Introduzione

Il Dizionario del Franco-Italiano (DiFrI).

La definizione del corpus, le coordinate spazio-temporali, le prime voci

 

1. Il Dizionario del Franco-Italiano (DiFrI). Il Dizionario del Franco-Italiano (DiFrI) è nato all’interno del Repertorio informatizzato dell’antica letteratura franco-italiana (RIALFrI, www.rialfri.eu). Sin dall’inizio il progetto di rendere interrogabili in linea quei testi medioevali della Penisola italiana che avevano la singolare caratteristica di presentarsi in una lingua letteraria mescidata ha avuto tra i principali obiettivi quello di crearne nel tempo un glossario interpretativo completo.

Pur essendo consapevoli di una serie di problemi da affrontare che, se considerati isolatamente, sembrano scoraggiare tale tipo di iniziative (la definizione del corpus, la descrizione delle modalità di incontro di due sistemi diversi che non si cristallizzano mai in una vera e propria lingua di contatto, tanto che ci si è chiesti ripetutamente se il franco-italiano in quanto tale esista o meno), abbiamo ritenuto che analizzare dal punto di vista lessicale testi medioevali poco frequentati potesse comunque offrire risultati interessanti alla comunità scientifica. Il franco-italiano ha forse un’identità solo accidentale, non sostanziale (Barbato 2015), ma questi testi ibridi nonché i loro manoscritti indubbiamente esistono e attendono di essere studiati. Si tratta di opere di difficile comprensione per il lettore moderno, i dati già disponibili sono dispersi (nei glossari dei singoli testi, in articoli di non sempre facile accessibilità), talvolta gli studi mancano del tutto: l’utilità di tale strumento pare innegabile.

 

2. La definizione del corpus. Per il DiFrI abbiamo deciso di porre al centro dell’indagine lessicale le opere originali scritte in francese da autori italiani. Le opere selezionate secondo questo criterio sono abbastanza eterogenee da un punto di vista linguistico (si va dal francese corretto di Brunetto Latini alla lingua pesantemente influenzata dai volgari settentrionali della Penisola della Geste francor), ma la varietà di esiti possibili ci è parsa un aspetto positivo, in quanto risultano rappresentate e indagabili molte delle diverse varietà di francese d’Italia.

Questo primo criterio è stata integrato con alcune versioni o rifacimenti di testi francesi realizzate in Italia particolarmente interessanti per motivi linguistici: la copia della Chanson de Roland conservata alla biblioteca marciana dal manoscritto francese 4 (225), la versione del Foucon de Candie tràdita da un altro manoscritto marciano, il francese 20 e il Bovo d’Antona udinese, ad esempio. La Geste francor è stata naturalmente considerata per intero e non solo per le parti presumibilmente originali.

Del nostro corpus fanno dunque parte innanzitutto le opere della cosiddetta letteratura franco-italiana o franco-veneta propriamente detta, che comprende soprattutto chansons de gestes e altri testi narrativi in versi (romanzi e racconti agiografici) caratterizzati da un elevato grado di ibridismo linguistico. Si tratta di testi localizzabili nel Nord-Est della Penisola italiana (Lombardia, Emilia, Veneto) che potevano talvolta essere fruiti anche attraverso la recitazione orale e che sono stati scritti da italiani in una lingua letteraria artificiale plasmatasi nel tempo allo scopo di rendere più comprensibili le opere francesi al pubblico autoctono senza rinunciare al prestigio del modello d’Oltralpe.

Complementare a quest’area è il Nord-Ovest della Penisola, con il Livre du Chevalier Errant di Tommaso di Saluzzo, la Bataille de Gamenario e altre testimonianze di francese d’Italia quattrocentesche che ci giungono soprattutto dal Piemonte.

Un’altra tipologia di testi è poi rappresentata dalle opere in prosa di scrittori italiani che hanno usato il francese per rivolgersi a un pubblico più vasto, perché, come si spiega nelle Histoires de Venise, “Lengue franceise cort parmi le monde”. Il racconto di viaggio di Marco Polo, nella cui lingua si riconoscono almeno tre diversi strati linguistici (l’idioletto dell’autore, la scripta di Rustichello e l’influsso dei copisti), e i trattati di falconeria Moamin e Ghatrif tradotti dall’arabo attraverso un intermediario latino da Daniele Deloc di Cremona presentano fenomeni di mescidanza in parte simili a quelli che si rinvengono nella letteratura franco-italiana. Gli stessi fenomeni di interferenza, pur se meno invasivi, compaiono nella Compilazione di Rustichello da Pisa, la cui lingua subisce in più l’interferenza di alcune scriptae toscane. In altre opere, invece, l’influenza vernacolare si riduce a ben poco. La lingua del trattato di igiene di Aldobrandino da Siena e dell’enciclopedia di Brunetto Latini, che scrivevano in francese mentre si trovano in Francia, è, infatti, paragonabile a quella utilizzata dagli autori madrelingua dell’epoca.  Anche il veneziano Martin da Canal (verso il 1275) scrive in un buon francese, venato però da qualche tratto d’Oltremare.

