furon villani:
 tanto errano per monti e per piani,
 che a Costantinopoli in poco arrivano.
 Là davanti trovano l'imperatore,
15650per sua figlia molto era contento,
 che l'aveva con lui viva e sana.
 Se lo sapesse l'imperator Carlo Magno,
 in sua vita non sarebbe mai sì gioioso,
 che più l'amava di qualsiasi cosa vivente.
15655Disse il messaggero: "Re gentile sovrano,
 abbiamo parlato con il re Carlo Magno,
 e con il duca Namo, il consigliere più in vista
 che ci sia in tutta la Cristianità.
 Per noi vi dice, sa che dite il vero,
15660che donarvi averi non ha alcuna intenzione.
 Se voi lo sfidate, egli pure lo fa,
 ha molti cavalieri valenti,
 che dei vostri non teme affatto."
 Disse l'imperatore a cui appartiene Costantinopoli:
15665"Questo saprà il re in breve tempo,
 se vivrò in questo mondo,
 o io o lui soccomberemo."
 
 r. 439
 Come l'imperatore fa radunare la sua gente.
 
 440
 Quando l'imperatore ode il messaggero,
 che Carlo il grande di Francia e Baviera
15670non lo teme proprio per nulla,
 per consiglio dei suoi cavalieri
 fa bandire armi per tutto il suo territorio.
 Non lasciò contado, né borgo, o castello,
 che lì non faccia andare gli araldi.
15675In poco meno d'un mese tanti ne fa radunare,
 ch'egli ne aveva ben LX mila.
 Ora Dio difenda Carlo Magno l'imperatore!
 
 r. 440
 Come il re fa adornare sua figlia.
 
 441
 L'imperatore di Costantinopoli per nulla indugiò;
 egli aveva mandato per i suoi possedimenti,
15680a borghi, contadi, castelli e colline,
 a tutta la sua gente e amici e parenti.
 Quando tutta la sua gente radunò,
 ci furon LX mila elmi verdi lucenti,
 con palafreni e destrieri da corsa.
15685L'imperatore non si fermò;
 fece sua figlia riccamente adornare
 e allo stesso modo il suo fantolino.
 E Varocher, il prode e valente,
 non indugiò mica a lungo;
15690prese le sue armi e il suo corredo,
 i quali erano secondo il suo desiderio.
 Un gran bastone che era robusto davanti,
 e l'aveva fatto grosso e resistente
 e senza quello non va da nessuna parte.
15695Or l'imperatore ha radunato il suo gran esercito:
 verso la Francia cavalca iracondo.
 Ora Dio consigli Carlo Magno il potente,
 per un traditore fu messo in tormento.
 
 r. 441
 Come l'imperatore cavalca verso Parigi.
 
 442
 Via cavalca quel grande imperatore,
15700che di Costantinopoli era imperatore,
 e conduce sua figlia, la bella Biancofiore,
 e il suo bambino aveva con loro
 e Varocher, che non era il peggiore;
 più guerra dà di nessun altro combattente.
15705Tanto vanno, che non fanno ritardo,
 che arrivano in Francia e là fanno soggiorno.
 Quando furono a Parigi fuori da quella sterpaglia,
 tende e padiglioni fa tendere attorno.
 Quando lo vede Carlo l'imperatore,
15710non può fare che i suoi occhi non piangano.
 Namo chiama, il suo buon consigliere:
 "Namo", fa lui, "ben posso avere dolore,
 quando mi vedo preso in un tale timore;
 cara mi costerà mia moglie Biancofiore.
15715Ahi, Macario, peccatore malvagio,
 caro mi è costato il tuo amore,
 che per quell'amore mi fosti traditore!
 E Albaris mi uccidesti con dolore e paura,
 per cui mia moglie è disonorata."
15720E disse Namo: "Perché voi piangete?
 Se vi ricordate dei tempi passati,
 quelli di Magonza v'hanno gettato in tal collera;
 i più del loro casato vi hanno tradito.
 Dio li confonda, il Magno Creatore!"
 
 r. 442
 Come Namo parla.
 
 443
15725Parla Namo, ne ha vivo desiderio:
 "Giusto imperatore, non lascerò che non diciate;
 quelli di Magonza e della loro signoria
 ci hanno messo in via così malvagia,
 che non so che dire di loro.
15730Ci ha tradito Macario e fatto gran villania,
 su Biancofiore non so che cosa dire.
 Ora è arrivata una tale cavalleria,
 che ci dovrebbe essere amica fidata;
 e sarà un nemico mortale.
15735Ci affida e mischia e battaglia,
 che mai in Francia non venne tal cattiveria.
 Or ne soccorra la santa Madre pia,
 che d'ora in avanti, io non so cosa dirne,
 quando mi ricordo dei miei antenati,
15740che per un traditor son tutti finiti,
 se ne ho dolore e tristezza ed ira,
 di questa cosa non ne chiedete.
 Non so cosa dire, che Dio mi benedica."
 
 r. 443
 Come ancora parlava Namo.
 
 444
 "Sire, imperatore," ciò disse il conte Namone,
15745"non so proprio come faremo,
 non si può dare saggio consiglio.
 Quando si pensa al grande oltraggio,
 al grande dolore e alla confusione,
 che avete fatto di sua figlia Biancofiore,
15750il miglior consiglio che prender possiamo,
 è che noi ci prepariamo, oh re,
 e per difesa usciamo fuori;
 che meglio è morire, che star qui in prigione,
 poiché non vuole né mercé né perdono,
15755per avere salvezza della sua figlia."
 Disse l'imperatore, "E noi così faremo."
 Dunque fa radunare i suoi baroni:
 erano ben XXX mila quando furon in arcione.
 A Ysoler donò il gonfalone,
 e il Danese e il conte Fagon
15760e Belian ci fu di Besançon,
 questi guidano l'insegna del re Carlone
 verso l'imperatore, che è di Costantinopoli.
 
 r. 444
 Come Carlo fa preparare la sua gente.
 
 445
 Carlo l'imperatore non volle tardare:
15765la sua gente fece armare e preparare.
 Ci furono XXX mila destrieri che corrono:
 il buon Danese e Namo di Baviera
 e Ysoler fu il gonfaloniere.
 La porta fanno aprire e oltrepassare,
15770escono fuori, che non debba spiacere.
 Quando la novella arrivò all'imperatore
 di Costantinopoli e ai suoi cavalieri,
 immantinente li fa montare,
 ed erano XL mila con armi e corredo.
15775Volete udire come si comportò Varocher?
 Egli non fa mica come uno zotico;
 non ha cavallo, palafreno o destriero.
 Va dietro con gli altri pedoni,
 non volle scordare il suo grande bastone.
 Quando vide l'esercito di Carlo imperatore,
 si ricorda della sua mogliere gentile
 e del suo bambino che dietro lasciò,
 quando ebbe la regina a scortare,
 quando nel bosco l'ebbe trovata.
15785Chi lo vedesse brandire il bastone,
 ben crederebbe che fosse un avversario.
 Non va in marcia con altri cavalieri,
 anzi va dietro con gli scudieri,
 così si fece lor difensore.
15790Che dovrei dirvi di Varocher?
 Egli sapeva i sentieri e le vie,
 e da Parigi uscire ed entrare
 e le magioni d'illustri cavalieri.
 Andò la notte prima dell'alba chiara
15795e si ficcò nell'esercito dell'imperatore
 e andava come scudiero
 e si ficcò nella tenda imperiale,
 là dove sapeva che c'era il buon destriero.
 Il migliore lui fece sellare,
15800via lo mena, che non debba noia trovare.
 E quando fu nell'esercito dei suoi cavalieri,
 egli comincia: "Vittoria, cavalieri!"
 A gran voce gridano e sbraitano,
 "Alzatevi, che non abbiate a tardare,
15805che l'esercito di Carlo Magno dobbiamo predare;
 abbiamo tutti i loro migliori destrieri,
 non ne avranno su quali montare."
 Quando quelli l'intendono, si meravigliano
 delle parole che disse Varocher.
15810Chi dunque vedesse quella gente montare,
 prendere armi e montare in destriero,
 e l'esercito di Carlo Magno venire assalito!
 Il re stesso quando volle montare
 dentro la stalla non trovò il suo destriero,
15815o degli altri che erano i più stimati.
 Dunque parla il duca Namo di Baviera:
 "Io ve lo dissi, nobile imperatore,
 che quelli di Magonza vi avrebbero ridotto male.
 Noi ne abbiamo guerra con padre e fratello.
15820Colui che è imperatore di Costantinopoli,
 sua figlia ci chiede, Biancofiore dal viso chiaro.
 Sapete come potreste fare?
 Noi la dovremo a caro comprare,
 in vita nostra non la dovremo dimenticare."
15825E disse Carlo: "Come possiamo fare,
 che pace e concordia possiamo trovare?"
 Disse Namo: "Sì grande è il pericolo,
 che buon consiglio io non so darvi."
 
 r. 445
 Come fu grande la battaglia.
 
 446
 L'imperatore a cui appartiene la Francia,
15830a gran meraviglia era dolente;
 aveva preso armi e corredo.
 E il duca Namo e tutta la sua gente,
 dall'altra parte s'armano allo stesso modo.
 Quelli dell'imperatore di Costantinopoli,
15835montano su destrieri agili e presti;
 grande fu il tumulto al principio.
 Chi dunque vedesse quei cavalieri valenti,
 ferire di lancia e spada tranciante!
 Quelli di Costantinopoli mica furono lenti;
15840e l'imperatore di Francia lo fu parimenti
 e il duca Namo e Oger il valente.
 Per la gran ressa vanno velocemente,
 un cavaliere ardito e possente
 (quello aveva nome Floriamont il prode,
15845uomo più valente non c'è nell'Oriente.
 Era nipote e parente prossimo
 dell'imperatore a cui appartiene Costantinopoli,
 e Biancofiore ama dolcemente)
 con furore si gettò nella mischia;
15850un Francese ferisce con tale foga,
 gli spezza lo scudo e gli fende l'usbergo.
 Nel cuore gli mise il gladio tranciante:
 morto l'abbatte, Carlo ne fu dolente,
 egli si chiamava suo prossimo parente.
 
 r. 446
 Come fu grande la mischia.
 
 447
15855A gran meraviglia fu Floriamont orgoglioso,
 forte a ardito e di malo ingengo,
 e molto sapeva come dare battaglia.
 Quando ha ucciso il cavaliere diabolico,
 disse alla sua gente: "Signori, che fate voi?
15860Perché ora non vendicate la bella Biancofiore,
 che Carlo Magno ha disonorato."
 E quelli lo fanno, quando sentono il conte;
 dunque udirete di colpi di grande suono,
 e quelli di Francia feriscono in battaglia.
15865Dunque vedrete una dolorosa battaglia:
 c'erano molti cavalieri dal capo biondo.
 Mal vide Carlo i traditori ignobili,
 in cui sempre ha riposto il suo amore.
 Costui fu quelli di Magonza e del suo parentado,
15870che sempre a Carlo fece onta e disonore.
 Ma Domineddio, il padre glorioso,
 gli fece grande onta e disonore
 e a mala morte condanna i suoi migliori.
 Il primo fu il conte don Gano,
15875che in Spagna tradì i dodici compagni,
 Rolando e Oliviero, Belençer e Ontos
 e i ventimila che uccise Marsilio.
 Ma per Macario venne tale tenzone,
 che Cristiano con Cristiano ebbe gran perdita,
15880che non fu riparata da uomo al mondo.
 
 r. 447
 Come il Danese si ferì con Floriamont in battaglia.
 
 448
 Grande fu la battaglia, fiero lo scontro;
 chi dunque vedesse quei cavalieri,
 che per giostrare vengono da Costantinopoli,
 con le spade ferire per fare a pezzi
15885e far uso di gran colpi per darle.
 A chi sferrano un colpo, non serve preghiera,
 che lui uccidono ed il destriero.
 Florimont giunse al culmine della battaglia:
 in mezzo alla via s'incontrò con Uger,
15890il buon Danese, che tanto si fa prode e fiero;
 entrambi si feriscono all'incontrarsi.
 Fendon gli scudi fino ai chiari usberghi,
 ma sono buoni, non si può falsare la maglia.
 Si rompono l'aste d'entrambi i cavalieri,
15895oltre li portano i destrieri che corrono.
 Successo questo, se ne tornano indietro
 l'uno contro l'altro, come cinghiali.
 E traggon la spada, che ha il pomo d'oro,
 e vanno a darsi gran colpi,
15900sopra l'elmo che ne vola via;
 quello non trincia, che Dio lo volle aiutare!
 Tutti gli scudi, anche quelli divisi in quattro
 fanno cadere e gettare a terra.
 Sì grande fu la battaglia d'entrambi i cavalieri,
15905non c'è uomo che la potrebbe raccontare.
 Ora uno dei due fu ucciso senza speranza,
 quando l'imperator Carlo Magno giunse
 e il duca Namo del ducato di Baviera.
 Dall'altra parte vennero altri cavalieri,
15910per Floriamont soccorrere ed aiutare.
 Li fa dunque separare entrambi;
 sì grande fu la battaglia e dura e feroce,
 non la si potrebbe dire o raccontare.
 E Biancofiore la regina dal viso chiaro,
15915era al padiglione di suo padre l'imperatore,
 e piange e piange e fa grande supplica.
 Quando lei vede uccidere i suoi cavalieri,
 di cui si fa chiamare regina,
 quando ella vide suo padre, così gli disse:
15920"Padre," fa lei, "molto grande è il pericolo,
 di questa gente che fate uccidere,
 e sono tutti miei amici e fratelli."
 "Figlia," fa lui, "non può che andare così.
 Questo fu fatto a onta dell'imperatore,
15925cui prima io vi diedi in sposa.
 Non vi dovete preoccupare di questo,
 quando vi fece vilmente insultare,
 quando vi spodestò dalla Francia,
 già non posso obliare quel fatto."
 
 r. 448
 Come l'imperatore parlava a sua figlia.
 
 449
15930"Figlia," il re disse, " non dimenticare:
 ché il re di Francia ha fatto tale stoltezza,
 che vi ha cacciata per la landa desolata,
 come voi foste stata sua amante.
 Non lo posso dimenticare per il resto della vita."
15935Disse la dama: "Non vi lascerò dire,
 padre," fa lei, "egli mica non sa,
 che io sono sotto la vostra custodia.
 Se lui lo sapesse, forse sarebbe pentito
 di quello che ha fatto in vita sua,
15940e a voi chiederebbe perdono e mercé."
 Disse il re: "Questo non voglio mica,
 se prima non avrò ottenuto vendetta."
 E la dama l'ascolta, non sa che dire.
 
 r. 449
 Come Varocher menava due cavali al re.
 
 450
 Nel mentre tenevan tenzone,
15945frattanto venne Varocher a cavallo
 e due destrieri d'Aragona menava,
 dei migliori che aveva il re Carlone.
 Quando vide l'imperatore, disse il suo pensiero:
 "Mio sire," fa lui, "di questi vi faccio dono.
15950Fui alla tenda di Carlo e Namone,
 non son cavaliere, anzi sono un poltrone;
 ma se vi piace cingermi al fianco,
 il brando d'acciaio, ché mi si chiami in nome vostro,
 cavaliere addobbato son come gli altri,
15955darò battaglia come i campioni migliori,
 che ci siano nell'esercito dell'imperatore Carlone."
 Disse l'imperatore: "E noi lo concediamo."
 Disse la regina: "Ben avete ragione;
 uomo più leale non c'è nel mondo intero.
15960Quando ripenso alla sua casa,
 che per me lasciò sua moglie e i suoi figli,
 e mi scortò come uomo giusto e leale
 fino in Ungheria, per mia protezione."
 Disse l'imperatore: "E noi ben lo sappiamo.
15965Non deve mancare che n'abbia il guiderdone."
 Fa dunque appellare i suoi duchi e baroni,
 e la regina dal viso chiaro
 non volle fare lungo ritardo;
 molto riccamente con altre dame che c'erano,
15970Varocher fa spogliare completamente,
 poi lo fa rivestire con un ricco mantello.
 Quando ha ciò fatto l'imperator Cleramon,
 al fianco così gli cinse il brando.
 E il duca sì gli calzò gli speroni
15975e Varocher giura per san Simone,
 che mal compagno sarà per il re Carlo.
 
 r. 450
 Come Varocher fu fatto cavaliere.
 
 451
 Quando Varocher fu fatto cavaliere,
 che soleva vivere nei boschi e lungo i fiumi,
 quando s'è cinto il brando d'acciaio,
15980con gran meraviglia si fa apprezzare.
 E la regina che aveva il viso chiaro,
 un usbergo dalla doppia maglia gli donò,
 e un buon elmo dal cerchio dorato.
 Quando Varocher si vide così equipaggiato,
15985egli salì sopra un destriero che corre
 e prese un'asta col ferro d'acciaio
 ed uno scudo in chiaro avorio.
 Chi lo vedesse correre e volgere in fuga,
 non sembrerebbe mica un poltrone:
15990un nobile cavaliere sembrava.
 Dissero l'un l'altro: "Vedete Varocher,
 come sa ben girare il destriero!
 A gran meraviglia sembra un buon guerriero."
 Mille di quelli che voglion guadagnare,
15995si vanno a lui ad accostare,
 che giuran che non mancheranno.
 E Varocher li prese volentieri;
 Disse Varocher: "Non voglio celare,
 quelli che verranno con me in valorosa battaglia,
16000del guadagno non gli chiedo un denaro.
 Ma dovrete essere prodi e fieri,
 che condurre vi dovrò in tal luogo,
 ove noi troveremo tante armi e destrieri
 e tanti averi d'oro e di chiaro argento,
16005ciascuno ne avrà di più di quanti saprà domandare."
 Quando quelli l'intendono parlare,
 ciascuno lo va profondamente a riverire.
 Disse Varocher: "Ora andate a riposare,
 e al mattino prima dell'alba chiara,
16010noi dovremo insieme cavalcare."
 E quelli lo fanno, senza certo tardare.
 
 r. 451
 Come Varocher ammassa la sua gente.
 
 452
 A gran meraviglia fu valente Varocher;
 non certo sembrava un poveraccio.
 E quando ebbe radunato la sua gente,
16015parla a gran voce davanti a testimoni:
 "Signori," fa lui, "ascoltate il mio desiderio;
 su una cosa voglio ammonirvi,
 che ciascuno di voi sia prode e valente.
 Se voi sarete arditi e saggi,
16020tanto avremo in oro e in argento,
 che tanto farete ricchi i vostri parenti.
 Verrete dopo di me, non andrete avanti:
 vi dovrò menare alla tenda del capo,
 di Carlo Magno, il ricco molto potente.
16025Là troveremo i buoni destrieri che corrono,
 i palafreni e muli che vanno all'ambio.
 Se ce ne sono, nessuno lo chieda."
 E quelli gli dicono: "Faremo come volete."
 E Varocher non certo indugiò:
16030quando egli montò sull'alfana,
 tutta la sua gente con lui parimenti,
 e cavalcano segreta e tranquillamente
 fuori dall'esercito senza noia e fastidio,
 non chiamano amico o parente.
16035E cavalcano dalla parte d'Oriente,
 per un cammino lungo un delcivio,
 presso Parigi lontani un arpento.
 Entran nell'esercito dell'imperatore di Francia:
 fino alla tenda non van tirando le redini,
16040e van gridando altamente ascoltando,
 come sentinella che va cercando il canto.
 I francesi li odono, non gli dicono niente,
 credon che sia veramente dei loro.
 E in quel modo vanno ancora avanti;
16045e nello stabile entrano dove sono le alfane.
 Ciascun prende quelle che gli vanno a genio
 e chi ha un cattivo cavallo, lo cambia.
 A Carlo Magno toglie la sua alfana,
 che lui cavalca in battaglia cantando,
16050e al duca Namo fece una simile cosa
 e agli altri che sono più avanti.
 Gli lasciarono quelli che non valgono niente
 e portano via quelli che sono buoni e grandi.
 Non se ne accorgono scudieri o sergenti;
16055e quando trovano i cavalieri che dormono,
 gli tolgon le armi e il corredo
 e le spade con tutto il vestimento;
 non gli lasciano oro fino né argento.
 Alla sera fu sì ricco e potente,
16060che all'indomani all'apparire dell'alba,
 non si trovò nemmeno una moneta:
 furon derubati d'argento e d'averi.
 
 r. 452
 Come Varocher ritorna.
 
 453
 Se ne torna Varocher quando ha rubato
 in tutta la tenda di Carlo l'imperatore,
16065e così ne mena il suo destriero che corre.
 E in cambio il suo gli aveva lasciato
 e poi prima che si allontanasse,
 tutte le coppe che aveva Salomé,
 e l'argenteria da gran nobiltà,
16070tutta quanta la portò via,
 l'armatura con il brando affilato.
 Non se ne accorse uomo nato da madre
 di quella cosa non se ne avvide nessuno;
 non si credeva che un ladro fosse entrato là dentro,
16075per la paura di finire impiccato.
 Varocher con tutta la sua masnada
 se ne tornò, tutti allegri e felici,
 al loro esercito prima che il giorno schiarisse.
 Quando vennero sì ben equipaggiati,
16080che erano tutti carchi d'averi,
 e menando i destrieri veloci,
 dissero l'un l'altro: "Ove sono andati costoro,
 che tanti averi han guadagnato?"
 Disse Varocher: "Ora non meravigliatevi;
16085che da tal luogo li abbiamo portati,
 là dove l'altro ne aveva in grande abbondanza."
 Dissero l'un l'altro: "Non starò dietro."
 Più di due mila gli sono giurati,
 con Varocher andare celatamente.
16090E Varocher non li ha rifiutati:
 è andato davanti al suo sire,
 il buon cavallo di Carlo l'imperatore
 per prima cosa lui gli donò,
 e degli averi che han guadagnato,
16095quella che fu la parte che gli toccò,
 li ha donati alla regina,
 e a Langlois, il suo piccolo erede.
 E Biancofiore ne ebbe da piangere,
 quando i suoi averi vide sì malridotti,
16100e a tale gente li vuol dispensare,
 che certo con fatica non li aveva guadagnati.
 E Carlo Magno per tempo si alzò;
 vide dalla sua camera gli averi sottratti
 e il suo cavallo era portato via:
16105quando ciò vide, molto se ne meravigliò.
 Namo appella del ducato di Baviera:
 "Namo," fa lui, "chi ha fatto questo?"
 "Mio sire," fa lui, "ora non doletevi.
 Se voi avete perduto, niente ho guadagnato,
16110che il mio cavallo m'è stato portato via."
 E quello ne rise, quando ebbe ben cercato
 che non trovò i brandi affilati,
 né gli usberghi, né gli scudi a strisce ornati,
 che Varocher via li aveva portati
16115con la sua masnada pian piano di nascosto.
 Il re non pensava che fosse andata così;
 anzi credeva che fossero certi della sua parte,
 per cui più di mille ne fece prendere e legare.
 
 r. 453
 Come l'imperatore fece chiamare la sua gente.
 
 454
 Varocher se ne ritorna con i suoi compagni;
16120aveva portato gli averi dell'imperatore Carlone
 e ne portava il suo destriero aragonese,
 per cui fu in grande sospetto.
 E l'imperatore di Costantinopoli non fece indugio;
 egli fa montare i suoi cavalieri baroni
16125e prendere armi e montare a cavallo,
 per assalire l'imperatore Carlone.
 E furono XXX mila che furono in aricone
 e questi cavalcano senza noia e battaglia.
 Biancofiore, la regina dal viso chiaro,
16130rimase piangendo al padiglione.
 Era dolente per l'imperatore Carlone
 e di suo padre, che aveva tenzone con lui.
 E quelli cavalcan a forza e sfrenatamente
 assoliron l'esercito, che gli piaccia o meno.
16135Grande fu la mischia quando levarono il grido;
 e Carlo Magno e il duca Namone
 Bernardo da Mondidier e il duca Sansone
 e Ysoler e il duca Folcon
 prendon le armi, montano a cavallo,
16140l'orifiamma dispiegano in alto.
 Gli uni con gli altri si feriscono selvaggiamente:
 non ci fu, né vegliardo o ragazzo,
 che non avesse drappo vermiglio insanguinato.
 Grande fu il tumulto, la tenzone e le grida
16145e il pericolo, che piaccia o meno.
 E son tutti cristiani che credon in Dio!
 Cattiva fu quella l'ora e il momento,
 che Macario nacque nel mondo,
 che per opera sua e sua volontà,
16150se ne moriron per gran distruzione
 mille e più che piaccia o meno.
 Donde Domineddio gli fece remissione
 dei suoi peccati che ha confessato.
 
 r. 454
 Come fu grande la battaglia.
 
 455
 Grande fu la battaglia, meravigliosa e fiera:
16155l'imperatore con gli altri, quando si va a scontrare.
 Dunque vedrete cadere quei cavalieri,
 l'uno sull'altro morto cadere e stramazzare.
 Davanti gli altri se ne va Varocher:
 ben era armato su un destriero che corre,
16160non certo sembrava quello che era prima,
 che nei boschi era solito abitare,
 che con l'asinello portava le some
 dentro il bosco per sostenere la sua vita,
 ed era vestito come accattone.
16165Ora se ne va sopra destriero che corre
 e bene armato come deve un cavaliere;
 se egli ha prodezza, non è da domandare.
 In mano tiene un asta di legno di melo
 e al collo uno scudo diviso in quattro.
16170Mai Rolando o il duca Oliviero,
 tanto si fecero per prodezza apprezzare
 come fa per il campo Varocher.
 In mezzo alla via, a lato di un sentiero,
 s'incontrò col duca di Baviera.
16175Con gran sforzo lo ferì Varocher;
 lo scudo gli spezza, non gli valse un denaro:
 l'usbergo fu buono, non lo può danneggiare.
 Sì gran colpo gli donò Varocher
 che sull'arcione quello didietro
16180fa il duca Namo tutto quanto piegare,
 ma non lo può far cadere da cavallo.
 "Santa Maria," disse Namo di Baveira,
 "Costui non è uomo, anzi è certo demonio!
 Mai tal colpo ebbi da cavaliere."
16185Lui tiene la spada e si vorrà vendicare;
 Varocher, quando lo vede, non lo volle aspettare:
 ben lo capisce, che non è baccelliere.
 Il suo cavallo ritorna, lascia star Namo.
 Eccovi intanto Carlo Magno l'imperatore:
16190disse il duca Namo: "Vedete quel demonio?
 Il diavolo certo lo ha generato.
 Tal colpo mi donò col brando d'acciaio
 sopra il mio elmo che mi fece cadere,
 dall'arcione che è dietro la sella,
16195Dio mi protegga, nella carne non mi colpisca."
 Disse l'imperatore: "Di lui mi posso biasimare.
 E credo per vero, e ho quella certezza,
 che quello è il malvagio furfante
 che l'altro giorno rubò il mio destriero.
16200Assomiglia al mio nel vederlo cavalcare,
 ma se a lui mi posso avvicinare,
 a caro gli venderò il mio brando d'acciaio!"
 E Varocher non cura del suo disputare,
 sempre va avanti e indietro.
16205In mezzo la via, vicino a un sentiero,
 ho incontrato Bernardo da Mondidier.
 Gran colpo gli dà col brando d'acciaio,
 sull'elmo che era chiaro e lucente,
 di quello non trancia davvero per poco.
16210Sì gran colpo gli diede Varocher,
 che dal destriero che corre lo butta giù.
 Che voglia o no lo ha per prigioniero,
 lo porta via senza noia o fastidio,
 fino alla tenda del suo imperatore.
16215Rivolse lo sguardo a Biancofiore,
 e quando la dama lo conosce dal viso,
 ben riconosce che è suo cavaliere.
 Immantinente lo fa disarmare,
 e poi lo fa vestire e preparare
16220con ricchi vestiti, di pallio e di zèndalo.
 E Bernardo cominciò a guardare la dama:
 quando la riconosce, che la può ravvisare,
 non fu sì allegro per tutto l'oro della Baviera.
 Si va a inginocchiare davanti a lei
16225e Biancofiore lo fa su levare,
 e vicino a lui lo fa sedere
 e con cura cominciò a domandare
 come vive Carlo Magno l'imperatore.
 "Dama," fa lui, "è in pensiero per voi;
16230di voi non ha più alcuna speranza.
 Crede che siate morta, senza scampo."
 
 r. 455
 Come Bernardo parla alla dama.
 
 456
 Bernardo parla, che aveva gran gioia,
 per la regina dalla cera ridente;
 pur gli si donasse tutto l'oro d'oriente,
16235lui non sarebbe sì allegro e gioioso.
 "Dama," fa lui, "molto mi meraviglio,
 come sopportare possiate tutto questo.
 Quelli che muoiono son vostri parenti:
 Se Dio non fosse stato a mia difesa,
16240ucciso m'avrebbe la spada di quell'accatone."
 Disse Biancofiore: "Egli è prode e valente,
 non c'è in questo mondo nessun uomo vivente,
 che al mio signore abbia tanto servito.
 Quando fu ucciso il ragazzo Albaris,
16245che Macario uccise, il traditor seduttore,
 per mezzo il bosco errando me ne fuggii.
 E per primo ho trovato Varocher,
 per me lasciò sua moglie e i suoi figli.
 Mai da me egli si separò
16250tanto fu leale e ben riconoscente,
 per me sopportò gran pene e tormenti.
 Quando la prima volta lo trovai nel bosco,
 non aveva né armi o corredo,
 anzi viveva qual poveraccio.
16255Tutto il tempo stava nel bosco
 e legna faceva per nutrire i suoi bambini."
 Disse Bernardo: "Ha mutato sembiante,
 non porta corredo miglior cavaliere.
 Ora a Dio piacesse, il padre di misericordia,
16260che questa novella spesse il re della Francia,
 che voi siete viva, e allegra e gioiosa,
 non sarebbe sì allegro in tutta la sua vita."
 Disse la regina: "Ora nel frattempo lasciate,
 ch'egli si penta dell'opera davanti a testimoni.
16265Mi volle giudicare a torto villanamente;
 e mi scacciò cattiva e poveramente,
 andando mendicando per le terre altrui,
 tutta sola soletta con uno della sua gente.
 Tuttavia, son grama e dolente,
16270che la sua gente non ne ha alcun fastidio.
 Mio padre lo fa, e non altro uomo vivente,
 per vendicarsi dell'opera nota,
 che egli mi fece villanamente."
 E Varocher intanto se ne ritorna:
16275lascia la dama e Bernardo insieme,
 se ne va alla piena battaglia.
 
 r. 456
 Come fu grande la battaglia.
 
