Estoires de Venise

  • Titoli: Les estoires de Venise; Cronique des Veniciens.
  • Datazione: 1267-1275.
  • Incipit: En l’enor de nostre seignor Jesu Crist et de sa douce Mere, nostre dame sainte Marie, et dou precios evangeliste monseignor saint Marc et de tos autres sains et saintes, et por l’enor de mesire Renier li noble dus de Venise et por enor de cele noble cité que l’en apelle Venise et por henor de la gentilesse et dou peuple venesiens, je Martin da Canal sui entremis de translater de latin en franceis les henorees victoires que ont eües les Veneciens au servise de sainte Yglise et au servise de sa noble cité. [...]
  • Explicit: […] Quant monsignor li dus oï ce, il ˂en˃voia cele part .ij. nobles homes mesages: ce fu li uns mesire Marc Benbe et le autre mesire Johan Corner.
  • Forma del testo: Prosa.
  • Lingua: Francese.
  • Argomento: Cronaca di Venezia dalle origini al 1275.
  • Tipologia di testo: Creazione originale di Martin da Canal, autore con tutta probabilità veneziano, che si nomina due volte nel corso della cronaca, ma che sceglie tuttavia di scrivere in francese, nella lingua cioè che «cort parmi le monde» ed è «la plus delitable a lire et a oïr que nulle autre».

Autore

Martin da Canal

La figura storica del cronista Martin da Canal, non diversamente da quanto avviene per tanti scrittori medievali, è nota esclusivamente dalla sua opera, Les Estoires de Venise, in cui peraltro l’autore si nomina due volte (rispettivamente nel prologo alla prima e in quello alla seconda parte dell’opera), perché nessun documento ci ha trasmesso notizie che lo riguardino o ci conserva il suo nome negli anni in cui si può approssimativamente collocarne l’esistenza.

Ms.

Contenuto

La sola opera conosciuta di Martin da Canal è una cronaca di Venezia, in lingua francese, dalle origini al 1275, che il primo editore, Luigi Filippo Polidori, intitolò arbitrariamente Cronique des Veniciens e che meglio, in assenza di indicazioni nel manoscritto e mettendo a partito un passo dell’opera in cui l’autore stesso denomina l’oggetto della sua fatica, è stata poi intitolata da Alberto Limentani, a cui si devono fra i più importanti studi sul testo, nonché una nuova edizione critica di esso, Les estoires de Venise.

La data d’inizio della composizione delle Estoires de Venise, 1267, è offerta da Martin da Canal stesso, nel secondo capitolo della prima parte della cronaca, e ripetuta nel prologo della seconda. Quella del 1275, come ultimo anno di lavoro, si ricava invece facilmente dagli ultimi capitoli dell’opera in cui Martin narra la morte di Lorenzo Tiepolo e l’elezione del successore, Jacopo Contarini, che è del 6 settembre di questo anno, e racconta alcuni fatti per lui di minore interesse, come la sconfitta di Malatesta II da Verrucchio ad opera di Federico da Montefeltro nella battaglia del ponte di Procolo, avvenuta anch’essa nel mese di settembre.

L’opera si arresta dunque priva di una conclusione al settembre del 1275, e la narrazione resta in tronco su un episodio di scarsa importanza. Pur essendo possibile che l’opera ci sia consegnata incompleta dal solo manoscritto che la conserva, il n. 1919 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, è molto più probabile tuttavia che l’incompiutezza sia da attribuirsi all’autore, cui dovettero venir a mancare negli anni del dogado di Lorenzo Tiepolo e poi all’inizio di quello di Jacopo Contarini, gli interessi iniziali (e forse anche la necessaria protezione).

Un’analisi interna dell’opera rivela che la maggior parte di essa fu scritta di getto tra il 1267 e la prima metà dell’anno successivo, ossia nell’arco di tempo che all’incirca si conclude con la morte di Ranieri Zeno (7 luglio 1268) e l’elezione del nuovo doge, Lorenzo Tiepolo, il 23 luglio. Quanto poi segue, a parte due gruppi di capitoli, dedicati rispettivamente alla dettagliata descrizione delle feste annuali veneziane e alla sfilata delle arti in onore del nuovo doge, appare invece frutto di una stesura che si trascina per circa sette anni con manifesti segni di saltuarietà ed improntata a minor convinzione. Così, quando la cronaca s’interrompe, l’esito si direbbe da tempo scontato.

