RIALFrI - Repertorio Informatizzato Antica Letteratura Franco-Italiana# ISSN 2282-6920

Repertorio Informatizzato Antica Letteratura Franco-Italiana

Repertorio Informatizzato Antica Letteratura Franco-Italiana

Vita di Santa Caterina

Titles
Il testo è anepigrafo; il titolo De Sainte Caterine è quello scelto da Breuer 1919.
Dating
Metà s. XIII – fine s. XIII.
Incipit
De laiser les mauvais penser / Ai pensé mainte fez à fer, .
Explicit
El regnë, o il a premis / De metre à le fin ses amis. / A. M. E. N..
Form of the text
2332 versi octosyllabes (lacune comprese) uniti in distici a rima baciata. I versi sono scritti in serie continua (ma vedi la scheda sul ms.).
Language
Francese antico con tratti piccardi e anglo-normanni, con forme e fenomeni linguistici riconducibili all’area italiana settentrionale e in particolare a quella veneta occidentale.
Topic
«La passion tota e la vite» (Breuer, p. 206, v. 22) di santa Caterina d’Alessandria. La leggenda comprende sia la storia della conversione, e del matrimonio mistico con Cristo (vv. 1-948 e 949-1117), che la storia del martirio (vv. 1118-2332).
Type of text
Racconto agiografico in versi. La leggenda, testimoniata dal codice 3645 (anc. 306) conservato nella Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi, è stata molto probabilmente composta in Italia, seppure la lingua del testo si presenti a prima vista come un francese di buona qualità. Il testo è adespoto.

Contenuto

La leggenda cateriniana offerta dal testo arsenaliano pertiene a quel filone di testi della tradizione relativa a Santa Caterina che premette al racconto della passione della santa quello della sua conversione al Cristianesimo. Si può, dunque, accostare ad altre versioni redatte in volgari italiani settentrionali databili alla fine del XIII o al XIV secolo come quella in veronese edita dal Mussafia (Mussafia 1873), in veneto edita da Hilka (1924), in tosco-veneto-lombardo (Renier 1899), in ligure (Cocito 1970), in lombardo (Banfi 1983 e 1998). Allo stato attuale degli studi tali volgarizzamenti rappresentano le più antiche testimonianze dell’avvenuta aggiunta del tema della conversione di Caterina all’originaria narrazione limitata alla sola passione, un complemento altrimenti attestato in testi mediolatini riportati in manoscritti del XIV e XV secolo (Hilka 1920 e 1924, Knust 1989, Varnhagen 1891). A differenza dei testi mediolatini, comunque, va notato come solamente uno dei volgarizzamenti italiani, databile al XIV secolo, contenga all’inizio del racconto anche la sezione genealogica relativa alla parentela della santa con l’imperatore Costanzo Cloro e, di conseguenza, con Costantino il Grande (Hilka 1924, p. 151). Gli altri testi nei volgari settentrionali non riportano, infatti, alcuna indicazione in merito a tali parentele illustri. La versione arsenaliana, tuttavia, farebbe riferimento a Costanzo ai vv. 562-578 dimostrando quindi di conoscere le nobili ascendenze imperiali di Caterina. Considerando la datazione della leggenda arsenaliana, è possibile dunque affermare che già nel XIII secolo circolassero versioni della storia di Caterina comprensive di genealogia, conversione e martirio. Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile determinare con precisione quando siano state aggiunte le prime due sezioni al nucleo originario della storia che riguardava esclusivamente il martirio della santa. La leggenda arsenaliana rappresenta, in ogni caso, la testimonianza più antica di tale significativa espansione del racconto, da far risalire evidentemente alle fonti da cui ha attinto l’autore.