 457
 Grande fu la battaglia, forte e violenta,
 l'imperatore all'altro mostra la sua podestà,
 per cui il duca Namo ne fu gramo ed irato,
16280per Bernardo, che fu preso, e afflitto.
  E Carlo Magno tanto andò avanti,
 che s'incontrò con l'altro imperatore.
 Con Carlo c'erano Namo e Salatré.
 Il prode Morando e il conte Salatré,
16285ciascuno teneva in mano il buon brando vergato
 su quelli di Costantinopoli menvan gran crudeltà.
 Ora fu l'imperatore vile chiamato,
 quando gli donò soccorso il re d'Ungheria,
 con X mila Ungheresi del suo paese.
16290E non si tenne indietro Varocher:
 D'entrambe le parti fu sì grande la mischia,
 dire non si potrebbe per carta o per breve.
 Tutto quel giorno, finché non suonò il vespro,
 d'entrambe le parti durò.
16295Quando Carlo Magno gridò,
 l'imperatore di Costantinopoli domandò
 e quello a lui venne tutto armato
 per parlargli, ciascuno si fece indietro.
 "Sire, imperatore," ciò disse il nobile Carlo,
16300"di una cosa molto mi sono meravigliato:
 che avete sofferto e sopportato,
 di venire in Francia ad assediare la mia città.
 Per vostra figlia sono gramo ed irato:
 s'ella è morta ne ho preso vendetta,
16305del traditor che me l'ha accusata.
 Ma se tuttavia volete vendetta,
 io la farò a vostra volontà,
 in oro e in averi e in moneta sonante."
 E quello gli disse: "Male fu pensata,
16310quando per mia figlia il fuoco fu acceso.
 Non ci fosse stato l'abate da cui fu confessata,
 che di lei sa tutta la verità,
 e che incinta era d'un erede e d'un figlio,
 subito sarebbe stata bruciata.
16315Per lei non ci fu né mercé ne pietà
 e poi fu dalla Francia sbandita.
 A un solo cavaliere fu affidata,
 che per Macario fu morto e ferito.
 Questo contrasto non troverà pace,
16320se con battaglia non troverà fine:
 un cavaliere contro l'altro in battaglia campale."
 E disse Carlo: "E così sia.
 Voi rimarrete e io tornerò indietro.
 Al mattino quando l'alba si alzerà,
16325uno dei vostri cavalieri sarà addobbato,
 e uno dei miei lo sarà dall'altro lato.
 Se il mio sarà ucciso e vinto,
 mi dovrò piegare alla vostra volontà.
 Di vostra figlia tal vendetta ne prenderete,
16330come a voi sembrerà meglio.
 E se il vostro sarà ucciso e vinto,
 di buon volere tornerete indietro,
 e sarà fra noi pace e buone intenzioni."
 E quello gli disse: "E così sia."
16335Dunque Carlo Magno profondamente lo riverì.
 Ciascuno di loro era molto onorato,
 se ne torna indietro e fu allontanato l'esercito.
 E Carlo Magno ha Namo chiamato
 e il Danese e molti altri.
16340Gli disse e raccontò tutto l'affare,
 della battaglia come era decisa;
 ciascuno la gradì e l'approvò.
 E il Danese per primo si vantò
 che darà battaglia se piace al re.
16345Subito ne fu preso consiglio,
 subito il re gli ha il guanto donato.
 Dall'altra parte fu l'altro ammirato,
 che di Costantinopoli è imperatore chiamato.
 Disse alla sua gente ciò che aveva deciso,
16350con Carlo Magno, il re della Cristianità;
 la battaglia era al prato fra due soli,
 "Chi ci andrà?" il re aveva parlato.
 Ciascuno grida: "Varocher il capo!"
 E quello risponde: "E così sia."
16355Gran gioia aveano il re e i baroni;
 alla regina fu raccontata la nuova,
 che Varocher aveva ingaggiato battaglia,
 contro il Danese aveva il guanto pigliato.
 Quando lo seppe, ella fu pensierosa,
16360che ella ben sa tutta la verità,
 che nella Cristianità, in passato e futuro,
 miglior cavaliere non si potrebbe trovare
 del Danese e di lui più potente.
 Sappiate per vero, senza alcuna falsità,
16365che Varocher aveva amato lealmente.
 Aveva per parlargli un messo mandato
 e quello venne non l'aveva contrastata.
 
 r. 457
 Come la Regina chiamò Varocher.
 
 458
 Quando Varocher venne alla regina,
 la gentil dama cominciò a dirgli:
16370"Varocher," lei disse, "voi siete un pazzo,
 quando contro il mio volere scendete in battaglia.
 Non conoscete mica il nome del cavaliere,
 chi cercasse per intero in tutta la Francia,
 non ne troverebbe più orgoglioso e più fiero,
16375come il Danese che Ogier si chiama.
 Miglior cavaliere non si potrebbe trovare,
 né che il re più ami e tenga a caro."
 Disse Varocher: "Non lo stimo un quartarolo,
 e di una cosa vi voglio pregare:
16380se voi mi amate, e un poco mi avete a caro,
 che voi abbandoniate quel pensiero.
 Se fossero vivi Rolando e Oliviero,
 non lo temerebbero certo per nulla."
 Disse Bernardo, che era prigioniero:
16385"Dama," fa lui, "egli è nobile e prode;
 mai tal colpo io ebbi da cavaliere.
 Ma di una cosa io voglio pregarvi;
 che con buone armi lo facciate adobbare,
 che il Danese che si chiama Ogier,
16390ha una spada che trancia facilmente.
 Curtana la chiamano Alemagna e Baviera:
 trancia più crudelmente il rosso acciaio,
 che la falce l'erba del prato."
 Disse la regina: "Io l'ho certo in mente."
16395Disse Varocher: "Pensate a compierlo,
 che per prima cosa voglio scendere in campo."
 Disse Bernardo, il sire di Mondidier:
 "Sire Varocher, voi avete buoni pensieri.
 Non voglio l'opera sì forte spronare,
16400che la si creda già bella e fatta,
 che alla fine la si debba a caro comprare.
 Mal conoscete il Danese Ogier:
 in tutto il mondo, da Est a Ovest,
 in Paganìa e in terre cristiane,
16405non si potrebbe trovare miglior cavaliere."
 Disse Varocher: "Ben l'ho sentito nominare,
 ma tuttavia, non lo temo un quartarolo.
 E una cosa vi voglio promettere,
 poiché il mio sire il corredo mi donò,
16410io divento sì orgoglioso e fiero,
 quando del bosco mi vien di ricordare
 che sulla schiena portavo un tal peso,
 come farebbe un destriero che corre
 di mai più ritornare a quel mestiere,
16415sappiate per vero, se Dio mi vuole aiutare,
 di tornare ai boschi, io non faccio pensiero.
 Ero solito andare vestito con panni da vagabondo
 e in mano portavo un bastone di melo.
 E ora così sono vestito a modo di cavaliere
16420e al mio fianco il brando forbito d'acciaio.
 Quando ciò vedo, nel cuore sono sì fiero,
 che più non temo uomo nato da madre.
 Ero solito abitare con bestie avversarie,
 ora sto in camera da imperatore
16425e quando voglio sono suo ciambellano."
 Disse la regina: "Hai molta buona speranza.
 Non so che dire, né che risponderti,
 sei tanto saggio e retto nel parlare,
 le tue parole non voglio biasimare.
16430Me sempre, avrò a pregare per te
 Gesù glorioso, il vero giudice,
 che dalla battaglia ti lasci ritornare
 e sano e salvo dal duca Oger,"
 Disse Varocher: "Ora basta parlare,
16435e fatemi portare le armi."
 Disse la regina: "Con piacere e volentieri."
 
 r. 458
 Come la regina fa armare Varocher.
 
 459
 Biancofiore la regina dal viso chiaro,
 aveva gran timore per Varocher,
 armi gli fa portare, le migliori del mondo,
16440e quello vestì l'usbergo fiammeggiante.
 Mise i gambali e calzò gli speroni
 e poi cinse il brando al fianco.
 Un elmo ha legato, che fu del re Faraon:
 mai ci fu spada che lo sfregi in minima parte.
16445Montò su cavallo aragonse che corre
 e la regina dal viso chiaro
 gli fa portare uno scudo rotondo.
 Se lo mise al collo Varocher, il valente
 e poi prese un'asta con il pennone.
16450Sulla cima il ferro trinciante;
 "Dama," disse Varocher, "vado con Dio."
 Disse la regina: "Con la mia benedizione."
 E Varocher sferza il cavallo
 e venne all'imperatore senza difficoltà.
16455"Sire, imperatore, vado al campione,
 per finir la battaglia, se vincer la potremo."
 Disse l'imperatore: "Sia come vuol Dio;
 se Dio mi dona di fare da là ritorno,
 tanto vi donerò in oro fino e monete
16460e buona terra con torre e castello,
 che per tutta la vita sarete un uomo ricco."
 Disse Varocher: "E noi li prenderemo
 e vi faremo omaggio come è giusto che sia."
 Il re lo segna, gli dà la benedizione,
16465e quello se ne va, spronando con gli speroni.
 Si sente più feroce di leopardo o leone;
 tanto cavalca, non fa alcuna sosta,
 venne alla tenda dell'imperatore Carlone;
 ad alta voce così egli gridò:
16470"Sire, imperatore, di Francia e di Laon,
 dove avete il vostro campione?
 Vuole combattere? Ditemi sì o no."
 Carlo l'udì e il duca Namone;
 Disse l'uno all'altro: "Questo è un malo ragazzo;
16475non c'è miglior diavolo in questo mondo."
 Allora il Danese venne verso il padiglione,
 di Varocher udì la tenzone.
 Quando l'udì, si ritenne un briccone;
 venne alla sua tenda, ove sono i suoi drudi.
16480Chiese le armi, le braccia si rivestì,
 il bianco suo usbergo, e calzò gli speroni.
 Cinse Curtana al fianco sinistro,
 allaccia l'elmo a guisa di barone,
 Monta a cavallo aragonse che corre,
16485lo scudo al collo, ove è dipinto lo scaglione.
 Un'asta prese con in cima il ferro,
 non disse parola, non fece altri discorsi,
 verso Varocher se ne va sferzando con gli speroni.
 Carlo lo vide, e disse a Namone:
16490"Vedete il Danese, con impeto se ne va!
 Ora sarà battaglia, che piaccia o meno."
 E disse Namo: "Dio ci conceda di vincerla,
 e mettesse accordo e pace,
 fra coloro che sono imparentati.
 
 r. 459
 Come il Danois chiamava Varocher.
 
 460
16495Quando il Danese giunse da Varocher,
 lo chiama e così lo interrogò:
 "Sire, cavaliere, vi fate gioco di me,
 quando prima di me siete venuto al campo.
 Volete contra di me mostrare la vostra virtù,
16500o chiamarvi vile verso di me?"
 Disse Varocher: "Avete perso il senno?
 Credete che sia qui venuto,
 per cantare e far qualche festa,
 e non per combattere a brandi sguainati?
16505Se tale sarete come è la vostra fama,
 già non sarete vile verso di me."
 Disse il Danese: "Bene vi ho intesto."
 Dal campo s'allontanano il getto d'un arco,
 l'uno contro l'altro pungono il destriero crinito,
16510e brandiscon la lancia dal ferro aguzzo.
 A vicenda si sono feriti;
 per intero spezzan gli scudi.
 il ferro trinciante nell'usbergo hanno messo;
 e quelli son buoni, da morte li hanno difesi.
16515L'asta è grossa, c'era il ferro trinciante,
 ambi i baroni sono di grande virtù,
 e sì grande forza ci hanno messo,
 che si sono inginocchiati i cavalli di entrambi.
 E quelli si attaccano che hanno grande virtù,
16520così che le aste sono andate in frantumi.
 Oltre se ne passa il buon cavallo crinito,
 né l'uno né l'altro ha perso alcun che.
 
 r. 460
 Come fu grande lo scontro tra i due campioni.
 
 461
 I cavalieri sono prodi e valenti,
 le alfane li portano oltre.
16525Né l'uno per l'altro si piega di un niente.
 Torna il destriero ciascun trae il brando,
 l'un verso l'altro come elefante.
 Ma si trae più avanti Varocher
 e ferisce Oger sopra l'elmo lucente.
16530Gran colpo gli dona, per nulla lo domina,
 che Domineddio gli era in difesa.
 La spada leva davanti alla scudo,
 tutto trincia quando quella ne prende.
 E dell'usbergo la correggia davanti.
16535"Santa Maria," disse Oger il valente,
 "Trincia facilmente con quella spada!
 Colui che gliel'ha donata, per nulla mia ama."
 Gran colpo gli dona sopra l'elmo lucente,
 verso Varocher con ira se ne va.
16540Non lo può trinciare in alcun modo,
 ché quell'elmo era forte e resistente.
 La spada leva e lo scudo prende con forza,
 con tutta la guiggia lo getta nel campo,
 e cento maglie dell'usbergo in avanti,
16545nell'erba del prato va la spada cadendo.
 Sì grande fu il colpo di Oger il valente,
 che sull'arcione davanti della sella,
 Varocher si va tutto quanto piegando.
 Per poco non cade in avanti,
16550invoca Dio, il padre onnipotente:
 "Santa Maria, regina di redenzione,
 siatemi oggi difesa da morte!"
 Disse Oger: "Mi riconosci?
 Arrenditi a me, non andare più oltre."
16555Disse Varocher: "Parlate di niente;
 ancora non sono né vinto né vile."
 A questa parola entrambi i combattenti
 si rivolgono ai brandi trincianti.
 L'uno l'altro non lo stima un quartarolo:
16560per ben ferire si fa avanti ciascuno.
 
 r. 461
 Come fu grande la battaglia.
 
 462
 A gran meraviglia furon prodi i cavalieri;
 l'uno l'altro non lo stima un quartarolo.
 Ai brandi d'acciaio si rivolgono entrambi;
 se l'uno è prode, agile è l'altro.
16565L'armatura tranne l'elmo d'acciaio
 sono trinciati fino alla carne chiara.
 "Santa Maria," disse il Danese Oger,
 "a gran meraviglia è fiero questo demonio!
 Mai non ho visto uomo così inferocito,
16570a gran meraviglia è prode cavaliere."
 Lo chiama e incomincia a parargli:
 "Sire, cavaliere," disse il Danese Oger,
 "nella corte del vostro imperatore
 con quale nome vi fate chiamare?"
16575E quello gli disse: "Ho nome Varocher;
 poco è il tempo dacché son cavaliere.
 Prima ero solito esser poltrone
 e abitar sempre nelle foreste.
 Per un servizio che resi all'imperatore,
16580egli mi ha donato armi e corredo
 e da poco mi ha fatto cavaliere.
 Di quella cosa che ora nasconde,
 se la sapesse Carlo Magno l'imperatore,
 non ti avrebbe qui mandato a giostare,
16585per uccidermi, confondermi e farmi morire.
 Anzi, mi avrebbe amato e tenuto caro."
 Disse il Danese: "Nobile cavaliere,
 se a voi piacesse quella cosa speigarmi
 e il fatto dire e palesare
16590e me e voi senza tumulto e tenzone
 e senza colpo ferire o farmi a pezzi
 io e voi ci potremmo accordare."
 Disse Varocher: "Mi posso fidare,
 che ciò che vi dirò, voi lo celerete,
16595e a nessuno lo direte o racconterete?"
 Disse il Danese: "Io ve lo giuro."
 Disse Varocher: "E io di meglio non chiedo.
 Vi racconterò il fatto per intero,
 sì come l'opera fu fatta dal principio.
16600Non vi ricordate del tempo passato,
 quando nel verziere fu ucciso Albaris,
 presso la fontana per condurre la dama,
 per cui Macario ne ha ricompensa?
 La dama se ne fuggì per il bosco duro e feroce
16605e l'incontrai al passo d'un poggio.
 S'affidò a me: io l'ebbi a scortare
 fino in Ungheria, qui la feci riposare,
 e alla casa d'un buon oste l'affidai;
 la prima notte che l'ebbe ad ospitare,
16610partorì un fantolino. Quando lo fece battezzare,
 il re d'Ungheria lo venne ad allevare:
 gli mise il suo nome, così si fa chiamare.
 Quando riconobbe la dama, molto l'ebbe a caro:
 grande onore le fece e mandò per suo padre.
16615E suo padre mandò per lei nobili cavalieri,
 a Costantinopoli se la fece menare.
 Per lei ha fatto radunare questo esercito,
 e ti posso per vero raccontare,
 che quella dama con il suo baccelliere,
16620è nell'esercito dell'imperatore suo padre.
 E chi la vuole, là la potrà trovare,
 e sana e salva senza nessun danno."
 Quando il Danese lo sentì parlare così
 e tali ragioni dire e spiegare,
16625se avesse in dono l'onor di Baviera,
 non sarebbe sì gioioso per nessun tesoro del mare.
 Egli si inchina verso Varocher,
 dentro il fodero mise il brando d'acciaio.
 "Varocher," disse , "molto vi ho a caro.
16630Non piaccia a Dio, il giudice vero,
 che contra di voi io voglia ancora giostrare.
 Caro vi avrò come se foste mio fratello,
 non avrò cosa, né averi o denari,
 voi con me ne sarete partecipe."
16635E Varocher lo cominciò a ringraziare.
 
 r. 462
 Come il Danese chiamava Varocher.
 
 463
 Quando il Danese ebbe udito la novella,
 a gran meraviglia gli parve bella.
 Della gioia che aveva, il cuor ne saltella,
 ringrazia Dio, e la Vergin pulzella.
16640Nel veder Varocher, dolcemente lo chiama:
 "Varocher," fa lui, "m'avete detto tal novella,
 mi è più cara che l'onor di Bordeaux,
 nell'amarvi tutto il cuor si rinnova.
 Me ne andrò a Carlo, che è signore di Bordeaux
16645dirò che mi avete vinto e abbattuto di sella."
 
 r. 463
 Come parla il Danese.
 
 464
 "Varocher," disse il Danese, "non vi sarà celato:
 queste cose che mi avete detto e contato,
 ho più gioia che se avessi guadagnato,
 esser signore della città di Roma,
16650per la regina che viva è stata trovata.
 A Carlo Magno tornerò indietro.
 Questa cosa non gli sarà raccontata,
 ma in altro momento gli sarà raccontata,
 per cui la pace sarà fatta da entrambi."
16655Disse Varocher: "Voi farete grande bontà.
 Ora andate e più non tardate."
 E il Danese prese congedo,
 da Varocher s'è partito e allontanato,
 all'esercito di Carlo egli fece ritorno.
16660E quando gli fu chiesto e domandato,
 della battaglia com'era andata,
 ello disse d'essere vinto e colpito
 e quando fu smontato da cavallo
 e delle sue armi egli fu disarmato,
16665ello venne davanti l'imperatore.
 "Buon re," fa lui, "voglio che sappiate:
 son combattuto e vinto e colpito,
 dal miglior cavaliere della Cristianità.
 Per cui vi prego, per giusta verità,
16670che voi trattiate pace e buona volontà
 con l'imperatore che è chiamato di Costantinopoli.
 E se lo fate, voi farete grande bontà."
 Disse Carlo Magno: "Ben mi piacerebbe,
 se in lui si trovasse pietà,
16675se di sua figlia che morta è stata trovata
 lui volentieri mi desse perdono."
 Disse il Danese: "Ora inviategli
 un vostro messaggero con bontà,
 che ben sappia parlare e chieder pietà."
16680Disse l'imperatore: "L'ho ben meditato.
 Chi ci andrà?" disse Carlo l'imperatore.
 Disse il Danese: "Io l'ho trovato:
 da un lato il duca Namo e io dall'altro."
 Disse l'imperatore: "E così sia,
16685già due migliori non ci son nella Cristianità."
 Dunque Namo così si preparò,
 con ricche vesti vestito ed adornato,
 E il Danese non ha dimenticato la cosa,
 che ben sapeva tutta la verità
16690sì come Varocher l'aveva raccontata
 e per questo motivo va allegro e gioioso.
 Entrambi partono, quando hanno preso congedo.
 Sono andati tanto per il cammino,
 il primo uomo che hanno trovato,
16695quello fu Varocher, come aveva ordinato
 con il Danese, quando da lui si separò.
 Quando lo vede, gran gioia ne sente,
 il duca Namo lo prese per mano
 e il Danese lo prese dall'altro lato;
16700davanti l'imperatore lo condusse.
 Il re li vide, per loro si alzò,
 Namo siede al suo lato destro.
 Dall'altra parte, dal lato sinistro,
 siede il Danese di buona volontà
16705e Varocher davanti i loro piedi.
 A lungo furon guardati dai baroni,
 furon lodati da buoni e da rei.
 
 r. 464
 Come Namo parla.
 
 465
 Namo parla subito per prima cosa:
 "Giusto imperatore," disse, "in fede mia.
16710Vi dirò il vero, a parer mio,
 non c'è niente in questo mondo,
 dopo che è fatto e va alla sua fine,
 niente può indietro tornare.
 Per cui vi prego, per Dio onnipotente,
16715che a Carlo Magno, che fu vostro parente,
 gli perdoniate di cuore sinceramente.
 E lui sarà al vostro comando,
 per obbedirvi e lui e la sua gente."
 Disse l'imperatore: "Voi parlate saggiamente.
16720Io voglio dirvi apertamente:
 subito quando mia figlia sposai,
 io non avevo amico o parente,
 come tanto amavo Carlo lealmente.
 Ora si è slealmente comportato con me,
16725con mia figlia si è comportato slealmente
 e la giudicava al fuoco ardente;
 a torto fu accusata, vilmente
 di quella cosa che era falsa,
 non posso tenermi dal non palesarlo.
16730Se Dio mi ama lealmente,
 di mia figlia vi dirò l'affare.
 Non è morta: anzi è viva e contenta.
 E se non credete a questo,
 allora subito il vero vedrete."
16735Allora disse a Varocher ridendo:
 "Varocher," disse, "siete sì saggio e valente.
 Andate a Biancofiore, non oltre indugiate,
 portatela davanti alla mia presenza,
 sicché Namo la veda insieme ad Oger."
16740Disse Varocher: "Parlate saggiamente."
 Egli si parte, sosta non fa;
 venne alla camera, dove era celata,
 con Bernardo sotto a sala pavimentata.
 Disse Varocher: "Dama, in fede mia,
16745io vi porto un nobile presente.
 Vostro padre v'invia senza indugio,
 a lui venite riccamente vestita,
 che di voi non si abbia vergogna,
 che voi non abbiate alcuna noia;
16750vi vuole vedere della gente Francese:
 Uger e Namo, che son vostri servitori."
 La dama l'ode, a Dio ne rende grazie;
 gran gioia ne ha, si vestì riccamente,
 a un filo d'oro i suoi capelli distende.
16755Lei con Bernardo subito partì,
 ed arrivò davanti alla tenda,
 davanti a suo padre ove Namo l'attende.
 Quando Namo la vide, il cuor lo sorprende;
 non potrebbe parlare per tutto l'oro d'Oriente.
 
 r. 465
 Come Namo parla alla regina.
 
 466
16760Gran gioia ne hanno i cavalieri,
 quando videro la regina dal viso chiaro.
 Si partano da davanti l'imperatore;
 ove videro la regina, si vanno a inginocchiare,
 e gentilmente la vanno a salutare.
16765"Dama," disse Namo, "se osassi parlare,
 vi direi un po' del mio pensiero,
 che l'imperatore il quale è vostro padre,
 uomo più saggio non si potrebbe trovare.
 Quando ha saputo condurre così la faccenda,
16770se gli piace e lo vuole autorizzare,
 quel che dirò non lo voglia rifiutare.
 Fra lui e Carlo, voglio mettere pace
 e voi, regina, se la cosa v'aggrada,
 tornerete a guardare il vostro reame.
16775A voi si inchinerebbe Alemagna e Baviera
 e tutta la gente che è sotto l'imperatore."
 Disse la regina: "Non mi posso consolare,
 quando mi ricordo del giorno,
 che sì vilmente lui mi fece menare;
16780e quando vidi accendere il fuoco
 dove dentro mi voleva gettare.
 Se ebbi paura, non è da domandare:
 quando il buon abate mi confessò,
 da quella pena egli mi assolse,
16785quando il mio signore mi fece menare via
 da Albaris, il nobile e cortese.
 Dal traditore che gli venne dietro,
 per onire e svergognare il mio cuore,
 per difendermi, lo vidi morto cadere.
16790E quando ciò vidi, mi andai a ficcare
 nel gran bosco per salvar la mia vita.
 Molto quel furfante mi andava cercando,
 non poté trovarmi, indietro se ne tornò.
 Non vedete voi costui Varocher?
16795Lo dovete amare straordinariamente,
 sopra tutto amare e tenere a caro!
 Per me lasciò e figlio e mogliere,
 né da me separare si volle.
 Prima a guardarsi era un poveraccio,
16800ma ora ha lasciato quel modo,
 da quando mio padre lo fece cavaliere:
 sempre più si è fatto apprezzare."
 Disse il Danese: "Non ha pari al mondo,
 per ben ferire e gran colpi scagliare,
16805migliore di lui non si potrebbe trovare."
 
 r. 466
 Come la regina parla al cavaliere.
 
 467
 "Signore," disse la regina, "ascoltate il mio talento.
 Di ciò che dirò, sappiate per vero,
 in mio padre pari è l'accordo,
 e quello può fare di me a suo talento.
16810Egli mi ha nutrito, me e il mio bambino,
 dopo che da Francia ho fatto partenza.
 Se lui l'autorizza, io sarò molto contenta."
 Disse il duca Namo: "Parlate saggiamente."
 All'imperatore egli si va ad inchinare:
16815"Sire, imperatore," disse Namo il valente,
 "Per Dio vi prego, che nacque in Betlemme,
 che con Carlo facciate un accordo.
 La sua dama rendetegli, che è cosa giusta,
 che dividerli non può uomo mortale."
16820Disse l'imperatore: "Parlate saggiamente.
 Ma una cosa sappiate per vero:
 che per poco io non mi pento,
 quando mi ricordo della grande ingiuria,
 che a mia figlia fece malvagiamente,
16825e ben sapete se mento o dico il vero.
 Ma tuttavia, vi dono il guanto,
 che di tutto questo facciate a vostro piacere."
 Quando il barone ode la cosa,
 lo ringrazia, l'inchina profondamente,
16830e lo ringrazia bene e dolcemente.
 Se la regina ha gioia, nessuno lo chieda;
 al duca Namo lei dice ridendo:
 "Namo," fa lei, "se vivo a lungo,
 da quella pace aspettatene gran ricompensa.
16835Ma se vi piace, prendete il mio fantolino:
 conducetelo a suo padre per prima cosa;
 che lui lo veda, che mai gli fu davanti."
 "Dio," disse Uger, "molto è ricca la ricompensa."
 Dunque la dama oltre non indugiò,
16840quando vide suo figlio, per mano lo prese,
 a Namo lo affida, bene e gentilmente.
 E prende congedo dal re e dalla sua gente,
 e conduce Varocher col bambino.
 Non si fidava che di lui e di nessun altro,
16845dacché fu nato e lo nutrì ben e gentilmente.
 
 r. 467
 Come il messaggero se ne va all'esercito di Carlo.
 
 468
 Se ne va il messaggero, non fece indugio,
 e porta con lui il ragazzino
 e Varocher, il buono e il saggio.
 Quando s'avvicinano all'esercito di Carlo,
16850contro gli vennero cavalieri e pedoni,
 per udire novelle, se avranno la pace.
 Videro Varocher, e il piccolo ragazzo,
 che era più bello di quel che fu Assalonne:
 il capo biondo come penne di pavone;
16855mai non si vide più bel donzello.
 Quando furono davanti al re Carlone,
 il re li chiama e cominciò a domandare:
 "Ora ditemi, chi è quel ragazzo?
 L'avete trovato nel bosco o per via?
16860Mai nessuno vide più bel donzello."
 E disse Namo: "Quando saprete il suo nome,
 più l'amerete che gli occhi della faccia.
 Udite il miracolo di Dio, che tiene il trono."
 Il fantolino si stacca dalla braccia di Namo,
16865e venne a Carlo, e lo prese al mento:
 "Padre," fa lui, "ben conosco l'antifona
 di mia madre, di come se ne andò.
 Son figlio vostro per diritto di nascita
 e se non lo credete, ché siete in sospetto,
16870potete trovare il segno che ho
 sopra la spalla, la croce sulla destra."
 Il re l'ode e chiede a Namo:
 "Namo," fa lui, "che dice questo ragazzo?
 Niente posso sapere di lui.
16875Per quale ragione è con voi? Ditemi chi sia."
 E disse Namo: "Lo saprete per certo;
 una cosa vi dirò che ne avremo gran gioia
 tutta la corte, cavalieri e pedoni,
 mai in Francia tal gioia vedremo,
16880come voi avete da questo ragazzino."
 
 r. 468
 Come Namo parla.
 