La presenza di due prologhi, sottolineata nel manoscritto da due grandi iniziali, autorizza a dividere la cronaca in due parti, di cui la seconda è, nonostante l’interruzione, lievemente più estesa della prima, e quindi l’insieme risulta asimmetrico. Pur se l’incompiutezza vieta considerazioni strutturali complessive, l’opera non sembra nata con un disegno interamente definito, ma aperta verso il futuro, di pari passo con gli eventi.

Dal racconto delle origini di Venezia sino al termine del sec. XII la cronaca procede veloce, solo distendendosi in alcune parentesi narrative, come quella che riguarda la misera fine dei Francesi di Carlo Magno in laguna o l’altra che descrive la conquista di Tiro ad opera di Enrico Contarini con lo stratagemma del piccione viaggiatore. Poi però, man mano che ci si stacca dalle origini, lo spazio dedicato ai singoli eventi si estende sempre di più, e soprattutto si fa più sistematica e concatenata l’esposizione delle vicende. Ciò, verosimilmente, per l’effettiva disponibilità dei materiali, ma soprattutto per l’orientamento dello scrittore, che taglia l’opera secondo sue esigenze d’«impegno» nella realtà contemporanea. La prima parte della cronaca, concludendosi già negli anni dello scrittore – con la distruzione dei da Romano (1259) – rivela cioè un taglio che è decisamente sbilanciato verso il presente, e difatti l’ottica dello scrittore non è di chi registri con distacco gli eventi del passato, ma di chi abbia idee ben precise sullo svolgimento delle vicende in corso, sia fuori che dentro Venezia.

Va ricordato che negli anni in cui Martin da Canal scrive, perdurano sull’economia veneziana gli effetti dell’avvento a Costantinopoli di Michele VIII Paleologo (1261) e dell’accrescimento di potere derivato ai Genovesi da quel fortunato colpo di mano, e Venezia, nell’intento di recuperare la posizione perduta, deve giocare le sue carte al tavolo delle maggiori autorità, tra le quali in particolare la Curia romana. Da ciò l’insistenza del cronista sulla tradizione di fedeltà alla Chiesa da parte di Venezia; un’insistenza che si estrinseca in molteplici direzioni: fin dal prologo – in cui si traccia l’ideale gerarchia che da Cristo a Maria a san Marco e a tutti i santi scende al doge, alla nobiltà e al popolo veneziano – si ribadisce la piena ossequienza veneziana ai precetti della fede e si esplicita l’impossibilità per eretici e corsari di trovare rifugio a Venezia. E quale manifestazione di fedeltà alla Chiesa vengono presentati alcuni avvenimenti capitali del Duecento, dalla quarta crociata, che apre il secolo, alla guerra contro la Ferrara di Salinguerra Torelli, alla distruzione di Ezzelino e Alberico da Romano. La distorsione degli avvenimenti è in queste pagine particolarmente accentuata; a tal punto che Martin da Canal non esita a ribaltare la situazione prodottasi dall’imprevisto esito della crociata, attribuendo al pontefice stesso – contro il parere di Enrico Dandolo – l’ordine di conquistare Costantinopoli e di lasciar perdere Gerusalemme. Tutta la cronaca, del resto, è tagliata secondo la fondamentale esigenza di scagionare Venezia dalle varie accuse che allora le si muovevano.

Per quanto riguarda il fronte interno, la condizione della società e della vita a Venezia, quale Martin da Canal ce la presenta, è la migliore del mondo per ricchezza, per bellezza, per multiformità dei traffici. L’armonia sociale è perfetta, la collaborazione fra doge, nobili e popolo è salda e nulla turba questa felice opulenza dei protetti di san Marco, all’ombra della santa chiesa. Ma questo intento del cronista a perseguire un ideale di rafforzamento delle istituzioni e di conciliazione sociale cozza inevitabilmente con quei cenni che gli sfuggono, che quasi gli scivolano dalla penna, in cui egli appare timoroso di sconvolgimenti, minacciati forse dal contraccolpo subito dall’economia veneziana con la perdita di Costantinopoli.