La versione franco-italiana è caratterizzata, inoltre, dalla presenza di numerosi dettagli inediti non rinvenibili in altri testi. Al livello della struttura portante della narrazione si nota, innanzitutto, come Caterina sia promessa sposa dell’imperatore Massenzio, mentre nella maggior parte delle versioni latine l’imperatore risulta già sposato oppure la ragazza è promessa sposa del figlio dell’imperatore. Questo mutamento nell’andamento della storia crea allora un doppio motivo di ostilità tra i due antagonisti, dovendo Caterina tutelare non solo la propria fede ma anche la propria verginità. Rispetto agli altri racconti della conversione della santa la madre non svolge il ruolo di aiutante in favore della conversione al Cristianesimo, ma cerca di persuadere la figlia ad accettare le nozze con l’imperatore pagano. L’elemento visionario nella sezione concernente la conversione viene sviluppato in maniera differente rispetto ad altri racconti: nella prima apparizione estatica è presente solamente la Vergine Maria che promette a Caterina di darle uno sposo adatto, mentre nella seconda la giovane viene portata ai piedi di Cristo stesso dall’arcangelo Gabriele ma non interagisce propriamente con Lui e non riceve l’anello sponsale descritto nelle altre versioni. Questa seconda visione, di fatto, si risolve in una descrizione del Paradiso e dei suoi abitanti e viene introdotta con un esplicito richiamo al rapimento estatico di San Paolo riportato nella Seconda lettera ai Corinzi (2Cor XII 1-4). Non vi è, dunque, alcuna menzione del battesimo di Caterina e anche il tema del matrimonio mistico non viene sviluppato appieno proprio nel momento culminante dell’incontro con Cristo, pur essendo centrale nello sviluppo del racconto. La sezione riguardante la passione di Caterina, poi, si apre con una lunga descrizione dei preparativi delle nozze tra la giovane e l’imperatore, con i sacrifici agli dei allestiti appositamente per celebrare l’unione tra i due. Caterina, però, si rifiuterà di parteciparvi e, dopo aver criticato duramente l’imperatore e aver dichiarato la falsità delle divinità pagane, compie un’orazione perché dal cielo scenda un fuoco che bruci gli idoli e i sacerdoti gentili, venendo subito esaudita. Prende avvio, quindi, un lungo discorso diretto in cui la santa muove una dura critica all’idolatria pagana a cui si contrappone il culto della croce e dei santi. Totalmente assente è l’iconica disputa con i cinquanta filosofi pagani chiamati dall’imperatore. L’imperatore, allora, fa imprigionare Caterina e ne prende in sposa la cugina, la quale di fatto sostituisce il personaggio della regina che appare nelle altre versioni: si reca nel carcere dove la santa è rinchiusa, si lascia convertire e, infine, affronta il martirio pur nella propria condizione di consorte dell’imperatore. La leggenda arsenaliana, quindi, espunge completamente l’episodio della ruota e passa a narrare la decapitazione di Caterina. Nella preghiera finale fatta a Dio, la martire esprime il desiderio di divenire, dopo la morte, una figura ausiliatrice per coloro che la invocheranno, con un evidente parallelo, fatto anche di forti riprese testuali, rispetto alla figura di Maria apparsa nella visione estatica. Il testo del ms. dell’Arsenal, inoltre, si caratterizza per l’inserzione di vari passaggi meramente descrittivi relativi alla corte imperiale e ai festeggiamenti in vista del matrimonio tra Caterina e Massenzio, con l’introduzione di elementi tipicamente cortesi ed estranei al mondo antico come la giostra tra cavalieri.

Nel complesso il racconto riportato dall’agiografica franco-italiana, dunque, si caratterizza per una spiccata originalità che lo differenzia da tutte le altre versioni della leggenda cateriniana ad oggi note.