 469
 "Sire, imperatore," disse Namo di Baviera,
 "vi dovrò raccontare una novella
 per cui molto vi avrete a meravigliare.
 Voi non vedete questo piccol baccelliere?
16885Per vero vi dico e ve lo posso giurare,
 che vostro figlio lo potete chiamare.
 Ho visto Biancofiore sua madre
 che era nella corte di suo padre.
 Non è certo morta, anzi è sana e in salute."
16890Quando questa novella udì l'imperatore,
 sopra ogni cosa se ne meravigliò.
 E disse a Namo: "Questo non posso permetterlo,
 ché se fosse viva, non potrebbe sopportare,
 di veder la sua gente uccisa e fatta a pezzi."
16895E disse Namo: "Ve lo posso giurare,
 che l'ho veduta e le ho parlato di nascosto.
 Fatta è la pace, se la volete concedere."
 Disse l'imperatore: "Troppo lungo è l'indugiare."
 Il re Carlo cominciò a guardare il bambino
16900e cominciò a chiedergli e domandare:
 "Bel figlio," fa lui, "qual è il nome di tua madre?
 E dimmi il nome di tuo padre."
 Disse il bambino: "Non ve lo celerò:
 Dama Biancofiore ho sentito nominare mia madre,
16905mio padre ha nome Carlo Magno, l'imperatore,
 come mia madre mi dice quando mi parla."
 Il re lo guarda e comincia a baciarlo.
 "Bel figlio," fa lui, "molto mi siete caro:
 dopo la mia morte re vi farete chiamare,
16910di Francia la bella, Normandia e Baviera."
 Or disse Namo: "Basta parlare,
 che ora bisogna pensare all'accordo,
 sicché abbiate condotta vostra moglie."
 Disse il re: "A voi venne quel pensiero,
16915di far la pace e la guerra lasciare."
 
 r. 469
 Come ancora parlava Namo.
 
 470
 "Sire, imperatore," disse il duca Namone,
 "con la regina sono stato a discutere,
 tutto mi ha detto della sua intenzione.
 Vuol fare un discorso, che piaccia o meno:
16920voi e l'altro imperatore sarete a un bolzone.
 L'accordo farete di buona voglia,
 prenderete la regina dal viso chiaro."
 Disse l'imperatore: "E così sia."
 Dunque Namo e Oger il barone
16925si partano senza noia e fastidio,
 all'esercito di Costantinopoli se ne vanno spediti.
 Quando vedono il re, cominciano a dirgli:
 "Sire, imperatore," ciò disse il duca Namone,
 "Salute vi manda l'imperatore Carlone,
16930che a voi vuol parlare di buona volontà.
 Se lui ha sbagliato, ne vuol fare ammenda:
 la sua dama ridategli, che è buono e giusto."
 E quello disse: "E così sia.
 Cosa che vi piace non può che essere fatta."
16935Dunque Namo per Carlone mandò Oger,
 che venga a lui per l'accordo,
 con l'imperatore di Costantinopoli.
 Quando il re Carlone udì la novella,
 giura per Dio, san Paolo e Simone,
16940che mai fu e sarà in questo mondo,
 in senno, sapere e buon ragionare,
 che possa somigliare a Namone.
 
 r. 470
 Come Carlo va all'esercito del re di Costantinopoli
 
 471
 Quando l'imperatore a cui appartiene la Francia
 vide il messaggero, molto fu allegro.
16945Dunque chiama i migliori fra la sua gente,
 ed era vestito con pallio d'Oriente
 e montò su palafreno che va all'ambio.
 All'esercito l'imperatore, a cui appartiene Costantinopoli,
 presto è venuto e velocemente.
16950Il re lo vide venire, non fece indugio:
 incontro gli va con più di cento della sua gente.
 L'un verso l'altro si mostra di bel sembiante
 sono contenti di fare pace tra loro.
 Venne frattanto la regina, che cominciò il discorso;
16955Carlo quando la vide, se ne rise gentilmente.
 Ed ella gli disse: "Gentil re possente,
 non voglio ricordare l'ira e il maltalento,
 da voi fui accusata a torto e villanamente.
 Macario di Losanna, il traditor seduttore,
16960mi volle onire a torto e falsamente;
 Albaris uccise con la spada trinciante,
 ne prendeste vendetta come dice tutta la gente.
 Io son vostra moglie, non ho altro signore:
 da parte mia è fatto l'accordo."
16965E disse Namo: "Voi parlate saggiamente,
 l'ira e il maltalento stimiamoli nulla."
 Il re li guarda, tutto il cuore ne batte;
 ora parlerà come uomo valente.
 "Sire, imperatore," disse Carlo il possente,
16970"Non voglio con voi discuter lungamente;
 se ho fatto qualcosa che vi ha dato fastidio,
 sono pronto a farne ammenda.
 Non so che dire: a voi e a Dio mi rendo,
 un tempo fui vostro parente.
16975Lo sarò ancora se la dama lo consente."
 Disse la regina: "Non fui mai così allegra.
 Ma una cosa voglio dirvi apertamente:
 di farne ancora, non vi venga più desiderio."
 
 r. 471
 Come Carlo ebbe accordo con l'imperatore.
 
 472
 Signore, ora ascoltate e siatene certi,
16980su tutti re principi e capi,
 Carlo Magno era il migliore.
 Mai non amò traditore o tiranno:
 amava giustizia, e il diritto leale.
 Fece l'accordo con l'imperatore;
16985tutto gli sia perdonato ira e maltalento.
 Grande fu la gioia, grande e meravigliosa,
 entrambi insieme entrarono a Parigi.
 E la regina dalla cera ridente,
 salì gioiosa al suo palazzo.
16990Grande fu la festa dentro a Parigi:
 dame e pulzelle se ne vanno ballando.
 Dura la festa oltre xv giorni,
 e l'imperatore che domina Costantinopoli
 domanda congedo all'imperatore dei Franchi
16995e il re d'Ungheria insieme con lui.
 Si partano baldi, allegri e gioiosi,
 e lasciano la regina dalla cera ridente
 con Carlo, il ricco potente.
 D'ora in poi la pace fu tanta,
17000non ci fu più lite o fastidio.
 
 r. 472
 Come se ne torna l'imperatore di Costantinopoli
 
 473
 L'imperatore tornò a Costantinopoli,
 con lui menò tutta la sua nobiltà.
 E Langlois, il buon re incoronato,
 in Ungheria se ne fece ritorno:
17005porta gran gioia a tutti quelli della contrada.
 Carlo rimase a Parigi, la sua città
 e la regina alla sua destra.
 Mai cosa portò gioia più grande,
 come la regina che fu viva trovata.
17010Io voglio che sappiate di Varocher
 da sua moglie non è ancora andato,
 né ancora ha visto figlio o erede,
 dacché da loro si fu separato,
 ed era così gran tempo passato.
17015Quando vide quell'opera andare così,
 e in pace la guerra finire,
 alla regina chiese congedo:
 "Dama," fa lui, "voi ben lo sapete,
 il giorno e il momento che io mi separai
17020da mia moglie e dai miei bambini,
 li lasciai in gran povertà.
 Ma grazia di Dio, e vostra bontà,
 ho molti averi e moneta sonante,
 e buoni cavalli palafreni e destrieri
17025così che sarò agiato in vita mia.
 Per cui vi prego, datemi congedo."
 Disse la regina: "Sono allegra e gioiosa."
 Gi dona una carretta d'averi.
 "Varocher", disse la dama, "andatevene ora.
17030Quando avrete narrato la vostra opera,
 verrete alla corte, che non sia dimenticata."
 Disse Varocher: "Io ben l'ho pensata."
 Con piccola masnada monta a cavallo,
 solo quattordici ne mena con sé.
17035Ben sa la via, che non l'ha dimenticata.
 Quando si avvicinò alla sua casa,
 in mezzo alla via i due figli trovò,
 che ben carchi di legna venivan dal bosco,
 così come sua padre aveva costume.
17040Varocher, quando li vide, gli prese pietà:
 a loro si avvicina, li colpisce alla schiena.
 Quando i figli si vedon così malmenati
 ciascuno di loro prese un grande bastone
 verso loro padre se ne vanno arrabbiati.
17045Certo l'avrebbero ferito, quando indietro si trasse
 e così gli disse: "Ancora avrete bontà.
 Figli miei," fa lui, "non mi conoscete?
 Son vostro padre che a voi sono tornato,
 e vi dono averi ammassati in gran quantità,
17050ricchi ne sarete in vita vostra,
 se buon destriero riposato cavalcherete:
 ciascun sarà cavaliere addobbato."
 E quando i figli lo hanno riconosciuto,
 potete immaginare, gran gioia ne mostrano.
 
 r. 473
 Come Varocher fa vestire la sua dama e i suoi figli.
 
 474
17055Quando Varocher entra nella sua casa,
 non trova ne pallio o drappo prezioso,
 né carne né vino, né carne né pesce.
 E sua moglie non aveva pelliccia:
 era malvestita come entrambi i ragazzi.
17060E Varocher non fece indugio:
 li vestì tutti con nobili mantelli,
 con tutte quelle cose che son per i valorosi,
 e li porta fuori dalla sua casa,
 e fa levare torri e palazzi.
17065Nella corte di Carlo fu tenuto campione.
 Da qui in avanti si rinnova la canzone.
 
 E Dio vi benedica, che soffriì la passione.
 Explicit liber Deo gracias amen amen.
 
 
 r. 382
 Coment Karlo tenoit grant / Corte entre Paris.
 
 383
 Gran cort manten Karlo l’inperaor,
 Entro Paris son palés maior.
13480Ilec estoit mant filz de valvasor,
 E manti dux, prinçes e contor,
 E le dux Naimes, so bon conseleor;
 Unqes el segle non estoit nul milor,
 Ne qe de foi tant amase son segnor,
13485Ne qe tanto durase e pena e dolor.
 Sor tot les autres estoit coreor,
 Unde da Deo el n’ave gran restor,
 Da Deo del celo, li maine Criator.
 Quatro filz oit de sa çentil uxor,
13490Qe fo di doçe pere e fo fin çostreor.
 En Roncival fo morti a dolor,
 Quando fo morto Rolant li contor,
 Por li malvés Gaino li traitor,
 Quant li traì a li rois almansor,
13495A li rois Marsilio, dont pois n’ave desenor,
 Dont fo çuçé a modo de traitor.
 
 r. 383
 Coment Macario volse vergoger Karlo.
 
 384
 Gran cort manten Karlo Man l’inperer,
 De gran baron, de conti e de prinçer;
 Mais sor toti fo dux Naimes de Baver,
13500E li Danois qe l’omo apela Oger.
 Tant avoit fato li traitor losençer,
 Con son avoir e besant e diner,
 Qe in la cort son amà e tenù çer,
 E con li rois vont a boir e a mançer.
13505E un li est de lor plu ançoner:
 Machario de Losane se fait apeler.
 Or entendés del traitor losençer,
 Como vose li rois onir e vergogner,
 E por forçe avoir sa muler.
13510Qe una festa del baron san Riçer,
 La çentil dame estoit en son verçer;
 Cun mante dame s’estoit a deporter,
 Si se fasoit davanti soi violer,>
 E una cançon e dir e çanter.
13515E Machario entrò in le verçer,
 Avec lui avoi manti çivaler.
 E començò la dama a donoier:
 “Dama,” fait il, “ben vos poés vanter
 Sor tot dames qe se poust trover,
13520Plus bela dama hon non poust reçater.
 E ben estoit un gran peçé morter,
 Quant un tel home v’oit a governer.
 Se moi e vos s’aumes a conpagner,
 Plus bela conpagne non se poust trover,
13525Por gran amor e strençer e baser.”
 La dama l’olde, si le prist a guarder,
 E en riando sì le prist a parler:
 “Ai, sire Machario, vu sìʼ e pro e ber;
 Queste parole qe vos oldo conter,
13530Eʼ so ben qe le dites por mon cors asaçer.”
 Dist Machario: “El vos fala li penser;
 El no è, dama, de ça ni de là da mer
 Qe sovra nos è digni de vos amer.
 E no è pena qe poese endurer,>
13535Q’eo non fese por vos cors deleter.”
 La dama l’olde q’el non dis por gaber,
 Ça oldirés como li responde arer:
 “Machario,” dist ela, “tu non sai mon penser.
 Avanti me lairoie tot le menbre couper,
13540E en un fois e arder e bruser,
 E in apreso la polvere aventer,
 Qe mais pensese mal de l’inperer.
 E se mais ver moi eʼ v’oldo sì parler,
 E dever moi tel rason conter,
13545A mon sire le dirò sença entarder.
 Malvasio hon, con l’olsas tu penser
 De ton segnor tel parole parler?
 S’elo’l soit, no t’en poroit guarenter
 Toto l’avoir qe se poust trover,
13550Q’elo no te faist a dos fors apiçer.
 Tosto da moi vos deça desevrer;
 E ben vos guardés de unchamais parler
 De ces paroles a moi derasner.”
 Machario l’olde, s’en pris a vergogner;
13555Da le se parte cun toto mal penser.
 
 r. 384
 Coment la rayne retorne dal çardin. / E coment oyt gran dollo.
 
 385
 Blançiflor la raine fu arere torné,
 Sor son palés s’en fo reparié;
 De dol e d’ire oit son cor abusmé.
 E Machario se ne fo travalé,
13560S’el no la oit a soa volunté,
 De soa vita non cura un pelo pelé.
 E die e noit par le stoit en pensé;
 Si se porpense por soa malvasité,
 Coment la poroit avoir ençegné.
13565U[n] nano estoit en la cort l’inperé;>
 Dal rois e da la raina estoit molto amé.
 Machario ven a lui, si l’oit aderasné:
 “Nan,” fait il, “en bon ora fusi né;
 Tanti te donarò de diner moené,
13570Qe richi faràʼ tuto ton parenté,
 Se tu faràʼ la moia volunté.”
 E cil le dist: “Ora sì comandé
 Ço qe vos plas: eʼ son aparilé.”
 Dist Machario: “Ces voio qe vu façé:
13575Quando a la raina vu serés acosté,
 Vu le dirés de moia belté,
 E s’ela faist la moia volunté,
 Plu bela conpagnia non seroit trové.”
 Dist li nan: “Ora plu non parlé.
13580Quando cun le eo serò acosté,
 Meio le dirò qe no m’avés conté.”
 Dist Machario: “In bona ora fust né;
 Tant avoir el te serà doné,
 Richo faràʼ tuto to parenté.”
13585Dist li nan: “De nian vos doté.”
 Da lu se parte, tuto çoiant e lé;
 E Machario fo a sa mason torné,
 Çoiant fo e baldo et alé.
 Et a la cort fo li nan alé.
 
 r. 385
 Coment li nain parole.>
 
 386
13590Or fu li nan retorneo arer;
 Tuto quel çorno non finé de penser,
 Coment doit a la raina parler.
 E Machario, quando li pò trover,
 El non cesa de lui adester,
13595Coment deça quel plaʼ finer.
 E una festa del baron san Riçer,
 La raina estoit desor un so soler
 Con altre dame por son cor deporter,
 Si se fasoit davant soi violer,
13600E mant se fasoit baler e caroer.
 Le malvas nan si le vait aprosmer,
 Apreso la raine si se vait acoster,>
 E in apreso soto so mantel colçer.
 Como estoit uso, la pris a donoier;
13605E la raine, qi non oit mal penser,
 Si le prist belemant careçer.
 Et elo la prist malament parler:
 “Dama,” fait il, “molto me poso merveler,
 Como vos poés Karlo Maino amer;
13610Por dame donoier el non val un diner.
 E vos estes tanto bele, e si avés le vis cler,
 Qe vestra belté no se poroit esmer.
 Se vu volés a mon conseil ovrer,
 Eʼ vos farò a tel homo acoster,
13615Plus bel çivaler no se poroit trover;
 E questo si è Macario, li ardì e li fer.
 Se vu e lu ve poisi aconter,
 Uncha de lui no ve porisi saoler,
 E ben vos porisi entro vos vanter,
13620Del plu bel dru qe se poust trover.”
 La dama l’olde, si’l prist a guarder:
 “Tasi, mato,” fait ela, “no me usar ste parler,
 Qe tosto le porisi cerament conprer.”
 “Dama,” fait il, “lasa ster quel penser.
13625Se so un baso Machario v’avese doner,
 Por nul homo no l’averisi cançer.”
 Tanto le dise li nan e davan e darer,
 Qe a la dama le prist sì noier,
 Q’ela pois le prist contra le son voler,
13630Q’elo no se pote da le defenser.
 Çoso de quel soler ela le fa verser,
 Si le fa malament trabuçer,
 Qe la testa li fa in plusor lois froser.
 “Vane,” dist la raina, “malvasio liçer!
13635E no cre qe un altra fois me vegni quest nonçer!”
 Quant le nan fo trabuçé çoso de li soler,
 Machario fo de sota, qʼera de mal penser,
 Le nan el prist, si se neʼl féʼ porter;>
 Por mires mandò, si le foit liger.
13640Plus de octo iorni stete, ne se pote lever,
 Donde la cort s’avoit a merveler;>
 Meesmo li rois li fasoit demander.
 E tuta ora Machario li avoit scuser,
 Qe caù ert a costé d’un piler;
13645Le çevo oit frosé ma tosto averà lever,
 Qe a la cort proà reparier.
 
 r. 386
 Coment li nan fu durés
 
 387
 Segnur, or entendés e siés certan,
 Qe la chaʼ de Magançe e darer e davan
 Maʼ non cesò de far risa e buban.
13650Senpre avoit guere cun Rainaldo da Mo[n]tealban,>
 E sì traì Oliver e Rolan,
 E li doçe pere e ses conpagna gran.
 Or de la raine vole far traiman;
 Par son voloir, elo non reman
13655Q’elo non onischa l’inperer Karlo Man.
 Oto iorni stete a lever cele nan,
 E quando fo levé, si se féʼ en avan.
 La testa oit enbindea stroitament d’un pan,
 Dont ne parlent le petit e li gran;
13660Meesmo li rois s’en rise planeman.
 E quello nan non fo mie enfant:
 A nula persona qe estoit vivan,
 De la raine el non dise nian.
 Cun le çivaler stete da çel ior en avan;
13665Plus da la raina el non vait davan,
 Por q’el conose sa ira e maltalan,
 Nen fo pais olso da le çire davan.
 E la raine le quer e si’l deman,
 E li nan fu saies si stoit pur da luntan;
13670Qi le donast tot l’avoir d’Orian,
 No li aliroit da cele ior en avan
 Plus a parler ne aler en ses man.
 E li malvas home qi sta senpre en torman,
 Senpre se porpense a far traiman.
13675Deo le confonde, le pere roiman,
 Por lui fo la raine meso in gran torman,
 Cun vos oldirés se serés atendan.
 
 r. 387
 Coment Macario conseia li na[n].>
 
 388
 Li mal Macario, li fel e’l seduant,
 Ven a li nan si le dist en oiant:
13680“Nan,” fait il, “de tois eʼ son dolant,
 Se tu ai eù onta ni engobramant.
 Ma se volisi ovrer a mon talant,
 De la raine prenderesemo vençamant;
 Arsa seroit a li fois ardant.”
13685Dist li nan: “Et altro non demant.
 Se eo de lei me veist vençamant,
 Sì çoiant non fu uncha a mon vivant.
 Quant me remenbre cun me çitò avant,
 Çoso de li soler oltra me maltalant.
13690De moi vençer aço molt gran talant.”
 Dist Machario: “Vu sìʼ pro e valant,
 Et eo vos donarò tant oro et arçant,
 Richi en serà tot li ves parant.
 Penseo m’ai tuto li traimant,
13695Como de le se vençaren al presant.”
 Dist li nan: “Dites le moi davant,
 Et eo li farò tuto li vestre comant.
 Mais de le parler, no me deisì niant,
 Qe plus la doto non faroie un serpant.”
13700Dist Macario: “Nu faron saçemant.
 Usança est de l’inperer di Frant,
 Çascuna noit, avanti l’aube aparisant,
 A le matin el se leva por tanp;>
 Quant el estoit çanté, si s’en torna eramant,
13705Entro son leito en la çanbra colçant.
 Se tu voʼ far vendete, fala ensemant:
 Sì saçement, qe nesun no te sant,
 Derer da l’uso t’alirà acovotant,
 Q’el no te veza nesun hon vivant.”
 
 r. 388
 De ço e meesme parole.>
 
 389
13710“Nan,” dist Machario, “se tu voʼ ben ovrer,
 De una colsa eo te voio conseler,
 Qe apreso la çanbre te diçi acovoter,
 Qe nul homo te posa veoir ni esguarder.
 Quando li rois si s’averoit lever,
13715Por aler al maitin a sa ora çanter,
 Demantenant tu t’averà lever;
 Davanti son leit tu t’averà despoiler,
 Apreso la raina tu t’averà colçer.
 Tu èʼ petit, si t’averà convoter;
13720Quando li rois reparirà darer,
 Entro lo leto el t’averà trover.
 Senpre de toi el averà mal sper;
 De toi ofendre li paroit vituper.
 El ne farà querir e demander;
13725E quando li rois te virà a demander,
 Tu dirà senpre, no te dicar doter,
 Qe la raina te g’à fato aler,
 Sovente fois et aler e torner.”
 Dist le nan: “Lasa a moi quel penser.
13730Meio le farò, ne’l saverés deviser.
 Se me veese de le pur vençer,
 Ça maior don nen voio ni non requer.”
 Dist Macario: “No t’estove doter;
 Apreso serò por ton cor defenser.”
13735Dist li nan: “Vu farés como ber.
 Or vos tasés e lasés moi ovrer,
 Qe ie so ben ço qe li ait mester.”
 Dist Machario: “Tu n’atendi bon loer,
 Ça de çes ovra no t’en porà blasmer.
13740Quando li rois t’en averà demander,
 Senpre dirà, e no t’averà doter,
 Qe sovente fois ela te gʼà fato aler.
 Unde li rois, s’el no se vorà vergogner,
 
13745Ad albespine elo la farà bruxer.”
 Dist le nan: “Et altro non requer.”
 Li nan remis al palés droiturer,
 E Macario s’en vait cun li altri çivaler,
 Entro sa çanbra a dormir et a polser.
13750E li mal nan s’en vait a covoter
 Derer da l’uso de la çanbra prinçer.
 E al maitin, quando li rois se vait lever,>
 Si como el prist l’uso a trapaser,
 E cil nan no se féʼ mie lanier;
13755Davanti le leito se vait a seter.
 El se despoile, si se pris a deschalçer;
 Desor la banca lasa so drape ester.
 Entro lo leto se vait a colçer.
 E la raine se dorme, qe non à mal penser,
13760Nen cuitoit mie ço qe le poust encontrer:>
 Da traitor nul homo se poit guarder.
 
 r. 389
 Coment li rois se leve.>
 
 390
 Li rois se leve quant le maitin fo soné,
 A sa çapela elo s’en fo alé;
 De nula ren non oit mal pensé.
13765E li mal nan fo en son leto colçé.
 E quant matin en fo dito e çanté,
 Arer s’en torne como estoit usé,
 E quant el fo en sa çanbra entré,
 Davant son leto el oit reguardé.
13770Vi sor la banche qui pani soso esté;
 Quando le vi, molto se n’è mervelé.
 E pois en le leto vide del nan le çé;
 Anq’el fust petit, groso l’oit e quaré.
 Quando le vi, tuto fo trapensé;
13775Ne le dise ren, tuto fo trapensé.
 Grant oit li dol, par poi non fo raçé.
 For de la çanbre, sença nul demoré,
 S’en fo ensù sor la sala pavé.
 Machario li trove, qe ça estoit levé,
13780Qe de quel ovra estoit ben doté.
 Di altri çivaler li furent plus de sé;
 Li rois li apelle, si le oit demandé:
 “Segnur,” fait il, “avec moi vené,
 Se le verés mon dol e ma ferté
13785Qe me fa Blançiflor, qe tant avoit amé,
 Qe por un nan ela m’à vergogné;
 Se non creés, venés si la veré.”
 Toti li ont en sa çanbra mené;
 Le nan el g’oit tot primeran mostré.
13790Quant cil le veent, molto se n’è mervelé
 E la raine si se fo resveilé.
 Quando vi qui baron, tota fo spaventé,
 De soi defendre nient en fust parlé.
 “Segnur,” dist li rois, “qe conseil me doné?”
13795Le primeran Machario oit parlé:
 “Bon rois,” fait il, “nen vos serà çelé:
 Se vu no la brusés, vu serés desoré,
 E nu con vos; vu serì vitoperé
 Da tot li mondo e davant e daré.”
13800Volez oir del traitor renoié?
 Le nan el oit querì e demandé:
 “Nan,” fait il, “dìʼ moʼ por ton verié,
 Con fos tu olso eser ça entro entré?
 Con le venis tu, e por qual volunté?”
13805“Mon segnor,” dist le nan, “eʼ voio qe vu saçé;
 Nen seroie mie in sta çanbra entré,
 Ne in ste leto non seroie colçé
 Se no le fose clamé et apelé
 Da la raine, por far sa volunté;
13810E una fois e ben quaranta sé.”
 Così dist li nan, con li fo ordené,
 Da Machario li falso renoié.
 Quel le destrue c’à li mondo en poesté!
 E l’inperer oit plevì e çuré,
13815Qe la raina serà arsa e brusé.
 De escuser soi, la raina non fo moto parlé;
 Tal vergogna oit, non oit le çevo levé.
 Ela se clama dolenta, malaguré.
 
 r. 390
 Coment fo presa la raina.
 
 391
 Quant la raina oit veçù quele ient,
13820E vi li rois de tanto maltalent;
 Machario vi apreso lui ensement,
 Qe l’acusa duro et asprament,
 Pur de bruser, e no d’altro torment.
 Donde fo presa da celle male ient;
13825En une part l’amene secretament,
 Li nan da une altre part da un pendent.
 Quela novele se sparse por la ient,
 Por meʼ Paris e darer e davent.
 Çascun la plure, de le furent dolent.
13830Por qe tanto estoit savia et avinent.
 Del so donava a la povera çent,
 A li poveri çivaler qi non avoit teniment;
 A ses muler dava le vestiment.
 Çascun pregava Deo dolçement,
13835Qe la guardase da così fer torment;
 Como estoit de lé fogo ardent,
 Meesmo l’inperer de le era dolent,
 Q’elo l’amava de fé e dolçement.
 Mais tanto temoit li blasmo de la ient,
13840Qe de le scanper el non pò far nient,
 Q’ela non mora a dol e a torment.
 E cil Macario cun tuti ses parent
 Encontra le senpre stava in atent,
 De condurle a le fogo ardent.
13845Conseil dona a li rois, spese fois e sovent,
 Qe de le faça tosto le çuçement:
 “E se no’l faites, saçé ad esient,
 Qe blasmé en serés entres tota la ient;
 Petit e grandi vos tirà por nient.”
 
 r. 391
 Coment Macario acusoit la raine.
 
 392
13850Quando li rois intende li baron,
 De sovra tot li parent Gainelon
 Qe contra la raine furent si enpron,
 De le oncir sença reençon,
 Le rois la plure et le duc Naimon.
13855Li enperé, quando vide la tençon,
 Qe altri plas et altri non sa bon,
 De çuçer la raine fasoit mencion.
 Li rois si féʼ a seno de saçes hon;
 Li rois n’apela et Uçer e Naimon,
13860E des autres qe furen de gran renon.
 Si le fo Machario, qe le cor Deo mal don,
 Cil le destrue qe sofrì pasion,
 Qe lui e qui de Magançe son
 Senpre ile mondo i féʼ risa e tençon.
13865Or fu asenblé a far questa çuçeson;
 Li mal Macario nen dist si mal non,
 Contra la raine c’oit clera façon.
 El dist al rois: “Entendés moi, Karlon;
 Qui qi vos ame si vos tent un bricon,
13870Quant la iustisie vos en menés si lon,
 E se creerés al duc Naimon,
 Vu serés desoré e vituperé il mon.
 Quest’è tal colse qe le petit garçon,
 Si ne çanta de vu mala cançon.”
13875Naimes l’intent, si ten le çevo enbron;
 Tel dol en oit, par poi d’ire non fon.
 Ça parlerà oldando li rois Karlon:
 “Çentil rois, sire, intendés ma rason;
 Deo me confonda qe sofrì pasion,
13880S’eo dirò altro qe voir non.
 Vu demandés conseil e ces le contradion,
 Si cun çelor qe oit mal entencion
 De la raina qe Blançiflor oit non.
 De le i font grande la çuçeson,
13885M’i no sa mie de qi fila ela son.
 S’i saust ben qe avenir poron,
 I taseroit, ni no la çuçeron,
 Trosqua i saveroit de le la çuçeson,
 Se son per le volese o non.
13890S’el à peçé, ensì cun nu trovon,
 Digna è de mort se proer se poron,
 Colsa como no, nu la respleteron.”>
 
 r. 392
 Coment Naimes parole.
 
 393
 “Emperer, sire,” dist Naimes de Baiver,
 “Non crés pais conseio de liçer;
13895Grande est l’ovra qi la vol deviser.
 Blançiflor la raine, c’oit le viso tant cler,
 De Costantinopoli ensì se fa clamer,
 Soa fila estoit qi è grant enperer;
 Molto oit tere a tenir e guarder,
13900Si poit de ient far asamiler.
 Quando oldirà le novele conter
 De soa file sì vilment çuçer,
 E no cre qe vos ami la monta d’un diner;
 Asà vos pò far guere, onta et engonbrer.
13905Eʼ vos dono conselo qe la deça conserver,
 Tant qe a son per vu manda mesaçer
 Tot l’afaire e dire e rasner;
 E po, no v’en proà reprender ni blasmer.”
 Li rois l’intent, molto le pris a graer;
13910Otrié l’aust quant Machario, le leçer,
 Se le vait tot a contrarier,
 E sì le dist: “Çentil emperer,
 Con poés vos ces conseil ascolter?
 Qe ces vos done, qe no vos ama un diner,
13915Quant vol qe metés en resplaiter
 Questa iustisie q’è de tan vituper,
 Qe no se poit par nesun hon çeler?
 E s’el est nul qe la voia contraster,
 Prenda ses arme e monti en destrer.”
13920Quant cil l’entendent qe deverent conseler,
 Quando oldent Macario si altament parler,
 Mal aça quel qe voia sego tençer;
 Ne le fo nul qe le responda arer.
 Dont vi li rois, nen poit por altro aler,
13925Qe la iustisie no se faça sens tarder.
 Quando vi Naimes li rois asoploier,
 De ilec se parte et lasò li parler.
 De le palés, quando se volse devaler
 Quant l’inperer no li consent aler.
 
 r. 393
 Coment li rois parole.
 