Fonti

L’ideazione della cronaca si dovette fondare sulla conoscenza di materiali storiografici vari, da cronache a documenti ad atti d’ufficio, ma queste fonti si sono potute individuare solo in piccola parte. In sostanza, solo per un primo tratto della cronaca, molto limitato e concernente fatti a carattere in prevalenza leggendario, si possono stabilire dei raffronti con testi anteriori di varia natura; questi raffronti, tuttavia, presentano quasi sempre delle divergenze tali che non si può indicare con certezza assoluta una fonte precisa. Il cosiddetto Chronicon Altinate sembra essere con certezza la fonte da cui derivano i brani concernenti le leggende della fondazione di Venezia e della calata in laguna di un esercito franco agli ordini di Carlo Magno e della sua fine miseranda, seguita dal vaticinio dell’imperatore sull’invincibilità di Venezia. Dall’Altinate deriva, con altri elementi, forse anche il catalogo dei dogi; mentre l’impresa dalmatica di Ordelaffo Faliero (1115) e gli avvenimenti costantinopolitani del 1171 possono derivare dagli Annales Venetici Breves. Per l’altro episodio leggendario ampiamente narrato poco dopo il prologo, quello cioè della translatio delle reliquie marciane, la fonte va ravvisata in una leggenda latina, contenuta negli Acta Sanctorum e di cui era diffuso anche un volgarizzamento francese. Ma per tutto il tratto duecentesco, il più sviluppato e il più importante, la possibilità di indicare fonti sicure viene a mancare. Verosimile, ma difficile da dimostrare con precisi riscontri, è la conoscenza, da parte del Canal della Conqueste de Constantinople, la cronaca francese di Geoffroy de Villehardouin, per quanto riguarda gli eventi della quarta crociata, anche se l’influsso stilistico del grande modello francese sembra d’altra parte effettivamente in atto, e dei Chronica di Rolandino da Padova per il racconto della guerra contro i da Romano, benché anche in questo caso si possa cogliere qualche contatto fra i due testi.

Man mano che Martin da Canal si avvicinava ai suoi giorni, dovettero essere documenti, patti, atti, ecc. a costituire la fonte della sua documentazione, ma anche dovettero cominciare ad affiancarsi a questi i ricordi di personaggi viventi, e forse in parte anche ricorsi diretti dello scrittore, e, soprattutto per i fatti che coinvolgono la figura di Ranieri Zeno, si è pensato ad autorevoli testimonianze orali.  Che il cronista fosse in grado di documentarsi accedendo agli archivi del Comune parrebbe sicuro, ed anzi, la presenza di numerosi spazi bianchi nel manoscritto, in corrispondenza di nomi o di date, lascerebbe pensare ad un’intenzione del Canal di approfondire questo lavoro. D’altra parte, che Martin da Canal potesse disporre con libertà di atti importanti pare confermato da uno degli aspetti di maggiore interesse delle Estoires, vale a dire l’inserimento di due documenti: il testo di un privilegio concesso ai Veneziani da Baldovino II di Gerusalemme nel 1125 e la cosiddetta Partitio Romanie, cioè il documento di spartizione dell’impero d’Oriente all’indomani della conquista di Costantinopoli del 1204, secondo peraltro una prassi storiografica che si stacca da quella consueta a quel tempo e anticipa metodi più moderni.

Nel suo complesso, la testimonianza di Martin da Canal è molto importante per quanto riguarda il periodo dal dogado di Iacopo Tiepolo in poi, e sembra che di qui, attraverso le riprese del doge-cronista Andrea Dandolo, derivino essenzialmente anche le narrazioni posteriori. La sua cronaca offre inoltre numerosi dati di prima mano per ciò che riguarda, ad esempio, le tecniche di guerra navale, l’armamento delle galee, l’organizzazione di uno spionaggio marittimo, ma conta soprattutto per le descrizioni, che costituiscono degli unica, della città, del centro civile e monumentale, delle solennità, del cerimoniale e dei costumi di Venezia.