Per quanto riguarda la datazione, l’unica indicazione interna al testo che possa fornire un appiglio a livello cronologico è la dichiarazione contenuta nel prologo dell’uso come modello di un testo conservato nella chiesa di San Silvestro a Roma. È assai probabile, infatti, che si tratti della chiesa di San Silvestro in Capite, a cui era annesso un monastero benedettino dal XII secolo e fino al 1285, anno in cui il monastero venne riassegnato alle monache clarisse seguaci di Margherita Colonna, formando una nuova comunità religiosa che si configurò come un vero e proprio monastero di famiglia legato alla famiglia Colonna. Si potrebbe ritenere, quindi, che il patrimonio librario appartenuto al complesso a partire da quella data non fosse più di facile reperimento, suggerendo quindi come terminus ante quem per la composizione dell’agiografia arsenaliana il 1285. Va notato, tuttavia, come tale ipotesi non sia pienamente accertabile ma, soprattutto, come sia ragionevole dubitare della localizzazione stessa della fonte, dal momento che instaura immediatamente un collegamento con San Silvestro, pontefice assai noto e contemporaneo a Santa Caterina, andando a corroborare decisamente per un pubblico del tempo la validità del testo che l’autore dichiara di aver usato. Decisamente utile per orientare la datazione risulterebbe l’identificazione dell’autore della leggenda di Santa Caterina nella stessa persona che ha composto l’Antéchrist, poemetto religioso in versi, trasmesso dallo stesso codice dell’Arsenal e molto simile per lingua e stile all’agiografia. L’Antéchrist, infatti, è databile con sicurezza agli anni 1241-1251, tuttavia entrambe le opere sono anonime e non è possibile pronunciarsi in maniera definitiva sull’identità di chi le ha composte. In conclusione, si può ricavare con sicurezza solamente il terminus ante quem dato dalla trascrizione del ms. dell’Arsenal che riporta la leggenda, databile alla fine del XIII secolo o agli inizi del XIV.

Fonti

L’autore nel prologo afferma di aver seguito fedelmente la versione del racconto relativo a Santa Caterina contenuto in un passionario della chiesa di San Silvestro a Roma, volendola riportare tuttavia in forma abbreviata. È ragionevole, tuttavia, dubitare di tale indicazione dato che la notorietà di una figura come quella di papa Silvestro e la contemporaneità del personaggio ai fatti narrati, oltre alla collocazione romana del passionario, avrebbero aumentato certamente agli occhi del lettore medievale il valore della fonte seguita nell’allestimento del racconto ambientato nell’Antichità. Del resto, nel corso della narrazione, l’autore vanta due ulteriori fonti della cui natura fittizia è difficile dubitare: un «registre del rei de Rome» (v. 1167) e un resoconto orale fornito da un romano che aveva soggiornato a lungo nella città di Alessandria (vv. 1776-1780), il secondo in riferimento all’episodio del crollo della prigione in cui era rinchiusa Caterina, costruito manifestamente sull’episodio della liberazione di Paolo e Sila dal carcere narrato negli Atti degli Apostoli (At 17, 26).

La fonte principale da cui l’autore ha tratto ispirazione doveva essere una versione della leggenda che premetteva al racconto della passione quello della genealogia e della conversione di Caterina. Difficile determinare quanto questo modello fosse simile nella narrazione e nella lingua alle versioni mediolatine note riportate in mss. del XIV e del XV secolo studiate da Hilka (vd. Contenuto), innanzitutto a causa della notevole originalità del testo della leggenda arsenaliana che non permette immediati e sicuri raffronti con le altre versioni. Inoltre, non è possibile stabilire con certezza se le significative novità nell’impianto narrativo presenti nel testo franco-italiano vadano attribuite all’autore o al suo modello e in quale misura. Per quello che è possibile ricavare dal prologo e dai successivi interventi extradiegetici presenti nel testo, emerge in primo luogo la dichiarazione dell’autore di voler esporre la vicenda in forma scorciata, resa evidente dalla continua ripresa dell’avverbio briement, indicando pertanto una ripresa abbreviata del testo del modello utilizzato. In secondo luogo, è possibile determinare che molte delle sezioni descrittive esclusive del testo arsenaliano sono delle aggiunte dall’autore con l’intento di rendere più piacevole la narrazione, come egli stesso rivela ai vv. 1266-1288.

A livello di singole riprese intertestuali, si riscontrano numerose tessere di origine biblica e salmistica, particolarmente dal Salmo 115 nell’attacco mossa da Caterina al culto degli idoli (vv. 1469-1471, 1665). Ai vv. 973-974 e 1981-1987, per significare l’inconsistenza dell’esistenza terrena, si fa evidente il richiamo ai Salmi 73 e 90. Al rapimento mistico di San Paolo menzionato nella Seconda lettera ai Corinzi si fa riferimento ai vv. 935-938 e 955-956. L’episodio del crollo della torre in cui Caterina viene imprigionata – da cui la santa esce indenne – rimanda chiaramente all’episodio narrato negli Atti degli Apostoli in cui Paolo e Sila vengono liberati dal loro carcere per opera di un miracoloso terremoto.