 394
13930Quando Naimes oit la parola oie,
 De çuçer la raine li paroit gran stoltie.
 De contrarier Macario li paroit gran folie;
 Voluntera s’en alast quant li rois li contralie,
 E li rois dolçement le preie,
13935Qe cun Macario non contrarii ne mie:
 Stia a veoir cun l’ovra serà finie.
 E quel Macario, c’oit li cor enbrasie
 Contre la raina qe peçé nen oit mie,
 Por ço qe far non volse la soa comandie.>
13940Quant li rois l’intent, sa parola oit agraie;
 De çuçer la raina son cor el se plie;
 Davant se la fa mener, vestua de samie.
 Le rois la guarda, le cor sego omilie;
 Si la plurò veçando la baronie.
13945
 r. 394
 Coment parlò la dame.
 
 395
 Davanti li rois fo la raina mené;
 E fo vestua d’une porpora roé.
 Sa faça, qe sol eser bel e coloré,
 Or est venua palida e descoloré.
13950Li rois la guarda, por le n’oit pluré;
 E quela li guarde, si le oit dito e parlé:
 “O çentil rois, mal conseil à pié,
 Quan tu me çuçi a torto et a peçé.
 Colù qe a toi à le conseil doné
13955No t’ama ren d’un diner moené.
 Deo sa li voir, la voira maesté,
 Se contra to honor eo fi uncha peçé,
 Ne se mal avì encor ni en pensé.”
 Dist li rois: “De nient parlé.
13960Atrové estes in le mortel peçé,
 Sì qe escuser de ço ne vos poé.
 De vestra arma or vos porpensé;
 Vestra iustisia est ça ordené:
 Qi fala son segnor doit eser brusé.”
13965Dist la dama: “Vu farì gran peçé.”
 Dist Machario: “El vos torna a vilté,
 Quando cun le tanto derasné.”
 Naimes l’oldì, si n’oit le çevo corlé,
 Et infra soi planeto conselé:
13970“Questa iustisia çer serà conpré.
 Mal verà Karlo de Gaino li parenté,
 Qe senpre l’oit traì et engané.”
 
 r. 395
 Coment Karlo oit dol.
 
 396
 Li enperer a cui França apant,
 De Blançiflor el fo gramo e dolant;
13975Plus la amoit de ren qe fust vivant.
 Mais por la iustisie non poit aler avant,
 Qe de le non faça çuçemant,
 Tutol malgré qi s’en rie ni çant.
 Li rois comande a li ses camerlant,
13980Qe cela dame i toa davant.>
 De noir soia vestue, e bindea ensemant,
 Si como feme qi vait a tormant.
 Desor la plaçe da li palés davant
 Fo aporté legne e spine q’è pongant;
13985Enluminer li fait un gran fogo ardant.
 Por meʼ Paris e darer e davant
 Fu la novela portea por la çant.
 Ne remis dona qe fust de valimant,
 Ne çivaler, peon ni merçaant,
13990Qe non vegna a la plaça veoir le çuçemant;
 Çascun la plure de cor e de talant.
 E Blançiflor si fo mené davant,
 Suso la plaçe davant li fois ardant.
 Quando la vi le fois, en çenolon se rant,
13995E dolçement prega Deo onipotant
 Qe de quela iustisie li soia remenbrant;
 Si como mor sença nul falimant,
 Ne mostri Deo vendeta in breve tanp,
 Sì qe le saça le petit e li grant.
14000Or entendés, segnur e bona çant,
 Ço qe féʼ Machario le seduant:
 El fo venù da li fois davant,
 Li nan el porte en braçe solemant.
 E po aprés a domander li prant:
14005“Nan, nan,” fait il, “dìʼ mo seguremant:
 Fus tu cun la dama uncha a ton vivant?”
 “Oil voir, sire, una fois e sesant,
 Son sta cun le in leto et altremant.”
 Quando Machario l’olde, veçando tote iant,
14010En le fois le rue, si dis: “Va seduant!
 Honì à tu li rois, ne t’en çirà vantant!”
 Et ensì le fait arder in fois ardant.
 Por ço le fi Machario, qe mais en son vivant
 De quella colse maʼ non deise niant.
14015Or fo li nan arso, qe féʼ li tradimant.
 Çascun qe le voit, e petiti e grant,
 En laudent Deo e la maiesté sant.
 E la raine fo ilec davant;
 E plura e plançe e ses man destant,
14020E prega Deo e la maiesté sant,
 Merçè aça de sa arme a li son comant.
 
 r. 396
 Coment li rois apele la raine.
 
 397
 La raina fo davanti l’inperaor,
 Et ilec stoit a dol et a plor;
 E prega Deo, li maine redentor,
14025Qe de soa arma faça li meior,
 Qe aler posa a la gloria maior.
 Li rois apele, si le dis por amor:
 “Çentil rois, sire, por Deo le Criator,
 Faites a moi venir un saçes confesor,
14030Qe moi saça conseler de me peçé maior.”
 Dist li rois: “Volunter sens demor;
 L’abes de san Donis, e no so nul milor.”
 Tosto le féʼ venir, qi ne çanti ni plor.
 
 r. 397
 Coment l’abes parole.
 
 398
 A gran mervele fu saçes l’inperer:
14035L’abes de san Donis elo fa demander,
 Davanti la raine elo fait apresenter.
 “Dama,” dist l’abes, “volez vos confeser?”
 Dist la raina: “Eʼ vos e demando e quer.”
 Davanti l’abes se vait ençenoler;
14040Tuti li so peçé li oit dito e conté,
 Ne pur un solo ela no li oit lasé,
 Quanti s’en oit a son tenpo remenbré.
 Et in apreso li oit aderasné,
 Como estoit ençinte d’un arité,
14045Le qual estoit del rois de Crestenté.
 E l’abes fo saço e dotriné;
 Por rason la oit ademandé
 De cella colsa dont estoit calonçé.
 Dist la raina: “Dirò vos verité;
14050Deo me confonde se dirò falsité.
 Çentil abes, e voio qe vu saçé,
 Qe una fois qe eo estoia deporté
 En un çardin, çes me fo encontré.
 Li mal Macario si me fo acosté,
14055De drueria m’avoit apellé,
 Si como falso malvasio renoié.
 Et eo da lui ben me fui defensé,
 E malament eo li resposi aré.
 E se mais m’aust ces rason conté,
14060A mon segnor li averoie derasné.
 Or savés vos qe me féʼ cil malfé?
 A moi avoit li nano envoié,
 Con ste parole q’il m’avoit conté;
 Et eo quel nan avì ben pagé,
14065Donde le çevo el n’oit ensanglenté.
 Et in apreso quel traito renoié
 Con quel nan el se fo conselé;
 Entro ma çanbre lo mis a la çelé.
 Quando li rois fo al matin alé,
14070Et in mon leto fo cel nan colçé,
 Sì qe li rois li trovò quant fu reparié;
 Et eo me dormia, tuta fo spaventé,
 Quant vi li rois e li altri çivalé.
 Adoncha fu e presa e ligé,
14075E a li fois eo sonto moʼ çuçé,
 A gran torto et a mortel peçé.
 Eʼ vos ò dito tuta la verité.
 Unde e vos [prego], nobel me abé,
 Qe tuti li altri peçé vu me perdoné,
14080Ma de questo, perdon no vos queroé.”
 L’abes l’intent, ferament l’oit guardé;
 Et olde la dama, ço q’el oit parlé,
 A la iustisie quant estoit çuçé.
 Or voit il ben q’ela dise verité;
14085L’abes fu saçes e ben doté,
 E dolçemant la oit reconforté,
 E si la oit beneì e sagré,
 Si l’oit asolta de tute li so peçé.>
 Quant à ço fato, si s’en retorna aré;
14090Oʼ vi li rois, cela part est alé,
 Ça li serà mante rason conté.
 
 r. 398
 Coment la raine se confesse.
 
 399
 L’abes fu saies e ben dotrinés;
 E quela dame oit ben aderasnés.
 Nesun peçé oit en le trovés,
14095Dont posa eser de nient gravés.>
 O vi li rois, cela part est alés,
 E pois apela di baron plu privés:
 Naimes li dux, li saço e li dotés,
 E li Danois, qe tant est prisés,
14100A un conseil n’oit manti menés,
 De le milor e de meio enparentés;
 Mais de qui de Magançe no le fo un clamés.
 “Segnur,” dist l’abes, “eʼ voio qe vu saçés,
 Quant a la mort l’omo est aprosmés,
14105Di so peçé nesun oit çelés,
 Qe i non die tot la verités.
 La raina est avec moi confesés;
 Toti li so peçé m’à dito e palentés.
 Si so trois ben ço q’ela oit ovrés;
14110Ela poit ester de tel colsa calonçés,
 Qe iamais por le non fo dito ni pensés.
 E de unʼaltra ren m’oit apalentés;
 Qe inçinta estoit de filz e de rités.
 Unde, çentil rois, guardà que vu façés;
14115De le oncir seroit maior peçés,
 Qe non oit cil qe Deo oit acusés,
 Donde elo fo sor la cros encloés.”
 Naimes l’oldì, si l’entendì asés;
 A le parole qe l’abes oit contés,
14120El conoit tota la verités;
 E de cella colsa qe la dama è calonçés
 È calonçea a torto et a peçés.
 
 r. 399
 Coment Naimes parole a Karlo.
 
 400
 “Emperer, sire,” dist Naimes de Baiver,
 “Se vos volés a mon conseil ovrer,
14125Un tel conseil vos averò doner,
 Qe da la ient vu n’averì bon loer,
 Ne nul serà qe vos posa blasmer.
 Se la dama est inçinta, grant seroit li danger
 De le malement çuçer.
14130Ma s’el vos plas, e volez otrier,
 Vu la farés ad un di ves bailer,
 Qe ve la deça e condur e mener
 Fora de tot li vestre regner.
 Et a le averì dir e comander
14135Q’ela no se lasi ni veoir ni guarder.”
 Dist li rois: “Quest’è ben d’agraer;
 Meltre conseil ne me porés doner.
 Da q’el vos plas, et eo li voio otrier.”
 Adoncha fait la dama arer torner,
14140E da li fois la fait desevrer.
 Tota la ient en pris Deo adorer;
 Li rois vi la raine, si le prist a conter:
 “Çentil raine, molto v’avea çer,
 Colsa avì fato donda ne vos poso amer.
14145Eʼ vos voio la vita perdoner,
 Mais el vos convent in tal part aler
 Qe mais no ve posa veoir ni esguarder.
 Eʼ vos farò tros ben aconpagner,
 Tant qe serés fora de mon terer.”
14150La dama l’olde, si comença a plurer.
 Dist li rois: “Alez vos coroer,
 En vestra çanbre e vestir e çalçer.
 E prendés de l’avoir qe aiés por spenser.”
 Dist la raina: “Et eo li voio otrier.
14155Vestre voloir non voio stratorner.”
 Entro sa çanbre se vait ad atorner;
 E l’inperer non volse l’ovra oblier.
 Un son donçel elo féʼ apeler,
 Li qual estoit parent de Morant de River.
14160En tota la cort no se poroit trover
 Nul damisel plus cortois e ber,
 Ne qe plu amase l’onor de l’inperer.
 Albaris oit non, ensì se fait clamer;
 Plus est loial de nul altro çivaler.
14165Le rois le vi, si le prist apeler:
 “Albaris, sire, alez vos pariler;
 Cun la raine el vos convent aler.
 Et in tal lois vu la deça mener,>
 Tant q’ela soia fora de mon terer.
14170E quant averì ço fato, si v’en tornez arer.”
 Dist Albaris: “Ne le poso contraster.
 Vestre voloir eo farò volunter.”
 Adoncha Albaris no s’en volse entarder;
 Son palafroi el se féʼ enseler,
14175E çinse li brando, non oit altro corer;
 Et in man el porte un sparaver.
 Tutor li vait darer un so livrer;
 La dama fait sor un palafroi monter;
 Via la mene, qi ne doia noier,
14180Por le çamin se mist ad erer.
 Gran dol ne moine peon e çivaler,
 Meesmo li rois, cun Naimes de Baiver.
 
 r. 400
 Coment s’en vait Alabaris.
 
 401
 Quant Albaris s’en vait desevrant,
 Gran dol ne mene le petit e li grant;
14185Meesmo li rois la plure tendremant.
 E cil s’en vait por le çamin erant,
 Quant Machario veoit qe estoit entant.
 A son oster el s’en vene corant
 - Cil le destrue qe formò Moisant!
14190Par lui fo la raine mesa in gran tormant -
 Elo s’armò d’arme e de guarnimant
 E si montò sor un auferant.
 Prist una tarçe, a li col se l’apant,
 Et in sa man una lança trençant.
14195De Paris ese soeve e belemant;
 Rer Albaris el vait çivalçant.
 Et Albaris s’en vait cun la dama ensemant;
 Ne se dotava de persona vivant.
 Las, qe li rois no sa del traimant,
14200Qe li oit fato Machario le seduant!
 Tant s’est Albaris alés avant,
 Q’el çunse ad une fontane, a costé d’un pendant
 De una selve mervilosa e grant.
 La raina la vi, a covoter la prant;
14205Ela dist ad Albaris enn oiant:
 “Albaris, sire, e vos pre e demant,
 Qe a la fontane me metés davant;
 Si son lasée, de boir n’ò talant.”
 Dist Albaris: “Vu parlé saçemant.”
14210Elo desis del palafroi anblant,
 Ven a la dame, en ses braçe la prant,
 Del palafroi la desis mantenant;
 Sor la fontane la mis en seant.
 E la dama ne boit, qi n’oit gran talant;
14215Si s’à lavà le man, e le vis ensemant.
 Pois si à levé le çevo, si s’à guardé davant,
 E vide Machario venir esperonant;
 E sì estoit armé d’arme e de guarnimant.
 Quando le vi, nen fo mais si dolant;
14220Molto durament a lamenter se prant:
 “Albaris,” fait ela, “el nos va malemant,
 Qe de ça ven li malvas seduant,
 Par cui eʼ son caçea del reame de Frant.”
 Dist Albaris: “No vos doté niant.
14225Ben vos averò defendre a tuto me poant.”
 Atant ecote vos li traitor seduant;
 Ad Albaris elo dist enn oiant:
 “Tu no la pòʼ mener par nula ren vivant!
 De le farò tot li mon talant.”
14230“Nen farì,” dist Albaris, “por lo men esiant.
 Ançi, çercharés del trençer de mon brant.”
 
 r. 401
 Coment Macario parole Albaris.
 
 402
 “Machario,” dist Albaris, “eʼ no vos quer noier.
 Tu m’èʼ por mal avenù darer,
14235Por la raine qe m’è donea a guier.
 Quant li saverà Karlo Maino l’inperer,
 E li Danois el dux Naimes de Baiver,
 Tot ton avoir no t’averà çoer,
 Q’elo no te faça a dos fors apiçer.
14240Torna arer, no ne dar engonbrer;
 Ço qe tu pensi no te val un diner.”
 Dist Machario: “Tu no la pòʼ mener!
 E se de ren tu la voʼ defenser,
 El vos estoit a mala mort finer.”
14245Quant Machario vi q’el no la vol bailer,
 De contra lui el ponçe son destrer.
 E Albaris si fo pro e liçer;
 El tira la spea, si le va calonçer.
 Se Albaris aust eù son corer,
14250Ben l’aust defesa contra un çivaler.
 L’un contra l’autre lasa le çival aler;
 Albaris ten li brant forbì d’açer,
 Dever Macario s’en vait cun çengler.
 E Macario ponçe e broça li destrer,
14255E brandist l’aste a li fer d’açer.
 Macario est armé de arme e de corer,
 E Albaris non ait se no li brant d’açer,
 Si q’el pò mal cun Machario plaider.
 Grant fu la bataile d’anbesdos çivaler;
14260L’omo q’è desarmé non val un diner
 Contre celu qe oit son corer.
 Machario fer Albaris de la lança plener;
 El non oit arme qe’l posa defenser.
 Por mi le cors le mis l’espé d’açer,
14265Morto le çeta in le pré verdoier.
 Quant la raina vi le plaʼ sì aler,
 En tant como la vi la bataila durer,
 Si durament se pris a spaventer.
 Entro le bois s’est alé a fiçer,
14270Q’el no la posa avoir ni reçater.
 Tutora prega Deo, li vor iustisier,
 Qe guardi Albaris da mortel engonbrer.
 
 r. 402
 Coment se conbate Macario con Albaris.
 
 403
 Quando la raina à veçù quelo stor,
 A gran mervele ela oit gran paor.
14275Deo reclame, li maine Criator,
 E la Verçene polçele, qi le faça secor,
 En le gran boscho, en le maior erbor,
 Ela se fiçe et a dol et a plor.
 E quant Machario oit morto cil valvasor,
14280Elo reguarde environ et intor.
 Quant no la trove, el oit gran tristor;
 De ço q’el oit fato, el oit gran dolor.
 El lasò Albaris çasando a l’arbor
 Prés la fontane de la verde color.
14285Arer retorne a la cort l’inperaor,
 Ne cuita qe hon le saça, ni grant ni menor.
 E la raine s’en vait cun gran paor,
 Par meʼ cel bois menando gran dolor.
 Deo la condue, qe fa naser le flor;
14290De le lairon trosqu’a un altro ior,
 Como en le bois durò gran langor.
 
 r. 403
 Coment fu morto Albaris.
 
 404
 Or fo Albaris en le preo versé,
 E son levrer sor lui fo acosté.
14295Le palafroi manue de l’erba por li pré;
 Trois iorni stete le livrer, q’el non oit mançé:
 Nʼen fo maʼ creatura in cesto mondo né
 Qe son segnor aça meio pluré,
 Con cel levrer qe tant l’oit amé.
14300E quando tros iorni furent trapasé,
 La fame fo si grande a le levrer monté,
 Nen pote plus ilec avoir duré.
 Dever Paris elo fo açaminé,
 Tant est alé q’el fo a la çité,
14305Ven al palés, montò sor le degré.
 E fo a tel ore q’el estoit aparilé,
 A le table erent le çivaler aseté.
 Quant le levrer fo sor la sala monté,
 Elo reguarda avanti et aré.
14310Oʼ vi Machario, cela part est alé,
 Oʼ il estoit a tables aseté,>
 Sovra la table fo le levrer lançé,
 Entro le vis li oit asaçé,
 Si le donò una gran morsegé
14315E pois n’oit pris di pan quanti n’oit saçé.
 Via s’en vait, quant le cri fo levé,
 A son segnor elo fo retorné,
 Oʼ il estoit en le canpo versé.
 E Macario remis a la tabla navré:
14320Çascun qe le veoit s’en est amervelé,
 E da plusur fo le levrer guardé,
 Qe entro soi ont dito e parlé -
 Se Albaris fust arer retorné
 Qe cun la raine l’oit Karlo envoié,
14325“Al son levrer quel est asomilé.” -
 E Macario fo a sa mason alé,
 Por mires mande, qe le ont bindé.
 E Macario oit sa ient apelé:
 “Segnur,” fait il, “se de nient m’amé,
14330Quant eo serò a li palés alé,
 Et a table eo serò aseté,
 Se quel levrer serà reparié,
 Çascun de vos aça un baston quaré:
 Faites qe a moi el non soia aprosmé!”
14335E cil le dient: “Volunter e de gré.
 Nu faron ben la vostra volunté.”
 E li can oit de cel pan mançé,
 Qe il avoit de la tabla porté,
 Terço çorno stete q’el non fo sevré.
14340E quant il oit la fame asà duré,
 Dever la cort el fo açaminé,
 Pur a quel ore q’el estoit parilé.
 E Macario estoit a le table aseté;
 Ancora avoit le viso inbindé.
14345Venù estoit a la cort e si se fo mostré
 Por qe la ient n’aust mal pensé.
 E le livrer fo sor li palés monté,
 Tosto el fust a Macario alé.
 Quant cele ient da li baston quaré,
14350Le escrient, si le done de gran colé.
 E li can fu a la tabla alé:
 Prende di pan, si fo via scanpé,
 Dont tot ient en fo amervellé.
 A son segnor el fo reparié.
 
 r. 404
 Coment Naimes parlò a Karlo.
 
 405
14355Naimes apella l’inperaor Karlon:
 “Mon sir,” fait il, “entendés ma rason.
 Questa mervile iamais non vi nul hon;
 Se m’en creés, nu si en la faron:
 Nu seren parilés, çivaler e peon,
14360Quant le livrer virà, qe nu le seguiron.
 Non è sença mervile de ço qe nu veon.”
 Dist l’inperer: “A Deo benecion.”
 E le levrer non fi arestason;
 Quant avoit fame, non féʼ demorason;
14365A Paris vene como a useson.
 Quant fo al palés sor le mastre doion,
 Le levrer guarde entor et environ,
 Por veoir Macario se el poust o non.
 E qui qi aient en ses man li baston
14370Ferù li aust s’el non fust Naimon
 Qe le contrarie, si le crie ad alto ton:
 “No le toçés, por li ocli del fron!”
 Cil le lasent, o il volist o non.
 E l’inperer el duc Naimon,
14375E li Danois cun molti altri baron,
 A çival montarent qi tot meio poon,
 E seguent li levrir a força et a bandon.
 Tant alirent q’i no demoron,
 Qe a li bois ili s’aprosmon,
14380Unde gran fle de lo morto venon,
 E voit le can qe sor lui s’areston.
 Quant i le voit, arer se traon,
 Por me li pré i guardent e veon
 Li palafroi d’Albaris coneon;
14385 Quant i le voit, gran dol en demenon.
 
 r. 405
 Coment atrovent Albrais mort.
 
 406
 Quant l’inperer oit pris a guarder,
 Conoit li palafroi d’Albaris en primer,
 Et in apreso conoit li levrer.
 Çascun començe altament a crier:
14390“Questo è gran dalmaço, nobel enperer!”
 Karlo apela dux Naimes de Baiver:
 “Conselés moi, ie vos voio en proier.”
 E dist Naimes: “Questo no se pò çeler,
 Qe la iustisie si fait li levrer:
14395Colù q’el plu ait sa tot le mester.
 Ora faites Macario pier,
 Q’el nos saverà tot li voir conter.
 E a Paris faron li corpo aporter,
 E altament li faron enterer;
14400De la iustisie pois averon demander.”
 Dist l’inperer: “Vu parlés como ber.
 Ço qe vos plait non voio contraster.”>
 Adoncha fait Macario pier;
 A soa ient ben le fait guarder.
14405Li corpo è fraido, nul homo li voit toçer.
 Erbe prendent oliose e cler,
 Al meio qe il poit le fi a Paris porter.
 Con gran honor le font enterer;
 Çascun le plure, peon e çivaler,>
14410Dame e polçele, e petit baçaler.
 Quando fo sevelì, li rois retorna arer
 Et avec lui dux Naimes de Baiver.
 Tota la ient començent a crier,
 Pur de iustisia prendent a roier.
14415E li rois se fait Macario amener:
 “Machario,” fait il, “Molto me poso merveler,
 Quando eo t’oldo a tota ient acuser
 De la mort d’Albaris qe era pro e ber.
 Droit al can te veço calonçer:
14420Se tu àʼ morto Albaris, qe est de ma muler,
 Qe Albaris eo la dè a mener
 En estranço pais por mon cors vençer?”
 Dist Macario: “Bon rois, lasez ester,
 Queste parole a moi aderasner.
14425Mais no le fi, ne no l’avì en penser,
 E qi de ço me vole calonçer,
 Apresté sui por bataia proer.”
 A ste parole ven Naimes de Baiver,
 Oldì li traito si altament parler;
14430Por li so parenté, no le olsa nul contraster.
 Naimes le guarda, n’ait en lui qe irer.
 El dist al roi: “Or le lasez aler,
 E prendés conseil da li ves çivaler;
 De le çuçer farì a son loer.
14435E se por paure vu ve retra arer,
 Nʼen serì degno d’eser mai enperer.”
 
 r. 406
 Coment li rois prist consil.
 
 407
 Li enperer nen demorò ne mie;
 Féʼ asenbler tota sa baronie,
 E furent plus de cento de gran çivalerie.
14440Sor li palés de la sala antie,
 Fu asenblés qi ne plançe ne rie.
 “Segnur,” dist li rois, “nen lairò nen vos die.
 Fato m’estoit una gran stoltie!
 Calonçé m’estoit ma muler, donde son vergognie,
14445Mo m’è morto Albaris, don son gramo et irie.
 Conselés moi, e vos demando e prie
 Ne non guardés por paure d’omo qe sie.”
 Quant li baroni ont la parola oie,
 Mal aça quel qe un moto en die;
14450Por li traitor, çascun si s’omilie,
 Tant dotent la soa segnorie.
 
 r. 407
 Coment Naimes paroloe.
 
 408
 Tot primeran Naimes oit parlé:
 “Çentil rois, sire, eʼ voio qe vu saçé,
14455De li baron qi son qui asenblé
 Eʼ veço ben tuta sa volunté,
 Qe por paure çascun se trait aré;>
 Tant dotent di traiti la poesté.
 Mais eo dirò un poi de mon pensé:
14460Qui de Magançe son grandi et honoré.
 En Alamagne non è meio enparenté,
 Ne non est homo en la Cresteneté,
 Qe sego volust faire bataia en pré,
 E laser la iustise seroit gran peçé.
14465Un conseilo eo donarò segondo ma volunté
 E non cre qe da nul eo en sia blasmé:
 Q’el se prenda Macario qi n’est calonçé,
 Et in guarnelo elo sia despoilé
 E in man aça un baston d’un braço smesuré
14470E sor la plaça soia fato un astelé;
 Machario e li can soia dentro mené.
 Ço est, li can d’Albaris (qe fo morto trové),
 Donde Machario n’estoit calonçé;
 Si cun li can li oit aù en aé.
14475Se li can est vinto, el soia delivré;
 E se Machario è por lui afolé,
 Demantenent el soia çuçé
 Como traites e malvasio renoié.”
 Quant qi qe erent a li conseil privé
14480Oldent Naimes, coment ont parlé,
 Çascun li oit molto ben agraé.
 Ne le fo nul qe se traist aré,
 Meesmo li rois li oit otrié.
 Li parenti de Machario en son çoiant e lé:
14485Nen cuitoit mie le fato fose sì alé,
 Qe por un can fose vinto ni maté.
 
 r. 408
 Coment Macario féʼ li bataille con li can.>
 
 409
 Çoiant fo li parenti Gainelon,
 Del çuçement c’oit dito Naimon.
 Nen cuitoit mie sì alast la rason,
14490Qe por un can fose vinto un tel baron.
 E l’inperer, qe Karlo oit non,
 Nen volse fare nula demorason.
 Desor la plaçe, davanti li doion,
 Una gran stelea fait lever enson.
14495Molto ben serà entorno et inviron,
 Pois fa crier un bando, qe s’el fose nul hon
 Qe la pasese sença redencion,
 Apendù ert a fors como laron:
 Çascun guardi la bataile in pax, sença tençon.
14500Adoncha li rois non féʼ arestason;
 Tot primeran Machario prendon,
 En guarnelo i le despoleron,
 Et in sa man li donò un baston,
 Qe de un braço estoit voire lon;
14505Elo no li n’oit nul autre guarison.
 Quant à ço fato, in l’astelea li meton,
 E pois le mis le levrer, qi ne pisi o non.
 Quant le levrés fo dens, el se guarda environ,
 Oʼ vi Machario el se core a randon.
 
 r. 409
 Coment li can vait sovra Macario.
 
 410
14510Quando li can oit Machario veù,
 Sovra li cor cun li denti agù,
 E por li flanco elo l’oit prendù.
 E cil li oit cun li baston ferù,
 Una gran bote e por flanco e por bu,
14515E cil a lu fer cun li denti agù:
 Sì grande fo la bataile, n’en fo maior veù.
 Tota la ient qe in Paris fu
 Por veoir la iustisie sont a la plaça venù,
 Qe tot quant ont levé li u,
14520E braent e crient: “Santa Maria aiù!
 Ancor ne soia la verité veù,
 Por Albaris mostrez vestra vertù!”
 Sì grant fu la bataile, n’en fo tel veù,
 Como en quel çorno en furent mantenù.
14525Quant li parenti Macario se ne aperçeù,
 Dient ensenbre: “Cun nu sen deceù!
 Par un can demo eser confondù?”
 Un de lor fu sor l’astelea salù,
 Dentro fust alé, quant esclamé li fu,
14530Qe mantenent elo sia prendù
 Entro quel lois oʼ il estoit salù;
 Quant cil l’intent, en fua fo metù.
 
 r. 410
 Coment fu grant la bataille.
 
 411
 Va s’en li traito, no se volse entarder,
 Quando li rois fait un bando crier:
14535“Çascun de qui qi le proà pier,
 Li rois li farà mile livre doner!”
 Quant un vilan oldì li banoier,
 Qe venoit da la vile a conparer,
 A la cité por conparer soler,
14540En sa man oit un baston de pomer:
 Elo l’intopò al pasar d’un plaçer,
 Sovra li cor si le voit a pier,
 Por li avoir de voire guaagner.
 Davant li rois li vait a presenter;
14545Li rois le vi, molto li parse agraer.
 Le mile livre li fait doner,
 Pois fait celu e prender e liger,
 En cele lois oʼ il volse paser.
 Por la gorça elo li féʼ apiçer
14550E pois apreso et arder e bruser.
 Gran dol n’oit qui del so parenter,
 Mais por li rois i no olsa mostrer.
 Quela bataile fo tanto dura e fer:
 Non est nul homo qe le poust conter.
14555A la deman apreso li vesprer,
 Si ne durò la meslea e li çostrer.
 
 r. 411
 Coment fu grand la bataille tra Macario e li can.
 