Stile

Le Estoires de Venise di Martin da Canal sono il più antico testo letterario in volgare dell’ambiente veneziano (e fra i documenti non letterari uno soltanto lo precede fra quelli conservati). Ma la scelta del volgare operata dal Nostro, in rottura con la tradizione latina, non avviene nel nome del volgare locale, ma del francese, essendo quello dell’Oriente mediterraneo francofono, sede degli interessi mercantili vitali per Venezia, il pubblico che sta maggiormente a cuore al cronista veneziano. Per tale ragione, dunque, egli sceglie il francese, lingua che «cort parmi le monde» ed è «la plus delitable a lire et a oïr que nulle autre».

E dato che lingua significa cultura, prosastica e poetica, risulta ormai ben accertata, grazie in particolar modo alle indagini di Maria Luisa Meneghetti, la massiccia presenza nelle Estoires de Venise, di moduli tanto stilistici quanto narrativo-formali derivati dalla tradizione letteraria di argomento epico e cavalleresco in lingua d’oïl, per mezzo dei quali Martin da Canal ha dato forma al suo “discorso” ideologico. La forte presenza di stilemi genericamente epici è rinvenibile infatti non solo nell’unico brano metrico delle Estoires – la preghiera in onore di san Marco, in quartine monorime d’alessandrini alquanto irregolari, inserita al cap. CLXIX della seconda parte –, ma in tutto il tessuto prosastico dell’opera. Il racconto di Martin da Canal sembra echeggiare – almeno in due casi: quello dell’episodio del rifiuto, da parte di Enrico Dandolo, dell’offerta della corona imperiale, all’indomani della presa di Costantinopoli e quello dello stratagemma attraverso il quale si sarebbe giunti, nel luglio del 1124, alla presa di Tiro – un testo epico preciso, ovvero la Chanson de Jérusalem, il secondo dei poemi che costituiscono il cosiddetto “primo ciclo” dell’epopea della crociata, stabilizzatosi nella sua forma attuale verso la fine del XII secolo. Ma sembra possibile leggere nella filigrana di alcune delle pagine del Canal anche un raffinato e complesso gioco di corrispondenze volute, che coinvolge da un lato gli avvenimenti della storia politica veneziana, così come il cronista li racconta, e dall’altro l’intreccio complessivo delle vicende leggendarie della grecità, ricavabile dalla sequenza dei quattro romanzi francesi di carattere genealogico-dinastico a sfondo bizantino, il Roman de Troie, il Florimont, il Roman d’Alexandre e il Partenopeu de Blois, che si è autorizzati a considerare circolanti o prodotti nell’Italia nord-orientale (se non addirittura nel Veneto o a Venezia) all’epoca dello scrittore.

Fortuna

Fra le ragioni giustificative dell’opera addotte nei prologhi, Martin da Canal insiste sulla capacità della storiografia di perpetuare il ricordo degli eventi. Ai Veneziani a venire, cittadini della più bella città del mondo, egli intende così tramandare la memoria delle gloriose imprese dei loro antenati. Da questo punto di vista, la cronaca del Canal si può interpretare storicamente come l’epos della civiltà veneziana in uno dei momenti più alti della sua storia, al di là dello stato di crisi che ne costituisce forse la genesi immediata. Ma ben altra fu la sorte che attese le Estoires, che furono verosimilmente incamerate subito negli archivi comunali e non ebbero mai circolazione.