Stile

L’opera è composta da 1166 couplets di octosyllabes a rima baciata che sono suddivisi in 48 strofe di lunghezza variabile. Dei circa 200 versi che non rispettano l’isometria nel testo tràdito dall’unico manoscritto, presentando una sillaba in eccesso o in difetto, più raramente due, la stragrande maggioranza può essere ricondotta ad un computo regolare con interventi minimi o poco onerosi. È da notare, ad esempio, come in molti versi l’isometria si ottenga integrando la e prostetica del francese come in scorciez (v. 1012) o la e finale in aggettivi concordati con un sostantivo maschile come in grant jorné (v. 530). Viceversa, talvolta è possibile sanare un’ipermetria espungendo delle –e finali atone che normalmente sarebbero assenti in francese, come in noite (v. 1391) e servire (v. 702), verosimilmente introdotte da un copista di area italiana. Creano ipermetria, poi, forme come angere (vv. 1067, 1514, 2019) e vergene (v. 1765) che possono essere attribuire ugualmente a un copista italiano, come anche carcer/carçer ai vv. 1801, 1887 e 2154. Risulta, dunque, assai probabile che la regolarità del computo sillabico sia stata via via deteriorata dalla tradizione manoscritta con l’introduzione di tratti linguistici italianizzanti. Tuttavia, la coincidenza della collocazione in area veneta a livello linguistico tanto dell’autore quanto di almeno un copista suggerisce una certa cautela nell’attribuire all’uno o all’altro certi fenomeni (vd. Lingua), cosicché risulta difficile pronunciarsi con sicurezza sull’origine di ciascun caso di irregolarità metrica e, di conseguenza, sull’effettiva osservanza dell’isometria nell’originale.

La scansione del testo in distici spesso non viene osservata dalla struttura sintattica. Si registrano, infatti, frequenti brisure de couplet e, al contempo, numerosi enjambement che pongono un’unica frase a cavallo di due differenti distici. Inoltre, ai vv. 1117, 1149, 2209 e 2247, i due versi del distico sono separati non solamente da un confine sintattico ma anche dall’inizio di una nuova strofa.

Non sono presenti nel testo rime imperfette e quelle che possono apparire tali a un primo sguardo sono in realtà spiegabili da un punto di vista linguistico come sunt : volunt (vv. 1615-1616), in cui la desinenza di volunt è tonica, come testimoniato da altri testi franco-italiani. Talvolta una rima imperfetta è tale solamente a causa dell’assenza o della presenza di –s. Rari i casi in cui una rima si ripete identica in due distici contigui. La rima è il luogo in cui si concentrano le figure retoriche, in particolare si registra una certa frequenza nell’uso di rime ricche e inclusive. Spesso l’autore ricorre all’epifrasi o all’inserzione di un inciso come espediente per collocare i due termini di un’endiadi in rima e ricavare una facile rima grammaticale.

Fortuna

Il ms. della Bibliothèque de l’Arsenal è l’unico testimone conservato relativo a tale versione della leggenda cateriniana. Va aggiunto, comunque, che da tale versione ha ampiamente attinto la redazione veronese pubblicata da Mussafia 1873, il testimone più antico di una versione a cui pertengono anche i testi editi da Banfi 1998 e Renier 1899, i frammenti pubblicati da Bezzi 1912. A questi si aggiunge il testo riportato dal ms. Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, I III 11, non ancora disponibile in edizione critica ma fatto oggetto di alcuni studi preliminari da Grohovaz 2007. Tale versione, la cui genesi può essere collocata in area veronese, mostra nella sezione relativa alla conversione di Caterina un’evidente fedeltà al testo franco-italiano, condividendone non solo le peculiarità nello sviluppo narrativo ma spesso anche la lettera del testo. La presenza di evidenti francesismi nella versione veneta coincidenti con quello della leggenda arsenaliana assicura che sia il testo veneto ad avere quello franco-italiano come modello e non il contrario. Nel passaggio dalla sezione narrante la conversione a quella relativa alla passione la versione veneta abbandona il modello franco-italiano per seguire la Vulgata e la Legenda Aurea, pur recuperando poi dal testo arsenaliano l’episodio del crollo della prigione di Caterina e il matrimonio dell’imperatore con la cugina della santa, con evidente un’intento di fusione e armonizzazione tra le differenti narrazioni.