 412
 Gran fu la meslée entro Machario e li can,
 Maior non vi nesun homo vivan.
 Lo can li morde por costés e por flan
14560E cil le done de li baston sovan,
 Por meʼ la teste sì qe n’ese li san.
 Qui de Magançe ne fo en gran torman:
 Voluntera atrovast pato qe fust avenan,
 Por oro et avoir e diner e besan.
14565E li rois çura Deo e meser san Iovan,
 Qe no li valerà tuto l’or qe fu an,
 Q’el non sia çuçés, seʼl vinçe li can,
 Arso en fois o apendù al van;
 Al plasir son baron farà li çuçeman.
14570Grande fo la bataile tuto ior man a man.
 E li levrer li va sì adestan,
 Qe Macario è fì laso e stan;
 No se pò aider ni de pé ni de man.
 Por ira e maltalent li va sovra li can;
14575Entro le viso le mordì sì fereman
 Le pomel de la golta li tole toto quan.
 E Macario si brait e crie alteman:
 “Oʼ estes vos alé, tot li me paran,
 Qe no me secorés encontre da un can?”
14580Dist l’inperer: “I te son da luntan;
 Mal veisi Albaris e ma dama enseman,
 Qe onceisi a dol e a torman.”
 Volez oir, segnur, coment la féʼ li can?
 Sovra Machario el va por maltalan:
14585A la gola le prist, siʼl ten si fereman,
 Q’elo l’abatì en tera a li plan.
 E cil cria: “Merci, por Deo e por li san!
 O çentil rois, nobele e sovran,
 No me lasar morir a tel torman!
14590Faʼ moi venir un qualche çapelan,
 Qe voio conter tot li mon engan.”
 Li rois l’intende, siʼn fo legro e çoian;
 L’abes da san Donis fa apeler mantenan,
 E cil le vene voluntera por talan.
14595
 r. 412
 Coment Karlo fa apeler l’abes.
 
 413
 Le enperer nʼen fo pais demoré;
 L’abes da san Donis el oit demandé.
 E cil li vent, voluntera e de gré.
 Li rois li oit in l’astelea mandé,
14600Oʼ li can tent Macario seré,
 Nʼen poit mover ne le man ni le pé.
 Cun bocha avoit molto planeto parlé,
 E l’abes, quant li fo acosté,
 Elo l’oit por rason demandé,
14605S’elo vole dire la verité
 Q’elo soit ben cun l’ovra est alé,
 Segondo cun la raina li avoit conté.
 Dist Machario: “Ora me confesé,
 Si me asolverì de tot li me peçé,
14610Qe ie so ben qe son a mort çuçé,
 E poco me varà toto me parenté.”
 Dist l’abes: “Si grant è li peçé
 E cuito ben qe dites verité;
 Ma noportanto, se le vor contaré,
14615Por amor de la vestra nobilité
 Li rois averà de vos merçè e piaté,
 E da moi meesme el ne serà proié.
 Ma eʼ voio quant vos li contaré,
 Qe li rois soia quialoga acosté,
14620E le dux Naimes e des autres asé,
 Ni altrement n’en serisi amendé.
 Nian li can no t’averoit lasé,
 Qe questo est un miracolo de Dé,
 Quando un can à un tel homo afolé.
14625Donqua volt il q’el se saça li peçé,
 Da tota ient e da bon e da re.”
 Dist Machario: “Faites ves volunté.”
 Adoncha l’abes oit li rois clamé
 E le dux Naim del duchà de Baivé;>
14630Si le féʼ venir totes, e boni e ré,
 Por de Machario oldir li peçé.
 Ça oldirés coment il oit ovré
 Celle malvés qe in malora fu né.
 Dist l’abes, “Ora si començé.
14635Dites le voir, e no meʼl çelé,
 Qe ie so ben cun l’ovra est alé,
 Qe la raine ben me l’avoit conté
 Ço qe tu fisi e davant e daré.”
 Dist Macario, “Non dirò falsité;
14640Ma faites tanto q’el can m’aça lasé.”
 Dist li rois, “Vu avì ben falé;
 Nen serì lasé si dirì verité.”
 Adonqua Macario avoit començé
 A dire tot li so peçé,
14645Coment oit ovré avant e aré.
 
 r. 413
 Coment Macario se confese da l’abes.
 
 414
 Adoncha Machario començò primemant
 A dire de la raine, oʼ fi li parlemant,
 Tot en primera en le çardin verdoiant;
 Como d’amor li aloit derasnant
14650E como a lui respose vilanemant.
 Si le dist de li nan tot li convenant,
 Como li mandò a parler primemant,
 E in apreso le dise ensemant
 De la çanbre e cun per li so comant,
14655Entrò en le leto por maltalant,
 Por acuser la raine e farli noiamant.
 E como en le fois le çitò voiremant,
 A ço qe de l’ovre no s’en saust niant.
 E quant la raine vide aler avant,
14660Qe Albaris la menoit, nʼen fo maʼ si dolant,
 Q’ela non fo brusea a li fois ardant.
 E quando vide ço, prise son guarnimant,
 Arer li alò, armé sor l’auferant,
 Por avoir la raine a li so comant.
14665Quando Albaris la defese çentilmant,
 Unde l’oncis a la spea trençant.
 “De la raine ne vos so dir niant,
 Q’ela a moi desparì si davant,
 Ne la potì veoir ni trover de niant;
14670En cele bois se ficò merviloso e grant.
 Et eo m’en retorne, nen féʼ arestamant;
 De ço qe avea fato en fu gramo e dolant.
 Deo no me perdoni, s’elo fo altremant.”
 Dist li rois: “Tu m’àʼ fato dolant:
14675Calonçé mʼàʼ muler c’amava dolçemant,
 Uncha non sie rois ni corone portant,
 Nen mançarò unqes a mon vivant,
 Si veroie de lu le çuçemant.”
 “Naimes,” dist li rois, “quest’è mal seduant!
14680Traì à ma muler par son inçantamant,
 Morto m’oit Albaris qe eo amava cotant;
 De le çuçement m’alez conselant.”
 E dist Naimes, “Nu faron saçemant;
 Nuʼl faron prendre a gran çival corant;
14685Por Paris li faron trainer in primemant.
 E pois li faron arder a fois ardant;
 E se de ses parente nesun dirà niant,>
 De lor meesme nu faron altretant.”
 Çascun escrie, “El parla çentilmant.”
14690Ancora li can lo ten si stroitemant,
 El no s’en poit corler de niant.
 Quant li enperer li proie dolçemant,
 Por son amor elo li vada lasant,
 E cil le féʼ a li ses comant,
14695Cun faroit creature qe aust esiant.
 Si se fe li can toto li so comant,
 E quant li oit delivré voiremant,
 Avanti qe l’abes faist desevramant,
 Si le segnò, si le donò penetant.
 
 r. 414
 Coment fu çuçé Machario.
 
 415
14700Segnur, or entendés como ovrò l’inperer:
 Por li conseil dux Naimes de Baiver,
 Machario fait pier tot en primer
 E a çivals elo lo fait trainer,
 Par tot Paris e davant e darer.
14705Darer lui vait peon e çivaler,
 Piçoli e grandi, garçon e baçaler,
 Si grandement e uçer e crier.
 Çascun disea, “Mora, mora le liçer,
 Qe de la raina volse far vituper
14710E qe ancis Albaris, li meltre baçaler
 Qe se poust en Paris atrover!”
 Ensì le moine e davant e darer;
 Quant à ço fato, retorna a li plaçer.
 Ilec fait un gran fois alumer,
14715Ilec le fi et arder e bruxer;
 Parente q’el aust ne le pote contraster.
 Quant à ço fato, si le féʼ enterer,
 Qui de Magançe n’avoit gran vituper.
 Or laseron de lui quiloga ster,
14720Segondo l’ovre n’oit aù son loer.
 A Paris remist Karlo Maino l’inperer;
 Dolent fu [de] Blanciflor, sa muler,
 E d’Albaris q’el avoit molto çer,
 E de Macario q’era so çivaler.
14725A la raine nu devon retorner.
 Quant ela vi l’ovra afiner
 E vide Albaris del çival verser,
 Cun per li bois se mis ad erer,
 Avanti q’ela trovase li bon Varocher,
14730Gran pena e tormant li convene durer.
 Grosa et inçinta estoit d’un baçaler,
 Qe a gran pene ela poit aler.
 
 r. 415
 Coment vait la raina per li bois.
 
 416
 Via vait la raine a dolo et a torment;
 A gran mervile ela estoit dolent
14735De Albaris, dont vi le finiment.
 M’ela no soit mie de le gran çuçement >
 Qe estoit fato del traito puelent,
 Qe aù n’aust qualqe restorament.
 Tant est alea por li bois en avent,
14740A l’ensua del bois en un pré verdoient,
 Ela vide un hon venir erament,
 De li gran bois un faso portent,
 De legne por soi norisiment,
 Por noir sa feme e ses petit enfent.
14745Quando vi la raine, a demander la prent:
 “Dama,” fait il, “vu alé malement,
 Così sole sença homo vivent.
 Senblai moi la raina, se eo no ment.
 Como alez vos? V’è fato noiament?
14750Dites le moi, si ne prendrò vençament.”
 “Ami,” dist la raina, “tu parli de nient;
 De mon afaire te dirai le covent.
 E son ben la raine, e de ço no te ment;
 Acusea son a li rois durement,
14755Por un traites, qe li cor Deo crevent,
 Qe me fait aler si malement.
 Unde eo te prego, çentil homo valent,
 Qe tu me façi qualche restorament,
 Qe aler poust par toi segurement
14760En Costantinopoli, oʼ son li me parent.
 E se tu le fa, bon guierdon n’atent;
 Ancora por moi serà rico e manent.”
 Dist Varoché: “Vu parlàʼ de nient;
 Ne vos ò abandoner a tot mon vivent.
14765Venez rer moi, eo alirò avent,
 Trosqua a ma mason qe est qui davent,
 Oʼ aço ma muler e dos beli enfent;
 Conçé eo demandrò, pois aliren avent.”
 Dist la raine: “Soia a li ves coment.”
14770Adoncha s’en vait, anbes comunelment,
 Tant qe a sa mason i se vait aprosment.
 
 r. 416
 Coment Varocher demande / congé da sa dama.>
 
 417
 Quant Varocher fu a sa mason venù,
 El entra en la mason, la soma deponù.
 “Dama,” fait il, “no m’atendez plu;
14775Si seroit ben tot li mois conplù.”
 E quela li demande, “Mon sir, oʼ alez vu?”
 E cil le dist: “Or sta al Deo salù.
 Del revenir, eo no te so dir plu.”
 En soa man oit un gran baston prendù:
14780Grant fu e groso e quaré e menbrù.
 La teste oit grose, le çavì borfolù;
 Sì strançes hon no fo unches veù.
 Via s’en vait, a força et a vertù
 E la raine si vait derer lu.
14785I pase Françe, qe aresté non fu,
 E la Proençe, q’i no fo conoù,
 E Lonbardie, tota quanta por menù.
 Tant sont alé, q’i no sont arestù,
 Qe a Veneze i se sont venù.
14790En neve entrent, oltra forent metù.
 Çascun qe Varocher avoient veù,
 Çascun li guarde, si s’en rise rer lu.
 Tant alirent por cele poi agù,
 Pasent ces porti, le vals e le erbù.
14795En Ongarie i se sont venù;
 A chaʼ d’un bon oster i sonto desendù,
 Qe avoit dos files, uncha plu bele non fu,
 E una sa dame, qe fo de gran vertù,
 Qe molto amoit li povre e la çent menù.
14800E li oster fu saçes e menbrù
 Et oit nome Primeran, molto en fo coneù,
 Da tota ient, e grandi e menù […]
 Çascun qe le voit, croit qe soia deceù
 E q’elo soia de lo seno ensù,
14805Por li baston q’el oit groso e quarù
 E por li çevo q’el oit si velù.
 E li oster li oit por rason metù,
 Donde il est, e donde il est venù.
 Dist Varocher: “D’oltra li po agù.
14810E quest’è ma muler, qi m’est rer venù.”
 Quant li oster li oit entendù,
 El dist a sa muler qe ben soia servù
 Quella dame, et ad asio metù.
 E quella le fait, qe ben ovrea fu.
 
 r. 417
 Coment la raina estoit inn Ongarie.
 
 418
14815Ora fu la raine molto ben ostalé,
 De tuto ço qe li estoit a gré
 Quella dame li donò a sa volunté
 Por q’ela li par dona de gran bonté.
 Quando la guarda por flans e por costé,
14820Graveda la voit, si le pris piaté.
 Ele la demande: “Qe est quel malfé,
 Qe senpre porta quel gran bastun quaré?
 Ait il nul seno o est desvé?”
 Dist la raine: “Così è costumé.
14825No la adastés, ne no le coroçé,
 Qe de seno non est ben tenpré.
 Mon segnor est, in guarda m’oit mené.”
 Diste le dame: “Soia a li honor de Dé.
 A nostro poer serì servì et honoré.”
14830A Varocher donent ço qe il oit comandé,
 Plu per paura ca por bona volunté;
 Cuitent pur q’el soia desvé.
 A la terça noit q’i furent alberçé
 Cella dame partorì una bela rité.
14835E la ostera si le oit alevé
 E si le oit e bagné e fasé.
 De celle colse qe le venent a gré
 A quela dame cele ont doné,
 Ne plus ne men le servont a gré,
14840Como ela fust de li so parenté.
 E la raine li oit ben a gré
 E Varocher vait et avant e aré
 Con li baston e groso e quaré,
 E guarda ben l’infant q’elo non fose anblé,
14845Ne de ilec eser via porté.
 La dama stete in leto oto iorni pasé,
 Con fa le altre dame fora por le çité,
 E posa fo levea a li fois colçé.
 Con celle dame s’estoit a parlé,
14850E li oster si fo alé a lé:
 “Dama,” fait il, “nu avon ben ovré,
 Quant a nu avez bel filz aporté.
 Quando ve plaserà q’el sia batezé,
 Eʼ vorò eser vestre conper clamé.”
14855Dist la raine, “Mile marçé n’açé;
 De mun enfant farez la vestra volunté.
 Clamer le farés con vos vent a gré.”
 Dist Primeran: “Eʼ l’ò ben porpensé:
 Quant el serà en fonte batiçé
14860E d’olio santo beneì e sagré,
 Par so droit nome elo serà clamé
 Primeran, como eo sonto é.”
 
 r. 418
 Coment Primiran demande l’infant a la dama.
 
 419
 Quando vene li terme di oto iorni pasant,
 Primeran ven a la dame, e si la demant
14865Q’ela le die e baili quel enfant,
 Q’elo lo porti a li batezamant.
 E quela li donò e ben e dolçemant,
 Donde Primeran in ses braçe li prant
 E in son mantel li vait envolupant.
14870Verso li monester el s’en vait erant;
 Nen fo cun lui nula persona vivant,
 S’el non fu Varocher qe va dre planemant.
 En son col porte li gran baston pesant.
 Avant qe in le monester el vait entrant,
14875E li rois d’Ongarie çivalça lì davant,
 Con molti çivaler de li so tenimant.
 El vi Primeran, a demander li prant,
 “Primeran,” fait il, “oʼ alez si erant?
 Qe avez vos en ves mantel pendant?”
14880“Mon sir,” fait il, “un molto bel enfant,
 De una dame bela et avenant.
 A mon albergo desis por çirse ostalant,
 Ces enfant à partori, qe porto a l’olio sant.
 E questo è son per, qe darer ven erant.”
14885Li çivaler li guarde, si s’en rise belemant,
 Q’elo li par un homo de niant.
 Dist l’un a l’altro: “El me par un troant;
 Homo salvaço, el n’oit li senblant.”
 E cil rois si se féʼ in avant:
14890Le mant le prist, si levò atant,
 Por q’elo volt veoir cele enfant.
 Quando le vi, q’el i voit reguardant,
 Desor la spala droit le vis una cros blant.
 Quando la vi, molto s’en vait mervilant;
14895Or voit il ben, non è filz de truant.
 El dist a Primeran: “Alez planemant!
 Eʼ voio eser a batezer l’infant.”
 Dist Primera[n]: “Soia a li Deo comant!>
 Molto me plas, se Deo ben me rant.”
 
 r. 419
 Coment Leoys li rois fi bateçer l’infant.
 
 420
14900Adoncha li rois nen volse demorer
 Cun Primeran el vait a li monster.
 Li rois si fait quel abes demander.
 “Abes,” fait il, “eʼ vos voio en proier,
 Se vu m’amés e tenés ponto çer,
14905Qe ces enfant vu deça batiçer,
 Como elo fust filo d’un enperer,
 E filo de rois e de per e de mer.
 E si altament li oficio çanter,
 Como el se poit fare par nul mester.”
14910Dist l’abes: “Ben vos do otrier.”
 Adoncha ios desis del destrer,
 Et avec lui tuti lo çivaler.
 Tuti ensenbre entrent il monster;
 L’abes prist l’infant quant li volse sagrer,
14915E primament l’olio santo doner.
 Et in apreso quando vene al bateçer,
 Dist l’abes: “Con le volés nomer?”
 “Leoys,” dist li rois, “como me faço clamer.”
 Dist l’abes: “Ben est da otrier.”
14920Le infant fait Leoys apeler;
 Quando el fo batiçés, q’el s’en voloit aler,
 E li rois si apelò l’oster:
 “Primeran,” fait il, “vos voio en proier,
 Qe cella dame ben diça honorer
14925De tuto ço qe li ait mester.”
 E a Varocher, qe dist q’è son per,
 El fi doner una borsa de diner,
 A ço q’i abia molto ben da spenser.
 Quant Varocher va l’avoir a bailer,
14930Se il oit çoie, non è da demander.
 Çoian s’en vait con le visaço cler;
 Quant fo a la raine, qe li parlò l’oster:
 “Dama,” fait il, “ben vos poez priser,
 Quant vestre filz à fato batiçer
14935Li rois d’Ongarie qi tant è pro e ber,
 E vestre fil el à fato nomer
 Le ses nome; ne li so milor cançer.
 Leoys oit nome li vestre baçaler,
 E a çestu, qe dis q’i è son per,
14940Oit doné dineri por spenser.”
 La dama l’olde, molto le prist a graer;
 Ora li fa l’osto, ses filz e sa muler,
 Maior honor qe non fasoit en primer,
 Por q’i avoit meio avoir da spenser.
14945Ensì remis tros le quinçe çorner,
 Qe li rois envoie por Primera[n] l’oster.>
 E cil le vait de grez e volunter;
 “Primeran,” dist li rois, “vu averez aler
 A la dame e dire e conter,
14950Qe son conper li voroit parler.”
 Dist l’oster: “Ben est da otrier.”
 Da li rois se partì, nen vose entarder;
 Ven a la dama sta novela nonçer:
 Quando li plait, doverse pariler,
14955Qe li rois, li qual è son conper,
 Si vol venir a le a parler.
 Dist la raine: “Eʼ li voio vonter;
 Ço qe li plait, non voio contraster.”
 Adoncha la raine se vait adorner,
14960A meio q’ela poit cun fema strainer.
 E Primeran va li rois nonçer:
 Parilé est la dame d’oldirlo volonter
 Et avec lui stare e conseler.
 Adoncha li rois nen volse entarder:
14965El est monté cun pochi çivaler,
 Cun Primeran l’è venù a l’oster.
 La dama, quant le vi in le oster entrer,
 Contra lui se leve si le vait a incliner
 E si le dist: “Ben venez, meser.”
14970E li rois le dist: “Ben stia, ma comer.”
 Desor un banco i se vont a seter,
 Planetament anbes ad un çeler
 E pois se prist anbes a conseler.
 “Dama,” fait il, “molto me poso merviler
14975De ves enfant, quant le fi bateçer,
 De un signo qe le vi sor la spala droiturer,
 Qe non ait nul, se no filz d’inperer.
 Unde çentil dame, eʼ vos voio en proier,
 Por amor de Deo, li voir iustisier,
14980Sì cun comadre qe non doit boser,
 Par nul ren a li soe conper,
 Donde estes vos, e qi vos fait erer,
 Cun çeste hon straine tere çercher?”
 La raine l’olde, come[n]ça de plurer;>
14985Ça li dirà un poi de son penser.
 
 r. 420
 Coment la raine parloit a li roys.
 
 421
 A[l] rois sire la raina oit parlé:>
 “O çentil rois, eʼ voio qe vu saçé,
 Eʼ vos dirò lo voir se oir lo voré.
 Moier sui de Karlo l’inperé,
14990Le meltre rois qe posa eser trové.
 Par un malvas hon eʼ son sta condané
 E de mon reame e son sta caçé,
 Malvasement e cun grande peçé.
 Deo soit ben tota la verité,
14995Se unchemais eo l’avì pensé,
 Si cun li rois m’avit çuçé.
 Ça estoit li fois preso et alumé,
 Quando un abes m’avoit confesé.
 E quando oldì toti li me peçé,
15000Adoncha fui de la mort deliberé.
 E mon segnor, sì cun fo conselé,
 Ad un çivaler el m’avoit doné,
 Qe mener me devoie in estrançe contré.
 Quando da Paris eo fu delunçé,
15005Quelo traitor qi m’avoie acusé
 Moi vene arer, molto ben armé.
 Cun quel çivaler qi m’avoia amené,
 Si me l’oncis cun li dardo amolé.
 Quando ço vi, tuta fu spaventé,
15010Si m’en foçì in la selva ramé.
 E questo hon li qual me ven daré,
 A l’insua del bois eo si l’atrové,
 Unde el m’oit trosqu’a qui conpagné.
 Et in tal lois eo sonto arivé,
15015Donde eo son servia et honoré,
 E questo est por la vestra bonté;
 Unde, çentil rois, eʼ vos prego por Dé,
 Qe ie non sia par vos abandoné:
 Tant qe a mon per elo soia mandé,
15020Qe a grant honor m’avoia marié;
 Par moi manderà çivaler aprisé.
 Eʼ v’ò dito de moi tota la verité.”
 Quando li rois l’intende, tuto fo trapensé:
 El voit ben q’ela dis verité,
15025E soit qe est raina de la Cresteneté,
 De Costantinopoli, fila de l’inperé.
 Molto altament li avoit encliné;
 “Dama,” fait il, “vu siés ben trové;
 Vu ne serés in tel lois ostalé,
15030Oʼ vu serés servì et honoré,
 Tanto qe a vestre per el serà envoié.
 De ves afaire ben li serà conté.”
 
 r. 421
 Coment li roys fait granti honor alla dame.
 
 422
 Li rois d’Ongarie si fo saço e valant;
 A cele dame elo féʼ onor tant,
15035Cun se posoit penser par nul senblant.
 Ne la lasò en oster da cil ior en avant;
 Robe le fi fare de diversi senblant,
 Como a raine se convant.
 E a Varocher, ne féʼ far ensemant
15040E pois a son palés li menò al presant
 Cun sa muler in conpagna la rant.
 Non è nul cose se ela li demant,
 Q’ela non açe tot son talant.
 Qi donc veist Varocher aler ardiemant!
15045El non senbloie eser mie truant.
 Quando se vi vestì sì richamant,
 Cun li çivaler vait e arer e avant.
 Adoncha li rois non demorò niant;
 Una galée féʼ pariler mantinant.
15050Quatro anbasaor, di meltri de sa iant,
 En Costantinopoli l’invoiò al presant,
 Conter a l’inper tuto çertanemant,
 Como sa file Blançiflor, la valant,
 En Ongarie vene poveremant.
15055Blasmea fu a grande traimant,
 Donde li rois a qi França apant,
 De son reame lʼà caçea vilanemant.
 “Venua è in Ongaria, et ilec vos atant
 Qe le mandés a dire de le vestre talant.”
15060Va s’en li mesaçer por la mer naçant;
 Tant alirent, nen fi arestamant,
 Qe al porto de Costantinopoli desant.
 Quant furent desendù i s’en vait avant,
 Ad un albergo i s’en vait ostalant.
15065Quant l’inperer soit li convenant,
 Donde venent, e qi von querant,
 Elo li recoit, e ben e çentilmant,
 Si le convie a son palés grant,
 Por oldir novelle li quer e demant.
 
 r. 422
 Coment li mesaçe parle alli rois.
 
 423
15070Quando li rois vide li mesaçer,
 Elo li demande, e pois si le requer,
 Qe anbasea i le doit nonçer.
 E cil tosto li prendent a conter:
 “Emperer, sire, nu vos devon conter,
15075Qe vestra file, Blançiflor al vis cler,
 Calonçea est par un malvasio liçer.
 Donde Karlo Maino l’inperer
 De son reame l’avoit fato sbanoier,
 Sì la donò in guarda ad un çivaler
15080Qi la devoia e condur e mener
 Fora de son reame e tot son terer.
 Quant cil traites qe l’ave acasoner,
 Armé de totes arme si le vene darer
 E si l’oncis al brant forbì d’açer.
15085Donde por li bois s’en convene aler;
 Venua est en Ongarie, desis ad un oster,
 Et ilec partorì d’un petit baçaler.
 E quando l’infant s’aloit a batiçer,
 Sì le portava Primeran, son oster.
15090Quando li rois si se le féʼ most[r]er,>
 Una cros le vi sor la spala droiturer,
 Dont il conoit non estoit filz de paltroner.
 Donde l’infant el vose batiçer,
 Sì altament como se poit deviser.
15095E quant el vene a sa mer parler,
 Ela le prist toto quant a conter,
 Ço qe le vene e davant e darer.
 Onde elo la féʼ mener a son oster
 E richament vestir e calçer;
15100Si grant onor le fi toti le çivaler,
 Con se poroit ne dire ne parler.
 Li rois vos mande, cun vos volez ovrer?
 Parilé est de tot otrier
 E vestra fila si vos manda proier,
15105Qe no la deça par nula ren abandoner.”
 Quant l’inperer li oldì sì parler,
 E de sa file la novela conter,
 S’el oit dol non è da merviler.
 Qui anbasaor, qi li vene a nonçer,
15110Altament elo le féʼ onorer
 E li rois d’Ongarie altament gracier.
 
 r. 423
 Coment li rois fi apelere oto de ses baron.
 
 424
 Quant quela novela oldì quel inperaor,
 De soa file, c’oit fresco li color,
 A gran mervile n’avoit gran dolor
15115Sì qe por le non pote ester non plor.
 Dist a li anbasaor: “Nu faren li milor;
 Qe eo prenderò di me anbasor,
 E por ma file manderò ad estor,
 Si me la farò venir a gran onor.
15120Mais non fala guera a Karlo l’inperaor,
 Quan a ma file fato oit tel desenor.”
 Adoncha li rois nen volse far seior,
 Fe apeler ses çivaler mior.>
 Octo n’apele de li so parentor,
15125Li qual erent de lor tota la flor.
 “Segnur,” fait il, “or non farés demor:
 Alez m’amener ma fila Blanciflor,
 Qe m’avoit sbanoié Karlo l’inperaor
 De son reame e de sa tera ancor.
15130Uncha non açe mai de inperio honor,
 Se çer no li vendo Blançiflor sa uxor,
 Q’el oit caçà a cotanto desenor,
 Quant venua est in cotanto tenebror.”
 
 r. 424
 Coment li rois mande per la fille.
 
 425
15135Li enperer nen fo mie enfant:
 Dolent fo de sa file, bela e avenant,
 Nen fo uncha plus a tuto son vivant.
 El si l’amava de cor lialmant,
 Nen vos mervelés s’elo ne fo dolant.
15140Oto n’apele di ses milor parant;
 Por sa file envoie en un legno corant,
 E a li quatro anbasaor qe li vene en avant,
 Qe li rois d’Ongarie l’invoiò al presant.
 Molto li onorò, si le donò vestimant,
15145E a çascun un palafroi anblant.
 E li rois d’Ongarie [vait] altament regraciant
 E proferando a lui son oro e son arçant
 E son reame e darer e davant.
 Va s’en li anbasaor, e legri e çoiant
15150E qui de l’inperer s’en vait ensemant.
 Tant sont alé por la mer naçant,
 Venent en Ongarie, et ilec desant.
 Li rois, quando le vi, le recoit çentilmant:
 Honor le fait merviloso e grant
15155E cil le vait molto regraciant
 De ço qe oit fato a sa fila valant.
 Li rois d’Ongarie li recoit si çentilmant,
 Con se poroit conter par nul senblant,
 E Blançiflor, la raine de Franç,
15160Quando le voit, contre lor li vait corant.
 Ben li conoit, qe i son so parant:
 De son per demande primemant,
 E de sa mer, q’ela perame tant.
 “Dama,” fait il, “de vos i son dolant;>
15165Par vos i mande, si nos atant.
 Or li verés, madame, e vos e ves enfant.”
 Ela le dist: “Voluntera por talant.”
 
 r. 425
 [...]
 
 426
 Li rois d’Ongarie, li saço e li ber,
 A li anbasaor el vait a incliner.
15170Tanto honor li fait como i fose son frer
 E a quela raine el fi robe taler,
 Como se convent de palio e de çender.
 Et ensement le fait a Varocher,
 Qe oit la dame a son iustisier.
15175E li rois d’Ongarie, quando se vene a sevrer,
 Tota soa galea el fait apariler,
 De tote quelle colse qe li avoit mester:
 De pan e de vin, de carne da mançer,
 Et in apreso, quatro de ses çivaler
15180Elo fait richament coroer,
 Qe quela dame alè a convoier.
 En nave entrent quando volent naçer.
 E cela dame, q’è tanto pro e ber,
 Ven a li rois, conçé a demander,
15185E a la raine, la bela al vis cler,
 Non obliò mie Primeran, son oster:
 Gran don li féʼ, a lui et a sa muler.
 Una colsa féʼ dont fo molto a loer:
 Qe una de ses file volse sego mener,
15190Qe pois le féʼ richament marier,
 E grant avoir li féʼ doner a son ser.
 Quant à ço fato, se metent a naçer;
 Via s’en vait con toto Varocher.
 Or un petit averon qui laser,
15195Si contaron de Karlo l’inperer
 E del dux Naimes del duchà de Baiver.
 Le primer iorno q’el trovò sa muler
 Entro li leto cun li nano ester,
 Avanti qe del toto la volese çuçer,
15200Le conselò le dux Naim de Baiver,
 Qe in Costantinopoli envoiase mesaçer
 Tuto l’afaire por rason conter:
 Ço qe de lui à fato sa muler,
 Como co li nan la trovò in avolter.
15205Ben li poit de ces ovra noier,
 E questo fu qe alò por mesaçer:
 Un conte de Françe e nobel e ber,
 Qe oit nome Bernardo da Mondiser.
 “Bernardo,” dist li rois, “tu t’en averà aler
15210En Costantinopoli, parler a l’inperer:
 Da la ma part tu le deverà nonçer
 Qe soa file trovà ò in avolter,
 No pais mie cun dux ni con prinçer
 Mais cun un nan, dont m’è gran vituper.
15215No s’en merveli, se m’en voio vençer,
 Qe tel colse non è da loer,
 Ne li baron de Françe nel poroit conporter.”
 Dist Bernardo: “Ben li averò nonçer,
 Se Dé me dona in Costantinopoli aler.”
15220Al çamin se mist, e prende soi aler,
 Tros en Costantinopoli nen volse seçorner.
 Li rois trova e soa çentil muler
 E sa baronie conti e çivaler;
 Par una festa, fato li oit asenbler.
15225Ça olderés la novela del cortos mesaçer.
 
 r. 426
 Coment Berna[r]do parole.
 