Le Estoires di Martin da Canal non godettero di alcuna diffusione, e i pochi indizi recuperabili sembrano attestare che l’opera non uscì mai da Venezia. Essa venne letta e messa a frutto da un oscuro cronista di poco posteriore al Canal, di nome Marco, che operò ai primi del Trecento e che ad essa allude ricordando una sua fonte scritta in francese (su cui confronta E. Paladin, Osservazioni sulla inedita cronaca veneziana di Marco (sec. XIII ex.-XIV in.), in Atti dell’Istituto Veneto di scienze, lettere e arti, CXXVIII [1969-70], pp. 429-61). Dell’opera del Canal si servì poi continuativamente il doge-cronista Andrea Dandolo, pur non risparmiandole critiche implicite, e molto probabilmente anche l’autore della Giustiniana. Sulle Estoires scende poi il silenzio, appena intaccato da alcune postille, rade ed enigmatiche, ai margini del manoscritto. La causa di questa mancata diffusione è stata attribuita alla comparsa dell’opera sintetizzatrice del Dandolo, che segnò l’“archiviazione” delle cronache anteriori; ma tra il 1275 e gli anni del lavoro del Dandolo intercorre un mezzo secolo, e l’“archiviazione” delle Estoires coincide con l’abbandono della penna da parte del Canal: appaiono pertanto più verosimili, anche se non comprovabili, le tesi che vedono o nel mutamento d’indirizzo politico perseguito dai dogi successivi allo Zeno o nella stessa ingenuità politica del Canal le ragioni che indussero all’accantonamento della sua fatica.

Lingua

Ragioni di prestigio, da un lato, e ragioni di opportunità, dall’altro, inducono Martin da Canal all’adozione del francese per le sue Estoires de Venise.

Quello di Martin da Canal è un francese che Alberto Limentani ha descritto come «personalmente composito risultante da tensioni di varia forza tra francese, latino e veneziano» (1972, p. CI). La relativa correttezza del francese di Martin da Canal, sulla quale tutti i maggiori studiosi della cronaca, da Paul Meyer allo stesso Limentani, si sono mostrati concordi, non impedisce tuttavia abbondanti e continue interferenze del veneziano, la lingua materna del cronista, sia a livello lessicale, che fono-morfologico e sintattico.

A livello fonetico, tale interferenza si manifesta ad esempio nell’oscillazione –er/-ier, per cui venezianismi lessicali dall’esito in –er(s), come causolers, jener, jubers, laborer e noclers, risultano essere una buona spia della venezianità dello scrittore.

Sul piano morfologico e sintattico, ad interferenza del veneziano si possono attribuire la coincidenza delle forme del dativo atono di terza persona singolare e plurale (p. es.: il mistrent mans es Veneciens et li firent outrage 2 II 2, il li rendirent erraument lor nes ivi 3, et lors li enquist celui sage home ivi 4, ecc.); l’uso di lor come soggetto in et lor atendoient un ans et plus (2 CLII 9); la sostituzione del pronome relativo qui con que, sia al singolare che la plurale (p. es.: la place, que mult est longue et lee; ses neveus que mult li aidoient; maint preudomes, que mult bien la firent, ecc.); la coincidenza, che si produce ininterrottamente nella cronaca, nell’uso di forme verbali di terza persona singolare e di terza plurale (p. es.: sera abatue anceis que soit .xv. jors passés 1 LXXIII 6, promist la cruis et la solucion a tos ciaus que donera li secors 2 XLII 5, ecc.); la presenza in qualche passo dell’opera della preposizione con del veneziano in luogo della preposizione francese aveuc, o della forma veneziana sout per indicare la preposizione ʻsottoʼ in luogo della forma francese sus nell’espressione sont sout ʻstanno sottoʼ, cioè ʻdipendonoʼ, ecc.

A livello lessicale i venezianismi più abbondanti sono legati all’ambito marinaro. Fra i più evidenti si segnalano, ad esempio, perteques e pertequetes, indicanti parti o attrezzature delle navi, e canola(s). Per quanto riguarda l’ambito geografico, paiono creazioni di Martin da Canal lis ʻlidoʼ, seche terre ʻterrafermaʼ, splaje ʻsalita di monte poco repenteʼ, monciaus de terre ʻisolette emergenti dalla lagunaʼ.

Ad una scelta ben precisa del cronista, e non per ragioni di ignoranza del corrispondente francese o per l’assenza di un termine adeguato, si deve far risalire anche la conservazione di forme veneziane nella terminologia delle istituzioni (e di settori affini), indicativa del marcato legame delle scrittore con la realtà di Venezia. In questa direzione va, per esempio, l’operazione morfologica compiuta da Martin da Canal per distinguere il ʻdogeʼ dus dal ʻducaʼ duc.

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Crediti

Scheda a cura di Serena Modena.
Ultimo aggiornamento: 13 dicembre 2012.