Lingua

A un primo sguardo il testo mostra un francese abbastanza corretto e privo della mescidanza linguistica propri di altri testi franco-italiani, sebbene una componente linguistica italiana settentrionale e veneta in particolare non sia affatto assente. Emergono, quindi, caratteristiche proprie delle varietà francesi settentrionali e nord-orientali, in particolare il piccardo, come l’esito –iaus del latino -ĔLLUM/-ĔLLOS (biaus, mantiaus, tasiaus), la palatalizzazione di e protonica preceduta da /tʃ/ in i (civaliers), la forma le dell’articolo determinativo femminile singolare, il forma il del pronome personale femminile. L’uso del condizionale tanto nella protasi quanto nell’apodosi dei periodi ipotetici, poi, rimanda agli usi linguistici dell’anglo-normanno. Breuer e Walberg suggerirono, pertanto, una provenienza francese nord-orientale del testo (Breuer 1919, pp. 203-205; Walberg 1925, p. 328 nota 2; Walberg 1928, pp. XXXIII-XXXIX). I fenomeni linguistici ascrivibili alle varietà italiane, di conseguenza, sarebbero state introdotte successivamente da copisti. Un esame più approfondito, tuttavia, ha portato a rivedere tale ricostruzione, proponendo un’origine italiana dell’autore dell’opera. A questa ipotesi concorrono alcuni sicuri indizi forniti dalle parole e dalle desinenze rimiche: la presenza di italianismi lessicali come bauchons (v. 1159), di rime come veïsse : faïsse (vv. 871-872) dove la seconda forma verbale è alla 1a pers. sing., della desinenza –ent tonica alla 3a pers. plur. dell’indicativo presente. Inoltre, il vocabolo presores per ‘fermaglio’, presente nel testo in un paio di occorrenze tra cui una in rima, è attestato altrove esclusivamente in un testamento veronese del 1382 nella forma presore (Bertoletti 2005, pp. 48, 426, 497). Tale evidenza, unitamente a più occorrenze dello sviluppo tipico del veronese medievale au > on (ad es. in conse, onsase, onse), rimanderebbe all’area veneta occidentale. Per quanto riguarda la successiva circolazione del testo, gli unici indizi disponibili rimandano ugualmente all’area veneta. È possibile, infatti, attribuire ad un copista la natura imperfetta delle rime prendroit : vendront (vv. 141-142) e vegneit : maintegnent (vv. 149-150), evidentemente modificate a causa di uno scambio della 3a persona singolare con la 3a plurale e viceversa, fenomeno dovuto evidentemente agli usi linguistici veneti e ben attestato nel testo anche all’interno del verso. Alla luce di tali evidenze, quindi, i tratti linguistici riconducibili a varietà oitaniche come il piccardo, il vallone e l’anglonormanno possono spiegarsi come parte di quel francese internazionale che sta alla base del franco-italiano stesso, senza dover invocare un’origine francese dell’opera. Da notare, comunque, come fenomeni linguistici assai frequenti nel testo possano spiegarsi tanto per l’influenza di varietà francesi come il piccardo o l’anglo-normanno quanto come tratti italiani settentrionali, rendendo di fatto impossibile un’attribuzione univoca all’una o all’altra area. Si pensi, ad esempio, alla chiusura di o in u, in particolare quando seguite da nasale e vibrante (marturïer, munde, sunt), alla mancata palatalizzazione dell’occlusiva velare sorda di fronte ad a (cacher, cambre, castelein), all’uso del pronome relativo qe in luogo di qi. Ancor più complessa si presenta la situazione riguardante i dittonghi, con fenomeni di riduzione e ipercorrettismo tipici dei testi franco-italiani ma che in più occasioni vengono a coincidere con soluzioni ben attestate anche in varietà oitaniche. All’area italiana settentrionale, invece, andranno certamente ascritti fenomeni come l’uso della grafia <x> per la sibilante dentale sonora (camixe, cortexie, servixe), gli scambi tra la 3a persona singolare e la 3a persona plurale dei verbi e la depalatalizzazione di /tʃ/ e /dʒ/ del francese in /ts/ e /dz/ (cevalier, çambres, zapelle).