 427
 “Enperer, sire,” Bernardo oit parlé,
 “Karlo li rois, le maine encoroné,
 Qe soit en tot le mondo de la Cresteneté,
 A vos m’oit por mesaçer mandé.
15230E de quela anbasea non son mie alé:
 Quando vu le savrés, ne serì coruçé.
 De una ren eʼ voio qe vu saçé:
 Nen fo maʼ raina ni dama coroné
 Da un baron eser tanto honoré
15235Cun vestra file, dal rois de Cresteneté.
 Mais ela est dever lui mal porté,
 Qe cun un nan l’oit atrové en peçé:
 En avolterio ela s’est atrové,
 Unde a vos elo m’oit envoié
15240Qe vos de ren no ve mervelé
 Se por iustisia ela serà çuçé.”
 Quando li rois l’oit oldì et ascolté,
 A gran mervile en fu amervilé.
 Mais sor tot la raina, qe l’avoit alevé,
15245Qe conose de sa file son cor e son pensé,
 Nen pote ester, al mesaço oit parlé:
 “Mesaçer, frer, le seno avés cançé!
 Ben conosco ma file qe in mon ventre porté.
 Ço qe vos dites, tot est falsité;
15250Ne non poroit estre, por toto l’or de Dé,
 Qe mia file en fust tanto olsé,
 Qe a son segnor aust fato falsité.
 Ben poit ester a torto calonçé,
 Mais a droiture el no è verité.
15255Plus loial dame non è en Crestenté!
 Mal fa li rois quando de ço l’à blasmé.”
 Dist l’inperer: “Mal avoit porpensé
 Karlo li rois, quant ma fila oit calonçé,
 De un nan donde sui sì abosmé;
15260Par un petit non ai li seno cançé.
 A vestre rois, quan tornarez aré,
 Da la ma parte vu sì le conté,
 Qe ben se guardi, et avant et aré,
 Qe a ma fila non faça nul engonbré.
15265E s’elo l’oit trové en nul peçé,
 A moi l’envoie, non soia entardé.
 Savoir eʼ voio da le la verité,
 S’ela serà voire, in malora fo né;
 Colsa como no or no me la blasmé,
15270Qe de ma file non ò nul mal pensé.
 E s’el è calonçea el est a falsité,
 Da malvasio hon, e pesimo e re.
 Ço qe vos di, or ne le oblié.”
 
 r. 427
 Coment li rois parlle alli mesancer.
 
 428
 “Mesaçer, frer, non avoir nul dotançe;
15275Da la ma part dirà a l’inperer de Françe,
 Qe de ma fila non ò mal entendançe,
 Onde eo le prego, q’el aça pietançe:
 Envoi a moi ma file, si savrò la certançe.
 Se voir serà, meteròla en balançe:
15280Çuçea serà sença nul demorançe
 E de questa colse non aça dubitançe.
 E s’elo la çuça, sença moi entendançe,
 Qe da le non saça la çertançe,
 Eo n’averò al cor gran tristançe,
15285Si le meterò tota la mia posançe,
 De le prendere gran vengançe.”
 Dist li mesaçer: “Loial è li rois de Françe,
 Non farà ren sença gran conseiançe.
 Vestra anbasea farò sença nul demorançe.”
 
 r. 428
 Coment li mesancer demande congé.>
 
 429
15290“Emperer, sire,” ço dist li mesaçer,
 “Ben dirò vestra anbasea a Karlo l’inperer.”
 Conçé demande, si s’en tornò arer;
 Mes avanti q’el poust en França entrer,
 Elo oldì de Macario la novela conter
15295E d’Albaris li cortois e li ber.
 Quant le oldì, molto s’en pris merveler;
 Tanto çamine, et avant et arer,
 Ven a Paris si se vait ostaler.
 E pois, sença nul demorer,
15300Va a la cort a l’inperer parler,
 Por son mesaço dire e retorner.
 “Enperer, sire,” ço dist li mesaçer,
 “En Costantinopoli [fu] a cele enperer
 Vestra anbasea e dire e conter.
15305Saçé por voir, quando m’oldì parler,
 Presente estoit ilec sa mulier.
 Molto s’oit de ço a merviler,
 E por nul ren ne le poit creenter
 De soa file nesun mal penser.
15310E ben guardés de le açuçer;
 Mais el vos proie, qe la deça envoier,
 Qe avec le elo ne vol rasner,
 Savoir s’el est voir, o falsa calonçer.
 S’el serà voir, q’el se posa proer,
15315Sì asprament elo la farà çuçer
 Qe toto le mondo s’en avrà merveler.
 S’el no è voir, no la vol calonçer
 E ben guardés por dito de liçer
 Ne le faisés onta ni engonbrer.”
15320Li rois l’intent, molto li parse noier.
 Elo reguarde dux Naimes de Baiver:
 “Naimes,” dist il, “grant est li destorber,
 Qe m’oit fato le traito losençer,
 Qe a torto me calonçò ma muler.
15325Conselés moi, eʼ vos voio en proier,
 Como me poroie da cele enperer,
 De soa file dire et escuser.”
 E dist Naimes: “Vu farés como ber;
 Vu le farés dire e creenter,
15330Qe vestre dame l’invoiesi l’autrer,
 Par un çivaler cortois e ber;
 Mais un Macario, malvasio e lainer,
 Contra vos voloir si le aloit arer,
 Si le oncis al brant forbi d’açer.
15335Qe devenise de la raine, quel no le savés conter,
 Qe quel Macario, quando se vene a çuçer,
 De le non soit nula rason mostrer,
 Qe la ast lasé in boscho ni in river.”
 Dist l’inperer: “Eʼ si le voio otrier,
15340Q’elo se ge diça dire a derasner.”
 
 r. 429
 Coment Namo parlloe.
 
 430
 Naimes parole, qe no fo pais vilan:
 “Entendés moi, çentil rois sovran,
 De la raine estoit molto gran dan.
 Sença peçé si è morta ad ingan,
15345Por cil malvés traitor seduan.
 Cil le confonde, li qual formò Adan!
 Iamés non fo veù un si pesimo tiran.
 E vos estes rois tros en ierusalan,
 Sor tote rois estes li sovran.
15350A quele rois, q’era vestre paran
 Excuser vos estoit, qe non savés nian,
 Dapo qe fo partì da vos por çucemant,
 Donde al traitor en desì tel torman,
 Qe arso fo in le fois ardan,
15355Contra voloir d’amisi e de paran.”
 Dist l’inperer: “Vos estes li sovran,
 Qe se trovase tros en ierusalan,
 Qi en vos se fie pò ben eser certan:
 Non avoir mal la sira ni la deman.
15360Sor tot li saçes, estes li capitan;
 Vu serisi ester eser bon çapelan
 Por conseler tot le Cristian.”
 
 r. 430
 Coment anchor parlle Naimes.
 
 431
 “Çentil mon sire,” ço dist li cont Naimon,
 “Sentencia qe se dait contre rason,
15365Molto desplait a tota çente del mon.
 E quel qi la dà, n’atende bon guierdon,
 Da celle qi sostene li tron.
 Çuçé fo la raine sença cason,
 La plu bela dame de tot li mon
15370E la plu saçe e de milor rason,
 Qe unchamés en fose Salamon.
 Como l’aust mais pensea nesun hon,
 Qe Macario, q’era ves conpagnon,
 Aust pensé ver vos tel traison,
15375Ne aust morto Albaris sença cason,
 Por avoir la raine a soa sobecion?
 De cella raine non saven si ne non,
 Qe n’est devenue dapois q’ela s’en alon,
 Mais mon cor me dist, si ne sto en sospicion,
15380Qe sana e vive ancora l’averon.
 Mais s’el vos plait, tenpo nu atenderon,
 Tanto qe altre novelle oldiron
 De la raine, s’el è morta o non.”
 Dist l’inperer: “A Deo benecion.”
 
 r. 431
 Coment parlloe Naimes.
 
 432
15385“Enperer, sire,” çe dist Naimes de Baiver,
 “Se a mon conseil vos volez ovrer,
 Tel vos donarò, non ert da oblier.
 Ancora en Costantinopoli envoiaria mesaçer,
 A celle rois dire e conter,
15390Cun la iustisie avés fata sì fer,
 De Macharie li traito lesençer,
 Qe soa file aloit acuser,
 Sença colpe i ve la féʼ sbanoier.
 Ne se poroit de la iustise dire ne rasner,
15395De soa file ren ne le pois derasner.
 Ne le so pais dire ni conter,
 Coment se posa avoir ni trover,
 Qe in le bois se aloit a fiçer.
 E se de le vole mendança demander,
15400Parilé estes de a lui delivrer,
 D’or e d’avoir, e de besant e de diner.”
 Dist li rois: “Ben est da otrier;
 Qi le poren ancora envoier?”
 Dist dux Naimes: “Bernard da Mondiser,
15405Qe lì alò autre fois l’autrer.”
 Adoncha li rois féʼ par lui envoier
 E cil le vene de grez e volunter.
 “Bernard,” fait il, “el vos convent aler
 En Constantinopoli ancor a l’inperer.
15410E sì le averì e dire e conter,
 Qe de sa fille e non so nul sper.
 Ma quel qi l’acusò n’oit aù son loer;
 Arso fo en fois, la polvere a venter,
 Undʼeo le prego, q’el me diça perdoner,
15415Qe parilé sui de le amender,
 D’oro e d’avoir, de besant e de diner.”
 Dist Bernard: “Ben le voio otrier.
 Donez moi li conçé, qe eo m’en voio aler.”
 Dist li rois: “Alez e non tarder.”
15420E cil Bernardo si ven a son oster;
 Parilé fu de ço qe li oit mester,
 Por le çamin s’en prist ad aler.
 Et avant q’el poust en Costantinople entrer,
 Estoit la raine venua a son per.
15425E tot le dist, non lasò qe conter:
 De le rois, cun la féʼ sbanoier,
 E for de son reame e[l] la fe envoier;>
 E por Machario li vene quel inoier,
 Qe li rois volse onir e vergogner.
15430De Alb aris non lasò qe conter,
 Como le oncis quel malvasio liçer,
 E como en le bois s’aloit a fiçer
 E coment l’avoit convoié Varocher,
 En Ongarie e davant e darer.
15435E sì le conte de li cortois oster
 E de ses fille e de sa muler.
 “De li rois d’Ongarie ne vos poria conter
 Qe mon filz el me féʼ batiçer.
 Tant honor m’à fato, nel devez oblier
15440En vestra vie, le devés gracier.”
 Qi doncha veist la mer la fia baser!
 A tanto ecote vos de França li mesaçer:
 Avanti q’el poust in la cité entrer,
 A l’inperer el fo fato nonçer.
15445E quant le rois le soit, elo féʼ sbanoier,
 Qe de sa file nu hon deust parler.
 Nen vol pais mie qe quelo mesaçer,
 De le ne saça novela aporter.
 
 r. 432
 Coment Bernardo arivé est in Constantinopolle.>
 
 433
 Quando Bernard fo en Costantinople entré,
15450E qe a l’albergo elo fo ostalé,
 A le palés elo s’en fo alé,
 Davanti li rois se fo presenté.
 La novela li conte qe li oit aporté,
 Quando li rois l’intende, elo li responde aré.
15455“Mesaçer, sire, or tornarez aré;
 Vestra anbasea no m’è pais a gré.
 Al rois de Françe direz e conté
 Sovente, qe ma file por muier li donè,
 Et ensement me la retorni aré;
15460Qe s’el me donast tuto l’or de Crestenté,
 Por moia file non seroit moto parlé.
 Doncha cuita de França l’inperé
 Avoir ma fille del reame sbanoié,
 Donde morta est e da bestie devoré?
15465Ora me demande merçè e pieté,
 Coment me poroit il avoir amendé?
 No, por tot l’avoir de la Crestenté!
 Unde eo vos di, qe tosto tornez aré;
 E quando serés in França reparié,
15470Direz al roi de França l’aloé,
 Qe da ma part el est desfié.
 S’el no me rende ma fille, q’eo li doné,
 Verò Paris avanti tros mois pasé.”
 Bernardo l’olde, no l’a pais agraé;
15475De maltalant el prist li conçé.
 De la filla li rois no li fo moto parlé,
 Donde Blançiflor ne fo çoiant e lé.
 Eʼl mesaçer s’en torne tot abusmé,
 Quant a Paris el fo reparié,
15480Li rois trova e Naimes l’insené.
 La novela li conte, qe cil li oit mandé;
 Quando li rois l’intende, tuto fo trapensé
 E dist Naimes: “Mal avon esploité,
 Qe cil rois oit gran poesté,
15485De çivaler, de conti, e de casé;
 Ben estoit guarnì de riçe parenté,
 De soa file mal vos avés porté.
 En strançe part l’avez envoié,
 Ne savon de le novele por verité,
15490S’ela est viva o morta delivré.
 S’el ne fa guera, nu sen desarité,
 Nen lasarà çastel ni fermité,
 El n’arderà le vile e le çité.”
 Dist li rois: “Soia al voloir de Dé.”
 
 r. 433
 Coment Naimes parolle.
 
 434
15495“Emperer, sire,” ço le dis Naimon,
 “Da vestra part è venù la cason,
 De la raine sens mal contençon.
 De le non avés fato se mal non:
 Senpre avez creù li parant Gainelon,
15500Qe vos ont fato cotante mesp[r]eson.>
 Se l’inperer n’asalt, nu si defenderon;
 El à li droito, e nu torto avon.
 Deo ne conseili, qe sofrì passion,
 Qe no li so dire altra rason.”
15505Or lasaren de l’inperer Karlon
 E de Bernardo e de le dux Naimon.
 De l’inperer nu si ve contaron,
 Qe sir estoit de Costantinople, entorno et inviron,
 De soa filla, q’el voit, estoit en gran fricon.
15510S’el no la vençe, no s’apresia un boton;
 E quando ela li conte soa menespreson,
 Si grant oit li dol, par poi d’ire non fon.
 Elo apelle ses conti e ses baron:
 “Segnur,” fait il, “oez qe mespreson
15515M’avoit fato l’inperaor Karlon
 De mia file da la cler façon.
 Sbanoié la oit, cun se fait li laron;
 Sor le oit atrové blaximo e cason.
 Se no m’en venço, no varò un boton.
15520Conselés moi, coment nu la faron.”
 Le primeran qe parle oit nome Floriamon;
 E cil fu saies, e de bona rason;
 Elo parole, non senblò a bricon.
 “Droit enperer, por qe vos çeleron?
15525Grand è toa tera e grande reençon,
 E toa çent sont de gran renon;
 Asà avés çivaler e peon.
 Or envoiés a l’inperer Karlon,
 Qe vestra file, c’avoit le çevo blon,
15530Ello v’envoi sença nula cason.
 Colsa como no, qe nu le desfion.”
 Dist l’inperer: “A Deo benecion.”
 
 r. 434
 Coment Salladin parlle.
 
 435
 Aprés Floriamon parole un çivaler;
 Saladin oit nome, molt se fait priser.
15535En alto parole, cun homo pro e ber:
 “Enperer, sire, li vestre çivaler
 Vos doit a dritura conseler,
 Ne por paure, ne por nesun engonbrer,
 L’omo no se doit retrar arer.
15540Ora prendés di vestre çivaler,
 Qe soia saçes de dir e de parler,
 Si le envoiés a Karlo l’inperer,
 Qe vestra file ve diça envoier.
 E s’elo no la poit avoir ni reçater,
15545Por le vos diça tant avoir doner,
 Como ella poroit por nula ren peser;
 E quel oro sia de le plu çer
 De quel de Rabie, qe plu se fait apriser.
 E s’el non vol faire, mandés le desfier,
15550Qe da vos el se deça guarder.
 E posa faites vestra ient asenbler,
 Tant qe n’aiés plus de cinquanta miler.”
 Dist li rois: “Ben est da otrier.
 Qi li poron nos envoier?”
15555“Floriamont, sire,” cil li respont arer,
 “Et avec lui Çirardo e Rainer
 E Gondifroi li ardì e li fer.”
 “Par foi,” dist l’inperer, “ça milor no le requer.
 Or le faites mantenant atorner;
15560Eʼ no voio pais q’i diça demorer.”
 Si altament elo le fi atorner,
 Con se convent a droito enperer.
 E cil s’en vait fora por la river.
 Tant alirent, nen volent seçorner,
15565I vent en Françe, si se font ostaler.
 A Paris trove Karlo l’inperer
 Et avec lui dux Naimes de Baiver
 E li Danois, Ansois e Guarner
 E mant des autres qi fo bon çivaler.
15570I se desent ad un bon oster;
 E quant furent repolsé si se vait a monter
 Sor li palés a li rois a parler.
 
 r. 435
 Coment li mesancer saluirent li rois.>
 
 436
 Quant qui baron fo a Paris venù,
 Sor le palés montent quant repolsé fu.
15575Li rois trovent dolent et irascù,
 Por sa muler qe il avoit perdù,
 Qe a gran torto calonçea li fu.
 Li mesaçer ne fo mie esperdù,
 Quant davant lui i furent venù,
15580I le salue da la part de Iesù:
 “Cil Damenedé qi ait la gran vertù,
 Ve salvi, rois, e vu e vestri dru.”
 Dist li rois: “Vu siez ben venù.
 Dont estes vos, e qi vos oit trametù?”
15585E cil le dient: “Ves amigo e ves dru,
 Ço est, l’inperer qe oit la gran vertù.
 Sire est de Costantinople, si le oit eù,
 Si le obedient, li grandi e li menù.”
 Dist l’inperer: “Vu siez ben venù.”
 
 r. 436
 Coment li mesançer parlerent a Karlo.
 
 437
15590“Emperer, sire,” ço dist li mesaçer,
 “A vos n’oit envoié li nostro enperer,
 Qe soa fille le diça envoier,
 Qe elo a vos en donò a muler.
 Por grant amor vos fa nocier
15595E se vos no la poez envoier,
 Tanto esmés quanto la poit peser,
 A fin oro vos la convent loier
 De le milor qe se proà trover,
 De quel de Rabie, del milor e del plu cler.”
15600Dist li rois: “Duro est da otrier;
 De la dame e non ò nul sper,
 E de l’oro no se vol ren parler.
 Briga seroit tanto oro atrover.”
 Dist li mesaçi: “El vos cunven penser
15605De vos guarnir e pariler.
 E vos so ben dire, sença boser,
 Qe mon segnor, q’è orgoloso e fer,
 Vos en mande par nos a desfier.”
 Dist li rois: “Deo soia nostra sper!
15610A nos poir saveron defenser.”
 A le parole dist Naimes de Baiver:
 “Mesaçer, frer, eʼ no vos voio çeler:
 Gran torto oit li vestre enperer,
 Dapois qe l’omo à prendu sa muler,
15615Ne le doit de le a faire ni son per ni sa mer.
 Colù qe l’oit presa a nocier,
 N’en poit fare de le le son voler.
 E tant qe vivo estoit, ne se pò desevrer,
 S’ela no fese ver de lui avolter,
15620E por celle la poit a martirio livrer.
 Unde vos en dirés a li ves enperer,
 Q’elo lasi soa fila ester.
 Viva o morte, no la pò recovrer;
 Nian por ço no meta quel penser,
15625Q’elo n’açe ne or coito ne diner.
 S’elo ven in França a gueroier,
 Elo li trovarà tanti bon çivaler,
 Qe in toto li mondo non ait son per,
 Por ben ferir et in stormeno çostrer.”
 
 r. 437
 Coment li esançer desfient Karlo.
 
 438
15630Li mesaçer si fo saçi e valent;
 De l’inperer a cui França apent
 Oit entendù son cor e son talent
 E del dux Naim oì le convenent:
 De son avoir no le darìa nient.
15635Ni de la dame no soit li convenent,
 Se viva soit o morta ensement.
 Conçé demande, ma prima li content,
 Como son segno[r] loro se desfient.>
 E dist Karlo: “E mi lui ensement.
15640Anche ne sia e gramo e dolent,
 Ben so qe vestre sire oit grant ardiment,
 Dolent sui quant a lui ofent;
 Mais a çeste fois no alò altrement.”
 Dist li mesaçe: “A Damenedé vos rent.”
15645Conçé demande, al çamin se metent;
 Via s’en vait, non fait arestament.
 Tant sont alé, por poi e por pendent,
 Asà durò pena e torment.
 Ven a Costantinopoli et ilec desent,
15650Li roi trovon ad un son parlement
 Oʼ il avoit de baron plus de çent,
 Qe tot erent e saçi e valent.
 
 r. 438
 Coment li mesacer parlent a l’inperere.>
 
 439
 Li mesaçer no fo mie vilan:
 Tant çerchent li mont e li plan,
15655Qe in Costantinopoli venent une deman.
 Li enperer trovent ilec davan,
 De soa file molto estoit çoian,
 Qe avec lui l’avoit viva e san.
 S’eloʼl saust l’inperer Karlo el Man,
15660En soa vite nen fust si çoian,
 Qe plu l’amava de ren qe fust vivan.
 Dist li mesaies: “Çentil rois sovran,
 Parlé avon cun li rois Karlo el Man,
 E cun le dux Naimes, le conseler altan
15665Qe soia en Crestenté e darer e davan.
 Par nos vos mande, ne vos dote nian,
 De darve avoir non ait nul talan.
 Se vu le desfiés et i vu enseman,
 Asà avoit de çivaler valan,
15670Qe li vestri non dota un diner valisan.”
 Dist l’inper a cui Costantinople apan:
 “Questo saverà li rois in breve tan,
 Se in questo mondo eo serò vivan,
 O mo o lui seremo a nian.”
 
 r. 439
 Coment l’i[n]peraere fi asenbler sa ient.>
 
 440
15675Quant l’inperer olde li mesaçer,
 Qe Karlo el maine de França e de Baiver
 Ne le dote valisant un diner,
 Por li conseil de li ses çivaler
 Féʼ bandir oste par tot son terer.
15680Nen lasò villa, ne borgo ni docler,
 Qe no li faça li banior aler.
 Avant un mois tant ne fait asenbler,
 Q’elo n’avoit ben .lx. miler.
 Or defenda Deo Karlo Maino l’inperer!
 
 r. 440
 Coment li roi fi adorner sa fille.
 
 441
15685L’inperer de Costantinople nen demorò niant:
 El oit mandé par tot son tenimant,
 A burs, a vile, a çasté et a pendant,
 Par tota sa ient e amisi e parant.
 Quant il oit asenblé tote la soe iant,
15690Lx. milia furent a verdi elmi lusant,
 A palafroi et a destrer corant.
 Li enperer non fait arestamant;
 Elo féʼ sa file adorner riçemant
 Et ensement ses petit enfant.
15695E Varocher, li pros e li valant,
 Nen seçornò mie longamant;
 Elo pris arme e guarnimant,
 Le qual furent tot a son talant.
 Un gran baston q’era quarés davant,
15700S’avoit fato e groso e tenant
 E sença quello non vait tant ni quant.
 Or oit l’inperer asenblé sa oste grant:
 Dever Françe çivalçe ireamant.
 Ora conseili Deo Karlo Maino li posant,
15705Por un traitor fo mis en tormant.
 
 r. 441
 Coment l’i[n]perere çivalçe ver Paris.>
 
 442
 Via çivalçe quel grant enperaor,
 Qe de Costantinople estoit enperaor,
 E mena sa fille, la belle Blançiflor,
 E ses petit enfant avoit avec lor
15710E Varocher, qi non fu li peior;
 Plus en féʼ guere de nul altre pugneor.
 Tant alent, qe non farent demoror,
 Qe i vene in Françe et ilec farent seior.
 Quant forent a Paris fora por quel erbor,
15715Tende e pavilon fait tendre entor.
 Quando le voit Karlo l’inperaor,
 Nen pote muer qe des oili non plor.
 Naimes apelle, ses bon conseleor:
 “Naimes,” fait il, “ben poso avoir dolor,
15720Quando me voi entrer in tel freor;
 Mal averò veçù ma muler Blançiflor.
 Ai, Machario, malvasio peçeor,
 Mal ò veçù averte nul amor,
 Qe por celle amor tu me fusi traitor!
15725Et Albaris m’onceisti a dol e a freor,
 Dont ma muler m’est alea a desenor.”
 E dist Naimes: “Por qe faites vos plor?
 S’el vos remenbra del tenpo ancienor,
 Qui de Magançe v’à mis en tel iror;
15730Traì vos ont de sa chaʼ li plusor.
 Deo li confonde, li Maine Criator!”
 
 r. 442
 Coment Naimes parolle.
 
 443
 Naimes parole, ni à talent q’en rie:
 “Droit enperer, nen lairò nen vos die;
 Qui de Magançe e soa segnorie
15735Nos oit metù en si malvasia vie,
 Qe ie non sai qe de lor eo m’en die.
 Traì nos oit Macario e fato tel vilanie,
 De Blanciflor qe non so qe m’en die.
 Or n’è sovravenù una tel çivalerie,
15740Qe deveroit eser nos privé et amie;
 Et i seroit mortel enemie.
 A nos en croit e bataila e brie,
 Qe mais in França nen vene tel stoltie.
 Or ne secora la santa Mere pie,
15745Qe da moi en avant, eʼ no so qe m’en die,
 Quant me remenbra de ma ancesorie,
 Qe por traitor ne sen toti finie,
 S’eʼ n’ò dolor e tristeça e irie,
 De çela colse no m’en demandés mie.
15750Ne sa qe dire, se Deo me beneie.”
 
 r. 443
 Coment anchor parloit Naimes.
 
 444
 “Emperer, sire,” ço dist li cont Naimon,
 “Eʼ no so pais coment nu la faron,
 Ni bon conseil doner non poit hon.
 Quant l’on porpense la gran menespreson,
15755E li gran dol e la confosion,
 Qe vos avés fato de sa fila Blançiflon,
 Le milor conseil qe prender poson,
 Estoit, rois, qe nu se parilon
 Et ensemo fora a la defension;
15760Qe meio est morir, qe star qui en preson,
 Pois q’el non vole merçè ni perdon,
 De soa file avoir la reençon.”
 Dist l’inperer: “E nu sì le faron.”
 Adoncha fait asenbler ses baron:
15765Ben furent .xxx. mil quant furent en arçon.
 A Ysoler donò ses confalon,
 E li Danois e li cont Fagon
 E Beliant le fu de Besençon,
 Quist guient l’insegna li rois Karlon
15770Ver l’inperer, qe de Costantinople son.
 
 r. 444
 Coment Karlo fi aparilere sa ient.
 
 445
 Li emperer Karlo nen volse demorer:
 Féʼ sa çent guarnir e pariler.
 XXX. milia forent a corant destrer:
 Li bon Danois e Naimes de Baiver
15775E Ysoler fo li confaloner.
 La porta font avrir e despaser,
 Fora ensent qe ne doia noier.
 Quant la novela alò a l’inperer
 De Costantinople et a so çivaler,
15780Demantenent ello le fait monter,
 E forent .xl. mile ad arme et a corer.
 Volez vos oldir cun la féʼ Varocher?
 El non féʼ mie a mò de paltroner;
 Nen oit çival, palafroi, ne destrer.
15785Arer vait cun li altri peoner,
 So gran baston non volse oblier.
 Quando vi l’oste de Karlo l’inperer,
 El se porpense de sa çentil muler
 E de ses enfant q’el se lasò darer,
15790Quant la raine el oit a convoier,
 Quant in le bois ello l’avì trover.
 Qi le veist son baston palmoier,
 Ben cuitaroit qe fust un averser.
 Non va in rote cun altri çivaler,
15795Ançi vait darer cun li scuer,
 E sì se féʼ de lor ses avoer.
 Qe vos diroie de le pro Varocher?
 Elo savoit le vie e li senter,
 E de Paris e l’insir e l’int[r]er>
15800E le mason di alti çivaler.
 Elo aloit la noit avanti l’aube cler
 E si se ficoit en l’oste l’inperer
 E si aloit a modo de scuer
 Si se ficoit in la tenda l’inperer,
15805Là oʼ il savoit qe estoit li bon destrer.
 Tot le milor elo féʼ enseler,
 Via le moine qi ne doia noier.
 E quando fo a l’oste de li ses çivaler,
 Elo comença: “Monçoia, çivaler!”
15810Altament e brair e crier,
 “Levezé vos, ne vos aça entarder,
 Qe l’oste Karlo el Maine venemo da preider;
 Tot li avon li ses milor destrer,
 I non averà sor qi posa monter.”
15815Quant cil l’intent, se prendent a merveler
 De la parole qe dist Varocher.
 Qi doncha veist cella ient monter,
 Le arme prendre e montar en destrer,
 E l’ost Karlo el Maine venir asalter!
15820Meesmo li rois, quando volse monter,
 Entro le stale non trovò son destrer,
 Ne de les autres qe estoit plus da priser.
 Adoncha parole dux Naimes de Baiver:
 “Ie vos le disi ben, nobel enperer,
15825Qe qui de Magançe vos faroit mal ariver.
 Nu n’avon guere cun pere e cun frer.
 Colù qe est de Costantinople enperer,
 Sa fila nos demanda, Blançiflor al vis cler.
 Saçés por como là li porisés bailer?
15830Nu l’averon sì cer a conprer,
 En nostra vite no le veron oblier.”
 E dist Karlo: “Como la poon ovrer,
 Qe pax e concordia poumes reçater?”
 E dist Naimes: “Si grant è li danger,
15835Qe bon conseil eʼ no ve so doner.”
 
 r. 445
 Coment fu grant la bataielle.
 