E proprio a un contesto di tipo mediterraneo ci conduce uno scrittore come Filippo da Novara, attivo a Cipro. Gli italianismi che si rivengono nella sua opera potrebbero non essere dovuti tanto alla sua origine quanto al fatto che erano ormai termini diffusi nella koiné d’oltremare creatasi in seguito ai viaggi e alle migrazioni dei popoli romanzi nel Mediterraneo durante il periodo delle crociate. Nel francese dei regni di Levante tratti provenienti da diversi dialetti si coniugano con alcuni occitanismi e con un lessico caratterizzato da prestiti italiani, catalani nonché arabi e bizantini per il contatto con le popolazioni locali. Marco Polo, Martin da Canal e persino Brunetto Latini accolgono nelle loro opere alcuni di questi termini. Le «intersections entre le lexique des auteurs italiens utilisant le français pour atteindre un public international et le vocabulaire d’Outremer» (Zinelli 2016) dimostrano come sia opportuno considerare nel nostro corpus anche Filippo da Novara, che, oltre a corrispondere perfettamente al criterio di “autore italiano che scrive in francese”, ci consente di tenere sullo sfondo questo contesto mediterraneo più ampio.

Un’ulteriore area geografica italiana che deve essere considerata nella storia del francese d’Italia è costituita da Napoli e dal Regno di Sicilia. I dialetti del Sud Italia conservano tracce del passaggio dei Normanni e degli Angioini (Varvaro 1981, Valenti 2014). A Napoli il francese è stato per un certo periodo la lingua dell’amministrazione (Minervini 2015) e della corte con una produzione testuale sia di tipo documentario che letterario. Per il momento abbiamo pubblicato in linea l’Ystoire de li Normant di Amato di Montecassino, traduzione di una perduta cronaca latina, opera che presenta fenomeni di ibridismo simili a quelli che si riscontrano nei testi scritti al Nord, ma che si distingue per il fatto che il volgare italiano che interferisce con il francese non è di tipo galloitalico o toscano, ma meridionale, e può dunque talvolta fornire proficue occasioni di comparazione e integrazione.

Questo corpus andrà, infine, integrato con i manoscritti di opere francesi vergati in Italia che, pur se con un grado di ibridazione inferiore, presentano fenomeni di interferenza grafici, fonetici e morfologici dovuti alla prassi più o meno consapevole dei copisti medioevali di attualizzare la lingua del testo che trascrivevano. Per questa via si riesce a valorizzare l’apporto di un’altra area importante secondo la prospettiva panitaliana che ci siamo posti, quella tosco-ligure. I circa cinquanta codici trascritti nelle prigioni genovesi da copisti per lo più pisani presentano una scripta abbastanza uniforme, ma hanno relativamente poche novità lessicali, per cui essi saranno utilizzati nel tempo solo per sporadici carotaggi e raffronti relativi con le voci del DiFrI.

 

3. L’arco cronologico si estende dal più antico testo letterario scritto in francese nell’Italia medievale giunto fino a noi, l’Enanchet (secondo quarto del Duecento, 1226-1252), fino al passo in francese di Lo balzino di Rogeri da Piacenza (1497-1498). Gli ultimi testi letterari importanti sono l’Huon d’Auvergne padovano (fine XIV-inizio XV) e l’Aquilon de Bavière di Raffaele da Verona (1379-1407). A differenza di quello che si ritiene di solito negli studi sul franco-italiano, che per convenzione fanno terminare il fenomeno con Raffaele da Verona, la moda del francese rimane abbastanza vivace anche nel corso del Quattrocento, come testimoniano i Tituli del castello della Manta (1416-1426), alcuni motti nobiliari (comuni proprio in tutto il XV sec., il motto del marchese di Vigevano Gian Giacomo Trivulzio Ne t’esmai ‘non perderti d’animo’, ‘non temere’ è datato addirittura al 1503 e il 1509), iscrizioni, epitaffi e le Scritte avventizie del manoscritto Ashburnham 1076 (XIV-XV sec.).