Manoscritti

Bibliografia

Edizione

Breuer, Hermann

1919                Eine gereimte altfranzösisch-veronesische Fassung der Legende der heiligen Katharina von Alexandrien in Anton Huber, Eine altfranzösische Fassung der Johanneslegende – Hermann Breuer, Eine gereimte altfranzösisch-veronesische Fassung der Legende der heiligen Katharina von Alexandrien, in «Beihefte zur Zeitschrift für romanische Philologie», LIII, pp. 206-260, Halle a.S., Niemeyer, 1919.

 

Testi

Banfi, Luigi

1983                Una nuova leggenda versificata di santa Caterina d’Alessandria, in Studi di lingua e letteratura lombarda offerti a Maurizio Vitale, vol. 1, pp. 45-78, Pisa, Giardini Editori e Stampatori, 1983;

 

Bronzini, Giovanni B.

1960                La leggenda di S. Caterina d’Alessandria. Passioni greche e latine, in «Atti della Accademia nazionale dei Lincei. Memorie. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», serie VIII, IX, fasc. 2, Roma, Accademia nazionale dei Lincei, 1960;

 

Cocito, Luciana

1970                Anonimo Genovese. Poesie, in «Officina Romanica», 17, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1970;

 

Martin, Henry

1887                Catalogue des manuscrits de la Bibliothèque de l’Arsenal, III, pp. 450-451, Paris, Plon -Nourrit et Cie, 1887 (il catalogo è consultabile in rete, v. il sito della BNF: archivesetmanuscrits.bnf.fr).

 

Meyer, Paul

1906                Légendes hagiographiques en français, in «Histoire littéraire de la France», XXXIII (Suitedu quatorzième siècle), Paris, Imprimerie Nationale, 1906, pp. 328-458;

1972                De l’expansion de la langue française en Italie pendant le Moyen-Age, in «Atti del Congresso internazionale di scienze storiche (Roma, 1-9 aprile 1903)», IV, pp. 61-104, Roma, Tipografia della Regia Accademia dei Lincei, 1904 e Nendeln / Liechtenstein, Kraus Reprint, 1972 (Rist. anast.);

 

Mussafia, Adolf

1873                Zur Katharinenlegende, in «Sitzungsberichte der philosophisch-historischen Klasse der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften», 75. Band, Wien, 1873;

 

Pèrcopo, Erasmo

1969                Poemetti sacri dei secoli XIV e XV, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1969;

 

Renier, Rodolfo

1899     Una redazione tosco-veneto-lombarda della leggenda versificata di santa Caterina d’Alessandria, in «Studj di Filologia Romanza», VII, 1899, pp. 1-83;

 

Walberg, Emmanuel

1925                Zum Text des altfranzösisch-veronesischen Katharinenlebens, in «Zeitschrift für romanische Philologie», XLV, 1925, pp. 327-337, Tübingen, Niemeyer, 1970;

1928                Deux versions inédites de la légende de l’Antéchrist en vers français du XIIIe siècle, in «Skrifter utgivna av kungl. humanistiska vetenskapssamfundet I Lund», XIV – «Acta reg. societatis humaniorum litterarum lundensis», XIV, I, Version anonyme, pp. 3-40, Lund, Gleerup, 1928;

 

Walsh, Christine

2007                The Cult of St Katherine of Alexandria in Early Medieval Europe, Aldershot, Ashgate, 2007.

Crediti

Scheda a cura di Giacomo Zanin.
Prima versione della scheda: 3 settembre 2014 a cura di Veronica Boarotto. Ultimo aggiornamento: 8 luglio 2025.

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