 446
 L’inperer a qi França apent,
 A gran mervile il estoit dolent;
 Elo oit pris arme e guarniment.
 E le dux Naimes e tota sa ient,
15840Da l’altra part s’arment ensement.
 Qui de l’inperer a qi Costantinople apent,
 Montent a destrer isneli e corent;
 Gran fu la nose a quel començament.
 Qi donc veist qi çivaler valent,
15845Ferir de lançes e de spee trençent!
 Qi de Costantinople non furent mie lent
 E l’inperer de Françe le foit ensement
 El dux Naimes e Oger li valent.
 Por la gran presie vent isnelement,
15850Un çivaler ardio e posent
 (Cil avoit nome li pros Floriadent,
 Plus valent hon non est in Orient.
 Nevo ert e prosman parent
 De l’inperer a qi Costantinople apent,
15855E Blançiflor el ama dolçement)
 En la bataile se mis ireement;
 Fer un Fra[n]çeis por tel envasament,>
 La tarça li speçe e l’aubergo li fent.
 Al cor le mis le glavio trençent:
15860Morto l’abate dont Karlo en fo dolent,
 El s’apeloit ses proçan parent.
 
 r. 446
 Coment fu grant la mellé.
 
 447
 A gran mervile fo Floriamont orgolos,
 Fort et ardì e de mal inartos,>
 E de bataile estoit molto ençegnos.
15865Quant il oit mort cil çivaler deblos,
 Elo dist a sa ient: “Segnur, qe faites vos?
 Car or me vençés la bela Blançiflos,
 Qe Karlo el Maine n’oit fato tel desenors.”
 E cil le font, quant oent li contors;
15870Doncha oisés di colpi gran sons,
 E qui de Françe le ferent ad estors.
 Doncha verisés un stormeno dolors:
 Mant çivaler furent del çevo blos.
 Mal vide Karlo li culverti traitors,
15875En cui senpre à metù son amors.
 Ço fo qui de Magançe e de ses parentors,
 Qe senpre féʼ a Karlo onta e desenors.
 Mes Damenedé, li pere glorios,
 Le fi asà avoir onta e desenors
15880E a mala mort çuçè li ses milors.
 Le primer fu dan Gaines li contors,
 Qe traì in Spagne li doçe conpagnos,
 Rolant et Oliver, Belençer et Ontos
 E li vinte mille qe oncis Marsilions.
15885Mais por Machario vene tel tençons,
 Qe Cristian cum Cristian avoit tel perdons,
 Qe non fust estoré par nesun hon del mons.
 
 r. 447
 Coment Danois se ferì con Floriamont in l’estorta.
 
 448
 Grande fu la bataile, e li stormeno fu fer;
15890Qi donc veist qui çivaler,
 Qe de Costantinople venent por çostrer,
 Cun le espée e ferir e capler
 E qui gran colpi doner e enploier.
 A qi dona uno colpo, ni à mester proier,
15895Q’i non oncie loro o son destrer.
 Floriamont vent por li estor plener:
 En meʼ la voie s’incontrò cun Uger,
 Le bon Danois, qe tant se fa pro e fer;
 Anbidos se ferirent quant se vene a incontrer.
15900Fendent soi le targes trosqu’a li aubergi cler,
 E qui son bon, nen pò maie falser.
 Le aste se ronpent d’anbes le çivaler,
 Oltra le porte li corant destrer.
 Quant a ço fait, s’en retornent arer
15905L’un contra l’autre, cun fust dos çengler.
 E trait le spee, c’oit li pomo dorer,
 E sì gran colpi i se voit a doner,
 Desor li eume qe fois en fait voler.
 De qi non trençe, qe Deo li volse aider!
15910Tot le targe e li scu a quarter
 Font a la tera cair e trabuçer.
 Sì grant fu la bataile d’anbes li çivaler,
 Nen est nul homo qe le saust conter.
 Ça un de loro fust morto sença sper,
15915Quant li sorvene Karlo Maino l’inperer
 E le dux Naimes del duchà de Baiver.
 Da l’altra part venent altri çivaler,
 Por Floriamont secorer et aider.
 Adonc le fait anbidos desevrer;
15920Sì grant fu la bataile, e sì dura e fer,
 Ne vos la poroit ne dire ni conter.
 E Blançiflor la raine al vis cler,
 Estoit al pavilon de l’inperer son per,
 E plançe e plure e fait gran danger.
15925Quant ela voit onçir son çivaler,
 Donde raina ela se fa clamer,
 Oʼ ella vi son per, sì le prist a parler:
 “Pere,” fait ela, “molt è grant li danger,
 De questa ient qe faites atuer,
15930Si sont de moi tuti amisi e frer.”
 “Filla,” fait il, “non poit por altro aler.
 Questo fi fato a onta l’inperer,
 A cui primament e vos dè a muler.
 Ne vos doit pais de ceste ovre graver,
15935Quant el vos fi si vilment onober,
 Quando de Françe el vos féʼ desariter,
 Ça no me poso quela ovra oblier.”
 
 r. 448
 Coment l’i[n]perere parloit a sa fille.>
 
 449
 “Filla,” dist li rois, “ne me oblia mie:
 Quant li rois de Françe oit fato tel stoltie,
15940Qe vos oit caçé por la landa hermie,
 Como vos fustes esté una soa amie.
 No le poso oblier tot li tenpo de ma vie.”
 Dist la dama: “Nen lairò nen vos die,
 Pere,” fait ela, “elo non sa ne mie,
15945Qe eo soia in la vestra bailie.
 S’eloʼl saust, forsi seroit repentie
 De ço q’elo m’aust fato en sa vie,
 Si vos clamaroit perdon e mercie.”
 Dist li rois: “Questo non voie mie,
15950Se primament no me son vençie.”
 E la dama l’olde, no sa q’ela se die.
 
 r. 449
 Coment Varocher menoit dos civals alli rois.>
 
 450
 Endementir cun tenent la tençon,
 Atant vene Varocher sovra un aragon
 E si menoit dos destrer aragon,
15955Tot di milor qe avoit li rois Karlon.
 Oʼ vide l’inperer, si le fait delivrason:>
 “Mon sir,” fait il, “de ces vos faço li don.
 Eo fu a la tende de Karlo e de Naimon,
 Eʼ no son çivaler, ançi son un poltron;
15960Ma s’el vos plais çençer moi al galon,
 Le brant d’açer, qe me clami per ves non,
 Çivaler adobés como li altri son,
 Eo farò la bataile cun li meltri canpion,
 Qe soia in l’oste de l’inperer Karlon.”
15965Dist l’inperer: “E nu li otrion.”
 Dist la raine: “Ben li avés rason;
 Plus loial homo non è in tot li mon.
 Quant me porpenso de la soa mason,
 Qe par moi lasò sa muler e ses garçon,
15970Si me cunvoiò cun loial e drito hon
 Trosqua en Ongaria, a moia guarison.”
 Dist l’inperer: “E nu ben li savon.
 No li doit falir non aça le guierdon.”
 Adonc fait apeler ses dux e ses baron,
15975E la raine a la cler façon
 Nen volse faire longa demorason;
 Molto richament cun altre dame q’i son,
 Varocher fa despoler tot nu environ,
 Pois le fi revestir de riçes siglaton.
15980Quant à ço fato l’inperer Cleramon,
 Sì le çinse li brando al galon.
 E le dux N[...] si le calçò li speron
 E Varocher çura san Simon,
 Qe al rois Karlo serà mal conpagnon.
 
 r. 450
 Coment Varocher fo fa civaler.
 
 451
15985Quant Varocher fo fato çivaler,
 Qe soloit vivre in bois et en river,
 Quando s’è çinto li brant d’açer,
 A gra[n] mervile el se fait priser.>
 E la raine qe oit le vis cler,
15990Si le donò un bon auberg dopler,
 E un bon eume da le çercle dorer.
 Quant Varocher se vi sì atorner,
 El fo montà sor un corant destrer
 E prist un aster a li fero d’açer
15995E una tarçe d’un olinfant cler.
 Qi le veist corer e stratorner,
 Nen senblaroit mie eser paltoner:
 Senblant oit de nobel çivaler.
 Dist l’un a l’altro: “Veez Varocher,
16000Como soit ben stratorner quel destrer!
 A gran mervile resenbla bon guerer.”
 Tel mil de lor qe volent guagner,
 Se vont a lui acoster,
 Qe le çurent ne lui avoir faler.
16005E Varocher le prist volunter;
 Dist Varocher: “Eʼ no vos voio çeler,
 Qui qi verà cun moi a beroier,
 De li guadagno no li quer un diner.
 Mais el vos estoit eser pro e fer,
16010Qe in tel lois vos averò mener,
 Oʼ nu trovaron tante arme e destrer
 E tant avoir d’oro e d’arçento cler,
 Çascun n’averà plus nen savrà demander.”
 Quant cil l’intendent si altament parler,
16015Çascun le vait parfont ad incliner.
 Dist Varocher: “Or v’alez a polser,
 Et al matin avant l’aube cler,
 Nu averon ensenble çivalçer.”
 E qui le font, sença nul entarder.
 
 r. 451
 Coment Varocher amonisoit sa ciant.
 
 452
16020A grant mervele fo Varocher valant;
 Nen senbloit mie eser truant.
 E quant il oit asenblea sa iant,
 Elo li parole altament en oiant:
 “Segnur,” fait il, “entendés mon talant;
16025De una ren vos vo amonischant,
 Qe çascun de vos soia pros e valant.
 Se vos serés ardi e conosant,
 Tant averon or coit et arçant,
 Qe tot en farés richi vestri parant.
16030Venerés aprés moi, non alirés avant:
 Eʼ vos averò mener a la tenda l’amirant,
 De Karlo el Maine, lo riçe sorpoiant.
 Là trovaron li bon destrer corant,
 Li palafroi e li moliti anblant.
16035S’el g’è avoir, nesun no ne demant.”
 E cil le dient: “Faren li ves talant.”
 E Varocher non demorò niant:
 Quando el fu monté en auferant,
 E tota sa ient avec lui ensemant,
16040E çivalçent secreta e bellamant
 Fora de l’oste sença nosa e bubant,
 Ne non apelle amigo ni parant.
 E çivalçent da la part d’Oriant,
 Par un çamin a costa d’un pendant,
16045Prés de Paris li trato d’un arpant.
 En l’oste entre de l’inperer de Franç:
 Tros a la tende no vait rene tirant,
 E vait criando altament en oiant,
 Cun fait le guaite qe vait çerchant li chant.
16050Françeis l’oent, ne le dient niant,
 Cuitent q’el soia de li ses voiremant.
 Et in tel mò i vont pur avant;
 En le stable entrarent oʼ son li auferant.
 Çascun ne prende qi le ven a talant
16055E qi ait mal çival si le vait cançant.
 A Karlo Maine tole son auferant,
 Q’elo çivalçe a stormeno en cant,
 Et al dux Naimes font lo somiant
 Et a li altres qe son plus en avant.
16060Li ses lasarent qe non valent niant
 E menent qui qi son bon e grant.
 Ne s’en percoit escuer ni sarçant;
 E quando i trovent le çivaler endormant,
 I le tolent le arme e li guarnimant
16065E le espée cun tot le vestimant;
 Ne le lasent or coito ni arçant.
 Tel fu la soire richo e manant,
 Qe a la deman a l’aube aparisant,
 No s’atrovò un diner valisant:
16070Robé furent d’avoir e d’arçant.
 
 r. 452
 Coment Varocher se retorne.
 
 453
 Varocher s’en torne quando il oit robé
 Tota la tende de Karlo l’inperé,
 E si ne moine son corant destré.
 E si le oit en so çanço lasé
16075Et in apreso ançi q’el fust sevré,
 Tot le cope c’avoit Salamoné,
 E l’arçentere de gran nobelité,
 Via la oit tota quanta porté,
 Le armaure cun li brant amolé.
16080No s’en percoit homo de mere né
 De cella colse no s’avoit doté:
 Nen cuitoit qe lairon fust là dens entré,
 Por la paure d’eser apiçé.
 E Varocher cun tota sa masné
16085S’en retornò, tuti çoiant e lé,
 A la soa oste avanti li ior sclaré.
 Quando celli le vent così ben atorné,
 Qe de avoir erent tot carçé,
 E li destrer mener si abrivé,
16090Dist l’un a l’altro: “Oʼ son costor alé,
 Qe tant avoir avont guaagné?”
 Dist Varocher: “Or nen vos mervelé;
 Qe de tel lois l’avemo aporté,
 Là oʼ de l’altro estoit a gran planté.”
16095Dist l’uno a l’altro: “Eʼ non serò daré.”
 Plus de doa mille li sont avoé,
 Cun Varocher aler a la çelé.
 Mais Varocher no li oit pais refusé:
 Davanti son sir elo est alé,
16100Le bon çival de Karlo l’inperé
 Tot primament elo li oit doné,
 E de l’avoir q’i ont guaagné,
 Qe le fu en sa part toçé,
 A la raine li oit delivré,
16105Et a Leoys, sa petit arité.
 E Blançiflor si n’avoit larmoié,
 Quando son avoir vide si malmené,
 Et a tel gent le voit despensé,
 Qe no l’oit mie par nul tenpo guaagné.
16110E Karlo Maine fu por tenpo levé;
 Vide de sa çanbre li avoir anblé
 E son çival estoit via mené:
 Quando ço vi, molto se n’è mervilé.
 Naimes apelle del duchà de Baivé:
16115“Naimes,” fait il, “qi oit questo ovré?”
 “Mon sir,” dist il, “or ne vos lamenté.
 Se vu avés perdù, nient ai guaagné,
 Qe mon çival m’estoit via amené.”
 E tel s’en rist, quando oit ben çerché
16120Qe non trovò li brandi amolé,
 Ne le aubergi, ne le tarçe roé,
 Qe Varocher ne le avoit aporté
 Cun sa masnea planeto a la çelé.
 Ne s’en pensoit li rois qe sì fust alé;
16125Ançi cuitoit qe fust de qui de sa contré,
 Dont plus de mil en fu pris e ligé.
 
 r. 453
 Coment l’inperere fiste apariler sa ient.
 
 454
 Varocher s’en torne cun li ses conpagnon;
 Aporté n’avoit l’avoir de l’inperer Karlon
 E si n’amenoit son destrer aragon,
16130Donde ne fu in gran sospicion.
 E l’inperer de Costantinople non fait arestason;
 El fa monter ses çivaler baron
 E prender arme e monter in aragon,
 Por asalir l’inperaor Karlon.
16135E furent .xxx. mile quant furent en arçon
 E quisti çivalçent sens nosa e tençon.
 Blançiflor, la raine a la cler façon,
 Si se remis plurando al pavilon.
 Dolente estoit de l’inperer Karlon
16140E de son pere, c’avoit cun lui tençon.
 E qui çivalçe a força et a bandon
 L’oste asalì, qi ni pisi o non.
 Gran fu la nose quant levent li ton;
 E Karlo Maine e le dux Naimon
16145Bernardo da Mondiser e le dux Sanson
 E Ysoler e le dux Folcon,
 Prendent les armes, montent en aragon,
 L’oriaflame desploiarent amon.
 L’una gent cun l’autre se ferirent a bandon:
16150Ne le fo cil, ni veilard ni garçon,
 N’aust sanglent le vermio siglaton.
 Gran fu la nose, le cri e la tençon
 E li daumaçe, qi ni pisi o non.
 E tuti son Cristian qe in Deo creon!
16155Mal fo celle hore e celle pon,
 Qe Machario naque in le mon,
 Qe por soe ovre e soa rason,
 Si ne morì a gran destruçion
 Plus de mil qi ne pisi o non.
16160Donde Damenedé li féʼ remision
 De ses peçé si oit confession.
 
 r. 454
 Coment fu grand la bataille.
 
 455
 Grande fu la bataile, mervilosa e fer:
 L’un enperer cun l’autre, quant se vait encontrer.
 Doncha verisés cair qui çivaler,
16165L’un morto sor l’autre cair e trabuçer.
 Davant les autres s’en vait Varocher:
 Ben fu armés sor un corant destrer,
 Ne senbloit mie quel ch’el fo in primer,
 Quant in le bois aloit a converser,
16170Qe cun l’asenel menoit li somer
 Dentro li bois por sa vie salver,
 E vestì estoit a lo de paltoner.
 Ora se voit sor un corant destrer
 E ben armés a lo de çivaler;
16175S’el oit proeçe, non è da demander.
 En man el tent un aste d’un pomer
 Et a son col un escù de quarter.
 Unches Rolant ne le dux Oliver,
 Tant no se féʼ de proeze apriser
16180Como se fait por li canpo Varocher.
 En meʼ la voie, delez un senter,
 El s’encontrò en le dux de Baiver.
 Por grant esforço le ferì Varocher:
 Le scu li speçe, ne le valse un diner.
16185Le auberg fu bon, ne le pote daner.
 Sì grant colpo li donò Varocher
 Qe sor l’arçon de la sella darer
 Fait le dux Naimes tot quant ploier,
 Mais ne le poit del çival deroçer.
16190“Sante Marie,” dist Naimes de Baiver,
 “Questo no è hon, anç’è li vor malfer!
 Iamés tel colpo n’avì da çivaler.”
 El ten la spea si se vorà vençer;
 Varocher, quant le vi, ne le vose aspeter:
16195Ben le conoit, q’el non è baçaler.
 Son çival retorne, lasa Naimes ester.
 Atant ecote vos Karlo Maino l’inperer:
 Dist dux Naimes: “Veez quel malfer?
 Le ver diable le féʼ ençendrer.
16200Tel colpo me donò del brando d’açer
 Desor mon elme q’el me féʼ enbronçer,
 Desor l’arçon de la sela darer,
 Deo me guari, in carne no me pote bailer.”
 Dist l’inperer: “De lui me poso blasmer.
16205E cre par voir, si le ò quela sper,
 Q’el est cil malvasio liçer
 Qe l’altro ior me furò mon destrer.
 A moi resenble qe eo le voi çivalçer,
 Ma se a lui eo me poso aprosmer,
16210Çer li venderò a mon brando d’açer!”
 E Varocher non cura de so tençer,
 Tutora vait et avant et arer.
 En me la voie delez un senter,
 Oit encontrà Bernard da Mondiser.
16215Tel li dona de li brando d’açer,
 Desor li elme qi fo lusant e cler,
 De quel non trençe la monta d’un diner.
 Sì grant colpo li donò Varocher,
 Q’elo l’abate del corant destrer.
16220O voia o no li ait por presoner,
 Via l’en mene sens nosa e tençer,
 Tros a la tende de li so enperer.
 A Blançiflor li donò a guarder,
 E quant la dama li poit aviser,
16225Ben li conoit q’è le so çivaler.
 Demantenant le fait desarmer,
 E pois le fait vestir e coroer
 De riche robe, de palio e de çender.
 E Bernardo prist la dama a guarder:
16230Quant la conoit, qe la poit aviser,
 Nen fust si legro par tot l’or de Baiver.
 Davanti da le se vait a ençenoler
 E Blançiflor le fi su lever,
 Apreso le le fait aseter
16235E si le prist por rason demander
 Como se mante Karlo Maino l’inperer.
 “Dama,” fait il, “par vu est en penser;>
 De vu iamés non ait nul sper.
 Cre qe siés morte, sença nul recovrer.”
 
 r. 455
 Coment Ber[n]ardo parolle a la dama.>
 
 456
16240Bernardo parole, qe oit çoie grant,
 De la raine a la çera riant:
 Qi le donast tot l’or d’Oriant,
 El non seroie sì legro e çoiant.
 “Dama,” fait il, “molto me vo mervelant,
16245De questa ovre como soferés tant.
 Qual qe se more, son ves apertinant:
 Nen fust Damenedé qe me fo in guarant,
 Morto m’averoit a la spea quel truant.”
 Dist Blançiflor: “El è pro e valant,
16250Non è in ste mondo nesun hon vivant,
 Qe a mon segnor aça servì cotant.
 Quando fu morto Albaris l’infant,
 Qe Machario l’onçis, li traito seduant,
 Par me li bois eo m’en foçì erant.
16255Eo atrovè Varocher primemant,
 Par moi lasà muler et enfant.
 Iamai da moi el no fo desevrant
 Tant fu loial e ben reconosant,
 Par moi durò gran poine e tormant.
16260Quant le trovè in le bois primemant,
 Non avoit mie arme ni guarnimant,
 Ançi estoit a modo de truant.
 Entro le bois stava par tot tanp
 E fasoit legne por noir ses enfant.”
16265Dist Bernardo: “Mué oit senblant,
 Meltre çivaler non porta guarnimant.
 Or plaist a Deo, li pere roimant,
 Questa novella saust li rois de Franç,
 Qe vos soiés vive, e legra e çoiant,
16270Nen fust si legro in tuto son vivant.”
 Dist la raine: “Or lasez atant,
 Q’el se repente de l’ovra en oiant.
 Çuçer me volse a torto vilanemant;
 Si m’envoiò çativa e poveramant,
16275Por altrù tere alere mendigant,
 Tota solete cun un de soa çant.
 Ma noportant eʼ son grama e dolant,
 Quando sa ient à nul ennoiamant.
 Mon pere le fait, ne no altro hon vivant,
16280Par soi vençer de l’ovre aparisant,
 Q’elo de moi en féʼ vilanemant.”
 E Varocher si s’en retorna atant:
 Lasa la dame e Bernard ensemant,
 A la bataile s’en vait apertemant.
 
 r. 456
 Coment fu grande la ba[ta]ille.>
 
 457
16285Grande fu la bataile, forte et aduré,
 L’un enperer cun l’autre mostre sa poesté,
 Donde dux Naimes en fo gramo et iré,
 Por Bernardo, qe fo pris, en fo tot abosmé.
 E Karlo Maine tant fu avant alé,
16290Qe cun l’autre enperer el se fo encontré.
 Cun Karlo estoit Naimes e Salatré.
 Morando li pros e li cont Salatré,
 Çascun tenoit in man li bon brando litré,
 Sor qui de Costantinople menoit gran ferté.
16295Ça fust son enperer recreant clamé,
 Quant li rois d’Ongarie li oit secorso doné,
 A .x. mile Ongari de sa contré.
 E Varocher non fo pais daré:
 D’anbesdos part fo si grant la meslé,
16300Dir ne se poroit in carta ni in bré.
 Tuto quel çorno, tant q’el fo vespro soné,
 D’anbedos part ela estoit duré.
 Quant Karlo Maine li avoit escrié,
 L’inperer de Costantinopole oit demandé
16305E cil a lui vene tot coroé
 Par lui parler, çascun se fait aré.
 “Enperer, sire,” ço dist Karlo l’insené,
 “De una ren molto me son mervelé:
 Quando avés soferto et enduré,
16310Venir en Françe asidier ma çité.
 De vestra file eʼ son gramo et iré:
 S’ela est morte vengança n’ò pié,
 De le traitor qe me l’à acusé.
 Ma noportant se mendança en volé,
16315Eʼ vos la farò a vestre volunté,
 D’oro e d’avoir e de diner moené.”
 E cel le dist: “Mal en fu porpensé,
 Quant por ma file fo li fois alumé.
 Nen fust l’abes donde fo confesé,
16320Q’el da le soit tota la verité,
 E qe inçinta estoit de filo e de rité,
 Demantenant ela fose bruxé.
 De le non fust merçè ni piaté
 E posa fo de França sbanoié.
16325A un sol çivaler ela fo delivré,
 Qe por Machario fo morto et afolé.
 Ça çeste plaʼ non serà aquité,
 Se por bataile el non è afiné:
 Un çivaler contro un autre in bataia de pré.”
16330E dist Karlo: “El soia otrié.
 Vu romarés et eo tornarò aré.
 A le matin quant l’aube ert levé,
 Un de ves çivaler en serà adobé,
 E un di me en serà da l’altro lé.
16335S’el meo estoit e vinto e maté,
 Decliner m’averò a vestra volunté.
 De vestra file tel vengança ne prenderé,
 Come vos vira en voler et in gré.
 E s’el vostro serà e vinto e maté,
16340De bon voloir en tornarez aré,
 Si serà entro nos pax e bona volunté.”
 E cil le dist: “El soia otrié.”
 Dont Karlo Maine l’oit parfont encliné.
 Çascun de lor s’oit molto onoré,
16345Arer s’en torne e fo l’oste sevré.
 E Karlo Maine oit Naimes apelé
 E li Danois e des autres asé.
 Tot l’afaire li oit dito e conté,
 De la bataile como ert devisé;
16350Çascun la oit graé et otrié.
 E li Danois primeran fus vanté
 Q’el farà la bataile se a li rois est a gré.
 Demantenant n’en fo conseil pié,
 Li rois demanes li oit li guanto doné.
16355Da l’autre part si fu l’autre amiré,
 Qe de Costantinople est enperer clamé.
 Dist a sa çent ço q’el oit devisé,
 Cun Karlo Maine, li rois de Crestenté;
 La bataila ert da dos sol al pré,
16360“Qi lì alirà?” li rois li oit parlé.
 Çascun escrie: “Varocher l’amiré!”
 E cil respont: “Et el soia otrié.”
 Gran çoia oit li rois e li bé;
 A la raina fu la nova conté,
16365Qe Varocher oit la bataila enguaçé,
 Ver li Danois oit li guanto pié.
 Quant ela li soit, ela fo porpensé,
 Q’ela soit ben tota la verité
 Qe in Crestenté, e davant e daré,
16370Meltre çivaler nen seroit trové
 De li Danois, e de plu poesté.
 Saçés par voir, sença nul falsité,
 Qe Varocher oit loialment amé.
 Par lui parler oit un mesaço mandé
16375E cil le vene ne l’oit pais contrasté.
 
 r. 457
 Coment la raina apeloit Varocher.
 
 458
 Quant davant la raine fo venù Varocher,
 La çentil dame le prist a apeler:
 “Varocher,” dist ela, “vu sì un forsoner,
 Quant contra mon voloir vos faite anomer.
16380Nen conosés mie li nome del çivaler,
 Qi çerchese França tota quanta por inter,
 Nen trovaroit plus argolos ni fer,
 Cun li Danois qi s’apela Oçer.
 Meltre çivaler ne se poroit trover,
16385Ne qe li rois plus ami e tegna çer.”
 Dist Varocher: “Ne le doto un diner,
 E d’una ren vos voio en proier:
 Se vos m’amés, e de ren m’avés çer,
 Qe vos de mi lasez quel penser.
16390S’el fose vivo Rolando et Oliver,
 N’i dotaria la monta d’un diner.”
 Dist Bernardo, qe estoit presoner:
 “Dama,” fait il, “el est pro e ber;
 Iamais tel colpo non avì da çivaler.
16395Mais de una ren e vos voio en proier;
 Qe de bone arme le faça adober,
 Qe li Danois qe s’apella Oger,
 Oit una spea qe trença volunter.
 Curtana l’apelent Alemant e Baiver:
16400Plu trença fer rubio açer,
 Qe nula falçe la erba del verçer.”
 Dist la raine: “Eʼ l’ò ben en penser.”
 Dist Varocher: “Pensés de l’esploiter,
 Qe primament voio a li canpo entrer.”
16405Dist Bernardo, le sir de Mondiser:
 “Sire Varocher, vu avés bon penser.
 Non aça l’ovre sì forte adaster,
 Qe tel se cuita vendere e cançer,
 Qe a la fin si le conpra molto çer.
16410Mal conosés li Danois Oger:
 En tot le mondo, e davant e darer,
 En Paganie e por li Batister,
 No se trovaria un milor çivaler.”
 Dist Varocher: “Ben l’ò oldù nomer,
16415Ma noportant, e noʼl doto un diner.
 E d’una ren vos voio creenter,
 Pois qe mon sir me donò li corer,
 Eo devente sì argolos e fer,
 Quando de le bois me ven a remenbrer
16420Qe sor li doso portava tel somer,
 Como faroit un corant destrer
 De retorner plus a quel mester,
 Saçés par voir, se Deo vole aider,
 De retorner al bois, e non faço penser.
16425Soloia aler vestì de pani de paltoner
 Et in man portoie un baston de pomer.
 E moʼ si son vestì a lo de çivaler
 E a mon laʼ li brando forbì d’açer.
 Quando ço voi, e mon cor son sì fer,
16430Qe non redoto homo vivo de mer.
 Converser soloie cun bestie averser,
 Ora demoro en çanbra d’inperer
 E quando voio sonto so camarler.”
 Dist la raine: “Tu à molt bona sper.
16435Nen so q’en die, ne respondertʼarer,
 Tant è tu saço en dir et en parler,
 Le to parole e non voio amender.
 Ma tota fois, averò par toi proier
 Iesù de glorie, li vor iustisier,
16440Qe de la bataile te lasi arer torner
 E sano e salvo dever le dux Oger.”
 Dist Varocher: “Or lason li parler,
 E si me faites le arme aporter.”
 Dist la raine: “De grez e volunter.”
 
 r. 458
 Coment la raina foit armer Varocher.
 