 

4. Il DiFrI consentirà di indagare l’elaborazione di una scripta letteraria, articolata in più varietà, che al francese amalgama in varia misura e con dinamiche da stabilire volta per volta forme e voci locali, regionali e sovraregionali della Penisola italiana. Per caratterizzare le componenti più o meno dialettali del lessico presente nei testi del corpus, aggiungeremo, quando sarà possibile farlo, due tipi diversi di marche diatopiche distintive: da un lato preciseremo l’area di provenienza di ogni passo citato grazie alle informazioni che abbiamo sull’autore e/o sul luogo in cui è stato esemplato il manoscritto, dall’altro circoscriveremo l’area di diffusione del lessema (veneto, veneziano, lombardo, padovano, toscano, settentrionale, italiano, per le parole che hanno una distribuzione panitaliana, “francese d’Oltremare”, per le parole che rinviano alla diffusione del francese nei regni di Levante, ecc.). Completeremo queste coordinate spaziali con quelle temporali.

Quando la lemmatizzazione sarà conclusa saranno, infine, marcati i possibili livelli di interferenza tra francese e volgari italiani settentrionali per le singole forme secondo lo schema:

Semantic Morphology Spelling and phonetics
French form FS FM FP
hybrid

(Franco-Italian) form

HS HM HP
Italian form IS IM IP

Nel lemmario abbiamo voluto includere tutte le voci attestate per restituire non solo gli scarti, vale a dire il coefficiente di differenziazione lessicale e semantica della scripta franco-italiana e del francese d’Italia rispetto al francese, ma anche la componente comune, in modo tale da poter ricostruire, appunto, nel tempo il processo di elaborazione di questa lingua letteraria scritta e le sue dinamiche variazionali.

 

5. I lemmi. Il nostro dizionario di riferimento è l’Altfranzösisches Wörterbuch di Adolf Tobler e Ernst Lommatzsch, et al., 1925-2002,11 vol., Berlin/Wiesbaden/Stuttgart, Steiner: le entrate del DIFRI ne riprendono i lemmi. Se la forma del lemma del TL non è attestata nel nostro corpus, il nostro lemma è racchiuso tra parentesi quadre (cfr. [QUIERRE ‘Che ha la forma di un quadrato geometrico’, qaires, quaire]. Se la voce che creiamo non è presente nel TL, è preceduta da un asterisco (cfr., ad. es., *QAILLEROIL ‘Strumento a percussione usato come richiamo per attirare le quaglie o altri uccelli, quagliere’). Se una parola non è presente nel TL si pone il problema di quale forma mettere a lemma e abbiamo optato per la forma caratteristica effettivamente attestata ed eventualmente ricostruita al singolare. Può capitare che questi simboli siano compresenti, perché talvolta è stato necessario ricostruire l’ipotetica entrata del singolare di un lemma non presente nel TL, come accade per *[JUBER] ‘giubettaio’, di cui è attestata solo la forma plurale jubers, o *[NAISCENCE] ‘Escrescenza, tumore’ per l’attestato naiscences, e così via.

Al TL si affiancheranno i glossari delle singole edizioni e gli studi sul franco-italiano e sul francese d’Italia. Ritorneremo, inoltre, più volte sui testi, che saranno letti tutti integralmente. Man mano che la lemmatizzazione andrà avanti, potremmo affinare la redazione delle voci, individuando altre forme grafiche o lemmi inizialmente sfuggiti, e si entrerà progressivamente sempre di più nel dettaglio. Uno dei vantaggi dei mezzi informatici è proprio quello di poter modificare e migliorare i risultati della ricerca integrando le novità in modo non troppo oneroso. È per questo che, accanto alla data della messa in linea di ogni voce, c’è la data che registra l’ultimo aggiornamento. Per la lettera Q questo processo è stato ben testato e si trova in una fase più avanzata, perché le entrate non sono moltissime e dunque questa lettera è stata scelta come una sorta di campo di prova per verificare la bontà del percorso di affinamento ideato.

Un problema non indifferente è rappresentato dall’inserimento dei nuovi lemmi. Ci si può, ad esempio, chiedere se l’aggettivo dimostrativo questo debba essere ricondotto al francese cist oppure se sia preferibile assegnargli un’entrata autonoma. In questo caso la decisione è stata facile da prendere, perché l’etimo dell’aggettivo questo è diverso da quello del corrispondente francese e appare del tutto legittimo creare due voci con all’interno dei rinvii reciproci. In altri casi, tuttavia, la scelta non è affatto scontata e stiamo raccogliendo una serie di casi concreti che ci aiuti a definire una procedura standardizzata da applicare con coerenza.

 

6. I modelli. I modelli che abbiamo seguito per la redazione delle voci sono il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO) e il Dictionnaire du Moyen Français (DMF), quest’ultimo soprattutto per come sono organizzati i diversi campi semantici secondo una progressiva ramificazione a partire dal significato di base.

Naturalmente un progetto del genere presuppone un serio lavoro di lemmatizzazione dei testi, che è già cominciato utilizzando il programma Pyrrha elaborato dall’École nationale des Chartes di Parigi.

 

Francesca Gambino

Ultimo aggiornamento: 31 marzo 2020