 459
16445Blançiflor la raine a la clera façon,
 De Varocher oit gran doteson,
 Arme li fa aporter, le meltre de li mon,
 E cil vestì l’auberg flamiron.
 Mis le ganbere e calçò li speron
16450E posa çinse le brando al galon.
 Un elmo à laçé, qe fu rois Faraon:
 Nen fo ma spee q’en trençase un boton.
 Montò a çival corant et aragon
 E la raine a la clera façon
16455Le féʼ aporter una tarça reon.
 Al col se la mist Varocher, li prodon
 E posa prist un aste cun un penon.
 Li fer trençant si le sont enson;
 “Dama,” dist Varocher, “eʼ vo a li Deo non.”
16460Dist la raine: “A ma beneçion.”
 E Varocher punçe li aragon,
 A l’inperer vene sença tençon.
 “Enperer, sire, eʼ vo al canpion,
 A fornir la bataile, se vinçer la poron.”
16465Dist l’inperer: “Soia a li Deo non;
 Se Deo me done de là retornason,
 Tant vos donarò or coito e macon
 E bona tere con çastel e doion,
 Qe in vestra vite en serés riçes hon.”
16470Dist Varocher: “E nu li prenderon,
 Si vos faremo homaço cun fare se devon.”
 Li rois le segne, dè le beneçion,
 E cil s’en voit, a cuite de speron.
 Plu se ten fer qe liopart ne lion;
16475Tanto çivalçe, non fait arestason,
 Ven a la tende de l’inperer Karlon;
 Ad alta vos elo mis un ton:
 “Enperer, sire de França e de Lion,
 Oʼ avés vos li vestre canpion?
16480Vol il conbatre? Dites moi si o non.”
 Karlo l’oì e le dux Naimon;
 Dist l’un a l’autre: “Cil est un mal garçon;
 Meltre diable non è in ste mon.”
 Atant li Danois venoit por li pavilon,
16485De Varocher el oldì la tençon.
 Quando l’oldì, el se tene a bricon;
 Ven a sa tende, oʼ le ses drui son.
 Querì ses arme, si vestì li braçon,
 So blanc aubers, si calçò li speron.
16490Çinse Curtane al senestre galon,
 Alaça l’eume a guise de baron,
 Monta a çival corant et aragon,
 Al col la tarçe, oʼ è pinto li schalon.
 Una asta pris, oʼ li fer son inson,
16495El non fi moto, nen dist autre sermon,
 Ver Varocher s’en vait a speron.
 Karlo le vi, si n’apellò Naimon:
 “Veez li Danois, cun s’en vait a bandon!
 Ça serà la bataile qe ne pisi o non.”
16500E dist Naimes: “Deo vinçer ne la don,
 E si metese pax et acordason,
 Entro color qe imparenté son.”
 
 r. 459
 Coment li Danois apeloit Varocher.
 
 460
 Quant li Danois fo a Varocher venù,
 Elo l’apelle, si l’oit a rason metù:
16505“Çivaler, sire, vu m’avés deçeù,
 Quant avant moi estes a li canpo venù.
 Volez contra moi mostrer vestra vertu,
 O dever moi clamarve recreù?”
 Dist Varocher: “Avez li seno perdù?
16510Creez qe soia quialoga venù,
 Por dir çanson ne faire nul desdù,
 Se no por conbatre a li brandi nu?
 Se tel serés como avés li nome eù,
 Ça ver de moi non serés recreù.”
16515Dist li Danois: “Eʼ v’ò ben entendù.”
 Del canpo se donent una arçea e plu,
 L’un cuntra l’autre ponçe li destrer crenù,
 E brandise le lançe a li feri agù.
 Comunelment i se sont ferù;
16520Frosent le tarçe tote quant por menù.
 Li fer trençant ont in le auberg metù,
 E qui son bon, da mort li oit defendù.
 Le aste è grose, e li fer trençant en fu;
 Anbi li baron sonto de gran vertù,
16525E si gran força i le ont metù,
 Qe inçenoclé son le çivali anbidù.
 E qui le pinse ben qe ont gran vertù,
 Sì qe le aste son in troncon caù.
 Oltra s’en pase li bon çival crenù,
16530Ne l’un ni l’autre no lì à ren perdù.
 
 r. 460
 Coment fu grande la meslé tra li dos canpion.
 
 461
 Le çivaler si son pro e valant,
 Oltra l’inporte anbes li auferant.
 Ne l’un por l’autre no se ploia niant.
 Li destrer torne çascun trait li brant,
16535L’un dever l’autre a guise d’olifant.
 Ma Varocher se trait plus avant
 E fer Oger desor l’eume lusant.
 Gran colpo li done, ma no l’inperia niant,
 Qe Damenedé li estoit en guarant.
16540La spee torne sor la tarça davant,
 Toto ne trençe quant ela ne prant.
 E de l’aubergo la gironée davant.
 “Santa Marie,” dist Oçer li valant,
 “Cun quella spee trençe teneremant!
16545E cil qi l’à doné, si no m’ama niant.”
 Gran colpo li done desor l’eume lusant,
 Ver Varocher el ven ireemant.
 Nen pò trençer un diner valisant,
 Car cel heume fu e forte e tenant.
16550La spea torne, qe la tarça porprant,
 Cun tota la guinche el la çeta a li canp,
 E de l’aubergo cento maie in avant,
 Tros in l’erbete va la spea clinant.
 Sì grande fo li colpo de Oger li valant,
16555Qe sor l’arçon de la selle davant,
 Varocher se vait toto quanto ploiant.
 Par un petit non cade en avant,
 Reclama Deo, li pere onipotant:
 “Sante Marie, raine roimant,
16560Ancò si me siés de la morte guarant!”
 Dist Oger: “Me va tu reconosant?
 Rendete a moi, non aler plu avant.”
 Dist Varocher: “Vu parlé de niant;
 Ancor no sui e vinto ne recreant.”
16565A questo moto anbi li conbatant
 Se requerent a li brandi trençant.
 L’un dever l’autre no s’apresia un guant:
 De ben ferir çascù se fa avant.
 
 r. 461
 Coment fu grande la bataille.
 
 462
 A gran mervile fo pro li çivaler,
16570L’un no presia l’autre la monta d’un diner.
 A li brandi d’açer anbidos se requer;
 Se l’un è pro, li autre est liçer.
 Le armaure for li eume d’açer
 Sont trençé tros a la çarne cler.
16575“Sante Marie,” dist li Danois Oger,
 “A gran mervile è fer ste malfer!
 Iamai non vi homo de tel airer,
 A gran mervile est pro çivaler.”
 Elo l’apelle, siʼl prist a derasner:
16580“Çivaler, sire,” dist li Danois Oger,
 “En la corte de le vestre enperer
 Par nome cun vos faites clamer?”
 E cil le dist: “Eʼ ò nome Varocher;
 Petit èʼl termen qe eo fu çivaler.
16585Eser soloie prima un paltoner
 E in foreste senpre a converser.
 Par un servise qe fi a l’inperer,
 El m’à doné le arme e li corer
 E de novel m’à fato çivaler.
16590De quella colsa qe moʼ sta a çeler,
 S’el la saust Karlo Maino l’inperer,
 No t’averoie mandé qui a çostrer,>
 Par moi oncire, confondre e mater.
 Ançi, m’averoit amer e tenir çer.”
16595Dist li Danois: “Noble çivaler,
 Se a vos plaist a moi çel deviser
 E la creençe dire e palenter
 E moi e vos sença nosa e tençer
 E sença colpo ferir ni capler
16600E moi e vos s’averesemo acorder.”
 Dist Varocher: “Me le poso enfier,
 Qe ço qe vos dirò, vu si diça çeler,
 Ne a nul persone dire ni aconter?”
 Dist li Danois: “Eʼ vos l’averò çurer.”
16605Dist Varocher: “Et eo meio non requer.
 Et eo vos contarò le fato tot enter,
 Sì cun l’ovre fo fata da primer.
 Nen vos remenbré de li tenpe ançioner,
 Quant Albaris fo morto a li verçer,
16610A la fontane por la dama mener,
 Donde Machario sì n’ave son loer?
 La dama s’en foçì por li bois dur e fer
 Et eo sì l’encontrè ad un terter paser.
 A moi se rende: eo l’avì a convoier
16615Trosqua en Ongaria, ilec fi la repolser,
 Si la desis a chaʼ d’un bon oster;
 La prima noit q’e l’avì ostaler,
 Un enfant partorì. Quant le fi bateçer,
 Li rois d’Ongarie li vene ad alever:
16620Son nome le mist, sì se fa apeller.
 Quant conove la dame, molto l’avoit çer:
 Grant honor le fi, si mandò a son per.
 E son pere mandò por lei de nobeli çivaler,
 En Costantinople el se la féʼ mener.
16625E por le à fato questa oste asenbler,
 E si te poso par droito voir conter,
 Qe quella dame cun tot li baçaler,
 Si est en l’oste de l’inperer son per.
 E qi la volt, là la porà trover,
16630E sana e salva sença nul engonbrer.”
 Quant li Danois li oldì sì parler
 E tel rason dire e deviser,
 Qi le donast li onor de Baiver,
 Nen seria sì çoiant par nula ren de mer.
16635El se decline enverso Varocher,
 Entro le fro mis le brando d’açer.
 “Varocher,” dist il, “eʼ vos ò molto çer.
 Non plaça Deo, li vor iustisier,
 Qe contra vos e voia plu çostrer.
16640Çer vos tirò cun vos fustes mon frer,
 Nen averò ren, ni avoir ni diner,
 Avec vos ne serò parçoner.”
 E Varocher l’en pris a mercier.
 
 r. 462
 Coment li Danois apelloit Varocher.
 
 463
 Quant li Danois oit oldù la novelle,
16645A gran mervile ela li paroit belle.
 De çoia qe il oit, tot li cor li saltelle,
 Deo mercie, e la Verçen polçelle.
 O el vi Varocher, dolçement l’apelle:
 “Varocher,” fait il, “dito m’avés tel novelle,
16650Plus m’èʼla chara qe l’onor de Bordelle,
 De vos amer tot li cor me renovelle.
 A Karlo m’en çirò, q’è segnor de Bordelle
 Dirò qe m’avés [vinto] et abatù de selle.”
 
 r. 463
 Coment li Danois parolle.
 
 464
 “Varocher,” dist li Danois, “nen vos ert çellé:
16655Tel colsa m’avés dito e conté,
 Plus n’ò e çoia qe se aust guaagné,
 Eser segnor de Roma la çité,
 De la raine qe viva est trové.
 A Karlo Maine e tornarò aré.
16660Ça questa colse no le serà conté,
 Mes altrament le serà devisé,
 Donde la pax en serà fata de anbi lé.”
 Dist Varocher: “Vu farì gran bonté.
 Or vos alez e plus non demoré.”
16665E li Danois sì oit preso conçé,
 Da Varocher è partì e sevré,
 A l’oste Karlo el fu reparié.
 E quant el fo queri e demandé,
 De la bataile coment estoit ovré,
16670Elo le dist qe vinto est e maté
 E quant el fo del çival desmonté
 E de ses arme el fo desarmé,
 Elo si vent davanti l’inperé.
 “Bon roi,” fait il, “eʼ voio qe vu saçé:
16675Conbatù son e vinto e maté,
 Dal milor çivaler de la Crestenté.
 Unde eʼ vos pri, par droita verité,
 Qe vu tratés pais e bona volunté
 Cun l’inperer qe est de Costantinople clamé.
16680E se vos le faites, vu farés gran bonté.”
 Dist Karlo Maine: “Ben me veroit a gré,
 Se envers lui atrovase piaté,
 Qe de soa fille qe morta est trové
 Elo me fist perdon de tot son gré.”
16685Dist li Danois: “Ora li envoié
 Un ves mesaio qe soia de bonté,
 Qe ben saça parler e querir pieté.”
 Dist l’inperer: “Eʼ l’ò ben porpensé.
 Qi lì alirà?” dist Karlo l’inperé.
16690Dist li Danois: “Eo li ò ben trové:
 Naimes li dux et eo da l’altro lé.”
 Dist l’inperer: “Et el soia otrié,
 Ça dos milor non è in Crestenté.”
 Adoncha Naim sì se fo coroé,
16695De riche robe vestì et adorné,
 E li Danois non oit l’ovra oblié,
 Qe ben savoit tota la verité
 Sì cun Varocher li avoit conté
 E por quela chason li vait çoiant e lé.
16700Anbidos se partent, quant pris ont conçé.
 Por li çamin tanto sonto alé,
 Le primer homo q’i ont trové,
 Cil fu Varocher, cun avoit ordené
 Cun li Danois, quant da lui fo sevré.
16705Quant elo le vi, gran çoia oit mené,
 Le dux Naimes oit por man gonbré
 E li Danois prist da l’altro lé;
 Davanti l’inperer li oit amené.
 Li rois le vi, por lor se fo levé,
16710Naimes asist a son destro costé.
 Da l’autre part, da le senestre lé,
 Sest li Danois de bona volunté
 E Varocher davanti lor en pé.
 Molto furent da li baron guardé,
16715Laudé furent e da boni e da ré.
 
 r. 464
 Coment Naimes parolle.
 
 465
 Naimes parole toto primerement:
 “Droit enperer,” dist il, “a moi entent.
 Voir vos dirò, por lo men esient,
 Non est nul colse in ste segol vivent,
16720Pois q’el è fato et oit pris feniment,
 De retorner arer de le est nient.
 Unde eo pri, por Deo onipotent,
 Qe a Karlo Maine, qe fu vestre parent,
 Li perdonés de cor e de talent.
16725Et el serà a ves comandament,
 D’obeir vos e lui e sa çent.”
 Dist l’inperer: “Vu parlés saçement.
 Eʼ vos voio dire a vos apertament:
 Quando ma file mariè primement,
16730Eʼ non avoie amigo ni parent,
 Qe tant amoie cun Karlo loialment.
 Or oit il fato ver moi desloialment,
 De ma file [à] fato desloialment
 Si la çuçoit a li fois ardent;
16735Calonçea fo a torto, vilment
 De quela colsa qe estoit falsament,
 Nen poso ester qe a vos non palent.
 Se Deo m’oit ameo loialment,
 De ma fille vos dirò li convent.
16740Non est morte: ançi est viva e çoient.
 E se de ço vu fosi descreent,
 Verì li voir, alo amantinent.”
 Alora dist a Varocher, en rient:
 “Varocher,” dist il, “vu sì saço e valent.
16745Alez a Blançiflor, non demorés nient,
 Davant moi la menez al present,
 Sì qe Naimes la voie e Oger ensement.”
 Dist Varocher: “Vu parlé saçement.”
 El se departe, non fait demorament;
16750Ven a la çanbre, oʼ ela estoit çeleament,
 Avec Bernard de soto un paviment.
 Dist Varocher: “Dama, ad esient,
 Eʼ vos aporto un noble present.>
 Vestre per v’invoie sençe demorament,
16755Venez a lui açesmeament,
 Qe de vos non açe blasmo de nient,
 Qe avez eù nesun enoiament;
 Veoir vos vol de la Françescha ient:
 Uçer e Naimes, qe son vestre servent.”
16760La dama l’olde, a Deo merçè ne rent;
 Gran çoia n’oit, se vestì riçement,
 Ad un fil d’oro soa crena destent.
 Ela e Bernardo se partì mantenent,
 E fo venua da la tenda davent,
16765Davant son pere o Naimes la atent.
 Quant Naim la vi, li cor si le sorprent:
 Parler non poroit par tot l’or d’Orient.
 
 r. 465
 Coment Naimes parolle a la raina.
 
 466
 Gran çoia ont le çivaler,
16770Quant verent la raine qe oit le vis cler.
 I se partent davant l’inperer;
 Oʼ verent la raine, se vont a ençenoler,
 E çentilment la vont a saluer.
 “Dama,” dist Naimes, “se l’olsase parler,
16775Eo vos diroe un poi de mon penser,
 Qe l’inperer, li qual è vestre per,
 Plu saçes rois no se poroit trover.
 Quando ces ovre à saçé si mener,
 Ma se li plais e li vol otrier,
16780Quel qe dirò non voia deveer.
 Entro lui e Karlo, eʼ le voio apaser
 E vos, raine, s’el vos est a agraer,
 Si tornarés ves reame a guarder.
 A vos declinaroit Alemans e Baiver
16785E tota ient q’è soto l’inperer.”
 Dist la raine: “Ne m’en so conseler,
 Quando me poso li ior aremenbrer,
 Qe si vilment elo me féʼ mener;
 E quando vi le fogo alumer
16790Oʼ dedens me voloia ruer.
 Se eo avi paure, non è da demander:
 Quando le bon abes m’avì a confeser,
 De quela poine el me féʼ resploiter,
 Quando mon segnor me féʼ via mener
16795Ad Albaris li cortois e li ber.
 De le traites qe li vene darer,
 Par mon cors onir e vergogner,
 Par moi defendre, le vi morto çiter.
 E quant ço vi, si m’alè a fiçer
16800En le gran bois por ma vita salver.
 Asà m’aloit çerchando quel liçer,
 Ne me pote avoir si s’en tornò arer.
 Nen veez vos çestù Varocher?
 A gran mervile le dovez amer,
16805Sor tot ren amer e tenir çer!
 Par moi lasò e fio e muler,
 Ne ma da moi ne se volse sevrer.
 Prima estoit un truant a guarder,
 Ma moʼ oit lasé quel mester,
16810Da pois qe mon per si le féʼ çivaler:
 Da ora avanti el s’à fato apriser.”
 Dist li Danois: “Al mondo non ait son per,
 Por ben ferir e gran colpi doner,
 Meltre de lui non pote mais trover.”
 
 r. 466
 Coment la raina parolle al civaler.>
 
 467
16815“Segnur,” dist la raine, “entendés mon talant.
 Ço qe dirò, saçés ad esiant,
 En mon per est tot l’acordamant,
 E quel pò faire de moi li son talant.
 Norì el m’oit, e moi e mon enfant,
16820Da pois qe de Françe en fi desevremant.
 S’elo l’otrie, serò molto çoiant.”
 Dist le dux Naimes: “Vu parlé saçemant.”
 A l’inperer i se vait declinant:
 “Enperer, sire,” dist Naimes li valant,
16825“Por Deo vos pri, qe naque in Beniant,
 Qe avec Karlo faites acordamant.
 Sa dama li rendés, qe droit est voiremant,
 partir ne le poit homo qe soia vivant.”
 Dist l’inperer: “Vu parlé saçemant.
16830Mais d’une ren saçés ad esiant:
 Par un petit qe eo no me repant,
 Quant me porpenso de l’inçuria grant,
 Qe a ma file el fi malvasiemant,
 E ben savés se digo voir o mant.
16835Mais noportant, eo vos dono li guant,
 Qe de çes ovre façé li ves comant.”
 Quant li baron olde li convenant,
 I le merçie, clinale perfondamant,
 Si l’en merçie e ben e dolçemant.
16840Se la raine oit çoie, nesun no ne demant;
 A le dux Naim ela dist en riant:
 “Naimes,” fait ela, “se vivo longemant,
 De questa pais n’atendés gran presant.
 Ma s’el ve plas, prendez mon enfant:
16845A son per li menés tot in primeremant,
 Q’elo li voie, qe mais no li fo davant.”
 “Deo,” dist Oçer, “molto è richo li presant.”
 Adoncha la dame non demorò niant,
 Oʼ vi son fil, por me la man li prant,
16850A Naimes le delivre, e ben e çentilmant.
 E qui prende conçé dal roi e da sa çant,
 E mena Varocher avec l’infant.
 De lui non se fioit en nesun hon vivant,
 Dapo q’el fo nasù siʼl norì ben e çant.
 
 r. 467
 Coment li mesacer s’en vait a l’ost Karlo.>
 
 468
16855Va s’en li mesaçer, nen fait demorason,
 E mena avec lor le petit garçon
 E Varocher, li saçes e li bon.
 Quant s’aprosment a l’oste Karlon,
 Contra li vent çivaler e peon,
16860Per oldir novelle, se la pas averon.
 Virent Varocher, e le petit garçon,
 Qe plu fu bel qe non fu Ansalon:
 Le çevo blondo cun pene de paon;
 Plu bel damisel uncha non vi nul hon.
16865Quant i furent davant li rois Karlon,
 Li rois li apelle, si le mis por rason:
 “Or dites moi, qi est quel garçon?
 L’avì trové en via o in boschon?
 Un plu bel damisel uncha non vi nul hon.”
16870E dist Naimes: “Quan saverés ses non,
 Plu l’amarés qe li ocli del fron.
 Oldés miracle de Deo, qe manten li tron.”
 L’enfant se partì de braçe de Naimon
 E ven a Karlo, siʼl prist al menton:
16875“Pere,” fait il, “ben so la leçion
 De moia mere, coment s’en alon.
 Vestre fil son par droita nasion
 E se noʼl creés, q’en fosi en sospicion,
 Trover me poés le segno qe avon
16880Desor la spala, la crox droita son.”
 Li rois l’olde, si n’apella Naimon:
 “Naimes,” fait il, “qe dist ste garçon?
 Ne poso entendre niente de sa rason.
 Donde l’avés? Dites moi qe il son.”
16885E dist Naim: “Vu le saverés par non;
 Tel colsa vos dirò dont gran çoia n’averon
 Tota la cort, çivaler e peon,
 Çamaʼ in Françe tel çoia non veron,
 Cun vu averés por le petit garçon.”
 
 r. 468
 Coment Naimes parolle.
 
 469
16890“Enperer, sire,” dist Naimes de Baiver,
 “Tel novela vos averò conter
 Donde n’averés forment a merveler.
 Nen veés vos ste petit baçaler?
 Por voir vos di, si ve le poso çurer,
16895Qe por ves filz le poez clamer.
 Si ò veçù Blançiflor sa mer
 Q’ ella estoit en la cort de son per.
 Non è pais morte, ançi è sana e cler.”
 Quant sta novela oì l’inperer,
16900Sor tot ren s’en pris a merviler.
 El dist a Naimes: “Questo non poso creenter,
 Qe se fose vive, nen poroit endurer>
 De veoir sa çent onçir e detrençer.”
 E dist Naimes: “Eʼ vos li poso çurer,
16905Q’e l’ò veçue e parlé al çeler.
 La pax è fata, se la volés otrier.”
 Dist l’inperer: “Tropo longo è l’intarder.”
 Karlo li rois prist l’infant a guarder
 E sì le prist querir e demander:
16910“Bel filz,” fait il, “como à nome toa mer?
 E dìʼ a moi li nome de ton per.”
 Dist l’infant: “Ne vos li ò çeler:
 Dama Blançiflor oì anomer ma mer,
 Mon per oit nome Karlo Maino, l’inperer,
16915Cun ma mer me conte quando me ven parler.”
 Li rois si le reguarda, si le prist a baser.
 “Bel filz,” fait il, “vu me sì molto çer:
 Depos ma mort ve farì rois clamer,
 De França belle, Normandie, e Baiver.”
16920Or dist Naimes: “Lasez li parler,
 Qe de l’acordo ora se vol penser,
 Sì qe aiez emenà ves muler.”
 Dist li rois: “A ves ven quel plaider,
 De far la pais e la guera laser.”
16925
 r. 469
 Coment ancor parloit Naimes.
 
 470
 “Emperer, sire,” ço dist le duc Naimon,
 “Cun la raine sonto ste a tençon,
 Tot m’à conté de soa entencion.
 Un parlamento vo fare, qe ne pisi o non:
16930Vu e l’altro enperer serez a un bolçon.
 L’acordo farés per bona entencion,
 Prenderés la raine a la clera façon.”
 Dist l’inperer: “E nu li otrion.”
 Adoncha Naimes e Oçer li baron
16935Se departent sens nosa e tençon,
 A l’oste de Costantinople s’en vent a bandon.
 Oʼ vi li rois, siʼl mist por rason:
 “Enperer, sire,” ço dist le duc Naimon,
 “Salù vos mande l’inperaor Karlon,
16940Qe a vos vol parler par bona entençion.
 S’el v’à mesfait, en vol fare amendason:
 Sa dama li donés, qe droit est e rason.”
 E cil le dist: “E nu li otrion.
 Ren qe vos plaçe nen serà se ben non.”
16945Adoncha Naimes mis Oçer por Karlon,
 Qe a lu vegne por far acordason,
 Cum l’inperer qe de Costantinople son.
 Quant la novella oì li rois Karlon,
 El çura Deo, san Polo e san Simon,
16950Qe mais non fu, ni serà in ste mon,
 De seno e de savoir e de bona rason,
 Qe somiler se posa a Naimon.>
 
 r. 470
 Coment Karlo vait a l’ost de le roy de Costantinopule.>
 
 471
 Quant l’inperer a cui França apent
 Vi le mesaie, molto s’en fa çoient.
16955Adoncha apelle li meltri de sa ient,
 Si fo vestì d’un palio d’Orient
 E fo monté sor un palafroi anblent.
 A l’oste l’inperer, a cui Costantinople apent,
 Est venù tosto et isnellement.
16960Li rois le vi venir, non fait arestament:
 Contre li vait cun di ses plus de çent.
 L’un ver l’autre se mostra bel senblent
 De pax faire entro lor se content.
 Atant ven la raine, qe partì li parlament;
16965Karlo, quando la vi, s’en rise bellement.
 Et ella li dist: “Çentil rois posent,
 Non voio recorder la ira eʼl maltalent,
 A vu fu calonçea a torto vilment.
 Machario de Losana, le traitor seduent,
16970Onir vos volse a torto falsament;
 Albaris onçis a la spea trençent,
 Vengança ne prendisi, cun dise tota la ient.
 Eʼ son vestra muler, altro segnor non atent:
 Da moia part fat’è l’acordament.”
16975E dist Naimes: “Vu parlé saçement,
 L’ira eʼl maltalent nu meten por nient.”
 Li rois si la guarda, tot li cor li sorprent;
 Ça parlirà a lo d’omo valent.
 “Enperer, sire,” dist Karlo li posent,
16980“Non voio avec vos tençere lungement;
 S’eʼ ò fato nul ren a vestre noiament,>
 Parilé sui a farne mendament.
 Nen so qe dire: a Deo et a vos me rent,
 En primement eo fu vestre parent.
16985Apreso sui, se la dama li consent.”
 Dist la raine: “Nen fu ma si çoient.
 Mais d’une ren vos di apertement:
 De plus en faire, ne vos vegna en talent.”
 
 r. 471
 Coment Karlo oit acordamant con l’enp[e]riere.>
 
 472
 Segnur, or entendés e sì siés çertan,
16990En tote rois prinçes et amiran,
 Karlo Maine estoit li plus sovran.
 Iamais non amò traitor ne tiran:
 Iustisia amoit, e droiture e lian.
 Cun l’inperer fato oit acordaman;
16995Toto soit perdoné la ire eʼl maltalan.
 Gran fu la çoie, mervilosa e gran,
 En Paris entrarent totes comunelman.
 E la raine a la çera rian,
 Sor son palés ela monte çoian.
17000Gran fu la feste en Paris là dan:
 Dame e polçelle s’en vait carolant.
 La festa dure .xv. ior en avan,
 E l’inperer qe Costantinople destran
 Conçé demande a l’inperer di Fran
17005E li rois d’Ongarie avec lui enseman.
 I se departe baldi, legri e çoian,
 E lasa la raine a la çera rian
 Avec Karlo, le riçe sorpoian.
 Da lor avanti fo pax tot tan,
17010Ne no le fo ni nosa ni buban.
 
 r. 472
 Coment s’en torn l’enperere in Constantinople.
 
 473
 L’imperer fo en Costantinople torné
 Et avec lui el menò son berné.
 E Leoys, le bon rois coroné,
 En Ongarie s’en fo reparié:
17015Gran çoia moine tot qui de le contré.
 Karlo remist a Paris sa cité
 E la raine a son destro costé.
 Iamais de ren nen fu tel çoia mené,
 Cun de la raine qe viva fu trové.
17020De Varocher eʼ voio qe vu saçé
 Ancor non est a sa muler alé,
 Ne mais non vi ne fio ne rité,
 Dapois qe da lor el se fo desevré,
 E si estoit un gran termen pasé.
17025Quando quel ovre el vi si atorné,
 E in la pax è la guera finé,
 A la raine el demandò conçé:
 “Dama,” fait il, “vu savés ben asé,
 Li ior e li termen q’eo me fu sevré
17030Da ma muler e mes petit rité,
 Si le lasé in grande poverté.
 Mais la marçè de Deo, e de vestra bonté,
 Asà ò avoir e diner moené
 E bon çivail, palafroi e destré,
17035Sì qe in ma vie ne serò asié.
 Unde vos pri, le conçé me doné.”
 Dist la raine: “Eo ne son çoiant e lé.”
 Ela li done d’avoir una charé.
 “Varocher,” dist la dama, “or vos en alé.
17040Quant vu averés vestra ovra devisé,
 Venerés a la cort, q’el non soia oblié.”
 Dist Varocher: “Eʼ l’ò ben porpensé.”
 A çival monte cun petita masné,
 For qe quatorçe oit sego mené.
17045Ben soit la vie, qe no l’oit oblié.
 Quant a sa mason el se fo aprosmé,
 En meʼ la voie oit du ses filz trové
 Qe venoit del bois cun legne ben cargé,
 Sì cun son per li avoit costumé.
17050Varocher, quan le vi, si le parse piaté:
 A lor s’aprosme, de doso li oit rué.
 Quando li enfant se vi sì malmené
 Çascun de lor oit gran baston pilé
 Verso son per s’en vont airé.
17055Ferù l’averoit quant se retrase aré
 E sì le dist: “Ancora averì bonté,
 Bel filz,” fait il, “vu no me conosé?
 Vestre per sui, qe a vos son torné,
 E tant avoir vos dono amasé,
17060Richi en serés en vestra viveté,
 Si çivalçarì bon destrer seçorné:
 Çascun serà çivaler adobé.”
 E quant li enfant li ont avisé,
 Poés savoir, gran çoia à demené.
 
 r. 473
 Coment Varocher foit vestir sa dama e ses enfant.>
 
 474
17065Quant Varocher entra en sa mason,
 Ne le trova palio ne siglaton,
 Ne pan ne vin, ne carne ne peson.
 E sa muler non avoit peliçon:
 Mal vestia estoit cun anbes ses garçon.
17070E Varocher non fi arestason:
 Tot le vestì de palii d’aquinton,
 De tot quel colse qe perten a prodon
 Féʼ aporter dentro da sa mason,
 Si féʼ levar palasii e doion.
17075En la corte Karlo fo tenù canpion.
 Da qui avanti se nova la cançon.
 
 E Deo vos beneie qe sofrì pasion.
 Explicit liber Deo gracias amen amen.